UN ROMANZIERE POSSEDUTO DA UN POETA. RICORDO DI JULIO MONTEIRO MARTINS (Lucia Cupertino)

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UN ROMANZIERE POSSEDUTO DA UN POETA. RICORDO DI JULIO MONTEIRO MARTINS
di Lucia Cupertino

 

 

Mi accingo a scrivere un omaggio al caro Julio Monteiro Martins a distanza di sei mesi dalla sua scomparsa. Che ricordo avrebbe appassionato Julio? Avrebbe forse gradito un ricordo in forma di racconto, mi dico, lungo tanto da coprire il tragitto per cui, da porta a porta, si taglia in pochi minuti il centro storico di Bologna, geografia entro cui è avvenuto il nostro primo incontro. Un racconto breve dunque, appena impennato da qualche paratattica, ma estensibile in quanto concatenato ad un altro racconto da sciorinare tra l’euforia ebbra di vicolo Ranocchi e l’allegria già colma di nostalgia di qualche porticato e l’olezzo dei suoi vicoli. Una serie di racconti dunque, orbitanti attorno ad un punto, non necessariamente un centro, una conchiglia di parole e in essa a sua volta conchiglie di storie. Un racconto come una rosa piena di rugiada allo spuntare del sole. Ecco, ho trovato la forma in cui omaggiarlo! Giunge l’alta, altra onda di madrelingua, opera di Julio che ha perso anche la maiuscola del titolo, sagace opera metaletteraria in cui si aggira lo spettro del romanzo dopo la morte del romanzo. Mi fermo a pensare. Qualcosa resiste e si mette in salvo: è lo stesso spumeggiare del mare la chiave, è la stessa complessità insita nel dare un senso alle cose, a se stessi e alla Storia a rendere accattivante la sfida del raccontare.Il racconto -dice Julio – è il genere narrativo più congeniale alla odierna sensibilità generale, e alla mia in particolare, di scrittore ma anche di lettore. Il dominio di una soggettività frammentaria, in perenne tensione tra libero pensiero e manipolazione, fa sì che essa si possa rispecchiare soltanto nel modo di narrare frammentario dei racconti, piuttosto che in quello artificiosamente integro e coerente del romanzo tradizionale, di stampo ottocentesco.” – e prosegue più oltre – “Dico sempre che lo scrittore di racconti è un romanziere posseduto da un poeta”.1

Sarà dunque un procedere per ondate, talvolta potremo sentire la salsedine sul volto e in altri momenti saremo così prossimi alla mareggiata da decidere di dover sospendere il tacito appuntamento accordato con il mare. Il mare… Nella frammentazione delle cale che lo accolgono e nella vastità della sua potenza, nella cosmovisione di tanti popoli luogo primordiale della vita strappata al silenzio, culla di urla, affondamenti e morte, specchio del nostro volto bifronte, luogo da cui salpare. Lo pensa anche il Magellano autobiografico di Julio “La circumnavigazione è l’unica via che mi rimane: così sono sicuro che è possibile e che ce la farò.”2 Tentare il viaggio ed esplorare.

Marsaxalokk_5Cosa sarà mai uno scrittore migrante se non un Magellano, un esploratore che porta con sé il sogno della scoperta? Ma l’esploratore è esploratore prima di partire, lui vuole esserlo e questo è quanto lo fa scopritore di realtà e significati. Julio riflette ad alta voce: “Qual è la misura della trasformazione e quale quella della permanenza? Vedo che solitamente si è più attenti alla dimensione della rottura, forse a causa dell’insolito della migrazione. Quanto pesa il trauma e la rottura dell’atto dell’esilio, e quanto pesano invece le loro vecchie ossessioni letterarie?, del suo carattere straordinario, anche se oggigiorno è sempre meno straordinario, e comincia a fare parte della definizione moderna di umanità”.3

Lo scrittore migrante non è limitato ad aderire alla figura dello scrittore della migrazione, bensì si apre a quella dello scrittore nella migrazione. Il salto da un oceano all’altro, da una lingua e cultura alle altre, da un regime ad (un altro, verrebbe da dire in certi casi) una nuova realtà politica sono fondamentali e in molti casi lo spartiacque di una vita ma, d’altro canto, che fare quando il marketing e l’ambiente letterario cominciano a chiudere lo scrittore nel cantone e nelle etichette e farlo solo scrittore della migrazione? Chi torna da un lungo cammino, come un peregrino di ritorno dal cammino di Santiago, si apra ad altri cammini, ha più colori per capire i tramonti, un carico di tensioni umane e letterarie più denso, un accumulo di vecchie e nuove riflessioni, molteplici nidi a cui volare con la mente, una nuova casa dell’anima -la lingua poetica e letteraria– da abitare. “La nuova lingua, – confessa Julio – con lo sguardo vergine dei nuovi lettori, mi è servita come un affrancamento dalle inibizioni, come un vero ‘lasciapassare’ per lo sviluppo dell’opera nella fase più matura della vita.”4 Quel nuovo, rifondato scrittore è un’imbarcazione in movimento.

