Volontari in carcere e detenuti. Forse non lo sai ma pure questo è amore, di Romina Arena

a ponte

 

Volontari in carcere e detenuti. Forse non lo sai ma pure questo è amore

 

L’immaginario collettivo vuole il volontario come un benefattore che sfiora punte mistiche di carità e misericordia. Uno con un senso folle di abnegazione per l’altro. Sembra quasi di dipingerlo tra le nuvole, una specie di unto dal Signore con un’autostrada che lo fionda dritto dritto in Paradiso. Fuori dall’immaginario, il volontario è una persona comune che nella propria vita fa una scelta.  La mia è stata quella di entrare in carcere. Quando le prime volte mi è stato chiesto perché proprio il carcere, io non ho saputo che risposta dare. Poi ho risposto: “perché no?” Sono entrata in carcere perché credo nella bellezza dell’essere umano in qualsiasi condizione si trovi a vivere; perché ho risposto a una vocazione; perché volevo fare lì dentro quello che ho sempre fatto fuori: portare la letteratura in mezzo alla gente.

Un giorno nel libro La mia parola è no dello scrittore e poeta svedese Pär Lagerkvist ho trovato questa frase: Se ci vuole acume per vedere il mondo così com’è, ce ne vuole anche per far penetrare lo sguardo più a fondo nellintimo degli uomini per riuscire a vedere quel che sono destinati ad essere, nonostante quel che sono, nonostante tutto ciò che li nasconde, che li adultera. La vista acuta del cuore porta fino a ciò che vi è di misterioso, di più sacro. Non è in fondo così stupido aver fede nellumanità.

Mi sono chiesta quale fosse il luogo nel quale si facesse più fatica a credere possibile che gli uomini, nonostante tutto, fossero recuperabili. Così sono entrata in carcere mettendo insieme due elementi difficili da coniugare perché antitetici: il libro, che esalta la parola, e tutto il meccanismo complesso della detenzione che invece la parola la inaridisce e spegne la percezione sensoriale. Attraverso la lettura entriamo in contatto e costruiamo una relazione che è necessariamente una relazione di fiducia nella quale scopriamo le nostre rispettive vite e desideriamo raccontarci. E’ un rapporto profondo che si innesca per diventare sempre più solido, nel quale le alchimie ribaltano le ottiche e annullano i ruoli. Siamo volontari e detenuti solo sulle carte e sui registri. Quando ci incontriamo siamo amici. Siamo fratelli.

 

Spesso si suggerisce che mantenere un distacco è necessario per non farsi travolgere dai casi personali e dal vortice di emozioni che lo scambio di umanità genera. E’ anche vero tuttavia che non è possibile guardare da lontano una materia che è così tanto ricca ed in continua evoluzione, da richiedere quotidianamente di essere nutrita, coltivata, curata. Non è possibile pensare che la vicenda umana del detenuto in quanto tale sia una questione circoscritta dentro le mura carcerarie. La loro vita ci riguarda perché, che ci piaccia o no, che ci irriti o no, anche loro – uomini, donne, omosessuali, transessuali, cattolici, musulmani, protestanti, atei – sono società e non necessariamente quella deteriore.

Chi presta servizio in carcere ha ben presente la sottile linea di confine sulla quale cammina al di là della quale è straniero agli occhi della gente, scandaloso e d’intralcio a quasi tutti.

Scrive Elvio Fassone in Fine pena: ora: Sono uomini e donne (molte di più le donne) guardati ambiguamente da tutti: dai familiari e dagli amici, che deplorano il loro perdere tempo con un detenuto mentre ci sono tanti altri che avrebbero bisogno, ma insieme ne avvertono il valore di sostegno a una sofferenza; dalle direzioni del carcere, che li sentono come un impiccio e un intrufolarsi in cose riservate, e tuttavia li apprezzano quando essi sciolgono qualche nodo esistenziale di un recluso, ne attenuano linsofferenza o linsubordinazione, o introducono nel carcere qualche evento che anima la piattezza dei giorni.

 

Si tessono rapporti talmente profondi da trovarsi nella perenne e insolvibile contraddizione tra l’essere felice per una scarcerazione e provare nostalgia per il detenuto scarcerato. E’ chi raccoglie confidenze e anche lacrime; sfoghi, parole che pesano. E’ chi raccoglie anche la rabbia e prova con quello che ha e che fa a scioglierla perché non monti, perché non si insuperbisca e non si trasformi in altro. E’ il testimone di un processo di liberazione lento, incerto, ma progressivo. E’ chi sopporta tutte le farraginose difficoltà burocratiche, gli ostacoli della comunicazione, l’inconciliabile incomprensione del suo stesso ruolo all’interno del pianeta carcerario. E’ chi ingoia l’amaro e continua a passare un controllo dietro l’altro in faccia alla freddezza scostante dell’ambiente e del fastidio manifesto. Mal sopportato, raramente supportato. No, non vi sto parlando di eroi. Nessuno di coloro che entrano lì dentro – se glielo chiedeste – vi direbbe di sentirsi tale. Vi sto parlando di esseri umani che hanno fatto una scelta e hanno deciso – nonostante tutto – di stare dalla parte impopolare e abietta di Caino.

