VERSO OVEST, inedito di Julio Monteiro Martins

Menino Xavante Semente Valente 3 - Jade Rainho y Allyson Alapont

La Macchina Sognante è grata ad Alessandra Pescaglini per averci voluto donare  questo inedito del compianto amico e scrittore Julio Monteiro Martins. Sebbene sia stato scritto nel 2011, questo saggio  offre un quadro esauriente delle contraddizioni che hanno attraversato e continuano ad  attraversare quel territorio  a livello storico,  geografico, umano, sociale, economico e dell’immaginario, è quanto mai attuale e siamo onorati di poterlo ospitare nell’Inserto Amazzonia.

 

 

VERSO OVEST

 

 

 

Nel mio morire c’è un dolore di albero.

(Manoel de Barros, Autoritratto parlato)

 

 

“I portoghesi si accontentano di segnare le nuove terre lungo il litorale come fanno i granchi sulla sabbia”, così il frate Vicente do Salvador definì, nel 1627, la fragile e pavida occupazione dell’immenso territorio del Brasile: una striscia di terra lunga migliaia di chilometri, affacciata sul mare, vicina alle navi, a evitare, forse addirittura temendo, il “ventre umido del continente”, quelle lande infinite che allora chiamavano col nome un po’ sinistro di “mato grosso”, la giungla fitta.

Per almeno due secoli i portoghesi e i loro discendenti rimasero a guardare l’orizzonte del mare dai villaggi che avevano costruito sul litorale del Nuovo Mondo, qualcuno di questi già dandosi arie da città, munito di un porto molto attivo, con una cattedrale e strade commerciali dove si offrivano le merci arrivate dalle Fiandre o dall’Inghilterra, mentre a un centinaio di chilometri ad ovest il Brasile era ancora terra ignota, limbo vegetale, dove valeva il motto delle antiche mappe africane: “Hic Sunt Leones”.

A partire dalla fine del Seicento però, dalle città dei dintorni di São Paulo, come Santos, Taubaté e São Vicente, gruppi di avventurieri armati, i bandeirantes, iniziarono una marcia verso ovest alla ricerca di schiavi indigeni, di pietre e metalli preziosi. Di tante di queste spedizioni non si sentiva parlare mai più, se era fortunato tornava alla civiltà soltanto qualche sopravvissuto spossato e farneticante, descrivendo il labirinto di liane, ragni, giaguari e serpenti che accrescevano la reputazione maledetta dell’“inferno verde”. Il bandeirante Raposo Tavares, “o Velho”, per esempio, partì da São Paulo con 1200 uomini, e qualche mese più tardi solo 60 moribondi sfiniti arrivarono alla città di destinazione, Belém do Pará, al di là del fiume delle Amazzoni.

Ma la cupidigia, il magnetismo dell’illusione della ricchezza, delle “montagne d’oro” che nutrivano il mito dell’Eldorado, si sarebbero mostrati più forti della paura, e nuove e sempre più numerose spedizioni di bandeirantes partirono verso la foresta vergine, tra l’incertezza di non tornare mai più, di soccombere in morti solitarie e orrende, tra febbri e veleni sconosciuti, oppure di tornare ricchi, indipendenti, liberi, con le bisacce stracolme d’oro e di diamanti.

Fernão Dias Paes Leme, “il Cacciatore di Smeraldi”, da ogni spedizione, vittoriosa o frustrata che fosse, portava comunque con sé qualche migliaia di “indios” per lavorare come schiavi nelle sue fattorie ai margini del fiume Tietê. Gli “indios”– così si convenzionò denominare le etnie presenti nel continente, in una generalizzazione per niente innocente, ma complice dello sterminio attraverso la negazione della sua complessità – come è noto non sopportano la schiavitù, sono come i piccoli uccellini del Centroamerica, i quetzal, che quando messi in gabbia smettono di cinguettare, non toccano più cibo e muoiono. Il genocidio degli “indios” – al momento dell’arrivo dei portoghesi erano circa tre milioni sparsi sul territorio brasiliano, ma già nel Settecento questo numero era sceso a meno di un milione ­­– si compiva non solo attraverso le malattie sconosciute che gli europei disseminavano, o l’assassinio puro e semplice, ma soprattutto attraverso i tentativi di renderli schiavi, condizione che non potevano comprendere, che era aliena alla loro idea di esistenza, e appunto, era proprio all’esistenza che rinunciavano, come fecero nel secolo successivo gli aborigeni australiani sotto il mirino degli inglesi. E pensare che solo nel Guaira, territorio vicino al confine con l’attuale Paraguay e con le cascate dell’Iguazú, le missioni gesuite che si opponevano alla schiavitù degli “indios” vennero annichilite una dopo l’altra, e da lì i bandeirantes tornarono a São Paulo con niente meno che un bottino di 60 mila schiavi.

