Sentimento della fine e rinnovamento nelle poesie di Idriss Amid, recensione Rossella di Berardo e 5 poesie da Malinsonnia (Libellula Edizioni 2017)

FioriRossi

 

Possono convivere, nella stessa anima e/o nella stessa sensibilità poetica, la gioia limpida dell’inizio e la consapevolezza ritornante della fine? Convivere, nel proprio approccio alla vita, non come manifestazioni antitetiche di un conflitto in corso, ma come sfumature di senso armonizzate? In Malinsonnia (Libellula Edizioni, 2017) di Idriss Amid parrebbe proprio di sì. Se l’idea pavesiana della vita come inizio continuo, felicità costantemente rinnovata dalla magia del cominciare, ispira dichiaratamente la raccolta, il sentimento della morte non è, invece, come per Pavese, anche pulsione di morte – quel “vizio assurdo” che accompagnava il poeta “dal mattino alla sera”.

Qui la morte, seppure presenza pervasiva, campeggia come un’incarnazione filosofica: nella solenne immagine della “morte bianca” che “ogni giorno saluta, a piccole dosi” sembra quasi di risentire il celebre cotidie morimur del Seneca delle Lettere a Lucilio. L’ipotiposi non disegna una Morte compiaciuta di sé, intenta a irridere gli uomini, bensì pacatamente in attesa, restituendo così tutta l’ineluttabilità di un evento preparato da sempre per gli uomini: spesso gli uomini fanno coincidere il sopraggiungere della morte con la fine di ogni speranza e di ogni certezza, quando è lei stessa l’unica grande certezza della nostra vita. È questo il grande tema della vita “condannata a morte”, annunciato in epigrafe con la citazione di Puškin, che non si dipana nello sconcerto della scoperta, ma anzi come realizzazione di una verità quanto mai evidente, e cioè che la morte è apparecchiata per noi fin dalla nascita. E di nuovo la consonanza con Seneca – tunc ad illam pervenimus, sed diu venimus (Noi vi giungiamo in quel momento; da tempo, però, vi siamo diretti) – si impone nell’antitesi tra l’idea del trapasso come momento fuori dall’ordinario e la consapevolezza che l’inizio stesso del mondo presuppone già la sua fine: “Piove, e il cielo è ferito/il silenzio è micidiale/sembra l’ora cruciale,/ eppure da principio il mondo è finito”, dove il supporto delle rime incrociate ribadisce l’evidenza della conclusione, che è in realtà una premessa misconosciuta.

Altrove la morte diventa presenza tanto più opprimente quanto più abbandona le sembianze filosofiche di ultima destinataria della nostra esistenza e quasi anticipa la sua venuta, infondendo un malessere che è privazione di vitalità, morte in vita. Nella poesia Il cammino della vita, la riflessione viene da un confronto implicito con il mondo animale, dove il gatto e le rondini sono presi come esempio di energia lanciata alla vita: vivi, continueranno a vivere mentre nel poeta si avverte il rumore del respiro, non più flusso vitale ma “solo un’aria che fa tic-tac”, che manda avanti le pure funzioni biologiche e che, attraversando il corpo, lo fa risuonare scandendo il tempo come un orologio. Ed ecco quindi la sentenza finale, senza appello: “sei un morto che si lascia vivere”.

Al contrario, in altre poesie, la consapevolezza della morte porta con sé un’intraprendenza, la voglia di darsi da fare prima della propria “data di scadenza” e la conseguente necessità di liberarsi dell’illusione di potenza data dal vivere e meditare in solitudine, rimettendosi invece nella carreggiata della società. È il grande tema del diventare adulti, esemplificato dal mettere su famiglia, con cui Amid paga il suo tributo ai versi di Lavorare stanca di Pavese e in particolare alla poesia che dà il titolo alla raccolta: “Val la pena esser solo, per essere sempre più solo? […] Bisogna fermare una donna/ e parlarle e deciderla a vivere insieme”. Anche Amid si chiede se valga la pena “languire da soli” e se invece non sia piuttosto il caso di sposarsi e avere dei figli prima che sia troppo tardi, perché “alla fine c’è sempre una fine” (in francese, nel testo): quasi una tautologia per rimarcare che il nostro tempo è contato. Mentre in Pavese la conclusione era certa e stringente, qui c’è ancora spazio per dubitare se uniformarsi al grande gioco sociale, salvo poi riconoscere definitivamente la necessità di svegliarsi, di uscire da quel “labirinto materno” silenzioso e rassicurante, dove ci si sente a casa, una nicchia sicura dove vivere come dentro un sogno. Uscire dalla “nebbia” vuol dire, infine, uscire dallo spazio introspettivo della propria anima, per partecipare alla “veglia” della società, il prima possibile, perché il tempo incalza.

