Il genocidio dei Guarani-Kaiowá (Loretta Emiri)

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PRIMA PARTE
(Tradotta e curata a partire da comunicati stampa del CIMI – Consiglio Indigenista Missionario)

Un leader indigeno si è nuovamente rivolto agli organismi internazionali per denunciare la situazione di estrema barbarie e crisi umanitaria che il popolo Guarani-Kaiowá affronta nel Mato Grosso do Sul. Il 22 settembre 2015, durante la 30ª Sessione del Consiglio di Diritti Umani delle Nazioni Unite, a Ginevra in Svizzera, Eliseu Lopes ha richiamato l’attenzione sul recente aggravarsi dei conflitti che si susseguono ormai da decenni. Solo cinque mesi fa si era recato a Nuova York per partecipare al Forum Permanente per Questioni Indigene dell’ONU, durante il quale aveva denunciato i soprusi quotidiani praticati contro i popoli del Mato Grosso do Sul, lo stato più violento e anti-indigeno del Brasile. Il leader della comunità Kurusu Ambá ha affermato che negli ultimi mesi la situazione si è ulteriormente aggravata. Il 29 agosto, Semião Vilhalva, di soli 24 anni, è stato assassinato durante un attacco che i proprietari terrieri hanno sferrato alla comunità Ñanderú Marangatú, localizzata nel comune di Antônio João. Marçal de Souza e Durvalino Rocha sono altri importanti leader assassinati nella stessa area. Nonostante il fatto che il territorio tradizionale sia stato riconosciuto e omologato dal governo federale nel 2005, da 10 anni più di 1.200 persone vivono in appena 30 ettari. “Questo perché, da un decennio, il ministro della Corte Suprema, Gilmar Mendes, che è legato a settori dell’agro-business, rimanda l’esame dell’azione che sospese drasticamente gli effetti dell’omologazione presidenziale. In quell’occasione, fummo barbaramente scacciati dalle forze dell’ordine”, ha dichiarato Eliseu.
Movimenti indigeni, organizzazioni della società civile brasiliana e internazionale e organismi internazionali hanno espresso solidarietà ai popoli indigeni del Mato Grosso do Sul, specialmente ai Guarani-Kaiowá. La settimana scorsa, nel suo discorso di apertura della 30ª Sessione, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha dichiarato: “Antiche dispute sopra terre indigene continuano a causare sofferenza e perdita di vite in Brasile. In particolare ricordo l’assassinio, avvenuto il mese scorso, di un leader del popolo Guarani-Kaiowá, ed esorto le autorità non soltanto a investigare su questa morte, ma a prendere provvedimenti di grande portata che evitino nuove espulsioni e che riavviino la corretta demarcazione di tutte le terre”. Ciò nonostante, il governo brasiliano non ha fatto un passo per mettere fine alla violenza e alle gravi violazioni di diritti. Al contrario, dopo la morte di Semião, milizie armate hanno realizzato più di dieci attacchi paramilitari contro il popolo Guarani-Kaiowá nelle comunità di Guyra Kamby’i, Pyelito Kue e Potreiro Guasu, tutte nel cono sud dello stato. Di conseguenza, oltre alla morte di Semião, tre indigeni sono stati raggiuti da arma da fuoco, vari sono stati feriti da proiettili di gomma, fra cui un bambino che era in braccio alla mamma, e decine di loro sono stati malmenati. Forti indizi indicano che gli indigeni siano stati sottoposti a tortura, mentre alcune denunce rivelano che c’è stato lo stupro collettivo di una donna. Di fronte a questa situazione, Eliseu si è sfogato dicendo: “Il mio popolo, stanco di aspettare e vedendo che i suoi bambini piangono per la fame, dichiara che non riesce più a credere nella volontà e nella capacità dei Tre Poteri dello stato brasiliano di risolvere effettivamente e definitivamente la situazione”.
