AL CROCEVIA: DUE LINGUE E DUE CULTURE. Intervista a Irma Pineda, a cura di Lucia Cupertino

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Intervista alla scrittrice messicana e zapoteca, Irma Pineda

 

a cura di Lucia Cupertino

 

 

 

Hai dedicato tutta la tua vita al recupero di storie, tradizioni e patrimonio del popolo zapoteco dell’Istmo. Potresti spiegare ai nostri lettori chi è la “Gente delle Nubi” (binnizá) e in quale momento hai cominciato a renderlo l’asse della tua scrittura?

I Binnizá (Binni: gente, : Nubi), come ci autodenominiamo nella nostra lingua, il Diidxazá (diidxa: parola) siamo “la gente delle nubi” e parliamo “la lingua nube”, siamo conosciuti anche come zapotechi e la nostra lingua come zapoteco. La prima denominazione deriva da un mito d’origine, nel quale si racconta che i nostri primi antenati abitavano tra le nuvole e che da lí, montando su uccelli bellissimi e dalle piume variopinte, scesero in terra. I primi antenati erano bestie come l’ocelot o il giaguaro, pietre e alberi  frondosi e ombrosi. Ciò può arrivare a spiegare il carattere dei binnizá, coraggiosi e agguerriti come le bestie, irremovibili come le pietre, orgogliosi e ben saldi come gli alberi.

Viviamo nella regione dell’Istmo, nello stato di Oaxaca, nel Sud del Messico e, tra i tanti villaggi in cui risediamo, la sorte ha voluto che nascessi a Juchitán. È un paese dalle tradizioni molto profonde, dove ancora si vivono la comunità, il mutualismo, l’allegria delle feste e la vistositá dei suoi colori; certo, ha avuto anche le sue storie di lotta per mantenere territorio e cosmovisione di fronte a nuovi progetti globalizzanti che i governi hanno cercato di implementare gradualmente.

Tutte queste storie hanno fatto parte della mia creazione letteraria per due motivi: il primo è stato la nostalgia, dal momento che durante l’adolescenza, per questioni di studio, ho dovuto abbandonare il mio paese e migrare verso una grande città. Questo ha comportato l’ allontanamento dalla mia gente, dalla mia lingua e da molti rituali comunitari, ciò mi ha fatto sentire profonda mancanza di tutto quel che ero e simbolizzava per me. Mi sentivo estranea in una cittá in cui dovevo imparare lingua e abitudini diverse a quelle consuete; quindi, per non sentire troppo il distacco dalle mie origini presi a scrivere dei miei ricordi d’infanzia e delle immagini della mia cultura, lo facevo adoperando la lingua nube e poi leggevo quegli scritti a voce alta cosí da non dimenticare il suono della mia lingua.

Il secondo motivo per il quale la cultura e il diidxazà sono parte fondamentale dei miei lavori è dovuto ad una decisione personale: il mio impegno politico. È un modo per dire al mondo che noi binnizà siamo una cultura viva, con una lingua ricca e esauriente per nominare l’universo; affinchè si sappia che in quest’angolo meridionale del Messico esiste un popolo con grande storia di lotta e determinazione, che non sempre ha vinto le battaglie ingaggiate con la modernità, ma che qui persiste vivo, con forza e reinventandosi giorno dopo giorno.

E qui restiamo / a pronunciare i nomi macerati dal tempo / coi fiori sui nostri vestiti / come gli uccelli danziamo / Acqua d’allegria beviamo / per festeggiare gli occhi ciechi di chi / ci ha creduti morti. In questi tuoi versi molto belli si respira la resilienza del tuo popolo. Quali sono state le vicende che hanno segnato la storia dei binnizá e sono pietre miliari della tradizione orale?

Come la maggior parte delle culture del Messico, quella binnizá non è uscita illesa dal contatto con la cultura occidentale, questo è più evidente nella sua religiosità. Adesso la maggioranza della popolazione è cattolica, tuttavia, è proprio in quella sfera che si nota la resistenza, visto che -con grande evidenza e talvolta in modo sotterraneo- permangono ancora gli elementi della religiosità e cosmovisione più profondi e con radice zapoteca. Questo è palpabile nel corso delle tradizionali “Veglie”, le feste tipiche regionali, così chiamate per via dei festeggiamenti che vanno avanti tutta la notte con musica, balli, cibo e bevande; ad un certo punto, solitamente attorno a mezzanotte, la festa viene sospesa per realizzare i rituali della mayordomía[1] in cui la candela di cera è l’elemento simbolico col quale si trasferisce la mayordomía da una persona all’altra.

