“A passo di tartaruga” di Loretta Emiri, recensione e brani (a cura di Benedetta Davalli)

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A passo di tartaruga

Loretta Emiri

Edizioni Arcoiris 2016

 

 

Questo libro è implicitamente un invito alla soggettività, l’ho percepito dopo averlo letto e recensito, almeno per quanto mi ha suggerito.

 

“ la poesia (…)

campagnola dalle ampie vesti,

bella quando il sole tramonta, incline alla solitudine,

avrebbe, se volesse, un’opinione sulle cose

‘affine al vento, questa è la mia indole’.”

 

Questi versi di Fawzi Karim appartenenti alla raccolta I continenti del male e altre poesie sono calzanti con il romanzo di Loretta Emiri A passo di tartaruga. Forse è improprio chiamarlo romanzo, l’autrice infatti lo definisce un libro di racconti pervasi da un senso di avventura, di scoperta, di nascita e di morte di relazioni. Il tutto è incorniciato dal popolo degli Yanomami e dalla foresta in cui abitano. Gli Yanomami sono un popolo indigeno molto amato dall’autrice che si definisce lei stessa indigenista, in verità a me sembra soprattutto indigena per l’essenzialità della sua scelta e dei suoi principi, nonché della sua etica. E questa è la forza vitale che l’autrice esprime nel libro quando racconta del suo ingresso nella maloca-yanomami una sorta di piazza-capanna dove si vive, per cui c’è chi spazza, chi cucina, chi dorme. Così l’autrice comincia ad osservare le relazioni fra indigeni, si apre così la descrizione della lotta per l’esistenza, per la sopravvivenza. E’ così che si realizza la grande avventura dell’autrice che raccoglie i suoni di questo popolo e ne fa un alfabeto e una grammatica, proprio come fa una madre con i propri figli che raccoglie i loro suoni e li ripete e li arricchisce con lo sguardo e  dà loro un significato e fa nascere un dialogo così profondo che gli studiosi lo hanno chiamato lingua materna. Così assistiamo alla nascita culturale di una lingua che fa conoscere gli Yanomami e non solo per la lingua ma anche come etnia. L’avventura vive proprio nel dipanarsi della relazione con la società civile per il rispettivo riconoscimento, per il collegamento con altre etnie, per i programmi educativi e tutto il lavoro di alfabetizzazione. Allora il racconto non è soltanto una cronaca di eventi ma diviene lo scenario della relazione con i diversi poteri da quello statale all’ecclesiastico, alla rivalità fra gli stessi operatori. L’autrice sembra avere incorporato in sé un senso di giustizia e di solidarietà che difende a tutto campo pagando di persona, come quando è stata costretta ad andarsene. Certo colpisce la consapevolezza dell’integrità morale che esperimenta e che ritrova fra i ‘suoi indigeni’ ormai fratelli. Per questo penso a Loretta Emiri come ad una indigena che sa distinguere i rumori della foresta e lo sciacquio delle acque del fiume, che sa coglliere il pudore delle persone così come l’impudenza del potere.

Alcuni racconti della prima metà fanno abitare il lettore nella maloca, la grande capanna comune, ci si può sentire partecipi dei risvegli o della preparazione dei cibi, così come è straordinario il racconto del rituale funebre per la precisione della descrizione dei gesti e per la passione espressa e declinata con delicato rispetto. Poi via via compaiono sempre più riflessioni sul senso dello scrivere che via via sembra trasformarsi in sogno… c’è una finestra sul mare dove ci sono albe e tramonti e una natura rigogliosa, così come talvolta si presenta rigoglioso il linguaggio. Credo che questa sia una delle parti più intime dell’autrice che le consente una scrittura fluida e avvincente, infatti anche Maria Rossi nella presentazione mette in luce questa qualità dell’opera. Di seguito alcuni brani tratti dal libro:

 

