Un negro BelloFigo LO SRAPPER DALL’IRONIA COMPLESSA! (Reginaldo Cerolini)

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L’immaginario televisivo italico si è dovuto confrontare giovedì 2 dicembre  2016 (data storica) con un personaggio complesso presentato  nel programma Dalla Parte Vostra, Rete 4, con tanto di contorno di spin doctor razzisti, politici (Alessandra Mussolini) e altri che rischiavano un magistrale colpo apoplettico collettivo.  Qui il reportage apparso in VICE NEWS http://www.vice.com/it/read/commento-momenti-memorabili-bello-figo-dalla-vostra-parte?utm_source=vicefbit

Alcuni mesi fa avevamo in programma una recensione di Reginaldo Cerolini che con maestria sviscera il personaggio e il suo significato nel panorama culturale italiano; lo proponiamo adesso qui nella sezione Riflessioni per illuminare  chi si sente un tantino  spiazzato.

 

UN NEGRO BELLO FIGO: LO SRAPPER DALL’IRONIA COMPLESSA!

La critica musicale arriverà sempre in ritardo sull’immediatezza di YouTube. Dopo averlo sempre, come molti, considerato uno sciocco sprovvisto del ben che minimo talento, ascolto il rapper negro Bello Figo. Lo ascolto stavolta cercando di capire. La mia domanda è: Qual è il suo talento e soprattutto a chi può piacere?

La musica che ascolto è John Cena (Sweg Wrestling) del 2015, forse una fra le poche sue musiche diciamo (osiamo!) salvabili in termini musicali, per via di quel beat afro che rende la ricerca di alcune parole molto sciocche ma, stavolta, almeno con un rintracciabile filo conduttore. Lui insieme ad un compare danzerino, accenna dei passi ben riusciti ma si vede che non hanno voglia di impegnarsi troppo. In Bello Figo tutto è accenno, perché se viene l’impegno si perde il gusto. Giusto! Infatti, la sua parabola è incominciata nel 2013- ma presente sulla dimensione YouTube, con altri nomi e minor successo, anche se con una musica vagamente più impegnata, già dal 2009- come un ormai tipico fenomeno della dimensione YouTube demenziale; ovvero con la forza compulsiva della reiterazione, l’immediatezza dei vaffanculo, del menefreghismo coatto e con topicizzate spruzzate di sensualità di genere maschile. Il vantaggio di questi inizi da lowissimo profilo è che peggio non si può fare quindi, nel caso si può solo migliorare. Considerazione non del tutto superficiale. Il dilettantismo intalentuoso, infatti non può che crescere a differenza del talento che, è spesso vittima di se stesso e di un senso di superamento, con il costante tormentato dall’assenso di pubblico, quest’ultimo infatti viaggia su leggi di mercato. YouTube fa l’inverso, trasforma il modello già arrivato in prodotto vendibile. Come a dire, piaci? Passa allora a ritirare i soldi perché, qualcuno vorrà darteli comunque pur di godere della tua spendibilità mediatica. Altra considerazione non proprio banale. Certo è difficile sentire in radio Bello Figo (a me non è mai capitato), le sue musiche sono inascoltabili dopo il primo minuto in termini di beat e meaning, eppure sono piene di una forza viscerale del turpiloquio e dell’azzardo tipicamente adolescenziale. Questa la prima delle quattro verità del suo appeal.

La seconda rientra nella foggia proposta nei video. Bello Figo in termini di acconciature, colori, vestiti, abbinamento di moda emo-punk-rock-pop è davvero ispirato e originale come ogni buon afro-negro che si rispetti nel globo (sic!); ha però un modo suo di indossare quella stratificazione coatta di abbigliamenti che ne fanno uno stiloso, e infatti ha già un suo marchio di vestiti.

