I mai conquistati. Ayuuk ja’ay – di Ana Matías Rendón (a cura di L. Cupertino)

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Pillole di storia mixe (popolo nativo messicano), ricostruita da una giovane mixe

Traduzione di Lucia Cupertino

 

 

È esistito un gruppo di indigeni che gli spagnoli non hanno mai potuto conquistare, anche se non sono stati gli unici a provarci, lo avevano fatto altri senza lo stesso risultato; né mexica, né zapotechi o mixtechi sono riusciti a vincerli. Più tardi, neppure l’esercito dello Stato Messicano ha potuto controllarli. Gli ayuuk ja’ay (mixe) sono un’etnia definita barbarica, indomita, arrogante e orgogliosa; semplicemente loro si fanno chiamare: “i mai conquistati”.

Nelle pagine della Historia de México si può leggere che alcuni gruppi indigeni non furono colonizzati perché erano carenti di ricchezze o perché per i colonizzatori perseguirli implicava un grande costo finanziario, tuttavia, questi oblii selettivi occultavano in modo intenzionalmente marcato un fatto conosciuto perfettamente da migliaia di mixe.

Nella quarta lettera-relazione di Hernán Cortés, scritta all’Imperatore Carlo V, si narra quanto segue:

[…] Sua Santa Maestà possiede sul versante settentrionale più di quattrocento leghe di terra pacifica e soggiogata al suo servizio reale, senza avere cosa nel mezzo e sul versante del mare del Sud  per più di cinquecento leghe e tutto quanto, da un mare all’altro, al suo servizio senza alcun contrasto, eccettuate due aree che si trovano tra la provincia di Teguantepeque e quella di Chinanta e Guaxaca e quella di Guazacualco nel mezzo di tutte e quattro; la cui popolazione si chiama zapoteca nell’una e mixe nell’altra. Le quali, essendo così aspre da non poter essere percorse neppure a piedi, considerato che ho inviato due volte gente per conquistarle e non l’ho potuto fare perché hanno forze molto vigorose, terra aspre e buone armi, fanno guerra con lance tra i venticinque e trenta palmi molto massicce e ben fatte e le cui punte sono di selce e con queste si sono difesi e hanno ucciso parecchi spagnoli spintisi lì. E hanno fatto e fanno molti danni ai vicini che sono vassalli di Sua Maestà, facendo imboscate di notte, bruciando i villaggi e uccidendo molta gente; fatto che ha portato molte popolazioni vicine a sollevarsi e confederarsi con loro”.

 

I mixe hanno la loro versione della storia. La versione dei saggi narra che gli ayuuk ja’ay, al comando di Kon’Oy, ripiegarono verso la parte più alta della montagna per attaccare gli spagnoli dall’altura, sgretolando le montagne così da far cadere le pietre e dopo poter attaccare con maggiore efficacia, non lasciando al nemico altra alternativa che la ritirata. Dopo la vittoria, pare che Kon’Oy sia finito alla sua dimora eterna, l’Ipx Yukp (in mixe), Zempoaltépetl (in nahuatl), Collina dai Venti Becchi (in spagnolo).

Ma ciò che non potettero fare le armi, lo avrebbe potuto fare la Chiesa. A Comaltepec si trova il tempio che ha svolto la funzione di ponte (a causa della costruzione che univa i due territori, zapoteco e mixe, dalla parte del fiume), per far sì che fosse la porta alla regione dei mai conquistati. Alcuni tentativi si portarono a termine, come il tributo esagerato che veniva chiesto ai contadini assieme al catechismo obbligatorio.

È a questa altezza cronologica che assume speciale rilevanza il Signore dei mixe, Kon’Oy, infatti come ogni divinità – o definita divinità dal cattolicesimo – doveva scomparire. L’immagine del fratello di Kon’Oy, la vipera, sommato alla sua traduzione spagnola di Dio Buono, furono determinanti per le calunnie che si imbastirono contro di lui. Non sono necessarie ulteriori spiegazioni nè essere malintenzionati. Il cammino è stato lento, i mixe hanno resistito e anche troppo: per esempio la chiesa di Zacatepec (quella che sta al centro) è appena degli anni settanta del XX secolo (con maggiore investimenti negli anni ‘80 e ‘90, quando la strada ha permesso la migrazione verso le città), benché la costruzione dei tempi cattolici si intraprese alla fine del XVI secolo, con mattoni crudi e legno. Qualcos’altro da segnalare al riguardo, fino ad oggi gli antropologi non hanno potuto sottrarre loro centri cerimoniali, reperti archeologici, calendario o scrittura antica, alcuni oggetti sono infatti gelosamente custoditi a Móctum.

