CONFLITTI DI UNA TURISTA NERA AMERICANA (June Jordan)

Ragazzi2

 

Sono all’Hotel Sheraton Colonial. Il cameriere, sorridente, un uomo nero di mezza età, con addosso lo smoking è in mostra in una delle foto pubblicitarie dell’allbergo.

Quello che mi sorprende di questa immagine è che, mentre l’uomo regge il vassoio carico di coktail multicolori, entrambi i piedi, scarpe e pantaloni compresi, sono immersi fin sopra la caviglia nell’altrettanto variopinto mare dei Caraibi.

È così felice di poterti servire che è disposto a scendere in acqua mentre galleggi pur di portarti il daiquiri alla banana! O meglio, è disposto con un sorriso, ad avventurarsi in acqua completamente vestito, noncurante di rovinare le scarpe, i pantaloni e la sua stessa salute.

Sono alle Bahamas. Sopra al telefono, in camera, una di quelle rubriche con le pagine di plastica girevoli ti viene in aiuto dandoti informazioni utili a riguardo del Casinò o sul come Noleggiare Automobili. Fra le varie informazioni per il turista c’è anche un messagio del Ministro per il Turismo. Dopo il paragrafo di benvenuto continua con una “Pagina di storia” che inizia così: “La pagina del Nuovo Mondo coincide con l’inizio della Storia Moderna delle Bahamas, il 22 ottobre 1492, quando Colombo toccò terra. L’influenza britannica arrivò per la prima volta con i pellegrini puritani, noti come “gli avventurieri Eleutheriani” nel 1648. Dopo la rivoluzione, i Lealisti Americani (cioè coloro che avevano combattuto al fianco delle forse dell’esercito britannico) fuggirono dagli Stati appena dichiarati indipendenti e si fermarono alle Bahamas. Ottanta anni dopo, i fuggiaschi dall’assedio dei Confederati, negli anni di guerra fra gli Stati, vissero in queste isole come in un paradiso e, finita la guerra, un folto gruppo di sudisti si insediò alle Bahamas.”

Ci risiamo, una storia che si proclama legittima quando invece riferisce soltanto il percorso dell’uomo bianco Colombo, degli Eleutherani britannici e dei Confederati che arrivano sino al mare del Nuovo Mondo; nessuno dice qualcosa di nuovo sulla gente delle Bahamas perché l’unica cosa nuova per loro, nel mondo della loro isola, fu la successione di intrusi spietati e conseguenze coloniali.

Questa è la mia coscienza di razza mentre estraggo il costume da bagno dalla valigia, in una stanza dello Sheraton British Colonial.

Ovviamente nessuno è di queste parti, né questo Hotel, né i britannici, né gli italiani del passato o i piloti bianchi della Delta Airline. E quando guardo quella foto con quel pazzo che sta lì, con le scarpe, i piedi nell’acqua, quasi mi prende la furia degli indiani del nord America, anche se so che lui non è un pazzo. È un uomo di colore di mezza età che ha bisogno di un lavoro, ed il suo lavoro è questo: far la parte dell’ancella per il piacere del ricco.

Rispetto alle sue possibilità di scelta io sono una donna ricca. E se lo paragoniamo alla maggior parte dei neri americani che arrivano qui per le vacanze pasquali, col biglietto turistico del tutto incluso, quel cameriere di mezza età è veramente un povero negro.

Ci ritroviamo nei negozi affollati di altri turisti (bianchi) che vendono magliette e souvenirs e, ridendo, impariamo a mercanteggiare sfacciatamente mentre i venditori, solitamente donne di colore, sdentate, sedute a terra nel loro unico e presentabile vestito, si umiliano al gioco irrispettoso dei neri americani e dei bianchi che tirano sul prezzo della roba intrecciata a mano nel mercato del vimini lì vicino.

“Sì, ti piace? Otto dollari”

“Cinque”

“Te lo lascio per sette.”

Continua così questa strana sequela di freddi intrusi che ora comprende anche me e i miei fratelli e le mie sorelle che vengono dal nord. Questa è la mia coscienza di classe mentre cerco di decidere quanto posso spendere per i souvenir da portare alla mia famiglia a Brooklyn. E poco importa che queste altre donne nere tessano incessantemente parole e fiori nei cappelli e nelle borse di paglia ammucchiate accanto a loro nell’infuocata strada polverosa. Non importa che altre donne nere debbano tessere il loro senso del bello in queste cose che noi porteremo via al prezzo più basso che oseremo offrire, dovranno accettare o faranno la fame.

