da “The Perilous Life of Jade Yeo” annotazione di diario di sabato, 7 agosto 1920 (Zen Cho)

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Sabato, 7 agosto, 1920

Oggi ho preso il the con la zia, quella intollerabile. La Zia Iris, quella tanto ricca da farsi ogni anno una nuova pelliccia, e tanto tirchia da installare davanti a tutte le porte dei bagni di casa sua una cassetta per le monetine, e se non paghi non ti fa entrare quando devi fare la pipì. Ed è tanto peccaminosamente vanagloriosa che ricordo quando venne a trovarci una volta tutta impellicciata in un magnifico visone nero, tutto lucido. Si sedette sul divano con un sorriso stampato sulle labbra mentre rilasciava litri di sudore per il caldo. La Mamma dovette mandare Koko a chiamare il dottore. Era poco prima di Capodanno e la Mamma era terrorizzata che le sarebbe venuto un colpo apoplettico nel nostro salotto – il ché sarebbe stata decisamente una grande disgrazia.

Oggi però avevo delineato una strategia d’attacco ben precisa. Mercoledì avevo fatto le mie ricerche e scoperto quanto costava una fetta di torta al cioccolato al ristorante, quindi oggi mi sono recata in sito con i soldi contati in borsa. Quando il cameriere mi ha chiesto che cosa volessi, ho dichiarato, “ Torta al cioccolato, per favore”, gli ho contato i soldi e l’ho pagato subito, spiegandogli, “Questo è tutto il denaro che ho”.

 

La Zia Iris era furiosa: aveva l’aspetto di una zia e naturalmente indossava la pelliccia. Perfino gli inglesi devono aver pensato che fosse strano. Ma neppure così si è offerta di pagare lei. Ha ordinato due tipi diversi di torta e una teiera del the più caro, solo per darmi una lezione. Ma alla fine sono stata io a guadagnarci dalla situazione perché tanto lei non è riuscita a finire nemmeno metà della prima fetta di torta. Dopo aver tirato fuori dalla borsa un quaderno ho strappato una pagina e ci ho avvolto dentro l’altro pezzo di torta.

“Ti risparmio la fatica di mangiartela, zietta, “ le faccio. “Devi essere già strapiena! Non so come riesci a mantenerti così snella alla tua età.”

Non era mia intenzione offenderla con quel riferimento alla sua età. Per molti versi, mia madre è una donna molto moderna, ma si offenderebbe se la gente le desse meno dei suoi anni. E’ sua opinione che non ha lottato come una leonessa per arrivare all’augusta età di 43 anni per vedersi poi strappare sotto il naso la dignità tributata alle signore della sua età.

Ma la Zia Iris invece si è occidentalizzata un bel po’ per il fatto di essere vissuta qui tanto a lungo. Ha una fame sfrenata di gioventù, che poi le viene smorzata  dal fatto che i Britannici non sono in grado di indovinare l’età degli orientali, quindi è ormai abituata al fatto che la gente qui le dia automaticamente dieci anni di meno.

“Mia cara Giada“, mi fa  nella sua voce più morbidosa -più è arrabbiata più emerge dalla sua voce il velluto – “Lo so che non era tua intenzione essere maleducata. Non che stia insinuando qualche malvagità nei confronti della tua cara mamma – tua nonna non avrebbe saputo insegnarle queste cose, naturalmente, viste le sue circostanze. Ma da brava zia credo di avere il diritto di rimproverarti- o no, non proprio farti un rimprovero, ma piuttosto darti qualche consiglio, inteso come frutto dell’affetto, sai, per il tuo bene.”

La frecciatina alle “circostanze” di mia nonna mi ha fatto arrabbiare. La Zia Iris non è una zia vera e propria, ma è una cugina della Mamma. Sua madre era ricca mentre la madre di mia mamma era povera. Ma mentre mia nonna era straordinariamente acuta sebbene non sapesse leggere, la madre di zia Iris non aveva neppure due idee da strofinare insieme per produrre una qualche scintilla, nonostante avesse tre serve solo per prendersi cura della casa. “ Zietta, per favore chiamami Geok Huay”, allora le faccio, “Sai in famiglia non è mica necessario chiamarmi Giada”.

Questo l’ho detto con  forte accento cinese solo per infastidirla. La faccia della Zia Iris si è trasformata in prugna.

“Oh, ma Giada è davvero un bel nome”, replica lei , “Mentre Geok Huay, sai…”. Guardava il mio nome come se si trattasse di un rospo appena atterrato nella sua tazza di the. “Ma dai, altro ché Geok Huay, siamo nella città più eccitante al mondo, nel ventesimo secolo! Ha un suono assurdo, non credi?”

“Non più assurdo di Bee Hoon“, le  rispondo, “Ho sempre sognato di avere una figlia e chiamarla Bee Hoon.”

Una vena sulla tempia della Zia Iris inizia  a pulsare.

“Significa “bella nuvola”,  osservo con tono trasognato. “Ma perché lo zio Gerald non ti chiama mai Bee Hoon, zietta?”

La zia Iris risponde frettolosamente,“Beh, lasciamo stare – ma perché non prendi la torta, cara. Sei sicura di non volere ancora qualche tramezzino?”

Non ero affatto certa di non volere qualche tramezzino. Così le dico che ne avrei ordinato qualcuno solo in caso, e ne ho invece ordinato tutta una pila: prosciutto e salmone, formaggio e cetriolo. La zia Iris mi osservava consumare la montagnola di sandwich con un sorriso sconsolato.