Un ventina di anni fa, la maggior parte della regione mixe non aveva chiese cattoliche ben costruite, i mai conquistati lasciarono entrare dall’anticamera le credenze che si avvicinarono con la costruzione dei collegamenti viari – che superbi attraversano le montagne. Sempre da lì giunsero il calcio, la politica, le idee cittadine, i giovani d’oggi collaborano tra di loro per le feste dei santi patroni, ma questi aspetti vanno al di là dei sincretismi antropologici, perché ci permettono di apprezzare i cambiamenti di un gruppo, sia nella sua lingua, sia nei costumi e nel pensiero. Lavoro che ancora ci manca approfondire.

La parola “Oy”, ad esempio, si può tradurre “buono”, col significato qualificativo, come quando si dice che una persona è buona, ma è anche una forma affermativa per indicare che si è d’accordo con qualcuno o su qualcosa; da diverse angolature Kon’Oy possiede diversi significati. La parola “Kon” non indica propriamente “una divinità” col significato che questo comporta in Occidente, è necessario recuperare le diverse posizioni sorte in discipline come la storia, l’antropologia e filosofia riguardo al modo in cui è percepita la divinità nelle culture native, ma si tratta anche di ricongiungerlo con la saggezza mixe, e così si potrà chiamarlo anche Kon’Anëëw, Signore del Trono.

Kon’Oy è stato presente nel corso degli eventi più importanti della storia bellica dei mixe, nella leggendaria lotta contro Zaachila I (signore degli zapotechi) e contro gli spagnoli, le cui cronologie più di qualcuno dirà non coincidono, ma serve considerarlo per capire che non si tratta solamente di un uomo benché ne assuma le sembianze, in quanto è lo spirito stesso dei mixe.

Senza dubbio la regione è cambiata a seguito della colonizzazione spagnola, tuttavia c’è un qualcosa che resta vivo, il suo spirito indomabile. Si dice che quando alcune genti arrivavano da terre lontane per impossessarsi delle donne, se restavano incinta e non potevano abortire, affogavano le loro creature. A lungo l’etnia ha visto negativamente il rimescolamento con la gente esterna. Non molto tempo fa, un amico zapoteco mi ha domandato: “I mixe mangiano ancora i bambini?” La questione è che l’immagine degli indigeni barbari si diffuse primariamente per via degli ecclesiastici che consideravano “anormale” il fatto che i mixe preferivano morire piuttosto che essere conquistati e battezzati; l’audacia con la quale erano determinati a lottare, anche senza armi, è stato ciò che ha più spaventato i loro nemici.

Un paio di anni fa, con lo scandalo delle borse del negozio di Liverpool che aveva dei locali clandestini in cui faceva lavorare le persone in piena schiavitù postmoderna, non mi sorprende affatto che a riuscire a scappare e cercare aiuto per i suoi compagni di infortunio fosse un mixe. Luis – l’unico nome che qualche reporter captò – senza cognomi, Ayuuk ja’ak, fece ciò che si doveva fare. Non deve sorprendere neppure che l’organizzazione Expresión Cultural Mixe Xaam, costituita da un gruppo di donne agguerrite, fosse una rete per la difesa dei diritti delle impiegate domestiche di Città del Messico. In questo senso, assume speciale importanza riprendere le singole storie di ogni popolazione nativa per conoscerne gli eroi.

È possibile che soltanto un ayuuk possa dominare un altro ayuuk anche se comunque è poco probabile. Nel XX secolo sarebbero giunti i cacicchi Daniel Martínez e Luis Rodríguez, mixe che avrebbero saputo dominare il loro stesso popolo (per un po’) ma questa è un’altra storia…

 

 

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ANA MATÍAS RENDÓN, di origine ayuuk (mixe). È cresciuta libera, correndo tra le montagne, ma ha vissuto anche da migrante e lavorato in diverse città messicane. Ha raccolto così tanti aneddoti e storie di vita che, quando non li può più contenere, li trasforma in racconti letterari. Ha iniziato i suoi studi osservando il mondo con grande attenzione, ma può affermare di avere anche studi accademici nel campo della filosofia, letteratura e studi latinoamericani. Le piace scrivere racconti, articoli e saggi. Dirige la rivista Sinfín, un luogo d’incontro di diverse lingue, culture e colori.

 

Illustrazione in evidenza a cura di MARIE LE GLATIN KEIS, nata e cresciuta in Bretagna, Francia. Si è laureata in incisione presso l’ Ecole des Beaux Arts di Parigi. Dopo lunghi viaggi in America Latina, a metà degli anni ‘80 si è stabilita a Corvallis ed è tornata ad occuparsi di incisione, mentre all’inizio degli anni ‘90 ha cominciato a dedicarsi completamente allo sketch.

 

Articolo originale in spagnolo: http://www.revistasinfin.com/articulos/los-jamas-conquistados-ayuuk-jaay/

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

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