Queste feste sono in onore sia dei santi cattolici che delle divinità ancestrali; abbiamo ad esempio la veglia di San Vincenzo Ferreri, patrono del paese e allo stesso tempo abbiamo la veglia delle lucertole, che è una delle divinità simbolicamente più rilevanti in quanto radice della nostra cultura; similmente abbiamo la veglia di San Isidoro L’Agricoltore, santo dei contadini, ma celebriamo anche la veglia del Gelsomino o del Prugno. Pertanto nella rappresentazione di animali, flora e frutti manteniamo l’antica religione dei binnizá e questo mi pare una modalità molto importante di resistenza culturale.

Qualcosa di simile accade con la lingua dal momento che, a causa delle politiche educative del sistema messicano, per molto tempo, praticamente fino all’ultima decade, si è insistito tanto nell’omogeneizzazione culturale e linguistica, fatto che ha fatto perdere a molti popoli originari la loro lingua madre o ha fatto sopportare terribili processi di sfollamento forzato. Nella mia comunità questo è successo, i maestri, ad esempio, ricorrevano a castighi corporali e umiliazioni per far sì che i bambini abbandonassero la loro lingua, pensavano che quest’ultima impedisse l’apprendimento dello spagnolo e, di fronte a questi tentativi sistematici di linguicidio, i parlanti hanno resistito, sono riusciti a mantenere la loro lingua e a continuare a nominare per mezzo di essa i loro dei o gli elementi importanti. Questo è evidente nel corso delle feste comunitarie, la gente ride, grida, canta, balla, mangia, scherza, prega, ama, tutto quanto usando la nostra lingua diidxazá.

 

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Sei scrittrice e traduttrice bilingue (spagnolo-zapoteco o diidxazá). Quando ricorri all’una o all’altra lingua? Che relazione hai creato con ognuna? Questo elemento come ha plasmato la tua vita e visione del mondo?

Come nel caso di molti bambini della mia generazione, mi è toccato essere figlia di genitori che hanno imparato lo spagnolo a suon di castighi e umiliazioni, motivo per cui all’inizio volevano che parlassi sono in spagnolo “per non soffrire troppo sulla faccia della terra”, questo nonostante il fatto che, durante la mia infanzia, il diidxazá restasse una lingua a tutti gli effetti viva nella vita quotidiana, tra contadini e pescatori, tra venditori e casalinghe, cioè fra tutta la gente che non era passata per l’inquisizione scolastica, gente che, mentre tra casa e scuola imparava ad avere dominio dello spagnolo, nel quartiere e tra le case popolari apprendeva ad avere dominio del diidxazá. Sono cresciuta con entrambe le lingue, sono parte di me al punto che posso cambiare il mio pensiero come se passassi da un canale all’altro, cosa che implica anche la possibilità di capire ed essere parte di due mondi, questo arricchisce non solo il mio pensiero, ma anche la mia lingua e visione della vita. Tuttavia, quando sono in fase di creazione di una poesia, non accade lo stesso processo di trasferimento tra lingue, dal momento che nella poesia è necessario che il componimento sia comprensibile in entrambe le lingue, e per questo alla fine ciò che noi scrittori bilingue facciamo è creare poesie gemelle, parallele, che abbiano senso in diidxazá come anche in spagnolo, questo implica giocare maggiormente col linguaggio, fare aggiunte o sacrificare parole, righe, per riuscire a trasmettere un’idea, un’immagine, una storia o un pensiero, ovverosia per far sì che alla fine possiamo raggiungere la costruzione di un specchio idiomatico.

Impartisci seminari di letteratura ai bambini. Quali sono le attività che porti avanti e con quali risultati? Loro usano entrambe le lingue? Quale l’aspetto più rilevante di questo tipo di lavoro?

Mi piace molto lavorare con i bambini perchè ti contagiano il loro entusiasmo e hanno sempre degli occhi nuovi sulle cose più semplici e quotidiane, sono capaci di impastare il linguaggio, reinventarlo, trasformarlo e creare testi letterari sulla carta o nell’oralità. Quando imparto seminari infantili, cerco di sviluppare con loro varie strategie di produzione testuale, dinamiche, ludiche, questo fa esprimere la mia stessa creatività perchè loro sono una fascia molto difficile da soddisfare e possono dirti apertamente, senza eufemismi nè riguardi, che qualcosa non piace loro e che si stanno annoiando. Per questo trovo sostegno in alcuni autori (come Gianni Rodari, Daniel Cassany, Montserrat Sartó o Maité Alvarado) che hanno disegnato una serie di attività attraverso le quali i bambini giocano ed interagiscono col testo.