Il tempo, per Amid, è sparato come una pallottola e noi siamo dentro questa traiettoria: “Vola/ una pallottola / il tempo”. La scansione netta, data oltre che dalla brevità del verso anche dall’allitterazione della dentale sorda, quasi una veloce raffica, rafforza il senso di soggezione fatale degli umani alla temporalità. L’antitesi degli articoli – determinativo per il tempo, il dato ineliminabile, conosciuto perché esistente a priori; indeterminativo per la metafora del proiettile, sorta di travestimento che attribuiamo al tempo quasi per disconoscerlo e ignorarne il corso – rendono evidente un’ambivalenza ineliminabile nella percezione del tempo che percorre tutta la raccolta. In questa come in un’altra poesia – senza titolo e scritta durante un soggiorno in Germania – gli uomini vogliono respingere da sé la cognizione del tempo eppure sono perfettamente consapevoli del suo scorrere, quindi si barcamenano tra contraddizioni continue: gli attimi che sembrano secoli, il ricordo della felicità e il dolore del ricordare (“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria”, una reminiscenza dantesca?), la necessità della scelta e il dono della vita, che non abbiamo chiesto ma alla quale ci aggrappiamo fino all’ultimo istante, perché, pure “assenti” – in quanto destinati alla morte – non siamo ancora morti finché non siamo morti. Non a caso la poesia si chiude con la parola “presente” ed è percorsa dall’idea del cambiamento come rinascita continua: “la schiuma del mare/ con altre tappe di rinnovo”, che è ancora una volta l’inizio gioioso dell’epigrafe.

Dunque nel presente si avverte, come contraltare alla “incertitude du futur”, una tensione di speranza. Anche se nella danza vorticosa della vita si insinua il sentimento della fine (“la nostra danza è/ la nostra vita: condannata/ già sbiadita”) sembra tuttavia che la dimensione dell’hic et nunc riscatti il presagio di morte, suggerendo che essa non coincide con la fine di tutto, ma che l’uomo, pur nella sua natura finita, partecipa dell’infinito. La poesia La nostra danza, infatti, così si conclude: “ma almeno ora/ l’ora ci indica l’infinito”. La dimensione presente non è, quindi, condannata all’inerzia della rassegnazione ma può in qualche modo vedere già realizzata la natura anche infinita dell’uomo. La stessa apertura può essere colta in un’altra lirica dove l’io poetico, interrogandosi sul significato ultimo della morte come destino per gli uomini, spalanca, oltre l’ultimo verso, tutto l’abisso del dubbio: “Qual è il senso?/ Rien o un forse?”. Due possibilità antitetiche: il nulla, affidato alla sveltezza del pronome indefinito in francese che, in allitterazione con le altre vibranti, sdrucciola verso la conclusione sottraendosi solo di poco al gioco della assonanze delle e e delle o di parole che sono tutte essenziali e necessarie: morte, senso, forse. Il dubbio, incarnato dal “forse” in posizione di clausola, in quanto mancanza di certezze, sprona alla ricerca: è possibilità pura, desiderio, e quindi, ancora una volta, speranza.

Non è solo la ragione fonosimbolica a determinare il plurilinguismo della raccolta: la lingua scelta è l’italiano, che per l’autore è già una lingua seconda, maneggiata con grande padronanza e originalità di risultati, ma numerosi sono gli inserti in altre lingue: francese, russo e inglese. E se non ci sono parole in arabo, il riferimento alla propria lingua madre è comunque sempre presente: il confronto, implicito, offre molti e notevoli spunti di riflessione, moltiplicando le prospettive di esegesi del testo, arricchendolo di complessità, intesa non come complicazione ma come profondità di speculazione. Non si parla di dimensione puramente linguistica ma anche culturale, in quanto i due aspetti sono sempre indissolubilmente legati. Così, ad esempio, la freschezza di una domanda quasi spiritosa sul sesso della morte, giocata sulla differenza tra l’arabo e l’italiano nel genere del sostantivo, porta con sé la serietà di una meditazione sull’origine del male nell’esistenza terrena.

Che ci siano lingue diverse è il fatto più misterioso del mondo. Vuol dire che per le stesse cose ci sono nomi diversi; e questo dovrebbe far dubitare che non siano le stesse cose” scrisse Elias Canetti e anche Amid ha ben presente la carica perturbante dell’abitare più lingue (per esprimerci come Cioran in un celebre aforisma), tanto per se stessi quanto per gli altri. Il poliglotta è l’uomo che ha “più di una testa”, ha la lingua biforcuta di un serpente – la “doppia lingua” che tanto spaventa l’autoctono dell’omonima poesia – e anche nei momenti di smarrimento sfoga il suo dolore in un “pianto bilingue”.