Tra il 2003 e il 2014, 390 indigeni sono stati assassinati nel Mato Grosso do Sul, un totale che rappresenta il 52% dei casi registrati in tutto il paese. Anche il numero dei suicidi è raccapricciante, perché ammonta a 707 casi tra il 2000 e il 2014. Con 45 mila persone, i Guarani-Kaiowá sono la seconda maggior popolazione indigena del Brasile, ma occupano solo 30 mila ettari delle loro terre tradizionali. D’accordo con i dati del governo federale, se tutte le aree da loro rivendicate fossero demarcate, rappresenterebbero appena il 2% della superficie totale dello stato. D’altro canto il Mato Grosso do Sul ha 23 milioni di bovini, che occupano 23 milioni di ettari di terra. Nel concludere il suo discorso, Eliseu ha presentato richieste alquanto obiettive al Consiglio di Diritti Umani dell’ONU: “Prendere tutti i provvedimenti possibili per garantire che gli accordi commerciali delle imprese multinazionali e delle banche di investimento con il Mato Grosso do Sul siano condizionati alla demarcazione e restituzione dei nostri territori; promuovere un’inchiesta indipendente circa l’attacco sistematico contro i popoli indigeni in Brasile, includendo la responsabilità dello Stato brasiliano, tanto per le azioni quanto per le omissioni”.
Durante la sua partecipazione alla 30ª Sessione del Consiglio di Diritti Umani dell’ONU, Eliseu Lopes ha consegnato l’edizione in inglese del rapporto “Violenza contro i Popoli Indigeni in Brasile – Dati del 2014”, pubblicato dal CIMI – Consiglio Indigenista Missionario, ai rappresentanti dell’Unione Europea, dell’Alto Commissariato, della Commissione Speciale dell’ONU per i Diritti Indigeni, della Santa Sede. Oltre ai dati relativi ai suicidi e assassinii sopra citati, il rapporto presenta 19 categorie di violenze e violazioni commesse contro i popoli indigeni in tutto il Brasile. Nel 2014 c’è stato un aumento degli indici in 17 di queste categorie. Uno dei dati più scioccanti del rapporto si riferisce alla mortalità infantile di alcune etnie. Gli Xavante, ad esempio, presentano un indice più dell’800% superiore alla media nazionale della mortalità dei bambini non indigeni. Secondo Eliseu Lopes, il rapporto è esso stesso una maniera di mostrare al mondo come gli indigeni sono trattati in Brasile. “Tutti i giorni il mio popolo muore e soffre attacchi e massacri… ma il governo brasiliano non offre nessuna soluzione. Proprio perché la demarcazione delle nostre terre è stata paralizzata, la violenza, lo stupro e la tortura aumentano. Il governo difende gli interessi delle grandi imprese, dei grandi coltivatori di canna da zucchero, eucalitto, soia, miglio, dei grandi allevatori di bestiame. Essi guadagnano molto e noi stiamo morendo di stenti. E la verità è che nessuno è punito se ammazza i nostri leader. La settimana scorsa sono state torturate persino donne incinte. Il governo invia la forza nazionale, l’esercito, ma per difendere le fattorie dell’agro-business. È evidente che solo la demarcazione può mettere definitivamente fine alla tragedia che si accanisce contro di noi da oltre 500 anni. Solo così potremo vivere dignitosamente”.

