“Così che torni solo il suono del vento”, due poesie di Fatena Al Ghorra, trad. di Sana Darghmouni

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Rosso

 

Rosso come dovrebbe essere

così scorrevole

scava nella mia anima un posto per gridare

come un’esplosione che lascia dei pezzi

continua a fluire senza alcuna noia o indulgenza

tira i fili della mia anima

quando il suo grido scuote il mio corpo.

 

Completamente rosso

non indugia nel colore

né nel tipo di dolore

non contratta

non si interessa alla pietà

né al dolore istantaneo

divide quell’anima in due

rovescia le mie carte

si accontenta di un’impronta rumorosa.

 

A volte mi piace mettere le dita

in quella piccola crepa

per fermare il flusso

o forse per sapere come viene

e da dove?

Il suo colore rosso,

la mia anima non sopporta il suo dolore

e ne è salvata solo dal calmante,

metto il mio dito semplicemente e con calma

lascio il fiume scorrere tra di loro

caldo, fluente, cupo

saturo di desiderio perduto.

Il suo odore assomiglia al bucato di una contadina

con il fiore blu mescolato con cloro

penetra il naso

si infiltra in tutto il corpo

gli dona un nettare

senza uguali.

Vengono così

fragranze legate all’anima e che la chiudono

si vedono chiaramente sugli elementi,

radiose, diverse, che chiamano

non portano molti nomi

rompono lo spirito

portano il corpo al desiderio

e il feto nella sua prima culla.

Arriva

con un colore e i pittori esitano a decostruirne le strutture

con sembianze

che si formano sul volto e nel corpo

e che solo un esperto sa.

 

Un sangue che attende ogni luna il grido del lupo

per proclamare la sua esistenza

a volte arriva generoso e penetrante

non lascia spazio al respiro

altre volte arriva scuro, infiltrandosi con difficoltà e rigidità

e altre volte prova pietà per quel corpo fragile,

e viene così

con un leggero dolore nell’anima

che difficilmente trova posto

alza la sua bandiera con arroganza

uscendo verso la vita.

 

 

Deserto e devastato è questo mondo

 

Le vie della città sono deserte

tutti gli ingressi bloccati da barricate

le pareti, le finestre e le porte delle piazze

avvolte in filo spinato

deserto e devastato questo mondo.

Gli uccelli si svegliano sospendendo le loro voci

sulle corde del patibolo,

nati dalle strade

gridano i loro canti

mentre le loro voci,

una dopo l’altra,

sono raccolte

da una mano lontana dagli artigli neri

e scolpiti come pugnali,

così che torni solo il suono del vento.

 

Ho provato ad allungare la testa da dietro una finestra appartata

ma quell’oscurità nera mi ha inghiottito

come mano gelatinosa che si estendeva dentro il mio ventre

per tirare fuori le vibrazioni del suo respiro

e del suo suono.

Provo a urlare

forse si schiarisce così questo colore denso e scuro che avvolge la mia mente.

La mia mano mi tira dentro la testa

come fosse quella di una statua che sporge dal muro.

 

Il colore denso e appiccicoso mi tira la testa dall’altra parte

e una mano con qualità ignote

mi stringe il volto

prova a strapparlo,

nell’angolo che non vedo

sento un ululato breve e intermittente

come la voce di un cane calpestato da un carro

indifferente alle sue ossa schiacciate sotto le ruote

il suo sangue, versato nella strada, si mescola alla polvere

creando mappe e città vuote.

Le mie orecchie risuonano di voci vaghe

sollevando urli e scontri

un lamento ricorrente ne divora i passaggi d’aria

una cascata mi esplode tra i piedi.

 

E io sto in piedi stringendo la testa con una mano

con dita che lottano

per bloccare l’aria che passa e l’udito nelle mie orecchie

con la lingua che combatte

per muoversi dalla posizione in cui giace,

un’anima girata come pecora sullo spiedo

né caldo né freddo

ma fuoco lento,

l’aria pesante guida le sue fiamme

il movimento gira

in modo lento e uniforme.

 

Volti strani si affacciano

sopra ogni lingua, un volto si affaccia

restituisce lingue

bare sopra i bordi incrinati

la mia mano tira la testa ramificata

la mia testa che piange,

dal mondo deserto e devastato

mi hanno strappato le tue braccia, amore mio

in un attimo fuggente.