Difficile pensare che possa davvero reggere, per ora almeno, fuori da YouTube. Il mezzo che ha visto la sua ascesa e il suo dominio. Le serate in discoteca sono solo una normale conseguenza divistica inaugurata da Grande Fratello, in somma dal tubo catodico. Un divismo popolare e populista resistente, in quanto crea una sorta di rapporto tra locale e ‘universale’ che ha una buona resistenza nell’immaginario giovane (e tale pretendente), in quanto di semplice immediatezza tramite la categoria dell’ironia, della demenza, della novità o del semplice protagonismo selfie. Eppure un fenomeno come Bello Figo ormai al suo terzo anno di esistenza, piuttosto trionfale (anche se non ancora e forse per scelta, assurto allo status quo mediatico) senza aver prodotto neppure un album, ha dalla sua un consenso dovuto ad elementi non subito evidenti, ma piuttosto interessanti.

In America avrebbe molta difficoltà ad affermarsi, perché la negrezza ha una nobiltà almeno da fine anni 90, cioè da quando attraverso il passaggio di Eminem (sic! Il bianchissimo e geniale Eminem) l’Hip Hop è diventato materia di gusto bianco, dunque non più di nicchia. In più L’Hip Hop, ha acquistato una dialettica variegata; questo per dire che Bello Figo sarebbe riconosciuto come un fake di poco gusto ed ironia. Forse, addirittura, portando on street cause razziali contro la dementalizzazione –masochista- dell’immagine del negro. Insomma in America la pelle sarà sempre politica. In Italia invece, latentemente o meno, c’è spazio per cogliere soprattutto il lato ironico della demenzialità che ricorda i lunghi pomeriggi a casa a guardare cartorni animati, a sfondarsi di play, a bere quando non ci sono i genitori e magari a permettersi qualche droga leggiadra o più pesantuccia, per lasciarsi insomma fluire nella noia di un pomeriggio bastardo. Questo dice qualcosa. La verità è che Bello Figo interpreta degnamente un’atmosfera. Ne dà almeno l’idea e questa è la sua terza qualità. Con i suoi video inscena un’atmosfera esterofila ma italianizzata. Infatti sposa un’ estetica tipicamente estorofila ma riadattata al gusto italico (in America per intenderci, il suo vestiario hiphopparo passerebbe abbastanza inosservato, rappresentando tappe estetiche superate da almeno otto anni … l’influenza emo in America ha avuto meno seguito che in italia, dove essa ha invece toccato traversalmente tutti i gusti della moda reinterpretandoli). Bello Figo canta in italiano, accennando a parole inglesi basiche (non serve che uno sappia l’inglese per gustarle) e per di più storpia le parole italiane per una versificazione esasperante ed esasperata ma, immediata. Questa la sua quarta qualità. Bello Figo è immediatamente comprensibile, basico.

 

La sua epigone non può che essere Soulja Boy, e infatti Bello Figo non nasconde nei primi arrangiamenti (estrapolati) dal rapper, nell’estetica del torso nudo di addominali magri (appetibili?), di cappellini e pose sweg (identiche!) la sua dipendenza dal modello.

Il fatto è che lo stesso Soulja Boy (sorto anch’esso da YouTube), è dopo un triennio di successo, scomparso dalla logica dei grandi numeri da YouTube e soprattutto dalle grandi vendite, essendo scivolato ed affossato in una reiterazione di se stesso musicalmente ed esteticamente tracotante, cupa, hashishizzata e vagamente gangsterista. Souljia Boy che dal volto solare, confidenziale e divertito aveva fatto della propria mimica sorridente la sua arma vincente, prima che intepretasse lo ‘sventra passere’ costantemente avvolto da fumi narcotici, aveva pensato bene di solidificare il suo regno discografico-mediatico sullo Swag di cui è indiscusso esteta creatore (MyDoggue, Swag, Pretty BoySwag ne sono una degna summa e segno di declino), l’abbassamento oltre ogni limite dei pantaloni, tanto da vedere i contorni del cazzo –fatto che lo rese celebre anni or sono nei selfie da bagno-, un beat sintetizzato, insistente e ripetitivo da compiaciuta fattanza, l’onnipresenza di tatuaggi sul corpo, e in fine in quell’ostentazione di magrezza e sensualità molleggiata che ne hanno fatto uno stile inconfondibile e copiato anche in America (lo stesso Young Thug, Wiz Calif etc.).

