VIVERE RIACE: TESTIMONIANZE, BREVI DIARI, ANNOTAZIONI SPARSE

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Arrivammo a Riace dopo circa 4 ore di viaggio. Fino a lì ci aveva condotto un progetto di legalità, eravamo due adulti e un gruppo variegato di studenti. Fummo accolti in municipio e poi guidati lungo i vicoli e le loro botteghe. A ora di pranzo ci trovammo nella piazzetta principale del paese, brulicante di ragazzini appena usciti da scuola: dalle porte erano affacciate le mamme, che, come tutte le mamme del mondo, chiamavano i propri figli a raccolta, in una lingua diversa dall’italiano. Qualche ora dopo, i nostri studenti avevano già fatto amicizia con quei bambini, giocavano insieme a pallone, li prendevano in braccio, li coccolavano.

Nessuno degli studenti ha più dimenticato quell’esperienza. Saranno adulti diversi.

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Quel paese calato in una terra arsa ha difatti un particolare potere: riesce a portarti in una dimensione “altra”, autentica. Tu sai che esattamente così andavano le cose prima che arrivassero le contaminazioni della modernità, pubblico/privato erano ravvicinati, le porte si tenevano aperte, esisteva la fiducia nell’altro. Eppure, se questa era la realtà, qualcosa ha rotto negli anni la magia. Fino a quando, magicamente, ancora una volta, dal mare emersero due statue bronzee…

Un messaggio in codice, che ci suggeriva di guardarci indietro, che poi voleva dire guardare avanti, oltre la distesa acquea, immaginando un altro mondo proteso verso il sorgere del sole, in un momento in cui il nostro si avvicinava al ponente. Per salvarsi occorreva recuperare l’antico.

Due statue, a ricordarci i nostri progenitori, non i nostri padroni ma i nostri mentori. Siamo debitori verso quella civiltà e, nello stesso tempo, creditori: siamo stati capaci, infatti, di elaborare forme nuove e inusitate, di sperimentare vertiginosi pensieri, di inventare l’ordine là dove prima era il caos, di leggervi “innumerevoli numeri”, di sapere che esiste il limite ma anche l’illimitato, che la dualità non trova sintesi, ma lascia aperta la possibilità di una sola scelta: il bianco o il nero.

La magia si è rotta quando abbiamo scoperto il grigio. Grigio è il cemento, il vile compromesso, la cenere dei boschi incendiati, la burocrazia farraginosa, l’inquinamento, grigia è la criminalità organizzata.

Se ti affacci da Riace, vedi il mare. Al di là di quell’azzurro, la terra di Grecia. Chi erano le figure bronzee, chi le aveva commissionate, chi le aveva realizzate, chi le trasportava? Rimangono interrogativi cui ancora si cerca di dare risposta. Ma, grazie a esse, abbiamo saputo qualcosa di più degli antichi greci e anche di noi.

Il mare trasporta, ruba e restituisce. Il mare salva e uccide. Anche la terra può salvare e uccidere. Nelle zone in cui esiste il grigio, per preservare il bianco, è necessario trasformarsi in eroi. E in Calabria di eroi senza nomi ve ne sono stati tanti, già il solo fatto di resistere alla tentazione di lasciarla significa esserlo. Quando il mare ti salva, può ucciderti la terra e, se non ti uccide, può riconsegnarti al mare.

Un giorno, arrivarono, dopo aver attraversato il Mediterraneo, alcuni profughi curdi. Non si fece pregare chi lo seppe e prontamente li accolse. Dopo di loro altri, e altri ancora. Si sparse la voce che a Riace e in altri paesi si poteva vivere dignitosamente, perchè non si campava di elemosina ma si guadagnava col proprio lavoro ciò di cui si aveva bisogno. Anche i calabresi ritrovarono la loro dignità di donne e uomini: non più sottoposti all’assillo del piegarsi all’elemosina di un posto, all’estorsione di un guadagno illecito, al ricatto dei prepotenti; potevano ora rimanere e progettare un futuro nuovo.