Noi non siamo bianchi, dopotutto. Il budget è limitato. E stasera senza reagire si ammazzerà il tempo fra un punch al rum presso la piscina e “lo spettacolo folcloristico sul patio” davanti al ristorante dell’hotel. Questa è la mia coscienza di razza e di classe, la mia identità femminile mentre mi rendo conto che il rapporto fra me e queste altre donne nere è già stato deciso. Loro vendono e io compro o non compro. Loro rischiano di non mangiare e io rischio di restare al verde il primo pomeriggio di vacanza.

Non siamo più donne, siamo i soggetti di una transizione destinata a metterci l’uno contro l’altro. “Olive”, si chiama così la donna nera che pulisce la mia stanza, mentre mi dirigo alla spiaggia, mi chiedo cosa direbbe Olive se le raccontassi perché ho scelto lo Sheraton British Colonial. Se le dicessi che volevo nuotare, volevo dormire e non volevo essere molestata dal cameriere di mezza età o dal nipote di lui. E che non volevo essere violentata da nessuno (bianco o nero) e così ho pensato che la mia sicurezza di donna sola e di colore sarebbe stata meglio garantita da una Società Multinazionale del Settore dell’Ospitalità, l’esperienza mi insegna che le grandi compagnie fanno più attenzione ai reclami dei clienti di quelle piccole.

Probabilmente questa è una delle ragioni per cui sono grandi, a loro non piace rimetterci del denaro quanto a me essere importunata mentre cerco di leggere un maledetto libro all’ombra di una palma che mi è costata 264 dollari per avvicinarmici.

Una donna nera che cerca rifugio in una compagnia multinazionale potrebbe sembrare una metafora confusa per certuni, ecco qua: questo è il caso di una coincidenza di interessi soggettivi completamente diversi fra loro: Sheraton-denaro = sicurezza di J.J. a portata di mano.

Comunque sono quasi certa che Olive mi guarderebbe come se venissi da un posto lontano almeno quanto Brooklyn. Poi, probabilmente, si concederebbe una domanda indignata nel momento di sfilare l’aspirapolvere dalla mia stanza: “E perché sei venuta qua? Tu, senza tuo marito?”

Non riesco ad immaginare come avrei iniziato a rispondere. I miei ‘diritti’ e la mia ‘libertà’ ed il mio ‘desiderio’ ed una serie di altri valori del Nuovo Mondo: che effetto farebbero a questa donna descrita sul biglietto del bureau dell’albergo come ‘Olive’ la cameriera?

‘Olive’ ha più anni di me, fumo una sigaretta mentre lei cambia le lenzuola. I diritti di chi? La libertà di chi? I desideri di chi? Dovrebbe fregarsene dei miei diritti a meno che io non faccia qualcosa di reale per i suoi! Giusto a caso il libro che ho appena finito di leggere sotto quella palma è un romanzo di Anzia Yezierska, “Bread Givers”. Senza dubbio autobiografico, il libro della Yezierska offre uno spaccato della vita degli immigrati ebrei in America all’inizio del ventesimo secolo. Non è certo una novità che una donna ebrea non sia altro che una serva sfruttata dal padre e dal marito. Eppure la Yezierska è riuscita a dare uno sbocco quasi inverosimile alla propria vita.

In “Bread Givers”, anche l’eroina riesce a sfuggire, seppure parzialmente, al destino della donna ebrea. E forse non ho riconosciuto nell’imperdonabile e dispotico padre, nello studioso talmudico di quella famiglia ebrea, mio padre e l’ho odiato due volte. E quando la protagonista, la giovane ragazza ebrea si aggira per la strade con un secchio lercio preso a prestito per vendere aringhe, cercando di racimolare i soldi per l’affitto nel ghetto: “L’unica cosa presente nella mia mente era la fame a casa nostra e non ci sarebbe stato pane se non avessi venduto quelle aringhe. Non come la sirena dei pompieri ma come una casa piena di bocche da sfamare il mio cuore gridava “Aringhe. Aringhe! Due cents al pezzo!!”

Chi dubiterebbe della facilità, dell’immediatezza di un dialogo fra quella ragazza bianca e la donna nera che vende borse di paglia per le strade del paradiso per non morire? E non è forse evidente che ciò che accomuna la moglie dello studioso talmudico ed ‘Olive’ che tira a lucido la mia stanza, qui nell’albergo, è qualcosa di cui io non posso essere partecipe?

