La macchina sognante di Julio Monteiro Martins (Lucia Cupertino)

20150707_165405

“Gli scrittori sono gli unici esseri umani che fissano tra di loro un appuntamento tra duecento anni per discutere di un argomento in sospeso”. La macchina sognante di Julio Monteiro Martins

di Lucia Cupertino

 

 

La macchina sognante, opera postuma di Julio Monteiro Martins con introduzione di Rosanna Morace è un libro necessario per riflettere sulla letteratura mondiale del passato e del presente, per interrogarsi sul suo stato di salute, sul ruolo di scrittori e lettori nella costruzione di questa macchina sognante, essere vivo dunque che dischiude sogni e dischiude in sé un sogno di alterità, di mondi e forme di vita possibili. Si tratta di un viaggiare immobile attorno alla parola letteraria attraverso la parola dialogata, il libro si struttura infatti come dialogo instaurato tra lo scrittore italo-brasiliano e le citazioni di scrittori selezionate da Maria Milva Cappellini. Come afferma lo stesso Julio Monteiro Martins citando Elias Canetti, “gli scrittori sono gli unici esseri umani che fissano tra di loro un appuntamento tra duecento anni per discutere di un argomento in sospeso. Penso che questo sia proprio il nostro caso, in questo dialogo” (p. 15). Questo sedimentarsi del dialogo letterario nella storia significa anche la ricerca di una profondità e continuità che risultano oggi puntualmente distorte da una logica di morboso consumo e velocità tipici di una macchina dell’utile, a cui l’arte letteraria pur dovrebbe cercare di sottrarsi. Julio Monteiro Martins è stato un esponente di spicco nel panorama letterario italiano, un editore attento alle giovani voci di narratori e poeti e, al di là di tutte le etichette che risulterebbero puntualmente strette, uno scrittore per cui lo “scrivere non è un far, è un esser” – come traspare dai suoi scambi epistolari con Rosanna Morace , un’attività che alimenta la vita stessa.

Ne La macchina sognante Monteiro Martins accoglie, affronta, contestualizza e talvolta rigetta o ripensa il contenuto delle citazioni a lui sottoposte, adoperando un linguaggio chiaro e scevro di orpelli. Ogni singola rubrica del libro considera un aspetto letterario ed extraletterario dell’arte letteraria particolarmente pregnante e così, nel concatenarsi di una rubrica con l’altra, si restituisce un quadro composito del rapporto tra letteratura, storia, eventi sociali, psicologia e natura nel mondo reale e finzionale, visto attraverso gli occhi, l’esperienza personale e l’esercizio artistico dello scrittore italo-brasiliano. Se ne ricava un’idea della letteratura alta, stimolante ed estremamente attuale per chi la legge, la fa o si accinge a farla. L’autore sottolinea in più luoghi che il compito della letteratura è quello di denunciare visioni e pratiche aberranti, di non sottrarsi all’imperativo etico di ritrarre la condizione umana nella sua miseria, nella sua necessità di avere nella pagina letteraria una cassa di risonanza e una voce propria. Si tratta secondo l’autore di madrelingua – della capacità di dare alla parola letteraria la forza dello smascheramento, la forza di non tacere i tabù letterari e storici imposti, la forza di opporsi alla censura per “eclisse” e a quella del marketing che, come un cancro, sono entrati nel ventre dell’ambiente letterario ed editoriale.

