BERLINO – di K.E. Knox, traduzione di Anna Lombardo

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La mia prima notte a Berlino cammino per quasi un’ora nell’oscurità, senza mappa, pensando a mia nonna. Aveva diciannove anni quando partì da Copenhagen e giunse a Kleinheubach per sposare il bel giovane nazista che amava. Le strade sono tanto ampie quanto vuote e la solitudine dell’ora sussurra l’enigmatico sradicamento dell’ultimo secolo alla città.

Ho la sensazione d’essere seguita. Ma quando mi giro, vedo solo lampioni e foglie scure che si estendono su una recinzione in ferro battuto che mi separa da una struttura che ha incastonata sul portone di ferro una minuscola stella di Davide. Conto le lapidi attraverso le sbarre e mi ricordo che: qui, i fantasmi sono recenti. La malvagità è stata sepolta solo da poco, come il primo amore di mia nonna. Eppure, quelli che vennero dopo, stanno ancora qui a chiedere a gran voce qualcos’altro che sia né oblio né perdono. E’ primavera in Europa, e la città vive. I giovani che dipingono, o scolpiscono o stampano o cantano, e non sono necessariamente del posto, aprono le porte a gallerie improvvisate nei loro salotti. Si siedono nelle loro terrazze a fumare fintanto che la vernice sui jeans s’asciuga e mi salutano in spagnolo. All’avvicinarsi della mezzanotte, pedalano lontano dai monumenti ai caduti verso uno spazio aperto dove Drum & Bass rimbomba alle stelle. Ballano salsa con sconosciuti sopra ombreggiate piattaforme della metro finché il sole s’insinua sui pendolari.

La creatività è come un dilagare contagioso nelle ferite aperte della guerra spalancate dalla pace. E’ l’ardire di disegnare nuove linee sulla vecchia mappa.

Ogni generazione s’imagina d’essere nata in ciò che si chiama “modernità”, anche se “moderno”, come “civilizzato”, è un termine puramente relativo. La contemporaneità è un cerchio a prescindere dal tempo e dallo spazio. Quando diventiamo esseri viventi, ci tracciamo attorno una circonferenza con quello che crediamo sia la bussola della saggezza, la etichettiamo ‘senno di poi’ e indichiamo al centro del cerchio noi stessi, al presente. Stabiliamo i limiti della nostra storia qualsiasi cosa crediamo di vedere. Qualsiasi cosa si trovi al di fuori di quel cerchio non può essere scandagliata. In una epoca che ha come vanto l’informazione, noi millennials ci siamo distanziati dalle informazioni fornite dalle storie personali e familiari, proprio come siamo stati educati a distanziarci dall’angoscia dei nostri antenati, come se loro fossero attori esplosi in frantumi sullo schermo d’un film. Per la nostra generazione apparentemente senza una mappa, le illusioni mettono in scena scenari illusori: Le persone del passato non sono reali, e le cose che non sono accadute a noi stessi, non sono accadute per nulla. “ Voi tutti siete una generation perdue.” Gertrude Stein disse una volta a Ernest Hemingway. “Questo è ciò che sei. Questo è ciò che tutti voi siete… tutti voi giovani che avete prestato servizio in guerra. Siete una generazione perduta.”

Tutti noi giovani che non abbiamo prestato servizio in guerra, tuttavia, lo prestiamo ancora, insensibili all’ideologia che ci ha portato a strillare in questo mondo. Noi siamo fin troppo edipici. Arruolati al lascito, non importa quanto infido quel lascito sia. Sotto i falsi auspici d’una Pax Americana, ci attacchiamo al centro d’un cerchio che percepiamo sicuro. Ci chiamiamo “espatriati” e voliamo a Berlino con un trauma arrotolato nei bagagli, però fingiamo d’attraversare il diametro verso il nostro destino. Sin dalla grande bomba, abbiamo dimenticato come perdersi nel modo in cui Ernest e F. Scott erano perduti perché non riusciamo a ricordare cosa significhi essere Gertrude, cioè, trovata. Dopo l’incenerimento nucleare o le soluzioni naziste, le mappe della gioventù travagliata a noi tramandate non sono né vuote né perdue, semplicemente radioattive. Finché ignoriamo da dove le linee furono tracciate o dove stanno cercando di portare, non arriveremo mai ovunque pensiamo di stare andando.

La mattina seguente, il sole piagnucola. Siedo in un caffè all’aperto mangiando un brötchen e leggendo cose di espatriati (Hannah Arendt a Gerusalemme). Poi girovago verso la East Side Gallery sulla riva orientale del fiume Sprea e lo tocco: The Wall. Una volta, di ritorno a New York, in un tempio della comunità buddista tibetana in via Fulton, incontrai una donna di mezza età di Colonia che mi raccontò che, da adolescente, aveva spazzato via file di cocaina dai mattoni disfatti del muro di Berlino la notte che era stato abbattuto. Se la malvagità può essere banale, perché non un bene? “Non lo so perché,” lei disse, parlando per lo più rivolta al dipinto verde di Tara 2 appesa sopra di me, “ma ogni volta che ci penso, sento che c’è come un gigantesco cobra nero che s’attorciglia nel mio intestino.” Si tocca il grembo, non l’intestino. “Proprio qui.”