Questa è la mia coscienza di classe e la mia identità femminile mentre raccolgo gli asciugamani bagnati, gli occhiali da sole, l’orologio da polso e mi avvio verso la doccia.

Sono nel bagno pulito da ‘Olive’ che mi fa tornare in mente il curriculum tipico dei corsi all’interno dei Studi di Genere perché non ha niente e che fare con lei e col suo lavoro: non si troverà mai ‘Olive’ nella lista delle letture. Così come è raro sentirvi parlare di Anzia Yezierska.

Ma sì, si troverà una lunga processione bianca di donne scrittrici indipendenti e di buona famiglia; da Florence Nightingale a Adrienne Rich, e poi Gertrude Stein, Virginia Woolf, Hilda Doolittle: nomi standard fra quelli essenziali di donne scrittrici.

In altre parole la maggior parte delle donne del mondo, di colore, del terzo mondo e bianche che lavorano perché devono farlo, restano lontane dal fulcro delle facoltà che si interessano di studi di genere.

Allo stesso modo, il curriculum tipico di storia all’interno di African-American Studies a malapena sfiora l’esperienza della maggioranza che pretende di rappresentare.

Per esempio, Mary McLeod Bethune non riceve mai tanta attenzione come Nat Turner anche se le donne di colore che con coraggio ed efficienza hanno provveduto alla educazione della gente nera costituiscono un numero di gran lunga superiore a quello dei pochi uomini neri che avviarono e condussero le ribellioni contro la schiavitù.

Al punto che Mary McLeod Bethune potrebbe addirittura non ricevere alcuna menzione d’onore, perché anche anche la storia nera spesso imita scioccamente i ridicoli corsi di storia bianca dando luogo a pericolose assurdità, quali la “storia” delle Bahamas secondo lo Sheraton British Colonial.

Gli studi di storia dei bianchi e quelli dei neri escludono dalle loro considerazioni generali la gente che per arrivare ad una nuova identità non uccise o non conquistò mai nessuno, la gente che si prese cura di tutti quelli che volevano diventare una “persona”, la gente a cui la vita e la sopravvivenza in quanto tali sono della massima importanza. Quelli che lavorano e danno da mangiare, quelli che insegnano e quelli che adornano diligentemente capelli e borse di paglia con tutto l’amore che non è richiesto dall Storia – Le donne.

 

On the old rugged cross

On a hill far away

Well I cherish the old rugged cross

 

È Venerdì Santo alle Bahamas. Settantotto gradi all’ombra. A parte il territorio Sheraton tutto il resto è chiuso. Si dà il caso che per ragioni veramente secolari io sia a digiuno da tre giorni. La mia fame ha raggiunto ormai proporzioni quasi aggressive. Nel negozio dell’hotel dove vendono panini, la donna di colore che è alla cassa si lamenta dei turisti: perché non hanno chiuso il negozio, e perché questi turisti per una volta nella loro vita non la smettono di mangiare. Sono affamata, chiedo un’insalata di pollo e del formaggio fresco con lattuga, coi pomodori ed un uovo sodo e una brioche calda e del succo di mela.

Mi lancia un’occhiata di disgusto. Ad essere precisi, i tempi del mio stomaco offendono le sue sincere pratiche religose. Non ci guardiamo. Condisce l’insalata di pollo che più salata di così non si può, mentre ascolto lo spiritual alla radio che lei sta mandando a tutto volume per consolarsi. È una versione nera-country di “Old rugged cross”. Mentre mi ingozzo di pollo inizio a piangere. Non è il pepe. In fondo sono una figlia delle Indie Occidentali. È la musica del Venerdì Santo che domina l’atmosfera afosa. Ma è ora di fare le valigie – di prendere l’aereo. Ispeziono la stanza dell’hotel per le cose da non dimenticare. Sul comodino c’è quella scheda bianca con scritto sotto il nome ‘Olive’, “Caro Ospite, oggi io sono la tua cameriera, per cortesia lasci qui la sua valutazione del mio servizio: Eccellente, Buono, Medio, Sotto la media, Scarso. Grazie”.

Metto questo ricordo dello Sheraton British Colonial nella mia agenda. Come mi valuterebbe Olive? Cosa potrebbe farci sembrare “Buone” l’una all’altra? Cosa richiederebbe una tale valutazione?

Ma devo sbrigarmi a partire. Nè la zuppa di tartaruga, nè il tortino di rognone, nè nessun’altra prelibatezza ritarderanno la mia partenza.