SECONDA PARTE
(“Kaiowá”, capitolo del libro Amazzone in tempo reale, Loretta Emiri, Andrea Livi Editore, Fermo, 2013; premio speciale della giuria per la Saggistica del Premio Franz Kafka Italia 2013)

Il popolo guarani si divide nei sottogruppi kaiowá, nhandeva e mbyá. Il territorio tradizionale dei kaiowá si estende dalla regione del fiume Dourados a quella del fiume Iguatemi, nello stato brasiliano del Mato Grosso do Sul, continuando a ovest fino al fiume Apa e addentrandosi nel Paraguay. Il kaiowá è uno dei dialetti della lingua guarani, che fa parte della famiglia tupi-guarani del tronco linguistico tupi. Nel Mato Grosso do Sul, sedicimila kaiowá e nhandeva vivono oggi in striminzite riserve, e più di tremila fuori di esse. Gli uomini bianchi hanno preso d’assalto il territorio indigeno; hanno divorato piante vive, radici, semi, cereali, tuberi, legno; hanno costruito termitai chiamati fattorie, villaggi, città. Prevalentemente, le donne kaiowá sono impiegate come domestiche e gli uomini svolgono lavori stagionali nelle fattorie. In alcune riserve, fra cui Dourados e Amambai, dal 1985 sono aumentati i casi di suicidio. Periodicamente, stampa, politici ed istituzioni affrontano il problema esibendo emozionate parole e nessun provvedimento.
Ero stata invitata per contribuire alla realizzazione del “I Incontro di Maestri e Leader Guarani-Kaiowá sull’Educazione Scolastica Indigena”. Trascorsi due giorni nella cittadina di Dourados dialogando con l’équipe locale, fornendole informazioni e documenti attraverso cui attualizzarsi, leggendo relazioni e saggi sui kaiowá, abbozzando una proposta di metodologia per l’incontro. Ci trasferimmo nella frazione Vila São Pedro, dove gli indios cominciarono a giungere nel pomeriggio della vigilia dell’incontro. Si presentarono quaranta kaiowá provenienti da dodici differenti aree. Mi spettava coordinare il primo dei tre giorni riservati all’evento. Avevo già visitato altre regioni, conosciuto indios appartenenti ad altre etnie, tutti vestiti molto semplicemente, dignitosi nella loro povertà. Mi si strinse il cuore alla vista dei kaiowá che mi stavano davanti quando detti inizio ai lavori: sguardi tristi e spauriti, corpi denutriti coperti di malattie e stracci. Visualizzavo quale differenza passa fra i termini povertà e miseria. Avevo ottenuto che i bianchi presenti partecipassero come semplici ascoltatori, perché non inibissero gli indios con il solito sfoggio di proprietà di linguaggio e impliciti atteggiamenti di paternalismo e supremazia culturale. Chiesi ai kaiowá di presentarsi e di dire che cosa si aspettavano dall’incontro. La maggior parte si espresse in lingua materna; coloro che dominavano il portoghese tradussero le dichiarazioni dei colleghi.
Due interventi mi colpirono più degli altri. Con voce indignata, uno dei leader ricordò un episodio occorso tempo prima in Brasília. Il presidente della Repubblica non aveva voluto incontrare una delegazione di popoli indigeni, ma il rammarico del kaiowá scaturiva dal fatto che il gruppo fosse stato ricevuto, e mantenuto sotto controllo, da militari che tenevano al guinzaglio cani-poliziotto ed esibivano manganelli. Con tono umiliato, l’uomo ripeteva: “Perché ci trattano così? Non siamo bestie, né criminali”. A sua volta, un maestro osservò che il Ministero dell’Educazione è la “coda” del Ministero dell’Economia. Sostenne che quella che viene offerta ai poveri non è vera scuola, è scadente, certamente non è la stessa di cui usufruiscono i ricchi. Scetticamente, concluse dicendo che la riunione non avrebbe prodotto altro che le solite, sterili chiacchiere.