In quei paesi si provava a salvare l’umanità. In quei paesi si ritornò a parlare di utopia, si ritornò per praticare l’utopia.

Ma, da buoni figli dei greci, avremmo dovuto aspettarci il cavallo di Troia, avremmo dovuto disporci ad affrontare lo stesso muro di Antigone. Non si può, infatti, combattere nessuna guerra senza fare i conti con i traditori. Non si può mai contraddire la legge, nemmeno in nome dell’amore. Se Elena subì l’ingiuria dell’accusa e ci volle poi il filosofo a provare a salvarne la memoria, ad Antigone toccò in sorte l’eterno dissidio tra legge del cuore e legge scritta. Elena, Antigone… alle donne fu dato il compito della disubbidienza o, meglio, la colpa della disubbidienza. Non era ancora venuto il Cristo del perdono, a quei tempi non si commetteva un peccato ma si “aveva colpa”. E per la colpa non c’è pentimento che tenga, perchè a farne le spese saranno anche i tuoi figli. Quei figli che potranno riscattarla a patto di riconoscerla e portarne su di sé il peso dei padri. Come fece più tardi Enea con Anchise, sulle spalle.

Erano proprio come moderni Enea, Anchise, Creusa, Ascanio, i curdi giunti in Calabria, profughi della guerra in Siria. Anche loro fuggivano in cerca di una terra di pace, e Riace, come altri paesi, per anni lo sono stati. Se a Enea si riconduce la nascita di una nuova civiltà -la nostra-, ai profughi di oggi leghiamo la fine di essa, non ad opera loro, ma solo ed esclusivamente ad opera nostra. Perchè non abbiamo capito che l’incontro è amore, che le braccia aperte sono solidarietà, che una casa è una storia che può nascere, che ogni regione può essere una patria se tutti vi vivono in serenità. E per dare amore, solidarietà, braccia aperte, una casa, nella terra del grigio e dei cavalli di troia, è stato necessario abbracciare il destino di Antigone, scegliere tra la legge fredda e dura, e l’umanità calda e tenera. Murarsi da vivi, chiudere le botteghe, scaraventare in mare i due bronzi, mandare sulla strada le donne e in galera gli uomini, togliere il sorriso ai bambini, spiegare agli studenti che l’utopia è veramente un’isola che non c’è, rinnegare il nostro grande passato, oppure – oppure! – dare una mano, continuare a tenere spalancate porte e botteghe, aperte la scuola, vive le strade, impegnati donne e uomini, dando voce solo alla legge del cuore, affinchè nessuna Becky muoia più tra le fiamme in una tendopoli. Grigio, grigio ovunque, contro il rosso e l’azzurro. Io scelgo il colore. E dirò agli studenti che, se il mondo in realtà è in bianco e nero, appare straordinariamente bello, vario, armonioso solo se visto a colori. In fondo, è stata la stessa natura a predisporre i nostri occhi a vederli, i colori, e a seguire il viaggio che le nuvole fanno in cielo.

Tania Paolino

 


 

Celebro il sole togliendomi i calzini sulle sponde della Sprea. Terra fra i piedi, terra fina come sabbia; la vista dell’acqua, cura per la rabbia. Sono appena arrivata a Berlino e dall’Italia per WhatsApp la mamma mi comunica la notizia “arrestato il sindaco di Riace per favoreggiamento immigrazione clandestina”. Telegrafica e cruenta. Incasso, poi rispondo

“?! Vorranno fare fuori lui e il suo modello d’accoglienza.”

“Infatti, pensavo a quello che avevi raccontato quest’estate”.

Quest’estate sono capitata a Riace. Pina aveva predisposto lì il nostro pernottamento per un paio di notti. Prima di mettervi piede per me Riace era famosa soltanto per i famosi bronzi ritrovati sulle sponde della sua marina; portati poi altrove, nella grande città di Reggio Calabria.