 

Quanto tempo è passato da quando dormo e mi sveglio

tra due braccia d’ottone familiari

ma quando i miei occhi hanno osato

due fiumi di puro miele li stavano accerchiando

e un cuore di cristallo tracciava tutti i passaggi

Ed eri tu.

Poesie inedite in italiano, per gentile concessione dell’autrice.  Traduzione dall’arabo di Sana Darghmouni.

 

 

هذا العالمُ مُوحِشٌ وخرابٌ

المدينةُ طُرُقاتُها مهجورةٌ

المتاريسُ تسدُّ كُلَّ المداخل

الأسلاكُ الشائكةُ تلفُّ الجدرانَ

النوافذَ وبوّاباتِ الساحات

مُوحِشٌ وخرابٌ هذا العالم

تصحو الطُّيُورُ مُعلِّقةً أصواتها

على حبالِ المشانقِ

تلدُها الشوارع

تصدحُ بغنائِهَا

فيما يدٌ بعيدةٌ بمخالبَ سوداء

منحوتةٍ كخناجرَ تلتقطُ أصواتَها

الواحدَ تلوَ الآخر

حتّى لا يعودَ سوى صوتِ الريحِ

 جرَّبتُ أن أمدَّ رأسي من وراءِ نافذةٍ مُنزوية

غير أن تلكَ الظلمةَ السوداءَ ابتلعتني

كأنّها يدٌ هلاميّةٌ امتدَّتْ داخلَ جوفي

تسحبُ ما يهتزُّ فيه من أنفاسٍ

أو صوت

أحاولُ الصراخ

ربّما ينقشعُ هذا اللونُ الغامقُ الكثيفُ الذي يلفُّ عقلي

يَدي تشدُّ رأسي إلى الداخل

كأنه رأسُ تمثالٍ مُعلَّقٍ على الحائط

اللونُ الكثيفُ اللّزِجُ يشدُّ رأسي من الجهةِ الثانية

ويدٌ لا أتبيَّنُ معالمَهَا

تشدُّ وجهي عنّي

محاولةً اقتلاعِه

على الناصيةِ التي لا أراها

أتحسّسُ صوتَ عواءٍ قصيرٍ مُتقطِّع

كأنّه صوتُ كلبٍ، داستْهُ عربة

لم تكترثْ لعِظامِه التي تُطَقْطِقُ تحتَ عجلاتِها

ودمُهُ الذي يتناثرُ في الطريقِ، ويمتزجُ بالتراب

فتخرجُ منه خرائطٌ ومُدُنٌ فارغةٌ

أذني تطنُّ بأصواتٍ مُبهَمَةٍ

يعلو صراخُهَا واشتباكاتُها

ينخرُ النحيبُ الموتورُ مداخلَ الهواءِ فيها

 شلّالٌ ينفجّرُ من بين قَدَمَيّ

وأنا واقفةٌ بِيدٍ تشدُّ رأسي للداخل

وأصابعٍ تجاهدُ

كي تسدَّ مداخلِ الهواءِ والسَّمْع في أذنَيّ

ولسانٍ يصارعُ

للتحرّكَ من مكانِهِ المصبوبِ فيه

روحٍ تُقلَّبُ مثلما شاةٍ على نار

ليستْ بالحامية، أو الباردة

نارٍ مُتواطئةٍ

يُحرِّكُ الهواءُ الثقيلُ ألسنَتَهَا

تدورُ الحركةُ

ببطءٍ وتوازٍ

تطلُّ وجوهٌ غريبةٌ

فوق كُلّ لسانٍ، يطلُّ وجهٌ

يمدُّ ألسنةً

توابيتٌ تعلو أطرافهَا المشقوقة

يدي تشدُّ الرأسَ المُتشعِّب

رأسيَ الباكي

والعالمُ المُوحِش والخراب

نزعَتْني منه ذراعاكَ، يا حبيبي

في لحظةٍ خاطفةٍ

كم من الوقتِ مَرَّ وأنا أنامُ وأصحو

بين ذراعَيْن نُحاسيَّتَيْن مألوفَتَيْن

غيرَ أن عينَيّ حينما تجرَّأتَا

نهران من العسلِ الصافي كانا يُطوِّقانها

وقلبٌ من البلّورِ يشرعُ كُلَّ المداخلِ

وكنتَ أنتَ

 