Lo strappo tra le diverse appartenenze può, però, ricomporsi nella scrittura poetica, forse la forma di espressione che concede la più ampia possibilità di reinventare la lingua e, attraverso di essa, la realtà: del resto, le parole cos’altro sono se non “il rifiuto dell’uomo di accettare il mondo così com’è”?

Recensione di Rossella di Berardo, per gentile concessione dell’autrice.

 

 

Non sono il primo uomo

della tua vita,

l’ultimo uomo della tua vita

non sarò,

ma in te sono e sarò

l’unico

colpo di stato al cuore.

 

 

 

 

Luna[1]

Sempre trascurata di giorno io sono,

io che tanta luce ho da donare

lui che si vanta di essere il mio signore

manco s’accorge delle crepe nel mio cuore.

 

Al tramonto comincia a sonnecchiare

pian pianino se ne vanno i suoi ammiratori

pian pianino si vede il trucco e i gioielli miei

la pioggia silente che sono ora si sente.

 

La notte è il mio esclusivo regno

poca concorrenza dalle sorelle stelle

poca e prediletta la gente che mi riconosce

unir gli innamorati e i poeti è il mio culto.

 

Custodisco i segreti e non mi vergogno

sono un treno insonne,

in viaggio senza soste,

la trascurata di giorno io sono.

 

 

 

 

Fidanzamento

Ha chiesto la sua mano

con Gli sposi della torre Eiffel[2]

era una calamita

a Milano rubata

un sogno, un sosia

un augurio remoto

la castana dai capelli lunghi

guardava dritto

lui lei fissava

lei i piedi per terra teneva

lui innamorato volava

un vestito bianco

un sole primaverile

una mano

sotto

sopra

l’altra

come nel loro caso

un giorno

senza violinisti.

 

 

 

 

 

La morte bianca è apparsa

ha ucciso la speranza la certezza

spesso ci coglie sprovveduti…

Ma è sempre lì seduta

ogni giorno saluta, a piccole dosi.

 

 

 

Le vide

 

È bello perdersi nella nebbia!

Apparire e scomparire

essere e non essere

rinchiudersi dentro la nebbia.

 

La nebbia è un labirinto materno,

un bianco silenzio rebussistico,

un infinito erroneamente infinito,

una vita senza finti barbagli.

 

È bello ritrovarsi nella nebbia!

Ritrovarsi in una nicchia

sentirsi pienamente chez-soi

vivere proprio da fantasmi.

 

La nebbia è un sogno

la società è la veglia.

 

 

[1] Poesia finalista del Premio Internazionale Emozioni Poetiche 2017

[2] Marc Chagall (1934)

 

Cinque poesie di Idriss Amid, tratte da Malinsonnia (Libellula Edizioni 2017). Per gentile concessione dell’autore.

 

Rossella Di Berardo foto

 

 

Rossella Di Berardo si laurea a Bologna in Linguistica italiana e civiltà letterarie e successivamente consegue un Dottorato di ricerca in Letteratura Italiana, tecniche d’analisi e teorie dell’interpretazione presso l’Università di Siena. Da alcuni anni si dedica con passione all’insegnamento dell’italiano come lingua seconda, cui affianca altre attività nell’ambito dell’educazione e dell’intercultura. È coordinatrice della Scuola d’Italiano Aprimondo e si occupa anche di editing e revisione di testi. Ama la letteratura, il cinema, i sorrisi, gli inizi.

 

 

 

 

 

 

 

 

IdrissAmid

 

 

 

 

 

Idriss Amid è nato nel 1986 a Tetuan, in Marocco. Dopo essersi laureato a Rabat, presso l’Université Mohammed V, ha proseguito i suoi studi in Italia dove ha conseguito una Laurea Specialistica in Lingua e Cultura italiana e in seguito un Dottorato di ricerca in Culture Letterarie, Filologiche e Storiche, presso l’Università di Bologna. Alcune sue poesie e racconti sono usciti all’interno di antologie cartacee e online. Nel 2011 è stato fra i premiati del concorso nazionale “Scrivere altrove” della Fondazione Nuto Revelli di Cuneo, per la sezione mista poesie/prosa, e recentemente una sua poesia è risultata finalista del prestigioso premio internazionale Emozioni Poetiche. Oltre ad essere un poeta è un critico e traduttore letterario.

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto degli autori di Rossella di Bernardo e Idriss Amid.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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