Mentre muovevo i primi passi il paese mi si è presentato come un sogno divenuto reale. Un bimbo dallo sguardo antico ci ha fatto da guida per i luoghi che conosce come le sue tasche. Lui ha visto rinascere il paese, ha visto quelle case destinate alla rovina rianimarsi, essere riportate a dignità di case, lui adesso sa come si fa il cioccolato e gli piace molto il cioccolato di quella piccola bottega che adesso è nella piazza dove prima vi erano topi e decomposizione. Adesso è estate e gioca per le strade con i compagni di scuola che vengono da luoghi da cui sono fuggiti; è grazie alla loro presenza che il servizio scolastico si è mantenuto attivo. Daniele ci mostra con orgoglio una pianta e i suoi fiori rossi: era un seme nelle sue mani l’anno prima e adesso l’ha superato in altezza. É una pianta che resisterà all’inverno e continuerà a crescere.

Intanto nel bar della piazza due ragazze con lo sguardo di brace e la pelle di onice giocano a briscola con giovani calabresi. La signora che fa da sentinella al palazzo in cui dormiamo ci esprime il suo rammarico. Lei da quel paese non si è mai mossa, lì ha vissuto i cicli delle stagioni e dei suoi anni; sembra essere lì da sempre, su quella sedia, con lo sguardo aperto all’orizzonte. Ha visto gente abbandonare il paese e molti altri arrivare e sa che i nuovi colori e i nuovi suoni hanno fatto sì che il suo paese rifiorisse. Adesso sa che un altro ciclo sta finendo ed il paese è sconvolto. Non ci sono più finanziamenti. E la notizia è arrivata tardi, troppo tardi, violando l’impegno e le risorse impiegate nell’ultimo anno.

La notizia ha creato un’eco pazzesca in tutto il mondo; il modello Riace è stato studiato, esaltato ed esportato all’estero. Ada Colau, il sindaco di Barcellona, è venuta a sostenere Mimmo Lucano. In piazza una giornalista giapponese sta intervistando chi si trova nella piazza; Amnesty International si è riversata lì in gruppo. La macchina del cioccolato continua a girare, i colori si mescolano nelle stoffe e nella piazza, i bambini giocano con l’acqua, le loro risate gioiose si levano in un brusio allarmato.

L’allarme adesso è emergenza. Lontana da quei giorni e dall’Italia mi devasta la cultura dell’odio e del ridicolo annunciata da voce brutale. Altre voci, altri suoni, altri colori possono e devono unirsi. Questa la forza di un sogno che cambia la rotta ad una realtà opprimente, costretta a viaggiare sui binari dell’abbandono, della diffidenza, della paura dell’altro, della difesa di uno spazio che si estingue entro le proprie difese. Intanto che scrivo e guardo l’acqua.

Irene De Matteis

 


 

La casa della poetessa: una realtà voluta energicamente da Daniela Maggiulli per portare in questo piccolo borgo oltre all’accoglienza l’arte, Riace mi ha conquistata perché quello che accade e si vive lì non è in nessuna altra parte del mondo. Sembra che siano tutti una grande famiglia e come tale si comportano. Si dà e si prende in base alle necessità in perfetta sintonia tra riacesi e rifugiati. È molto forte il senso di comunità, merce rara vista la mala tempora che attraversa la società. Tutto questo è stato possibile grazie alla lungimiranza e alla volontà di Mimmo Lucano, il sindaco da ben tre mandati di questo piccolo borgo, abbandonato per mancanza di prospettive dai riacesi ma tornato a vivere grazie al modello di accoglienza che ha reso grande Lucano nel mondo. Riprendo da Mimmo Lucano, sindaco di questo piccolo borgo abbandonato nel tempo dai giovani privi di prospettive ma ripopolato grazie alla buona integrazione e al sapiente investimento dei fondi per i rifugiati. Bisogna però toccare con mano Riace perché a raccontarla la si priva della bella quotidianità che li si respira.

Ina Ripari

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Opera di Ina Ripari, collage su carta.