Mi sono riposata qui alle Bahamas, e sono pronta per ritornare alla mia solita occupazione, al mio solito lavoro. Eppure la pelle del mio corpo è cambiata e così la mia mente. Durante il volo di ritorno mi accorgo che sto veramente bruciando. Penso che i concetti scontati che mettono in rapporto razze e classi, o i presupposti di unità dei sessi non siano molto pertinenti. Dubito che lo saranno mai. Altrimenti perché mai la gente nera si lamenterebbe in continuazione della mancanza di solidarietà quando si arriva alla sua pratica effettiva? E se l’unità fondata sulla discriminazione sessuale è in qualche modo naturale, perché allora noi donne, che siamo la maggioranza sul pianeta, abbiamo ancora dei problemi? Sì, la razza, le classi, i sessi, sono reali quanto il tempo. Ma che significato debbano avere quando due individui si incontrano è meno chiaro e imprevedibile, come è ancora il clima. E i fattori razza, classe, identità sessuale si affievoliscono ogni qualvolta si cerchi di usarli come concetti meccanici di interrelazione. Potrebbero andar bene come indicatori dei soliti conflitti, comunemente percepiti. Ma come elementi di contatto paiono affidabili quanto le probabiltà di pioggia che ci prognosticano ogni sera alla televisione per il giorno dopo. Mi viene da pensare che si potrebbe evitare tanta delusione nelle organizzazioni se si capisse che la condivisione della miseria non porta necessariamente alla lotta per il cambiamento sociale: “Quando ci scrolleremo di dosso i mostri ognuno di noi potrebbe voler correre in direzioni diverse fra loro”. Oltretutto, anche se io ed ‘Olive’ esistiamo all’interno di un conflitto che nessuna delle due ha creato, e sebbene entrambe soffriamo all’interno di questo conflitto, io potrei essere uno di quei mostri che lei deve eliminare dal suo universo ed, in questo senso, lei potrebbe essere uno dei mostri del mio.

Cerco di trovare le parole per descrivere la differenza fra l’identità comune che ci è stata imposta e l’identità individuale che ognuno di noi vuole scegliere, una volta che questa possibilità di scelta sarà conquistata. Qual è la differenza che ci stupisce di fronte alle informazioni nuove e specifiche che riguardano un’altra persona con cui presupponiamo di avere qualcosa in comune, perché dei terzi, ostili ad entrambe, hanno fatto in modo che noi due, ci piaccia o no, condividiamo un nemico comune? Ma cosa esiste oltre l’idea di questo nemico, cosa c’è oltre le implicazioni che questo nemico comporta?

Quello che voglio dire è che il punto di relazione definitivo non può essere il nemico, ma i bisogni che si manifestano fra di noi. In altre parole ciò che determina questo legame non è solo chi sei ma è quello che siamo in grado di fare l’un per l’altro.

Sto ritornando al mio lavoro. In questo semestre ho tenuto lezioni sulla poesia femminile contemporanea. Ho deciso di esplorare con miei studenti il dilemma della responsabilità in mancanza di potere. Avevamo discusso senza sosta, confrontato idee nei diversi incontri, quando, finita la lezione, una giovane donna di colore sudafricana, mi chiese aiuto.

Sokuto mi disse che era in stato di trance, erano due settimane che non riusciva a mangiare. “Cosa ti succede” le chiesi, anche se i miei occhi erano spaventati alla vista di lei tremante e semi-svenuta.

“Mio marito. Beve continuamente. Mi picchia. Vado all’ospedale. Non riesco a mangiare. Non so cosa sia”. Conoscevo Sokuto e suo marito perchè avevo organizzato un gruppo all’università per la lotta di liberazione del Sud Africa. Sentii la nausea in gola. Cosa dire di questa presunta connessione: questo marito e questa moglie erano fuggiti da quella terra natale che li odiava e adesso? Lui stava distruggendo se stesso. E se non veniva fermato avrebbe certamente ucciso sua moglie.

Lei aveva bisogno di un medico, immediatamente. Aveva bisogno di protezione. Aveva bisogno di un rifugio, di una terapia di gruppo ed individuale, di consulenza legale. Aveva bisogno di un’amica. Mi precipitai al telefono, chiamai tutti i numeri che avevo nell’elenco telefonico universitario e che potevano essere d’aiuto.