Bello Figo inizia dove Souljia è al tramonto, ma riesce a ridicolizzare il suo tramonto musicale facendone una divinità minore da emulazione. BelloFigo (già dal nome) non si limita ad atteggiarsi a Souljia Boy de noi artri ci aggiunge la noia minchiona e l’ironia: un ironia complessa. Le sue canzoni sono dei manifesti a partire dai titoli, tutti particolarmente espliciti e si potrebbe dire volgari, se la volgarità non fosse già un abitudine mediaticamente accettata. Nelle sue canzoni, il titolo è già in sé il nucleo della componimento, con pochissime variazioni. Ciò che succede nel video è una mera ripetizione di gesti e attitude su un frasario ossessivo e con non solo scarse capacità canore e di rima, ma persino di inventiva. Se questo però nel modello (Souljia) e rivendicato come estetica/poetica, da contrapporre alla ritmica e alla videografia hip hop dominante dei suoi tempi, in Bello Figo non arriva neppure a tanta saccente e bellicosa esigenza. È singolare che tanta volgarità espressiva non sia affatto accompagnata dalle immagini spiegate, non ci sono mai donne nei suoi video, né compaiono canne, droga ed armi come suggerirebbe il canone.

Bello Figo -presente sulle dimensione YouTube, con altri nomi e minor successo, anche se con una musica vagamente più impegnata, già dal 2009- posta i video, la gente li commenta, il personaggio Bello Figo cresce clik dopo clik, like dopo hater, passa parola su passa parola e la sua parabola divistica supera egreggiamente i quindici minuti warholiani. È un fenomeno, non proprio minore, con una resistenza fisiologica al modello divistico (o della notorietà) anomala. Dai 5000 fruitori dei suoi video agli oltre 3.000.000 (con una somma totale di 32.000.000 di fruitori del suo canale video) è una realtà che non si può facilmente ignorare, anche se oggi i parametri della notorietà viaggiano su cifre decisamente più alte, ma parliamo di industria video-web-musicale e non di personaggi che come BelloFigo devono la propria notorietà più che altro a se stessi. Certo nell’estetica dei suoi video, non deve sfuggire il fatto che sembra esserci dietro un appoggio economico, non indifferente (macchine, vestiario, look, oggetti), nonostante l’immagine millanti invece, una semplicità amatoriale sobria. E così angoli di parcheggio, strade periferiche, scale da rione, e interni semplici.

Tutto questo però non basta a spiegare l’ascesa di BelloFigo.

Egli possiede altre armi a suo vantaggio. Prima fra queste il linguaggio sfacciato dove, Cazzo, Figa, Figa Bianka (tanta), Pasta col Tonno, Minghio, Isis, Bova, Sborra, Culo, Pompino, Puttano, Vaffanchiulo, Scopo sono semplici alfabeti di un mantra non troppo articolato. Ma qui l’ossessione compulsiva della ripetizione che, porta il margine della demenzialità allo sfinimento, raggiunge vertici corrosivi; simili alle reiterazioni dialogiche del linguaggio quotidiano di qualsiasi ragazzo maschio tra i 14 ed i 20 anni (direi anche oltre) senza distinzione di status sociale. Sembra la traduzione pedissequea della volgarità con cui i media violentano ogni giorno il pubblico. Solo che qui la pornografia legalizzata dei media viene inverata da una loquacità adolescenziale. Ma se a farlo è un negro, il fenomeno acquista una certa rilevanza. È probabile che in una certa misura la categoria del trash. Negli anni 80/90 infatti le piccole televisioni locali hanno fatto un must della provincia, del provincialismo e di certi paradossi umani (esteticizzati), come è ben analizzato in La TV del Sommerso di Aldo Grasso. Certamente Andrea Diprè deve aver avuto una certa rilevanza nell’ascesa di Bello Figo, ma nell’analizzare la sua parabola si vede bene come Bello Figo non rimanga affatto confinato nei limiti mediatici ed estetici di Diprè. Lo si può capire nelle interviste, e in come sia invece Diprè a prestarsi ai video di Bello Figo, uscendo dunque a sua volta dai suoi confini. Bello Figo aggiunge alla categoria del trash, la glamourizzazione del suo personaggio.