Ascoltandoli e sintetizzando alla lavagna le loro aspettative, perché su di esse volevo costruire i miei interventi, percepii che l’incontro sarebbe stato particolarmente ricco e proficuo per il fatto che vedeva riuniti leader e maestri. Lo scontro con la società occidentale provoca una serie di cedimenti all’interno delle strutture indigene, dando luogo a nuovi ruoli, funzioni, categorie sociali. Ne risultano divari fra generazioni che contribuiscono, essi stessi, a disintegrare culture indigene. Mi rallegrava pensare che in eventi futuri avrei portato come esempio quell’incontro per incentivare gli anziani capi politici e i leader emergenti, cioè i giovani maestri, a riflettere e lavorare insieme alla costruzione della nuova identità indigena.
Spiegai in che cosa consisteva il mio lavoro di coordinatrice del Settore di Educazione del CIMI – Consiglio Indigenista Missionario: incentivare e collaborare alla realizzazione di incontri e corsi per maestri indigeni; divulgare quanto avveniva a livello nazionale; accompagnare l’andamento dei progetti di legge; editare e diffondere saggi e sussidi didattici, specialmente se prodotti dagli stessi indios. Con l’enfasi che sempre modulava la mia voce quando parlavo di certi avvenimenti, raccontai ai kaiowá che i loro “parenti” (fra cui, ad esempio, i paresi, terena, xavante, macuxi) stavano partecipando all’elaborazione di leggi riguardanti l’educazione scolastica indigena. I documenti finali di incontri e corsi già realizzati da maestri di varie etnie erano stati da me personalmente consegnati a deputati e senatori attenti alla causa indigena, i quali avevano incorporato i suggerimenti degli indios ai progetti di legge.
Dissi perché non avrei potuto trattenermi sino alla fine dell’incontro. La Commissione di Educazione del Senato Federale aveva organizzato il simposio “Educazione: la sfida dell’anno 2000”, ed era entrata in contatto con il Settore di Educazione del CIMI perché indicasse un esperto per una conferenza sull’educazione indigena. Istintivamente, avevo risposto che la persona più autorevole in materia non poteva che essere un indio. Vinta la reticenza di donne bianche che lavoravano nel CIMI, le quali avevano dato per scontato che la conferenza sarebbe stata proferita da una di loro, avevo indicato un maestro indigeno. Quindi, l’indomani avrei fatto ritorno a Brasília per riceverlo. Tracciai il profilo del giovane macuxi: la partecipazione a incontri di maestri della regione amazzonica aveva contribuito a formarlo politicamente; era uno dei fondatori dell’organizzazione dei maestri indigeni dello Stato di Roraima; se la cavava brillantemente con il portoghese. Sottolineai che incontri e corsi stavano susseguendosi un po’ in tutto il Brasile; che avevano cominciato a proliferare associazioni di maestri indigeni; che il grado di organizzazione e mobilitazione di molte etnie era incoraggiante. Con tono orgoglioso conclusi che, da lì a quattro giorni, il giovane macuxi avrebbe parlato ai senatori della Repubblica rappresentando idealmente i maestri indigeni brasiliani, e quindi anche i kaiowá. Al mio discorso seguì un lungo silenzio, ed esso rese solenne quanto venne detto dal primo indio che prese la parola: “Svegliarsi. Bisogna svegliarsi. È ora che i kaiowá si sveglino.” La parola “SVEGLIARSI” divenne lo slogan del giorno e dell’incontro.
Mi accompagnarono all’aeroporto. Sul piccolo aereo che avrebbe raggiunto la capitale dello Stato, Campo Grande, presero posto quelli che, inconfondibilmente, erano allevatori di bestiame: stivali, cinturoni, borse di cuoio; blue-jeans, camicie a quadri, cappelli da cow-boy; anelli, orologi, bracciali, catene d’oro; paffuti, rubicondi, spavaldi. Mi sistemai a debita distanza per non dover instaurare nessun tipo di discorso. Tutto il tempo mantenni il volto incollato all’oblò. Non ricordo esattamente ciò che vidi. Mi è rimasta dentro la nebulosa e suggestiva immagine di una immensa pianura, a tratti punteggiata da chiazze di vegetazione e corsi d’acqua. Ricordo esattamente ciò che pensai. Mi sono rimaste dentro le considerazioni fatte. Abitanti tradizionali di un esteso territorio, i kaiowá erano costretti a