Discretamente, i primi raggi di luce penetrano nella maloca addormentata. Silenziosamente, i cacciatori con arco, due o tre frecce e coltello vanno incontro alla foresta e all’abbondante cacciagione. In tono basso cominciano le conversazioni, per non incomodare chi dorme ancora. Un uomo, lentamente e con zelo, spazza il pavimento, mentre la moglie scalda il cibo che è avanzato dalla cena. Qualcuno mangia. Qualcuno dolcemente nell’amaca si dondola. Una donna, seduta per terra, grattugia manioca già sbucciata e lavata. La vicina, tenendo il cestino fra le cosce, spreme manioca grattugiata. Un’altra, seduta sull’amaca, sventola il fuoco e cucina focacce sopra a una piastra di metallo. Alcune donne escono per andare a raccogliere qualcosa nel campo: il figlio più piccolo in braccio; un altro figlioletto seduto sul cesto che pende sulle spalle e che sostengono attraverso una fascia di corteccia appoggiata sulla testa; i figli più grandi alle loro spalle, uno dietro l’altro, in fila. Alcuni scapoli e giovani uomini decidono di tagliarsi i capelli; pazientemente, uno di loro taglia i capelli a tutti, fra battute e risate allegre. Gli scapoli si riuniscono poi nel luogo dove alcuni di loro stanno abitando e, seduti o dondolandosi nelle amache, si dipingono, si pettinano, si specchiano, lanciando ogni tanto un’esclamazione di allegria, amabilmente conversando fra di loro. All’improvviso, il grido di qualcuno avverte il gruppo del pericolo: «un colibrì è entrato nella maloca!»; è un vero grido di guerra: uomini, donne e bambini si armano di pali, scope, archi e frecce senza punte; nell’animazione crescente, perseguitano lo spaventato malcapitato e, inutilmente, cercano di scacciarlo; la guerra dura circa venti minuti; quando, infine, il colibrì raggiunge una delle porte della maloca e vola lontano, i guerrieri raggiungono le amache e, sudati, stanchi morti, senza fiato, implorano il giusto riposo. […]

 

“Nessuno appartiene a questa terra, nessuno ha radici qui, eccetto gli indigeni. Tutti quelli che vengono un giorno se ne vanno. In tutta l’Amazzonia, la sosta è breve. Sono qui per arraffare quanto possono e andarsene e arraffare da un’altra parte. È per poco tempo, arraffare prima che finisca. Restano gli indigeni che riescono a sopravvivere con il fango, gli avanzi, una foresta incenerita”.1 Di fronte al saccheggio anche culturale in atto, produssi saggi. Un abbecedario e un libro di letture nella lingua indigena, una grammatica della lingua yanomami, un dizionario yanomami-portoghese furono i frutti di cui mi servii per restituire agli indigeni, in modo sistematizzato, quanto loro avevano così generosamente offerto a me.[…]

 

Uomini e bambini si avvicinarono. Mischiandole a saliva e rosso urucu, lo sciamano João spalmò ceneri del morto sul corpo degli uomini, perché acquisissero coraggio e audacia; lo sciamano Atré fece la stessa cosa con i bambini; il capostipite Porako eseguì il cerimoniale sui nipotini. Vennero bruciati tutti gli strumenti usati per la cremazione, interrati gli ultimi residui di ossa non polverizzate e le ceneri che non entravano più nella zucchetta ormai colma. Sulla terra rimossa, il papà del morto sistemò dei rami e la mamma buttò dell’acqua. Ormai cremate e polverizzate le ossa, liberatosi dal corpo, lo spirito del morto potette finalmente raggiungere gli antenati nella “terra di sopra”. […]

 

Nei mesi successivi, molte feste vennero organizzate affinché le ceneri della zucchetta, mescolate a pappa di banane, potessero essere gradualmente ingerite durante i suggestivi e struggenti cerimoniali funebri che fanno parte delle feste stesse. […]

Sul tardo pomeriggio, ritualmente, andava a fare il bagno al fiume. Rispettando le usanze locali, si sistemava accanto a donne e bambini, a debita distanza dal luogo dove si bagnavano gli uomini. Fra scrosci di risa e spumeggianti particolari, le ragazzette le parlavano dei loro divertentissimi giochi sessuali con i coetanei, mentre le donne lavoravano per convincerla a prendersi un marito yanomami. Nel tentativo di rendere più allettante la proposta, le garantivano che, attraverso relazioni sessuali frequenti e intense, un giovane esponente della loro forte razza avrebbe ottenuto ciò che l’italiano non era stato capace di fare: metterla incinta. […]

1 M. Rubens Paiva, Ua:brari, San Paolo: Brasiliense, 1990, p. 131, trad. it. di L. Emiri.

 

di Benedetta Davalli LogoCC

Foto in evidenza a cura di Loretta Emiri.

Riguardo il macchinista

Benedetta Davalli

Benedetta Davalli Leoncini (Budrio 1944), laureata a Bologna, esercita la professione di psicologa e psicoterapeuta. Ha pubblicato "La penna ferita" (1992) "Luci e colori "(1997) "Voca voce" (2006). Fa parte della Società poetica, arte della lingua materna di Ravenna ed ha curato il volume collettaneo "La lingua che accade "assieme a M.L. Antonellini e M. Collinelli. E' presente in diverse antologie della poesia italiana compreso le diverse edizioni di Poeti romagnoli d'oggi a cura di F. Pollini. Interessata allo studio della parola poetica sperimenta nei suoi testi una ricerca appassionata di significati, timbri vocali e immagini. Attualmente fa parte di multiVERSI.

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