 

أحمر

 

 

 

أحمرُ كما ينبغي أن يكون

مُتدفِّقٌ هكذا

يحفرُ في روحي مكانًا للصراخ

كأنه انفجارٌ مُخلِّفًا أشلاء

يُواصِلُ تدفُّقَه بلا مَلَل أو تسامح

يسحبُ خيوطَ رُوحي

عندما تُزلزلُ صرختُه جَسَدي

أحمرُ تمامًا

لا يُهادِنُ في اللّونِ

ولا في نوعِ الألم

لا يُساوِم

لا يُلقي بالاً لشفقةٍ

أو وَجَعٍ لحظيّ

يشقُّ تلك الروحِ نصفَيْن

يُلَخْبِطُ أوراقي

يكتفي ببَصْمةٍ هادرة

يروقُ لي أحيانًا أن أضعَ إصبعيّ

في ذلكَ الشّقِّ الصغير

كي أوقفَ التّدفُّق

أو ربّما لأعرفَ كيف يأتي

ومن أين؟

لونُهُ الأحمرُ القاني

ألمُهُ الذي لا تحتويه روحي

ولا يُنقذها منه سوى المُخدّر

أضعُ إصبعيّ بكُلِّ بساطةٍ وهدوء

أتركُ النهرَ يجري بينهما

دافئًا، مُتدفِّقًا، قاتمًا

مُشبَّعًا بالشهوةِ الضائعة

رائحتُهُ تشبهُ غسيلَ امرأةٍ ريفيّة

بالزهرةِ الزرقاءِ حينما تمتزجُ بالكلورِ

فتخترقُ الأنفَ

تتسلَّلُ إلى الجَسَد كُلِّه

تمنحُهُ رحيقًا

لا يُماثلُهُ شيء

تأتي هكذا

عطورٌ تَعلَقُ بالروح، وتُغلقُهَا

تراها واضحةً على المعالم

زكيّةً، مُختلفةً، منادية

لا تحملُ أسماءَ كثيرة

تخرقُ الروحَ

تحملُ الجَسَدَ إلى الرغبةِ

والجنينَ في مَهدِهِ الأوّل

يأتي

بلونٍ يحتارُ الرّسّامون في فكّ تراكيبَه

بملامحَ

تتشكَّلُ على الوجهِ، وفي الجَسَد

لا يُدركُها إلا خبير..

دمٌ ينتظرُ كُلَّ قمرٍ صيحةَ الذئبِ

لإعلانِ وُجُودِه

مرّةً يأتي سخيًّا مُتوغِّلاً

لا يتركُ مساحةً للتّنفّسِ

أخرى يأتي داكنًا، يتسلَّلُ بصُعُوبةٍ وغلاظة

ومرّةً يشفقُ على ذلك الَجسَدِ الَهشِّ،

فيأتي هكذا
بوَجَعٍ خفيفٍ في الرّوح

يكادُ لا يجدُ مكانًا

ينصبُ رايتَه بكُلِّ وقاحةٍ

خارجًا للحياة

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Fatena Al Ghorra, nata come rifugiata palestinese, ha vissuto a Gaza, in Palestina, per la maggior parte della sua vita ed è emigrata in Egitto, in Francia e infine in Belgio nove anni fa. Nel 2016, le è stato conferito lo status di cittadina belga. Al Ghorra ha lavorato con Aljazeera come giornalista per molti anni e ora dirige il proprio salone di poesia nei Paesi Bassi. Ha partecipato all’International Writing Residency all’Università dello Iowa. In italiano compaiono sue poesie tradotte nel volume Tradire il Signore (Cascio, 2011).

Immagine in evidenza: Quadro di Hassan Vahedi 5. Trittico, smalto su tavola, 61 x 52 cm., 2019.

Riguardo il macchinista

Sana Darghmouni

Sana Darghmouni, Dottore di ricerca in Letterature Comparate presso l'Università di Bologna, dove ha conseguito anche una laurea in lingue e letterature straniere. E' stata docente di lingua araba presso l'Università per Stranieri di Perugia ed è attualmente tutor didattico presso la scuola di Lingue e letterature, Traduzione e Interpretazione all'Università di Bologna.

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