Anche Franz Boas si imbatte in una spedizione. Nella remota e glaciale Isola di Baffin intraprende un viaggio di conoscenza a più dimensioni. L’obiettivo della spedizione era studiare le relazioni tra l’ambiente e le migrazioni degli eschimesi o, meglio, dei Kwakiutl. Mare reso ghiaccio, tormente e anche un terribile smarrimento nel paesaggio polare, tutto questo tempra sempre di più Boas e lui incede, raccoglie dati su dati, storie su storie, non tralascia neppure le ricette che il buon informatore George Hunt gli procaccia. É una caccia di dati, frammentari ed etnograficamente unici su una tribù prossima all’estinzione, i migliori musei potranno esporli. Ma è anche una caccia metantropologica? Boas si arrovella. I suoi diari di viaggio sono pensieri in croce. Quei ‘selvaggi’ che sta conoscendo scuotono alle fondamenta le idee e i preconcetti esistenti su di loro e il divario con la società a cui lui appartiene. Tra i gelidi venti delle regioni che esplora, si accendono di un fuoco etico il suo lavoro e le sue pubblicazioni. Anche Julio raccoglie dati quando arriva in Italia, che strani questi nativi, si interroga sulla selva umana e letteraria italiana contemporanea e sui valori dominanti e, fra tutti, su quello del successo letterario. Su Sagarana scrive: Già da molto tempo mi disturba e mi sconcerta l’idea sempre più frequente di successo in letteratura collegata esclusivamente al numero di copie vendute di un libro, al numero di edizioni stampate o al prestigio e la dimensione della casa editrice che lo pubblica. […]Allora, siccome le parole non sono proprietà esclusiva dei dizionari o dell’uso stantio che ne fa la stampa, ma sono anche nostre, appartengono al patrimonio linguistico personale di ciascuno di noi, elaboriamo a modo nostro – un modo nuovo e più aderente al vero – il senso del concetto di successo. Pensiamo a uno scrittore che ambisce alla sintesi del suo tempo attraverso le sue metafore, alla cattura dello Spirito come lo percepisce lui, all’illuminazione degli angoli ancora oscuri della condizione umana, alla costruzione immaginaria di utopie e di anti-utopie che denuncino i disguidi storici, alla forza della fantasia psicologica nella costruzione dei personaggi e alla forza della fantasia simbolica nella costruzione delle trame. E ci riesca! E non solo, ma – come ha fatto Franz Kafka, Proust, la Lispector e alcuni altri – superino le proprie ambizioni e, magari inconsapevoli, a scapito di loro stessi, raggiungano nell’opera un cosmo di intuizioni materializzate che vada ben oltre ciò che ci si aspetta da un bravo scrittore. Ebbene, questo, e solo questo, io chiamerei “successo letterario”.5

Valletta_3Spesso ho rinnovato negli anni l’appuntamento con la virgola di mare del mio paese. Nel silenzio d’attorno il frangersi delle onde, il volo di un gabbiano, l’orizzonte che comincia ad inclinarsi. Quel mondo era una finestra aperta sull’utopia, lo spazio in cui riassestavo ciò che avevo vissuto e visto vivere, anche quando sono cominciati i viaggi, una proiezione magica e anche la lucidità dei mali d’attorno cui non potevo porre rimedio con i miei mezzi. Da poco ho un nuovo sassolino che porto nella mia tasca come una bussola, il libro postumo di Julio, La macchina sognante e il suo tentativo di dialogare con la letteratura e il tempo storico, passato e presente. Qualche ora prima di chiudere gli occhi trovo un’anticipazione di L’offuscamento, l’altro libro postumo di Julio che calamita la mia attenzione: Quando ero un giovane scrittore, pensavo spesso alla Niterói della mia infanzia o alla Resende della mia adolescenza, in Brasile, e cercavo di capire al meglio il carattere, le costrizioni e le speranze dei personaggi che le abitavano. Prendevo sul serio la famosa frase di Tolstoj che mia madre mi aveva tramandato: “Descrivi bene il tuo villaggio e avrai descritto il mondo”. Mezzo secolo è passato dai giorni di Niterói e dalla voce di mia madre, ormai svanita, e mi ci sono voluti tutti questi anni per capire che, diversamente dall’Ottocento del vecchio conte, il villaggio dell’uomo contemporaneo è il suo tempo, e che a ogni nuovo decennio emigriamo in un paese sconosciuto. […] Il villaggio dove si svolge questo romanzo si chiama Duemilasei. Qui si muovono i suoi personaggi, e vivono le sue piazze e le scuole, il centro invisibile e le sue smarrite periferie. Potrei azzardare una perifrasi di Tolstoj: “Descrivi bene un anno e avrai descritto la Storia”, ma non ho tale pretesa. […] lo scrittore non poteva andare a sbirciare nel villaggio vicino, il Duemilasette o il Duemilaotto, per poi proseguire indisturbato la narrazione. […] È rimasto questo libro, che come un anziano seduto sull’uscio di casa racconterà al visitatore un po’ della storia del luogo. Ascoltiamolo dunque”.6