Per qualcuno nato durante il periodo Reaganiano, un muro tra la Germania dell’est e dell’ovest non è mai esistito, se non come cimelio. Ma come per tutta la storia incisa nella pietra, essa si erode ogni giorno di più ed esiste sempre di meno; i muri che sono stati abbattuti possono essere ricostruiti e racchiusi in musei. Fisso Leonid Brezhnev che bacia Erich Honecker e, mentre una zanzara mi punge una caviglia, penso a quel carro armato che si portò via un basamento d’un museo in Ucraina. Le labbra dei leaders sigillate in acrilico sul cemento sotto una iscrizione dipinta con lo spray in un russo esplicito: “Mio Dio, aiutami a sopravvivere a questo amore mortale.”

Dopo il tramonto, vestita tutta di nero (come qualche studente di Heidegger), vado ad una festa di moda in una piscina abbandonata dai nazisti. Lì, incontro un ragazzo tedesco dagli occhi chiazzati d’oliva che studia politica cinese.

Mia madre mi raccontò, prima di morire, che suo padre, mio nonno giapponese (che non avevo mai incontrato) era un pilota kamikaze. Quando il suo aereo cadde, si trovò abbandonato al suo dovere di morire. Invece, s’aggrappò alla vita in un pezzo del suo aereo, un’ala che galleggiava vicino. Per due settimane vagò attraverso il Pacifico meridionale sulla sua ala spezzata finché non spiaggiò su un’isola occupata dai giapponesi. Poi, in silenzio, fu mandato a casa.

Quando cercai Kamikaze scoprii che significa “vento divino.” Da quel momento, è esattamente così che ho capito quella guerra – vento divino sbatacchiante in tondo sui teatri concentrici del Pacifico e dell’Europa. La guerra dei nostri nonni è stata così grande, così terribile che la sua scala di distruzione non hai mai avuto un paragone, perché non può essere paragonata; essa ha cambiato il modo in cui le guerre sono state combattute. Eppure, gli esseri umani non hanno imparato a non combattere; le pedine del potere fecero semplicemente ritorno a casa dalle loro famiglie internamente distrutte e inavvertitamente hanno trasmesso i loro traumi nucleari ai loro figli post- nucleari che li hanno trasmessi di nascosto ai loro – noi.

*

Il ragazzo dagli occhi chiazzati d’oliva ed io biciclettiamo tutto il pomeriggio. Nel parco Treptower fumiamo uno spinello ai piedi del monumento sovietico ai caduti di guerra, guardando in sù al suo colosso comunista. Il soldato di bronzo è alto dodici metri. Tiene un bambino tedesco in una mano e una spada nell’altra e schiaccia una svastica sotto i piedi. Brindiamo al suo coraggio con una bottiglia di vino da tre euro e affondo il mio mento nella spalla del biondo neo-confuciano mentre il sole scivola sulla sponda occidentale del fiume Sprea.

Il giorno seguente, lui serpeggia le nostre biciclette per le strade del distretto di Mitte, fin al Centro sociale Tacheles, una comune d’artisti che la città è alla disperata ricerca di sloggiare, condannare e rinnovare. “Tacheletes” è Yiddish per “parlare franco.” Ogni centimetro del luogo è stato tatuato da artisti arrabbiati. Saliamo la gradinata cava di quello che fu prima un grande emporio della città nel quartiere ebraico, poi una prigione nazista, proprio in cima dove il pittore bielorusso Alexander Rodin nidifica nel suo studio come una aquila. Tele, come pensieri, chiusi nel nido rapace su tutti i lati. Bottiglie di vetro, pennelli e una sedia a rotelle rotta ingombrano le piastrelle grigie e nere semi distrutte. Siamo in piedi davanti all’enorme trittico puntinista – Destino Parte I, si chiama – e fissiamo i due metri d’altezza della Foresta Nera – una mano colorata che si sporge dal pannello centrale. All’interno della mano più grande è dipinta una mano più piccola che indica le linee della vita che attraversano il tronco del gigantesco palmo verde. La luce polverosa filtra obliqua nello studio. Gli occhi chiazzati d’oliva del mio tedesco prendono il colore dei pozzi. “Credi nel Destino?”, chiede. Gli rispondo nell’unico modo che riesco a pensare: “Non ne sono così sicura.” Andiamo in un kebab, il Mustafas Gemuse, ma non riesco a mangiare quei ripieni berlinesi, come i miei antenati giapponesi, sono vegetariana. La coda s’avvolge attorno all’edificio. I bambini sugli skateboards scivolano, ridendo, intorno a noi.

“C’è qualcos’altro a Berlino che vorresti vedere?” mi chiede. “La Grotta delle Lettere,” rispondo.