Il fatto che Bello Figo sia negro e di una città periferica è degno d’interesse. Parma, ma in generale e l’Emilia Romagna, sembra essere un’area italiana molto favorevole al meticciato di origine africana, con punte massime in città come Modena. In queste città la massicia presenza negra ha potuto proliferare in un ambiente piuttosto accogliente. Ciò non toglie che tale meticciato sia di fatto una minoranza culturale in termini di diritti, di padronanza linguistica, e di considerazione sociale. Si torna ancora al dualismo tra mitizzazione e disprezzo (senza troppi punti medi), per cui se interpreti bene lo stile cool americaneggiante da rap/gangsta o se rappresenti lo sportivo vincente, allora hai diritto ad essere osannato (sic! Con poche eccezioni nell’ordine del commercio alimentare, dell’assistenza sociale, e della vigilanza, sembra essere solo questo ancora, in Italia, lo spazio possibile di integrazione) altrimenti sei semplicemente ghetizzato. Se si considera questo fatto altro spessore (non dico musicale) culturale ha la musica di Bello Figo.

Perche? In quanto sputa e vomita con lirismo svogliato in faccia ai tabù sociali che lo arginerebbero in quanto giovane, in quanto straniero e in quanto negro. Sta in questo la complessità della sua ironia. Nella parabola di BelloFigo, che impercettibilmente migliora anziché peggiorare, è come se avvenisse una trasvalutazione di ciò che è detto e mostrato. Non che BelloFigo lo dichiari o si faccia paladino di una verità teorica (se così fosse la sua ironia si fermerebbe alla furbizia abile di un Fedez degli esordi … dove però si rispettano le regole di rima, intonazione e beat accattivanti) ma, la sua è una verità corporale, materialista e godereccia. Un manifesto osceno -pomposamente osceno- di una negrezza e di una giovinezza che se ne strafotte (o che così vorrebbe). È la finzione mediatica presa a modello. Per cui nell’ironia potrebbe capitare ai fruitori di non distinguere il personaggio dalla rappresentazione. Si rischia persino di non coglierne l’azzardo, spregiudicato certamente.

Nel personaggi di Bello Figo, intendiamoci, non ci sono fingimenti: la spinta dell’ideale corrisponde all’azione, un po’ come esemplificano i titoli ed i testi della sua canzone Mi faccio una seGha (Swag SBoRRA). Mostrare in un beat la compulsione copulativa di cui vive buona parte della video-web-musicografia Hip-Hop e che i giovani e meno giovani ormai emulano aiutati dalla noia e dalle droghe ormai diffusissime. In questo modo Bello Figo (sempre molto più preciso, intelligente, a tratti persino delicato nelle sue interviste e fortemente divertito dietro la maschera del personaggio) è un manifesto impietoso e privo di giudizio su un’epoca.

C’è dunque della complessità nel fatto che a proporlo sia un ragazzo negro che se ne strafotte delle verità ontologiche della negrezza da esportazione, o dei confini migratori ed italici di quella che dovrebbe essere la sua condizione. In questo ha ampiamente superato Souljia Boy, perchè non pare ancora caduto nel personaggio ma si diverte sfottendo. Senza contare che facendo serate, pagato, è diventato anche un lavoro.

Se è vendibile il suo prodotto, in discoteche e locali non lo è la sua originalità. Chi vorrebbe mai rivendicare la demenza, la tracotanza macha, e la corporalità consumistica di corpi negri o bianchi a confronto ?!. La stessa dimensione YouTube e il merchandising vestiario sembrano i confini dentro cui costruisce il suo mito. Bello Figo, si rende non appetibile per palati che vorrebbero addomesticarlo con i denti. Eppure ha già i suoi discepoli (molto minori, come presa di pubblico) in Don Capucino, Pu$$y Ass e Gilo, Karinzio (quest’ultimo bianco).