Il Portogallo, a quel tempo dominato dalla Spagna, non aveva i mezzi e l’interesse per controllare quei suoi sperduti possedimenti, e così, approfittando dell’unione asimmetrica tra i due regni, in verità un’occupazione spagnola del territorio portoghese, le spedizioni paulistas invasero i territori non colonizzati oltre la linea di demarcazione del trattato di Tordesillas, dando al Brasile il suo profilo a forma di largo ventaglio che si apre a Nord, che conserva fino ad oggi. A quel tempo, l’abbandono di queste terre da parte della Corona era così annoso e assoluto che la stessa lingua portoghese era stata abbandonata, e lì si parlava la Língua Geral, una versione semplificata della lingua parlata dagli “indios” della tribù Tupi.

Queste spedizioni deliranti, piene di ambizioni smisurate e di un coraggio suicida, sono state la genesi di quella che più tardi sarebbe stata la Regione Centro-Ovest del paese, il primo capitolo della saga oscura, non meno violenta e avventurosa di quell’altra, più documentata, della frontier statunitense, la conquista di quell’altro Ovest, delle immense terre tra i monti Alleghenies e l’Oceano Pacifico, con il loro particolare Eldorado: il sogno dell’oro della California. Ma allo stesso modo di quella nordamericana, anche la frontiera sudamericana ha dato forma e senso al popolo che oggi vi abita e alla loro autoimmagine di pionieri. I veri pionieri però – molto simili ai gestori di tutto il mondo coloniale del periodo – erano quegli uomini brutali, spietati, i simboli viventi, in carne e ossa, dell’ “accumulazione originaria”, ottenuta a partire dal saccheggio e dalla spoliazione dei popoli nativi, di cui parlava Rosa Luxembourg.

Mai un territorio è stato violentato così a lungo e sistematicamente come quello del Centro del Brasile. Mai una natura così ricca è stata lo scenario di così gravi delitti. E quando parlo di natura, non parlo solo dell’esuberanza delle foreste, ma anche del cerrado riarso, del Pantanal e delle praterie del sud, tutti ecosistemi da proteggere. Infatti, i crimini contro la natura non rappresentano niente di straordinario: sono commessi dagli stessi personaggi atroci che hanno costruito la storia dell’uomo, sono gli scellerati presenti nelle vicende del Vecchio testamento, nelle Crociate, nelle stragi compiute dai conquistadores in Messico e in Perù, nei lager nazisti, nei gulag, nell’annegamento di migliaia di immigrati ogni giorno, tra le sponde del mare Mediterraneo. Non sono mali del tempo passato o malattie di infanzia della civiltà. Sono mali intrinsechi, costitutivi del genere umano nelle sue azioni collettive. La banalità del male come ci ha insegnato Hanna Arendt. E la conquista dell’ovest del Brasile non sfugge a questa regola: è stata scritta con il sangue sotto il sole.

Nel suo straordinario saggio “Il significato della frontiera nella storia americana”, del 1921, Frederick Jackson Turner scrisse: “C’è voluto pressappoco un intero secolo di lotta contro gli indiani e di penetrazione nelle foreste perché gli insediamenti coloniali si allargassero verso l’entroterra a una distanza di soltanto cento miglia dalla costa”. Questa frase si potrebbe applicare esattamente al caso degli insediamenti portoghesi in Brasile.

E a proposito delle somiglianze storiche tra i due “ovest”, non è una semplice coincidenza il fatto che parte della cultura del Centro-Ovest brasiliano di oggi, il mondo della canção sertaneja, della musica country brasiliana, il cui epicentro è lo stato di Goiás, abbia adottato l’estetica del far west americano, i cappelli Stetson, il rodeo, i pantaloni jeans sfrangiati, i gilet ricamati, gli stivali, i furgoncini attrezzatissimi e di grossa cilindrata, le parole mielose – oggi anche farcite da allusioni sessuali – delle canzoni delle coppie di cantanti, le duplas sertanejas che vendono milioni di dischi in tutto l’entroterra brasiliano. C’è una certa consapevolezza in questa scelta “manierista”, in questo simulacro del Texas ai tropici. Dopo il bandeirante o il Daniel Boone del passato eroico, ci sono oggi, qua come là, i cowboy nati e cresciuti alla frontiera, che condividono destino e visione-di-mondo creatasi all’interno di una realtà cruda, dove il desiderio degli uomini schiaccia le fragili barriere imposte dalla legge e segue avanti indisturbato.