Un paio d’ore dopo, accanto al famoso monumento agli ebrei trucidati, mi bacia. Il mio naso inizia a sanguinare.

*

Il sangue è sangue. L’amico d’infanzia di mio padre, che è ebreo, una volta mi raccontò che da ragazzo giocava coi soldatini nel cortile di mio padre nella contea di Bergen, mia nonna usciva spesso sulla veranda, usando il grembiule strofinava via la carne in scatola dalle mani, e diceva, “La seconda guerra mondiale è stata dura perché entrambe le parti avevano un motivo.”

Il sangue è sangue. Poiché mio nonno kamikaze si era fatto male alla schiena quando il suo aereo era precipitato, non era dovuto ritornare al servizio attivo. Congedato in una Tokyo livellata dalle bombe incendiarie, aprì un izakaya, un ristorante, a Gotanda e sposò mia nonna. Quando nacque mia madre, da qualche parte in campagna, dove la terra era ancora carbonizzata, piantarono un sakura, un albero di ciliegio.

Il sangue è sangue. Poiché mia nonna era stata scoperta che usciva dai quartieri generali nazisti a Copenhagen, da suo fratello, che era nella resistenza danese, non potè far ritorno a casa quando il suo fidanzato fu ucciso in azione. Rimase intrappolata nella Germania dell’ovest quando gli alleati l’occuparono, e questo fu il motivo per cui mio nonno, un giovane avvocato americano che lavorava nell’amministrazione degli alleati, potè scrivere ai suoi nel Tennessee: “Cari mamma e papà, ho incontrato una simpatica ragazza danese oggi …”

Il sangue è sangue. Nazista. Kamikaze. Ebreo. Palestinese. Siriano. Yemenita. Americano. Tutte le parti ovunque hanno una causa e un effetto che si estendono all’infinito in entrambe le direzioni. Non un cerchio chiuso, ma un anello con la sua fessura squarciata da una linea aperta e tangente. Perché quello è lo scopo della Morte, di facilitare la Vita, come lo scopo della Vita, prima o poi, è di facilitare la Morte. La guerra, sia personale o nazionale, è una forza esterna che ci costringe, per quanto percettibile o impercettibile, a crescere e cambiare. Essere umani significa distruggere ciò che alla fine ricostruiremo, muri, che alla fine distruggeremo. Prima dei bambini arriva lo scoppio. Una donna è consacrata alla maternità solo fintanto che sanguina una volta al mese.

*

Ci sono lacrime negli occhi chiazzati d’oliva quando mi mette in un taxi fuori dall’hotel e mi saluta mentre l’auto vola via lungo un ampio viale. Ad un semaforo rosso, lo vedo svoltare a sinistra, trascinato verso la porta di Brandeburgo, in viaggio verso il suo anno all’estero in Cina. Così è che mia nonna aveva detto addio al suo soldato tedesco quando è stato spedito al fronte? Di lui non ha mai parlato a nessuno. Non so come o dove sia morto.

Tornata a Londra (dove vivo, perché come mia madre e mia nonna, sono incapace di vivere nel mio paese), sogno di farlo. Il fumo ruota e si gonfia, schiacciandomi come un’onda mentre lui sta su una sponda lontana a guardare e tremare sotto il peso della conoscenza. Ci sono aeroplani ed esplosioni. L’etere è intriso di luce, fuoco e lacrime di bambini. Crudelmente, la sua mano è strappata dalla mia durante il vortice della storia. Una piuma di cenere gigantesca corre lungo il suo corso omicida nel cuore della città congestionata. I sandali modellano il panico nella polvere mentre corpi umani s’accumulano terribilmente veloci dentro le pareti ansimanti. Dove è lui? All’improvviso una mano, gigantesca e verde, sfreccia nell’oscurità e nel fumo, mi afferra forte e mi tira sù.

All’improvviso loro sono tutti qui con me, nel mio palmo attraversato dalle linee, sudaticci e beccheggianti, su un materasso sottile nell’Upper Addison Gardens. La strada alla rotonda si ferma nel silenzio. Un olmo graffia la mia finestra. Una volpe s’agita, poi smette. Siamo distesi qui a guardarci l’un l’altro, ognuno di noi nel palmo dell’altro come se nulla di tutto questo accadde mai. Anche se, tutto questo, è già accaduto.

Traduzione dall’inglese di Anna Lombardo Geymonat

1) Panino

2) Nel buddismo tibetano, Tara è la madre di tutti i Buddha. I suoi dipinti più popolari sono in bianco e verde. Quello in verde è associato all’attività illuminata e l’abbondanza mentre quella in bianco alla compassione e l’eternità.

Per gentile concessione dell’autrice. Pubblicato originariamente in lingua inglese in Allegory Ridge https://www.allegoryridge.com
Titolo originale Berlin

 

K. E. Knox ha pubblicato due libri con Bloomsbury e vive a New York City.

Immagine in evidenza: Foto a cura di Pina Piccolo.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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