Niente da fare. Non esisteva alcuna forma istituzionale che fosse utile al suo bisogno poliforme ed enorme di donna comune. Telefonai a diversi studenti. Chiesi consiglio al direttore dell’Istituto di Letteratura Inglese. Chiesi aiuto a tutti. Infine ottenni una risposta, era uno dei miei studenti, una giovane irlandese di nome Cathy, attivista nel gruppo IRA universitario. Volle conoscere la situazione nei dettagli. Le illustrai quanto sapevo. Cathy mi disse: “Il marito di lei è alcolizzato. Devi capire, questo non è un caso come qualsiasi altro”. Ascoltai timorosa, forse questo significava che non c’era niente che potessimo fare? Lei continuò: “No, non voglio dire questo, però bisogna sempre sottolineare il fatto dell’alcolismo, farlo presente a tutti, altrimenti il marito la ucciderà. E poi si ucciderà.” “Verresti con me?”, le chiesi dopo un breve silenzio, “Verresti con me per aiutarci a decidere che cosa fare?”

Cathy acconsentì, aveva però, dei timori. Sokutu veniva dal Sud Africa, cosa avrebbe pensato di lei?

“Non lo so”, dissi, “ma andiamo!”

Partimmo per cercare la stanza del dormitorio della giovane moglie. Era tardi e fuori era buio. Seguivo l’auto di Cathy, aveva un adesivo con scritto “Bobby Sands finalmente libero”. Mentre leggevo e rileggevo quelle parole mi si annebbiava la vista. Questo era un altro punto di contatto: Bobby Sands e Martin Luther King, e chi l’avrebbe creduto? Io stessa non l’avrei creduto. Io che sono cresciuta terrorizzata dai ragazzi irlandesi che mi hanno fatto apprendere la parola “negra”.

Ed ora stavo seguendo una donna irlandese per visitare la stanza di una donna nera sudafricana. Insieme stavamo andando in quella camera per cercare di salvare una vita. Giunte nella piccola stanza ci sentimmo strane e grandi. Sokuto ci accolse con la più grande cortesia, come fossimo ospiti d’onore. Sembrò sorpresa della presenza di Cathy, dal sollievo e dalla gioia. Non sapevo se saremmo mai riuscite a fermare quelle sue cortesie e ad affrontare direttamente il problema e la ragione della nostra visita: lei che stava morendo di fame e lo stato di pericolo in cui si trovava. Finalmente Cathy si mise a sedere per terra e tese le mani verso Sokuto. Disse con grande tranquillità: “Sono qui perché June mi ha raccontato quello che ti è successo. So cosa significa. Tuo marito è alcolizzato. Mio padre era alcolizzato. Si uccise. Quasi uccise mia madre. Voglio esserti amica.”

“Oh”, fu l’unico piccolo suono che uscì dalle labra di Sokuto, poi l’abbracciò. E allora tutto mutò, ho visto accadere tutto questo e per questo so che questo contatto è realmente accaduto.

Dopo aver chiamato la polizia ed esserci scambiate i numeri telefonici e aver fatto un programma per la sera e la mattina successive, la giovane sundafricana si incamminò lungo il corridoio del dormitorio salutandoci e ringraziandoci. Camminai dietro loro e le vidi affiancarsi come due sorelle, abbracciarsi e sussurrarsi parole, sicure l’una dell’altra. Sentii che non erano ciò che sembravano ma ciò che sapevano e ciò che si stavano accingendo a fare, qualcosa che le avrebbe rese libere.

Guardo dalla finestra dell’aereo e penso che è così che accadrà: questo è il modo in cui tutti noi troveremo la strada di casa –giunti sin là per la consapevolezza personale di quello che possiamo fare ad uno ad uno, l’uno per l’altro.

 

 

traduzione di Rosanna Sera, trascrizione Alissa Valeri, per gentile concessione da da IL TACCUINO DI CARY 2/3, Copywright Emergency 1985

 

 

 

June Jordan

 

Autrice prolifica, poeta, attivista, saggista, docente June Jordan (1936 – 2002) ha dedicato la sua vita all’impegno civile e al tentativo di rendere la poesia ancora una volta importante tra le diverse espressioni culturali. Tra i suoi molteplici contributi, la scoperta e l’ incoraggiamento di nuovi poeti, con la fondazione di varie iniziative come “Poetry for the People”, nel campus dell’università di Berkeley. 

 

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto di June Jordan da archivio.

 

 

 

 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015). Collabora alla rivista teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge. Vive negli Stati Uniti e insegna al Boston Conservatory e MIT.

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