vivere in striminzite riserve, come bestie nei recinti. Bovini, trasformati in carne da esportazione, andavano ad arricchire la già opulenta dieta degli occidentali. Di tanti soldi fatti, a proprietari terrieri e importatori scoppiavano i portafogli. I kaiowá sopravvivevano contorcendosi per fame e stenti, o scoppiava in loro l’angustia e si suicidavano. Non avvertii il rumore del motore dell’aereo, neutralizzato dalle voci indigene che continuavano ad echeggiarmi dentro. Con più intensità riascoltavo le parole di un anziano che aveva esortato il gruppo a passare dalle chiacchiere ai fatti. Aveva sostenuto che, comportandosi come fossero una colonia di termiti, i kaiowá dovevano prendere d’assalto la realtà, le leggi, la scuola, i nuovi spazi da occupare, i futuri ruoli da svolgere; dovevano divorare difficoltà e ostacoli; dovevano costruire i propri diritti come fossero solidi, inattaccabili, termitai.
I “posti divertenti” dove mangiare prodotti a base di carne, fino a poco tempo fa circoscritti alle grandi città, stanno proliferando in tutt’Italia in medi e piccoli centri di provincia. Con emozionate parole, in questi giorni un quotidiano italiano ha riportato la notizia dell’aumento dei casi di suicidio fra i kaiowá. Nella prospettiva cristiana il suicidio è un male e questa concezione ne determina la condanna metafisica. Chi si uccide è considerato vittima o vigliacco. Il suo gesto è ritenuto passivo, come se non derivasse da una precisa volontà. Nella prospettiva kaiowá la morte voluta afferma valori. È un giudizio totale sul senso della vita. Manifesta il rifiuto di una data situazione. Prova l’attaccamento a un determinato modo di essere, non a una esistenza qualsiasi. È una soluzione fra altre, una scelta deliberata. È un atto di fedeltà alla propria società e ai suoi precetti. È un gesto etico che restaura, in chi lo compie, l’onore e il rispetto verso di sé. Tanti anni fa, in un articolo pubblicato dal quotidiano Folha de São Paulo, il senatore Severo Gomes sintetizzò bene il problema, affermando che il suicidio era una strategia radicale degli indios per recuperare il controllo sulla propria vita attraverso l’atto estremo di togliersela. Sono trascorsi più di otto anni da quando venne pronunciato il grido di guerra “SVEGLIARSI”. Continua ad echeggiarmi dentro con la stessa drammaticità. Mi hanno regalato del mate, detto anche tè del Paraguay. Ho preparato l’infuso, che i kaiowá chiamano tererê e degustano freddo. Stringo fra le mani la zucchetta che lo contiene e porto alle labbra l’apposita cannuccia. La bevanda va ad irrorare un’idea fissa. Prendersi la libertà di morire in tempo opportuno è il gesto più attivo che un essere umano possa compiere. Morire da uomini, prima di essere trasformati in hamburger.

 

Immagine in evidenza, foto di Tamy Fernandez, dal sito Comitè Internacional de Solidariedade ao povo Guaranì e Kaiowà.

Riguardo il macchinista

Loretta Emiri

La scrittrice Loretta Emiri è una delle macchiniste fondatrici e ha collaborato particolarmente al numero zero della rivista. Si è ritirata dal gruppo operativo a ottobre del 2016. È nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il "Dicionário Yãnomamè-Português", il libro etno-fotografico "Yanomami para brasileiro ver", la raccolta poetica "Mulher entre três culturas". In italiano ha pubblicato i libri di racconti "Amazzonia portatile" (Manni, 2003), "Amazzone in tempo reale" (Livi, 2013) – che ha ricevuto il premio speciale della giuria del Premio Franz Kafka Italia 2013, “A passo di tartaruga – Storie di una latinoamericana per scelta” (Arcoiris, 2016), il romanzo breve "Quando le amazzoni diventano nonne" (CPI/RR, 2011). È anche autrice dell’inedito "Romanzo indigenista", mentre del libro "Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più", anch’esso inedito, è la curatrice.

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