Il rapporto con il tempo e con la storia rappresenta uno snodo centrale di questa opera postuma. Se del tempo Monteiro Martins ripercorre le ragioni personali e culturali del suo concepirlo come non lineare e presentarlo pertanto in questa maniera all’interno delle sue narrazioni; della storia e del suo legame con i fatti, e poi con il romanzo e l’opera poetica, ci offre una visione allo stesso tempo disincantata e utopica. “Il rapporto tra Storia e verità, e quindi tra memoria e invenzione, – sostiene Monteiro Martins – è uno dei più annosi problemi del pensiero occidentale, ma allo stesso tempo è attualissimo. Si può spaziare dai rimproveri di Goethe a Manzoni per le libertà storiche nei capitoli sulla guerra, la peste e la carestia ne I promessi sposi, alla battaglia di Waterloo descritta da Stendhal, fino alle considerazioni di Noam Chomsky sulla versione ufficiale, cucita su misura, dell’Undici Settembre e della cospirazione di Al Qaeda, per agevolare la messa in atto della strategia della paura. Il fatto è che l’identità collettiva – e quella porzione di identità personale che con essa è sempre in sintonia – ha bisogno di una narrazione coerente, verosimile, e se possibile esaltante, su sé stessa, sulle origine di ciò che si vuole preservare e su ciò che urge sia cambiato o ripristinato.” (p. 63) .Venendo all’opera letteraria, lo scrittore italo-brasiliano è dunque propenso a vederla come la mano che rimuove il velo dell’ignoranza e del silenzio tessuto dal potere in ogni epoca storica. Ma, al contempo, sostiene che ogni opera resterà in un certo qual modo frutto della “manipolazione” consapevole o no del suo autore; ogni opera letteraria o filosofica è un ritagliare gli eventi e riordinarli arbitrariamente, anche se con un dosaggio e intenzioni generali di natura diversa. Lo scrittore è allora chiamato a dover sempre negoziare con la storia e con se stesso e doverlo fare nel modo più sapiente ed efficace. Monteiro Martins riporta un caso concreto e racconta l’insidia insita nell’elaborazione del personaggio del poliziotto di A Oeste De Nada (A Ovest di Niente), da lui sciolta nella tranquillità di un albergo brasiliano. L’identificazione che Monteiro Martins afferma di aver nutrito verso la posizione del personaggio del sacerdote difensore della piccola comunità sfruttata dai latifondisti, avrebbe potuto condurlo alla realizzazione di un profilo stereotipato del poliziotto che è chiamato ad intervenire nella repressione della stessa comunità. Lo scrittore cerca invece di dosare questa sua propensione e di ricostruire il vissuto del poliziotto, senza necessariamente inserirlo nella narrazione ma facendo sì che irrobustisca il profilo psicologico del personaggio. Una negoziazione narrativa a cui lo scrittore di professione si sottopone per costruire un mondo finzionale che rifletta nel miglior modo possibile quello reale. Quanto alla figura del poeta, essa sembra essere quella dotata di maggior potenza visionaria e carica prorompente di fronte alla macchina infernale del mondo, ma sembra anche quella più facilmente triturata dagli ingranaggi del sistema, il poeta – afferma Monteiro Martins – “è una vittima sacrificale, una cavia dello spirito dei tempi, e mi ricorda gli uccellini che i minatori portano in fondo alle miniere perché con il loro comportamento segnalino gli effetti mortali dei gas inodori” (p. 21).

Cos’è, in definitiva, la macchina sognante di Monteiro Martins? Riprendendo le parole dello stesso autore, sembra essere una macchina di fronte ad un bivio in cui “la letteratura dovrà decidere – e ha poco tempo per farlo – se sarà una collaborazionista della mediocrità o un vettore di saggezza.” (p. 55); mentre gli animatori di questa macchina, “i veri scrittori”, sono “l’ultima tribù” di un mondo non ancora totalmente addomesticato, gli ultimi “moicani” o “yanomami” non riducibili alla mediocrità della civiltà mediatica, e quindi gli unici in grado di trasformarla, immaginandola diversa da com’è oggi. La chiave del vero sviluppo appartiene alla fantasia, la chiave della giustizia è nelle mani dell’utopia. Far appello al “buon senso” o al “comune sentire” significa rassegnarsi a un mondo senza colori, senza avventure e senza la conoscenza donata dall’estremo.” (p. 65).

L’opera postuma di Julio Monteiro Martins è dunque un canto alla potenza del sogno dentro e fuori le pagine. La suddivisione dell’opera in rubriche piuttosto concise si presta inoltre benissimo alla lettura collettiva e a far sì che il testo torni a circolare oralmente e diventare oggetto di discussione in circoli di lettori, scrittori e tutti noi appartenenti alle moderne società della scrittura. Sarebbe anche un bel modo per rispondere all’invito alla danza lanciato da Julio Monteiro Martins agli esordi dell’opera e per dare seguito a quell’avvincente dialogo tra i secoli attorno a temi trascendentali della letteratura, della storia e della società.

Note di lettura redatte in occasione della presentazione del libro La macchina sognante, l’8 aprile 2015, presso la Biblioteca Casa di Khaoula, Bologna, a cui ha preso parte un gruppo di 24 autori e autrici, studiosi, amici e amiche dello scrittore italo-brasiliano.

Foto in evidenza di Lucia Cupertino

Licenza Creative Commons Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

Pagina archivio del macchinista