 

 

Per Riace, per Mimmo Lucano. Dalla caduta del muro di Berlino si sperava in un periodo di pace per tutto il mondo. Questo invece non è accaduto anzi è stato un susseguirsi di guerre che hanno devastato interi continenti e di migrazioni. Di spostamenti di popolazioni dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa. Questi popoli sono stati accolti nel peggiore dei modi da governi proposti e razzisti che così danno inizio alla guerra tra poveri. Sapere della realtà di Riace per me è stata una bella esperienza di vita. Riace solidale e accogliente. Riace senza frontiere e senza confini. Riace cosmopolita. E tutto questo è accaduto grazie a Mimmo Lucano e alla sua lungimiranza, ha trasformato un borgo ormai spopolato e abbandonato in un paese vivo e con tanti giovani. Ricordandoci che siamo un popolo di migranti Mimmo Lucano ha accolto nel piccolo borgo della locride, terra di ndrangheta, i rifugiati che fuggono da miseria e guerre. Quest’estate, a giugno, ho accettato volentieri, l’invito di Daniela Maggiulli della casa della poetessa a fare qualcosa per Riace e ho proposto la performance “I muri crollano i fili spinato restano” e la dedico con affetto a Mimmo Lucano.

Enzo Correnti, l’uomo carta

 

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Performance “I muri crollano i fili spinato restano” di Enzo Correnti, l’uomo carta. Foto  scattata a Riace da Daniela Maggiulli.


 Biografie

 

Enzo Correnti, nato a Menzel El Emir (è l’antico nome arabo di Misilmeri – Palermo) il 1° Aprile 1953, dal 1973 vive e lavora a Prato. Artista multimediale, espone da diversi anni in personali, partecipa a rassegne e concorsi, capace di organizzare Performance e Installazioni, con successo di critica e pubblico. L’artista trae ispirazione principalmente dai maestri suoi “compagni di vita” Burri e Pollock, ma soprattutto è la sua stessa vita ad essergli maestra, ricca di colori, sapori, umori mediterranei della realtà rielaborati dalla fervida fantasia e pathos intellettuale.

 

Irene De Matteis Laureata in filosofia del linguaggio, si appassiona ai meccanismi della comunicazione in vari ambiti: la scrittura, la fotografia, il linguaggio corporeo. Alla sua formazione giovanile di danzatrice acrobatica unisce successivamente lo studio del teatro gestuale, continuando però ad esplorare la danza contemporanea. Si specializza in interventi che utilizzano l’arte in spazi ed ambiti non convenzionali (supermercati, uffici postali, stazioni ferroviarie, la strada) e nella ricerca di un incontro fra varie discipline. Attualmente mediatrice artistica a Firenze in “Notte di qualità”, progetto pilota in Italia, già attivo a Parigi e Berlino. Lavora inoltre come pedagogista teatrale e attrice/danzatrice in produzioni di teatro danza ed interventi performativi. http://irenedematteis.wixsite.com/creattiva  e http://www.nottediqualita.it/portfolio_page/mediatori-artistici/

 

Tania Paolino

Nata a S. domenica Talao (CS), insegna filosofia e storia presso il liceo “P. Metastasio” di Scalea (CS). In qualità di giornalista pubblicista ha collaborato con vari giornali. E’ autrice con Enzo Infantino del libro “Kajin e la tenda sotto la luna”, Pellegrini Editore, vincitore del Premio Internazionale Losardo 2018 per la sezione Autori.

 

Ina Ripari, vive e lavora a Prato e ha al suo attivo numerose personali collettive e manifestazioni varie. Con le sue opere ha cercato di portare avanti i suoi principi etici e ha usato l‘arte per gridare la sua rabbia e il suo disappunto davanti a una società indifferente. Nelle sue composizioni la materia è diventata pretesto di una totale libertà di azione dove il colore è quasi del tutto scomparso assorbito da un nero denso come pece venato da rosse striature come rivoli di sangue caldo sull’asfalto come urla nel silenzio. Usa l’arte come veicolo di comunicazione come un esigenza di tuffarsi dentro la sua anima alla ricerca di qualche risposta. Neri schizzati di rosso come ferite che la vita ci infligge ma che con grande passione cercano di farsi avanti per gridare con forza io sono io esisto.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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