Mi piacerebbe che fosse sempre in modalità bilingue, ma non in tutti i laboratori abbiamo questa possibilità, perchè molti bambini hanno perso la lingua, neanche i loro genitori non la parlano, quindi ciò che cerco di fare è creare un processo di sensibilizzazione, avvicinamento e comprensione della lingua dei loro nonni. Questi seminari, assieme ad altri impartiti da scrittori zapotechi (come Natalia Toledo, Víctor Cata, Gerardo Valdivieso o Elvis Guerra) stanno contribuendo in modo cospicuo al ridare prestigio alla lingua, a far sì che la stessa società zapoteca riscopra la ricchezza della sua lingua e così stanno cominciando a preoccuparsi per recuperarla. Credo che questo sia il mio contributo.

In un saggio di Laurentino Lucas Campos, che ho letto di recente su Revista Sinfín, si riflette sulla categoria di indigeni migranti. Per l’autore questa è uno dei paradossi e delle distorsioni tipiche del discorso discriminatorio nei confronti dei popoli originari e allora preferisce adottare la nozione di “popoli in movimiento” per sottolineare il fatto che stanno spostandosi come un qualunque altro messicano e che, storicamente parlando, sono stati gli indigeni a dover allontanarsi dagli spazi che adesso sono le città a cui oggi sono costretti a tornare. Nella pratica, gli indigeni continuano a soffrire una dolorosa migrazione interna?

Sfortunatamente sì, il Messico continua ad essere un paese tremendamente razzista, nel quale discriminiamo gli altri per il colore della pelle, la loro apparenza, la lingua o qualunche altro elemento che segni qualcuno come diverso in un determinato contesto. Questo è più spiccato verso le persone che migrano, perchè giungono in un luogo con lingua, cultura, pensiero, modi di vedere la vita diversi, e lo stigma d’essere migrante si somma a quello d’essere indigena e povero, questo elemento rende il tutto ancora più terribile, perchè non solo viene visto como il diverso ma come quello che arriva ad occupare un territorio, a prendersi un lavoro o uno spazio nella scuola che, dal punto di vista del discriminatore, non gli spetta.

Conosco molte storie di discriminazione, ogni giorno le mie amiche mi raccontano cose del genere, a me stessa è capitato di vivere quell’esclusione sulla mia pelle, dalla microdiscriminazione fino ad atteggiamenti apertamente razzisti e, benchè già esistano leggi sul tema, la realtà è che nella vita quotidiana queste leggi vengono ignorate, perchè dal punto di vista sociale si continua a stigmatizzare il povero, il migrante, la gente di pelle scura…

Da questo punto di vista, dobbiamo lavorare molto ancora, alla sensibilizzazione alla diversità e al rispetto della differenza. È un processo del quale dobbiamo essere tutti parte, a casa, a scuola, nelle istituzioni, coi mezzi di comunicazione, tutti!

L’esposizione “Carteles por Ayotzinapa” dell’artista plastico di Oaxaca Francisco Toledo ha richiamato la mia attenzione. Sono toccanti anche i 43 aquiloni disegnati sempre da Toledo per ricordare i 43 studenti desaparecidos nella notte di Iguala, in quanto rendono palpabile l’assenza. Che ruolo stanno avendo l’arte e l’attivismo degli artisti in Messico? Ci sono differenze tra le varie regioni del Paese?

L’arte è fondamentale per mettere in discussione la realtà e dare nome alle ingiustizie, considerato che, a partire dall’arte, possiamo raggiungere la sensibilità di molte persone e ad un certo punto generare domande o coscienza attorno ad un tema. Benchè le regioni del Messico siano diverse e abbiamo in atto diversi conflitti, accade che abbiamo un paese con crepe, con indici sempre più alti di violenza, con movimenti che vogliono difendere il territorio, l’ambiente, i diritti umani, le donne, gli indigeni, la cultura, l’educazione, la dignità, la vita…questo non sarebbe necessario se ci trovassimo in un paese democratico, etico. Allora è proprio lì che il lavoro dell’artista assume rilievo, come mirino del proprio tempo, come esponenti di una realtà che ci lacera e che i governi pretendono occultare.