Bello Figo preferisce osservare l’Italia e il mondo intorno come un italiano compiciuto di essere medio. In questo inscena un superamento della differenza che, invece gli appartiene. È capace di identificare e stigmatizzare una certa italianità in modo corrosivo Pasta con tonno (il suo più grande successo), Formaggio di Parma, Ciò la macchina, Ho paura di isis, Fifa 2015, iPhone 6 Plus, Mi faccio tua mamma, Salviamo i marò, Porno Su Telefono, Prosciutto etc.. Ed è caustico e irriverente nel farlo oltre ogni misura lessicale.

Quando appena, appena invece tenta una critica non può che farlo con il personaggio che si è cucito addosso, quello dall’ironia complessa. È singolare che Bello Figo si azzardi a parlare della migrazione, della problematizzazione e del dramma delle coste, in Profugo sotto il beat inconfondibile di HotNigga di Bobby Shmurda (dove frase di una certa rilevanza ironica, appunto complessa, è “Sono bello come profugo”) alzando il tiro della sua critica di solito molto labile. Fa ridere gli altri, fa loro letteralmente spalancare la voce ( inorriditi, basiti, stupiti, divertiti?) e ricredere su ogni regola discografica possibile. In essa i confini tra demenza, insulsaggine e presa per il culo si rendono labili. Allora le sue allegorie miticizzate dei grandi italiani passati e presenti (che vorrebbe essere, che è, e che non vorrebbe mai essere), Barbara D’urso, Balottelli, Belen Rodriguez, Guè Pequeno, Elisabetta Canalis, Gerry Scotti, Bruno Vespa, Beppe Grillo, Marco Mengoni, Mussolini, Maria de Filippi, Raul Bova, Matteo Renzi, Silvio Berlusconi etc. mostrano come Il giullare negro, sia pienamente consapevole delle cause perse, dei vessilli cialtroneschi dell’italianità mediatica. Così se ne appropria e li fagocita, per poi vomitarli con gusto e stile personalissimi. Per certi versi affascinante.

Ma tornando alla questione della pelle, il fatto che rinunci a fare il negro di stile o meglio –realmente- ossequioso al dogma sweg americano (che piace tanto ai seri imitatori negri e bianchi ), rende BelloFigo nella sua misura unico.

Assodato ormai che per Bello Figo ‘piacevolezza’ non sia una parola sufficiente a spiegarlo né a contenerlo, rimane una sfida per l’immaginario degli afro-italiani, di non facile appropriazione e per gli italiani-italici al quanto, perturbante.

Reginaldo Cerolini Notte tra 22/23 Gennaio 2015 Arese

 

 

 

Riguardo il macchinista

Reginaldo Cerolini

Nato in Brasile 1981, Reginaldo Cerolini si trasferisce in Italia (con famiglia italiana) divenendo ‘italico’. Laureato in Antropologia (tesi sull’antropologia razzista italiana), Specializzazione in Antropologia delle Religioni (Cristianesimo e Spiritismo,Vipassena). Ha collaborato per le riviste Luce e Ombra, Religoni e Società, Il Foglio (AiBi), Sagarana, El Ghibli . Fondatore dell’Associazione culturale Bolognese Beija Flor, e Regista dei documentari Una voce da Bologna (2010) e Gregorio delle Moline. Master in Sceneggiatura alla New York Film Academy e produttore teatrale preso il National Black Theatre. Fondatore della CineQuartiere Società di Produzione Cinematografica e Teatrale di cui è (udite, udite) direttore artistico. Ha fatto il traduttore, il lettore per case editrice, il cameriere, scritto un libro comico con pseudonimo, l’aiuto cuoco, conferenziere, il commesso e viaggiato in Africa, Asia, Americhe ed Europa.

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