Nel suo resoconto dell’esperienza missionaria nello slum di Korogocho a Nairobi (Kenya), Alex Zanotelli scrive: La gente era sicura che alle prime serie difficoltà, al primo patatrac saremmo scappati. Invece anche dentro ai guai grossi [] noi siamo rimasti. Questo ha dato alla gente un senso profondo di fiducia[]Limportante è aver camminato con loro, con i rifiuti del sistema, limportante è che non li abbiamo abbandonati [] Ritengo importante il tentare, non lavere successo. Riuscire a dire sì, qui ce lho fatta” è bello perché significa un passo avanti per i poveri, ma non ho questa pretesa. Limportante semplicemente è essere al posto giusto e fare quello che si può.

 

Entrare in carcere significa rimanere. Non per stacanovismo, per eccesso di zelo, ma per umana responsabilità. I detenuti aspettano l’ora in cui ti incontreranno, staranno aggrappati alle sbarre che danno sul parcheggio, congetturando sull’identità di quel puntino lontano che si muove verso le porte. E non hanno modo di sapere se sei tu e sei arrivato per loro fino a che non ti presenti al cancello della sezione e aspetti che ti aprano. Non puoi informarli se un giorno non potrai andare perché non c’è modo di comunicare con loro dall’esterno e non serve a niente chiedere alla sorveglianza di avvertirli. Non lo faranno. E invece i detenuti aspettano, curati, puliti, profumati, in ordine, ben sbarbati. Mai in pigiama, mai in ciabatte. Decorosi, come può esserlo un uomo chiuso. La responsabilità è nella cura di questa attesa, nella cura del loro tempo, del loro desiderio di incontrarti. Forse non lo sai ma pure questo è amore, canta Vecchioni. E pure questo è amore. Credere nella possibilità di recupero dove i programmi di rieducazione non ci sono o sono scarsi e credere nell’efficacia della comunicazione tra dentro e fuori per demistificare, per educare a una nuova coscienza sulla vita carceraria, per smantellare l’immaginario collettivo e i luoghi comuni di dentro e di fuori. E’ il progetto di imbastire un dialogo in cui chi è fuori scopre che la detenzione non è il soggiorno in un resort solo perché il detenuto non lavora (loro lo chiamano riposo forzato, per capirci) e ha la tv in cella (che condivide coercitivamente con persone che non si è scelto) e chi sta dentro prende coscienza non solo delle proprie potenzialità e peculiarità di essere umano, ma realizza anche di non essere l’unica vittima in un mondo in cui esistono trasversalmente povertà, malattia, isolamento, fratture.

Non è tendere una mano nella speranza che qualcuno vi si aggrappi, quasi come fosse un’esca per il pesce più allocco. E’ immergerla dove fa più schifo.

 

E così la mano è finita nel trogolo per i porci. Ma è corretto dire che ci è finita? Così sembra un evento capitato per caso, in maniera accidentale. Troppo forte la puzza per poter pensare a un atto intenzionale. Troppa la sporcizia perché questo sia solo un gesto volontario. Eppure è così, la mano non è finita, come per errore o distrazione, nel trogolo per i porci. La mano è andata a cercarla e ci si è tuffata dentro intenzionalmente, nella melma.

Finisce anch’essa, la mano, per puzzare. Gronda pezzi di materia sconosciuta, appiccicosa, viscida. Un intruglio schifoso che non sai dire che è. La mano mescola la poltiglia e va in ricerca. Non sa cosa cerca. Certo è che qualcosa trova. Un pezzo di legno, una busta di plastica, un’altra mano. Un’altra mano che brancola nel trogolo.

 

Questo è il buio nel quale si sceglie di entrare, il buio del carcere.

Questa è terra di profeti senza scarpe. Di profeti senza terra. Lo schifo che raccogli è schifo che ti appartiene. La montagna che scalano è piaga che ti riguarda. I profeti guardano in basso, come i vermi da cui discendono. Si interrogano e guardano; domandano e guardano; siedono in cerchio e aspettano. Che porta il profeta? Che importa il profeta? Di stracci e di pezze, di croste e di tagli. Che importa il profeta? Di calli e lerciume. Che conta il profeta, povero di lettere e di canti per chi guarda altrove? Che conta il profeta, spezzato sotto gli occhi come pane duro del banchetto passato? Il profeta canta per sé e per i profeti come lui, rancidi di pus che nessuno avvicina, inghiottiti da muri che nessuno attraversa. Questa è la terra sulla quale brancolano, non creduti. Questo è il trogolo dei porci nel quale affondano coi figli, gli incantesimi, libri e biciclette. Questa la melma  dalla parte di Dio. Non c’è altro fuori da questo candore. Non c’è niente oltre questa chiarezza. Il tanfo che senti potrebbe essere il tuo.

 

 

Romina Arena

Romina Arena, dal 2010 insegna lettura consapevole e scrittura creativa presso scuole, librerie, associazioni culturali, summer school.
Dal 2016 progetta, organizza e anima percorsi tematici e spirituali di lettura consapevole e tiene corsi di formazione e aggiornamento per operatori sociali, insegnanti e aspiranti animatori sulla metodologia dei laboratori di lettura e sull’utilizzo della letteratura, della lettura e della scrittura come strumenti didattici multidisciplinari ed interdisciplinari.
Dal 2017 presta servizio volontario presso la Casa Circondariale di Arghillà (Reggio Calabria) dove anima laboratori di lettura consapevole ai detenuti delle tre sezioni dell’Istituto.

 

 

 

 

 

 

 

Immagine in evidenza: Opera grafica di Irene De Matteis.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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