Proprio questa è forse la caratteristica più impressionante di questa regione – oltre alla bellezza mozzafiato della sua natura, della fauna e della flora così variegate delle microregioni che la compongono e che questo libro testimonia in modo splendido –, e cioè, la volubilità e a volte la totale assenza del dominio della legge, ossia il proseguimento imperterrito del suo “peccato originale”. Questo è il marchio del Brasile profondo, la legge del piombo, una violenza micidiale che si scaglia proprio contro quelli che vogliono far rispettare la legge. Per questo, gli eroi e i martiri di questo Brasile sono quelli caduti in difesa della foresta, protetta dalla legge in una “lettera morta”, fatta di indifferenza e di impotenza, con uno Stato lontanissimo, isolato dalle distanze enormi, con la conseguenza che l’unico occhio capace di avvicinarsi è l’occhio meccanico dei satelliti, che non possono uscire dalle loro orbite per intervenire quaggiù. E così sono stati ammazzati Chico Mendes, Sister Dorothy Stang, e recentemente José Cláudio Ribeiro da Silva e sua moglie, Maria do Espírito Santo. Tutti uccisi per aver denunciato le violazioni della legge nella giungla brasiliana. E per cercare inutilmente di salvarla.

Raccontavamo del bandeirante Paes Leme, che trascinava dei veri eserciti di schiavi indigeni verso un lavoro che li avrebbe uccisi. Sarà cambiata questa realtà? No, purtroppo. Il lavoro schiavo nell’entroterra brasiliano esiste e cresce. I trafficanti di uomini, i gatos, con promesse di guadagni facili reclutano braccianti nelle aree depresse del Nord Est, nel Maranhão e nel Piauí, e da lì trasportati in camion e aerei alle fazendas del Pará e del Mato Grosso, dove lavoreranno come schiavi, accumulando debiti che non riusciranno mai a pagare e sempre sotto il mirino dei fucili, e di loro non si saprà più niente: il viaggio dei nuovi schiavi è un viaggio senza ritorno. Tra i loro lavori forzati c’è anche quello di bruciare e distruggere la foresta e di strappare dalla terra i ceppi e le radici rimaste dopo la devastazione, perché le terre agricole si espandano a dismisura.

Paradossalmente – in un paese di infiniti paradossi – non distante da questa realtà ha sede dal 1960 la capitale del paese, Brasília, frutto dell’immaginazione avveniristica di colti e sofisticati brasiliani del litorale, Oscar Niemeyer, Lúcio Costa, Burle Marx: una sorta di nave spaziale tutta metallo e luci, posata in mezzo al nulla, alla savana riarsa del cerrado, più che una città, un miraggio, visione miracolosa, un’epifania lecorbusiana edificata nel deserto. E come mai è finita lì la capitale, un luccicante monumento nel Planalto Central, tutto vetro, acciaio e marmo di Carrara? È chiaro: lontano dalle masse, dal Brasile attivo, popolare, rivendicante, di Rio o di São Paulo, il potere emana ora in modo assoluto e intoccabile verso il resto del paese, acquisisce una dimensione mistica, si irradia dappertutto nel Brasile reale senza doversi più immischiare con esso. Un potere ora lontano e distaccato, asettico, che non si può contestare né si può discutere: le leggi e i decreti, le sentenze dei tribunali, diventano dogmi, si gonfiano di una nuova sacralità. L’ordine parte ma non ascolta più le risposte, la bocca è cresciuta e le orecchie sono scomparse.

Ebbene, se lanciamo a partire da questo suo innesto più prezioso, Brasilia, un lungo sguardo verso il Centro-Ovest, cosa vediamo?

Vediamo quella che un giorno è stata la foresta trasformata nel pascolo per gregge bovino più grande al mondo, fornitore di steak e hamburger per russi, cinesi, francesi e americani, e poi le piantagioni di soia, cotone, girasole, granturco e riso, che occupano il posto del cerrado, del Pantanal e della foresta stessa, il cui fantasma sembra aleggiare ancora su quelle monoculture monocromatiche, che mostrano le loro cicatrici, i ceppi ancora rimasti qua e là dai grossi alberi tagliati dopo le queimadas, gli incendi smisurati provocati dai fazendeiros, le cui macchie rosse sono visibili persino dalla luna.