JULIO MONTEIRO MARTINS (1955-2014) è nato a Niterói (Brasile). È stato professore di scrittura creativa al Goddard College (Vermont) dal 1979 al 1980, all’Oficina Literária Afrânio Coutinho (Rio de Janeiro) dal 1982 al 1989, all’Istituto Camões di Lisbona nel 1994 e alla Pontifícia Universidade Católica di Rio de Janeiro nel 1995. Ha ricevuto il titolo di “Honorary Fellow in Writing” dall’Università di Iowa (International Writing Program) nel 1979. Ha insegnato Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria all’Università Degli Studi di Pisa e diretto il Laboratorio di Narrativa, parte del Master della Scuola Sagarana, a Pistoia. Tra i fondatori del partito verde brasiliano e del movimento ambientalista “Os Verdes”, avvocato per i Diritti umani per la difesa dei meninos de rua dopo la Strage della Candelaria. Fondatore e direttore della casa editrice Anima, a Rio de Janeiro, che ha pubblicato il maggior numero di opere prime di autori brasiliani tra il 1983 e i 1987 e di numerose traduzioni di testi inediti e rari. Giunto in Italia, ha continuato questo lavoro di scavo fondando la rivista online di letteratura Sagarana. In Brasile ha pubblicato raccolte di racconti, romanzi e saggi: Torpalium, Sabe quem dançou? (Sai chi hanno beccato stavolta?), Artérias e becos (Arterie e vicoli ciechi), Bárbara, A oeste de nada (A ovest di niente), As forças desarmadas (Le forze disarmate), O livro das Diretas (Il libro della democrazia ritrovata), Muamba e O espaço imaginário (Lo spazio immaginario). In Italia ha pubblicato Il percorso dell’idea (1998), Racconti italiani (2000), La passione del vuoto (2003), madrelingua (2005), L’amore scritto (2007). Con Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Erri de Luca e Gianni Vattimo ha pubblicato inoltre il volume Non siamo in vendita – voci contro il regime (2001). È stato anche autore di opere teatrali (L’isteria del marmo, Per motivi di forza maggiore, Aula magna, Hitler e Chaplin). Le sue poesie sono state pubblicate su varie riviste, fra cui il quadrimestrale di poesia internazionale Pagine e la rivista online El Ghibli, e nelle antologie I confini del verso. Poesia della migrazione in italiano (2006) e A New Map: the Poetry of Migrant Writers in Italy (Los Angeles, Green Integer 2006). Nel 2011 è stata pubblicata la monografia sulla sua opera Un mare così ampio: I racconti-in-romanzo di Julio Monteiro Martins, di Rosanna Morace. Nel dicembre 2013 è stata pubblicata la sua raccolta poetica La grazia di casa mia. Tra i libri postumi La Macchina sognante (Besa, editrice, 2015), già al centro del convegno “Tenere accesa la macchina sognante: omaggio a Julio Monteiro Martins” curato a Bologna dal collettivo Multiversi, e L’offuscamento di cui si sono presentati qui alcuni stralci.

Contributo apparso nella rivista Fili d’aquilone, numero 38, aprile/giugno 2015.

Foto nell’articolo di Lucia Cupertino.

1 Rosanna Morace, Un mare così ampio, Libertà Edizioni, 2011:131-132.

2 http://www.el-ghibli.org/r-i-un-mare-cosi-ampio-in-racconti-italiani/

3 Rosanna Morace, Un mare così ampio, Libertà Edizioni, 2011:128.

4 Rosanna Morace, Un mare così ampio, Libertà Edizioni, 2011:129.

5 http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=334

6 http://www.pinapiccolosblog.com/preambolo-de-loffuscamento-di-julio-monteiro-martins/

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

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