“Ma che creaturina vorace!”, ridacchia la zia. “Per questa tua abbuffata meriteresti qualche bacchettata sulle nocche, ma in realtà una bella mangiata non può farti che bene. Sei una piccola morta di fame, non è così? Rose e Clarissa invece sì, quelle sì che hanno una splendida linea. Una donna vera dovrebbe avere quel corpo lì, non credi?

“Vuoi dire che loro hanno seno e io no?”, ho pensato senza far motto. Non mi sembrava valesse la pena enunciare qualcosa mentre avevo la bocca piena di sandwich. Di complimenti così la Zia Iris ne ha sempre una scorta non indifferente.

“Saresti anche carina, se non fosse per i tuoi occhi, cara.”

E

“Che peccato che tu abbia ereditato il naso di tua madre. Non mi fraintendere, cara, ma la faccia di tua madre ha sempre avuto quell’aspetto un po’ rincagnato”. Un bel naso fa davvero miracoli per il profilo di una donna, vero? Rose ha un profilo squisito. Credo che sia più bella di profilo che vista davanti. Questo me l’ha detto Gerald. Sua madre era nota proprio per il suo bel naso.”

“Che strano paese è mai questo“, dico “dove una donna può essere famosa per il suo naso. Ne hanno scritto sui giornali?”

Beh, in realtà quest’ultima frase non gliel’ho detta. Era già sufficiente quanto avevo detto prima. Sono sufficientemente confuciana da voler evitare di alienare perfino  la zia intollerabile. Dopotutto è l’unica zia che ho qui.

Però fa male. So- almeno la mia mente ne è a conoscenza- che secondo la zietta Rose e Clarissa sono belle perché sembrano inglesi. E tutte le cose inglesi sono positive per la zia. Il mio cuore è meno sensibile e vulnerabile alle frecciatine a proposito degli occhi. Appena arrivata a casa sono scesa senza fare rumore nel salotto della padrona di casa e mi sono osservata nello specchio grande, per ricordarmi quanto sono carina.

Non si può nemmeno dire alla gente che credi di essere carina. Anche se sei carina devi arrossire fare la modesta. Per fortuna qui nessuno pensa che io sia carina, quindi il mio pensare di essere carina è quasi un atto di sfida; mi fa sentire nobile. Ho un corpo flessibile da salice piangente che rende al meglio in un abito lungo, e ho capelli neri, lisci e lucenti che sembrano un casco di lacca, una faccia stretta con un mento appuntito e per sopracciglia due tagli neri.

Mi ci è voluto un sacco di tempo per rendermi conto di essere carina, perché né Papà né Mamma lo pensavano. Non apprezzavano neppure il fatto che io fossi chiara di pelle, non avevo il tipo giusto di pelle chiara. Le ragazze di Shanghai sui pacchetti di sigarette sembrano pesche bianche lanuginose. Io invece ho il candore del cadavere. Questo, in una bambina, era elemento di inquietudine. Adesso che sono adulta penso di essere interessante come un quadro moderno ma i miei genitori sono entusiasti delle facce di luna e delle permanenti.

Nonostante ciò sono davvero bravi genitori. Mi hanno sempre detto che sono intelligente. Ma gli occhi sono piccoli, da questo non si scappa. Poveri occhi da fenice! Qui si potrebbero chiamare occhi da passero.

 

 

Che schifo di annotazione diaristica! Devo migliorare il mio personaggio. Ho iniziato a scrivere questo diario per migliorare la mia scrittura, per sviluppare una voce pura e per esercitare la calligrafia. Ed invece eccomi a pavoneggiarmi sul mio assomigliare a un salice piangente quando in realtà non ci assomiglio affatto, non avendo io alcuna fronda. E il tutto in una calligrafia che farebbe piangere le monache della mia vecchia scuola (o, per essere più precise, avrebbe spinto quelle vecchie megere a far piangere me).

 

Basta così! Devo lavorare alla recensione. Sto leggendo un libro orribile, che sputa sentenze in ogni riga, intitolato Il matrimonio di Herbert Mimnaugh. Prima di tutto, che razza di nome è Herbert e perché mai alcun genitore, con una pur minima traccia di affetto naturale, potrebbe voler affliggere il proprio figlio con un nome del genere? I genitori di Herbert non sono personaggi di spicco nell’economia del romanzo mentre è proprio la scelta del nome dato al proprio figlio a rivelare che sarebbero state le persone più interessanti al suo interno.

In secondo luogo, eccetera, è chiaramente una di quelle operazioni intellettuali per mettersi in mostra, che è sempre almeno a cinque passi di distanza da qualsiasi sentimento genuino perfino quando pretende di sondare le profondità più recondite dell’animo umano. E senza la pur minima traccia di senso dell’umorismo. Personalmente, non posso perdonare in un libro la mancanza di senso dell’umorismo.

Lo farò a pezzi in una delle mie proverbiali stroncature, poi chiederò a Ravi di dargli un’occhiata, sperando che mi dia denaro sufficiente per comprarmi un vestito.

di Zen Cho, tradotto dall’inglese da Pina Piccolo

 

 

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Zen Cho, nata nel 1986 è un’autrice di fantasy malese che abita e lavora a Londra. Nel 2015 la sua raccolta di racconti Spirits Abroad è risultata vincitrice ex-aquo del IAFA William I. Crawford Fantasy Award. Il romanzo ‘rosa’ in forma epistolare/diaristica, dai toni femministi e anti-coloniali  The Perilous Life of Jade Yeo è stato pubblicato come e-book da Smashwords nel 2012. Cho ha una laurea in Giurisprudenza dall’università di Cambridge e pratica in uno studio legale di Londra. Ha debuttando con il suo primo romanzo  cartaceo Sorcerer to the Crown nel 2015. 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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