Gli sguardi ammalati di avidità, che trovano giustificazione in un’ideologia obsoleta di “progresso” – prodotto tardivo del Positivismo di stampo ottocentesco ­– vedono la natura non come un patrimonio unico e al contempo fragile, da preservare a tutti i costi, ma al contrario, come un nemico da abbattere, un ostacolo vivo che impedisce di “far fruttare”, secondo la loro visione distorta, la terra locale, o meglio, il nuovo deserto, per veder moltiplicarsi le mandrie e le coltivazioni che si trasformeranno in moneta sonante. Questo impoverimento irreversibile mascherato da arricchimento viene chiamato ampollosamente “industria agro-alimentare”, oppure “frontiera agricola”. E fa rabbrividire il termine “frontiera” utilizzato in questo contesto, perché vuol dire che i limiti attuali non sono definitivi, non sono soddisfacenti, e che si vuole più pascoli e più soia e meno foreste e meno vita, a ovest di niente.

Alla fine delle grandi fattorie, proprio all’inizio dell’Amazzonia, a nord, e del Pantanal, a sudovest, troviamo una linea d’ombra tra due Brasili molto diversi tra loro, la linea divisoria tra equilibrio e annientamento, tra due pensieri potenti che ispirano due tipi di uomini: quelli che difendono a costo della propria vita questa linea e quelli che la vogliono sfondare ancora. Una sorta di scontro tra due placche tettoniche, oltre le quali si trova quello che è rimasto delle viscere oscure dell’impero brasiliano. Impero del passato e del presente, camuffato da Repubblica, come ha capito benissimo l’antropologo Darcy Ribeiro, interprete lucido della vera identità della Patria.

La Regione Centro-Ovest del Brasile è il grande laboratorio del continente, dove due secoli diversi, due mentalità e due idee di futuro si confrontano, dove passa la linea che divide lo sfruttamento economico della modernità dalle preoccupazioni ambientali e ecologiche della postmodernità. Sono idee forti ed escludenti: i cowboy, gli investitori dell’agro-industria, le banche e le compagnie multinazionali a cui oggi appartengono gran parte delle fattorie, sono insofferenti nei confronti di quella manciata di ecologisti, di seringueiros, quelli che estraggono il caucciù dagli alberi, di castanheiros, i raccoglitori di frutti tropicali, e degli “indios” rimasti, che con l’appoggio titubante e incerto dello Stato cercano di arginare la devastazione. In gioco, lo sappiamo, non c’è solo il futuro del Brasile, ma di gran parte del sistema ambientale del mondo, i cui sintomi di squilibrio ormai ci terrorizzano.

E non dobbiamo farci illudere dalla bellezza strabiliante dei parchi naturali, quello del Pantanal in primo luogo, e credere che creare “parchi” possa essere una soluzione. Si sa che queste “oasi” di natura incontaminata in mezzo ai novelli deserti, non hanno alcuna chance di perdurare, di resistere, perché gli ecosistemi sono, appunto, dei sistemi, una concertazione di elementi tutti indispensabili. Il deserto, i pascoli, la monocultura spazzeranno via prima o poi anche queste oasi e i loro ingannevoli effetti dimostratori. I “parchi” sono anch’essi una forma di travestimento, un simulacro di qualcosa che è già scomparso o che sta per scomparire, un sipario esuberante per occultare la visione della catastrofe.

Il fatto è che non si può pensare di impedire la devastazione con mezze misure, preservando qualche scenario meramente cosmetico. Attenzione: siamo ormai allo scadere della 25a ora. E l’unica speranza possibile deve nutrirsi di azioni energiche e immediate, dell’auspicabile capacità dello Stato brasiliano e degli organismi internazionali di contrastare gli interessi economici prevalenti nella regione e imporre su di essi l’interesse generale dell’umanità.

La posta in gioco – in questa lontana, dimenticata, periferica regione del pianeta – è una posta altissima. Le fiches di questa scommessa sono le generazioni future di uomini e donne sulla Terra, i nostri figli. Questa scommessa bisogna vincerla, o almeno impedire che la vincano in modo definitivo e fatale quelli che fino ad oggi sono riusciti, anno dopo anno, a espandere e imporre il nulla sulla vita. E qui niente è pensiero astratto. Dall’aereo che sorvola le foreste si vede con totale nitidezza la trincea divisoria tra il nulla e la vita. E a ogni nuovo volo, si vede anche che la trincea si è spostata di qualche chilometro, che le ramificazioni delle strade a forma di spina di pesce e le radure si espandono con il sovrastare del nulla sulla vita. È implacabile, inarrestabile, l’incombere di questo nulla. E sempre, sempre verso ovest.

 

 

Lucca, Settembre 2011

 

Julio Monteiro Martins

 

Immagine in evidenza , scatto di Jade Rainho e Allyson Alaport.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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