Juchitán, in particolare, ha avuto una certa importanza nella decade degli ’80 per essere stato il primo municipio in cui un’organizzazione indigena, la COCEI (Coalición Obrera Campesina Estudiantil del Istmo) riuscì a strappare il potere al gruppo egemonico di quel momento (il PRI) e costituì un comune popolare che cercava di fare il meglio per la comunità; questo risultato non fu facile, costò molte vite, la libertà di varie persone, tra di esse la mia famiglia, dal momento che mia madre fu perseguitata politica e mio padre fu vittima diretta di scomparsa forzata per mano dell’esercito messicano.

Adesso in Juchitán non c’è più una lotta frontale, politica o armata, ma mi pare che permane una resistenza popolare proprio a partire dall’arte, adesso i giovani impiegano la letteratura, la musica (come il rap zapoteco), i graffiti, la fotografia, i video e tutti i mezzi moderni a loro disposizione per fare arte e contemporaneamente denunciare i danni dei megaprogetti capitalisti, delle ditte saccheggiatrici e di tutto ciò che affligge la regione.

Può sembrare contraddittorio che la resistenza della cultura indigena oggigiorno si faccia a partire dai mezzi tecnologici o moderni, ma è proprio questa una delle grandi virtù della cultura dei binnizà che ha permesso la continuità storica: la capacità di rifunzionalizzare gli elementi esterni o estranei che sono a beneficio della nostra cultura; non abbiamo timore, ad esempio, dei computer, anzi, li usiamo per scrivere nella nostra lingua, usiamo internet per diffondere un tipo d’arte legato al popolo zapoteco e alla sua realtà, su Youtube qualsiasi persona può ascoltare tracce di rap cantato in diidxazá che parlano delle cose che ci importano del territorio, lì sono in atto i processi di resistenza.

Grazie mille per le tue preziose parole, Irma.

 

 

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Proponiamo tre poesie di Irma Pineda in versione trilingue (zapoteco, spagnolo e italiano) con traduzione dallo spagnolo di Lucia Cupertino. Sono tratte da due volumi di recente pubblicazione: le prime due da Muovimenti. Segnali da un mondo viandante (Terre d’ulivi, Lecce, 2016) e l’ultima da 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016).

 

Ni chineu’

 

Guluu chahui’ ni chineu’ cherica’

bisaana guirá’ ni nanaa

guirá ni guchenda ñeeu lu ca neza ca

Nasisi bia’ ti duubi nga cheu

ti ganda chu’bilu’                   ti ganda guipápalu’

 

Gulaqui chahui ni chinelu’

bisaana yuuba’ cheri’

naa zanda gapa chahue’ laa

bisaana xilase

qui gunihuará nga lii cherica’

 

Huaxa si qui gusiaandu’ chineu’

xquenda beedxe’

ti gudxii lulu’ ca neza ca

xquenda bisiá

ti qui gutagunacabe lii

Ra ga’chi’ xquipilu’ nga guibiguetalu’

 

 

El Equipaje

 

Prepara tu equipaje

deja todo lo que pese

lo que pueda enredar tus pies en los caminos

Ligero como una pluma debes partir

para saltar                   para volar

 

Prepara bien tu equipaje

deja aquí el dolor

que yo bien puedo guardarlo

deja la nostalgia

para que no te enferme allá.

 

Pero no olvides llevar

el don del tigre

para enfrentar los caminos

el don del águila

para que ninguna mano te detenga

Al lugar que guarda tu ombligo debes volver

 

 

Il bagaglio

 

Prepara il tuo bagaglio

lascia tutto ciò che pesa

ciò che può essere d’intralcio ai tuoi piedi lungo i sentieri

Leggero come una piuma devi partire

per saltare       per volare

 

Prepara per bene il tuo bagaglio

lascia qui il dolore

che posso occuparmene io di serbarlo

lascia la nostalgia

affinché non ti faccia ammalare lì.

 

Ma non dimenticare di portare

il dono della tigre

per affrontare i sentieri

il dono dell’aquila

affinché nessuna mano ti fermi

Al luogo che conserva il tuo ombelico devi tornare

 

Tu laadu

 

Tu laadu

Laadu

yanna ma gadxé si laadu

Para biaana lidxidu

Para zé riuunda stidu

Ma zitu nga biaana ridxi yaya sti’ xahui

Ma biaanda guendanayeche’ sti’ ca guie’

ni ruzaani’ lu xtaani jñaa

Ca xiiñe’ ma qui zucaadiagaca’ diidxa’

ni biele’ ndaani’ ruaa bixhoze

Ma bigani ca dxi guca’ xcuidi

rutuiluca’ naa nuaa gaca stobi

Nisi ridxi raca ndaani’ ti guidxi ro’ nga riudiaga’

ne tini sti’ ca dxi ca

Bisiaandadu xa lá

ni bisibani laanu

nácani yanna ti bandá’ nuaa guxiaya’

Tu laadu yanna

laadnu

cani gucala’dxinu stobi nga ñacadu?

 

 

Quiénes somos

 

Quiénes somos

nosotros

los que ahora parecemos otros

Dónde quedó nuestra casa

Adonde se han marchado nuestros cantos

Lejos quedaron los alborotados gritos de la urraca

En el olvido está la alegría de las flores

que iluminan los huipiles de mi madre

Mis hijos no escucharán las historias

que nacieron de la boca de mi padre

Los días de mi infancia guardan silencio

frente a la vergüenza de sentirme otro

No se oye más que el rumor de la ciudad

la herrumbre de los días

Hemos olvidado el nombre

que nos dio origen

esa sombra que borrar quisiera

¿Quiénes somos ahora

nosotros

los que quisimos ser como los otros?

Chi siamo?

 

Chi siamo

noi

quelli che adesso sembriamo altri?

Dove si trova la nostra casa?

Dove sono andati a finire i nostri canti?

Lontane sono rimaste le schiamazzanti grida della gazza

Nell’oblio resta l’allegria dei fiori

che illuminano i huipiles[2] di mia madre

I miei figli non ascolteranno le storie

che sono nate sulla bocca di mio padre

I giorni della mia infanzia chiusi nel silenzio

di fronte alla vergogna di sentirmi un altro

Non si ode nient’altro che il rumore della città

la ruggine dei giorni

Abbiamo dimenticato il nome

che ci ha dato origine

quell’ombra che vorrei cancellare

Chi siamo adesso

noi

quelli che abbiamo voluto essere come gli altri?

 

CÁNDIDA

 

Jñaa bichiá neza lua’
ni rini’ ca beleguí ca
Gudaa ndaani’ diaga riuunda binnizá
Biluí’ naa ca lana ni ricá lu la’ya’
bisiidi naa guiquiiñe’ aju lu guendaró
cuaa bia’ya’ ni nanaxhi ne canela
qui gahua ni naí’ pa ca cayete ndaane’
qui guidxibe’ pa xidxilaa ique yoo dexa
ra gaca xu
Laabe rului’be naa ni qui ganna’
Xisi qui ñuu dxi ninabadiidxa’ jñaa
xi naca guendanabani
ora dxuguiiba’ chiné xheelalu’
Xi naca gudxiilulu’ ca dxi ca
ne xizaa nandaca ñeelu’ ra canazou’
Xi ne diidxa’ gabilu’ ca xhiiñilu’
xiinga “binni que guidxela”
Xi ne xigaba’ riuu bia’ ni que guinni
ca dxi nacahui ca
guira’ gui’chi’ ni nucabicabe
Xi ganda guzeeteneu’ guirá la
ca guidxi ni guzalu’ cuyubilu’ ti lu
guirá ca binniguenda guni’neu’ ti gului’ca lii
paraa guidxela binni ni zinecabe laa

 

 

CÁNDIDA

 

Mi madre descifró para mis ojos
el lenguaje de las estrellas
Depositó en mis oídos los cantos de la gente nube
Me enseñó los signos de mi nombre
A usar el ajo en la comida
a medir el dulce y la canela
a evitar el limón cuando viene la regla
a no temer el crujido del techo de madera y teja
cuando la tierra tiembla
Ella resolvía las dudas
Pero nunca le pregunté a mi madre
cómo trascurre la vida
cuando los soldados se llevan al marido
Cómo se enfrenta lo cotidiano
con la incertidumbre tras los pies a cada paso
Con qué palabras se explica a los hijos
qué es “un desaparecido”
Con qué unidad se mide la ausencia
los días oscuros
los oficios sin respuesta
Cómo nombrar de un solo golpe
las ciudades recorridas buscando un rostro
los espíritus consultados para tener indicios
de dónde encontrar a un desaparecido.

 

 

CANDIDA

 

Mia madre ha decifrato per i miei occhi
il linguaggio delle stelle
Ha depositato nelle mie orecchie i canti della gente nube[3]
Mi ha insegnato i segni del mio nome
A usare l’aglio nel cibo
A misurare il dolce e la cannella
a evitare il limone quando arriva il ciclo
a non temere lo scricchiolio del tetto di legno e tegole
quando la terra trema
Lei risolveva i dubbi
Ma non ho mai domandato a mia madre
come trascorre la vita
quando i soldati si portano via il marito
Come si affronta la quotidianità
con l’incertezza fra i piedi ad ogni passo
Con quali parole si spiega ai figli
cos’è “un desaparecido
Con quale unità si misura l’assenza
i giorni bui i comunicati senza risposta
Come dare nome così di colpo
alle città percorse alla ricerca d’un volto
agli spiriti consultati per avere indizi
su dove trovare un desaparecido.

 

 

[1]  Si tratta di un sistema di cariche annuali che nel corso degli anni ruotano nella comunità. Gli incaricati si sobbarcano la totalità delle spese delle celebrazioni per il santo patrono, benchè vi siano elementi di sincretismo della tradizione mesoamericana. Il sistema di cariche è ordinato gerarchicamente e conferisce prestigio religioso e politico alla famiglia all’interno della quale è stato scelto l’incaricato. Molti studiosi hanno anche evidenziato che questa pratica si avvicina al potlach e impedisce l’accumulazione delle ricchezze, privilegiando ridistribuzione e simmetria economica (NdT).

 

[2] Blusa tipica della donna indigena messicana e mesoamericana, dall’ampia manica e solitamente con fondo bianco e motivo colorato sovrapposto (NdT).

[3] Nome con il quale si autodenomina il gruppo indigeno zapoteco (NdT).

 

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Irma Pineda.

Poeta, saggista e traduttrice binnizá. Professoressa presso l’Universidad Pedagógica Nacional (unità 203, Istmo) e nel progetto docente Messico Nazione Multiculturale dell’UNAM. Autrice di vari libri di poesia bilingue (zapoteco-spagnolo), come Xilase Nisadó/Nostalgias del mar (SEP, 2006); Doo yoo ne ga’ bia’/De la Casa del ombligo a las Nueve Cuartas (CDI, 2009) e Guie’ ni Zinebe/ La Flor que se Llevó (Pluralia-INBA), fra gli altri. Ha ricevuto borse dal Fondo Nacional para la Cultura y las Artes ed è stata membro del Sistema Nacional de Creadores de Arte de México. I suoi saggi sono stati pubblicati dall’Università di Siena, la Unistmo, la DGCP e il Colegio de Guerrero. La sua opera è stata tradotta in inglese, tedesco, italiano, portoghese, serbo e russo, appare in diverse antologie in America ed Europa, inoltre ha preso parte a diversi recital ed eventi accademici in Asia, America ed Europa.

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Foto in evidenza di Francisco Ramos. “Processione della Santa Cruz Guelabe’ñe’ (la santa croce delle lucertole)”

Foto nell’articolo: 1. Francisco Ramos, “La veglia Guendalisaa (fraternità) dei bambini binnizá”;  2. Jacciel Morales “Donne zapoteche”

Foto di Irma Pineda a cura dell’autrice

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste italiane quali Nuovi Argomenti, Fili d'aquilone, Irisnews, Versante ripido, Sagarana, Carmillaonline, Le Voci della Luna e internazionali come La otra, Círculo de poesía, Bitácora pública, Vallejo and company, La Jornada, Monolito. Ha pubblicato: "Mar di Tasman" (Isola, Bologna, 2014), "Non ha tetto la mia casa" (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue, italiano-spagnolo. Ha tradotto e curato "43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos" (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Co-curatrice di "Muovimenti. Segnali da un mondo viandante" (Terra d'Ulivi, Lecce, 2016). Cofondatrice della rivista La macchina sognante, con la quale prende parte a eventi culturali in Italia e all’estero. Ha curato l'edizione italiana del documentario brasiliano "Fiore brillante e le cicatrici della pietra" sugli indigeni Guarani-Kaiowà. A varie latitudini ha svolto ricerche universitarie e antropologiche incentrate su mondo indigeno, educazione e transizione sociale.

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