UN’ORA NEL CARRO-BESTIAME DI INUMANIMAL

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INUMANIMAL

Sfruttamento animale e performance teatrale

di Lucia Cupertino

Inumanimal è il viaggio che non vorremmo mai vederci costretti ad intraprendere, ma a cui sono soggiogati – ogni anno, giorno e istante in un incessante inferno- milioni di animali negli allevamenti intensivi.
Attraverso un linguaggio corporale spoglio quanto diretto e fremente, l’intensa interpretazione teatrale di Teodora Mastrototaro e Savino Lasorsa è capace di farci intraprendere empaticamente quel viaggio, di tenerci incollati a quel posto a sedere all’interno di uno spazio teatrale liquido, adesso identificabile col treno regionale che prendiamo tutti i giorni per andare al lavoro o ripetere
gesti consumati dalla routine; adesso invece pronto a prendere le sembianze del carro-bestiame dentro il quale vengono ammassati gli animali che finiranno squartati, impacchettati, etichettati e distribuiti nei supermercati di immensi franchising vicino a casa nostra o al nostro ufficio.

E da lì ce li ritroveremo nel treno regionale, proprio nella busta della spesa del giovane passeggero, infastidito dalla telefonata del padre che vuole sincerarsi se il figlio ha comprato il Tenerone, il latte fresco freschissimo come anche le uova e -in una fiera dell’ebetaggine delle più ridicole- vuole ripeta ritornelli di canzoni dai versi grondanti banale, distratta ma persistente violenza. Del resto la circolarità, sequenzialità e tangenza degli scenari presentati in Inumanimal narra proprio il dipanarsi di quella banalità del male perpetuata mentre la quotidianità corre e i soggetti purtroppo non riescono a specchiarsi nella tragicità di ció che accade o viene detto loro, nulla vibra nelle loro ossa.

17495936_10212569430416579_556190508_nI vari personaggi inscenati da Savino Lasorsa sono proprio il riflesso di questa ostinata ottusità. Sono indifferenti, amano vivere di apparenze e portare a termine il loro compito senza porsi domande, piuttosto che aprire gli occhi di fronte alle richieste di umanità dei personaggi interpretati da Teodora Mastrototaro, dai tratti invece cangianti ed essenzialmente animali, femminili, in prigionia, intrappolati o feriti. Con l’incedere della performance, questa accumulata indifferenza diventa un coaugulo di malvagità e sadismo, una macchia che non va via.

Una scena di Inumanimal risulta centrale nella struttura dell’opera e del lavoro sulla persona. È il momento in cui l’animale è rinchiuso da ore in nel carro-bestiame fermo ad un semaforo. Qualcuno ha visto mio figlio? È la domanda senza risposta di una scrofa separata dai suoi porcellini. Sentiamo l’asfissia, il puzzo di merda e piscio, l’oscurità, la costrizione, la fame e la sete. Lei continua a lagnarsi, a chiamarci con insistenza. Siamo disperati come lei, con lei? O continuiamo ad essere menefreghisti? Non possiamo eludere le nostre reali sensazioni, ogni spettatore ha di fronte il proprio specchio interiore. Sembra essere questa la forza di quest’opera teatrale. Un teatro minimo, prossimo ad un laboratorio aperto sull’umanità che non c’è.

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Un lavoro teatrale che procede paralellamente a quello poetico di Teodora Mastrototaro con Rape Rack (Asse da stupro), fino a nutrirsi e contagiarsi mutuamente, come sottolinea Pippo Marzulli in questa nota: Rape Rack (Asse da stupro) è un pugno nello stomaco, senza dubbio un lavoro impegnato e maturo che ha il coraggio di toccare una tematica scomoda come quella dello sfruttamento degli animali negli allevamenti intensivi e non solo. È una raccolta di liriche che gronda sangue macchiando le mani del lettore, che permea le narici del nauseabondo puzzo del mattatoio, che stride come le urla di dolore dell’agnello diretto al macello/massacro. Predominante è l’attitudine, da parte dell’autrice, di un linguaggio teatrale fatto di immagini “senza tempo – d’altri tempi” e contatto fisico che diviene fisicità carnale.”

Stefano Liberti nel suo ultimo lavoro d’inchiesta, I signori del cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta (Minimum fax, 2016), mette in evidenza l’olocausto creato dall’industria della carne e dei prodotti derivati. Ad esempio, sono circa 700 milioni i maiali allevati in Cina, corrispondenti alla metà della produzione mondiale, e per alimentarli si devono importare quantità stratosferiche di soia transgenica, importata dal Brasile, in zone che una volta erano foreste e ora sono disboscate a ritmi impressionanti per dare spazio a queste produzioni. Tutto per mantenere in piedi consumi invece sconsigliati da tutti i massimi organi internazionali sulla salute, ma spronati da alcuni gruppi finanziari lanciatisi in questo business, soprattutto dopo la crisi del settore immobiliare del 2007 negli Stati Uniti. È un circolo vizioso che vediamo nella realtà e ritroviamo riflesso perfettamente nell’opera teatrale Inumanimal.

Si percepisce infatti nettamente la necessità di unire vari fronti, come nella proposta di Peter Singer, uno dei massimi referenti nella lotta antispecista che chiamava a considerare lo specismo una delle tante facce della discriminazione, assieme al razzismo e al sessismo. Quella scrofa che si chiede Qualcuno ha visto mio figlio? potrebbe benissimo essere una donna messicana, somala o siriana chiusa in un furgone, nelle mani di trafficanti di vite umane.

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Sentiamo adesso la voce della creatrice di Inumanimal, Teodora Mastrototaro:

L: Com’è nato Inumanimal e qual è il proposito del vostro progetto teatrale?

Per descrivere la nascita di Inumanimal potrei non smettere più di scrivere per quando sia stato denso e pieno e coinvolgente ogni attimo dedicato al lavoro e ti assicuro che, anche se il suo viaggio ha superato un anno, non c’è giorno in cui non continui a divenire perché Inumanimal è qualcosa di più di uno spettacolo, è una parte di noi. Il lavoro nasce dal verso poetico, anche se poi la scrittura non è in poesia. Nasce dalla mia nuova raccolta “Rape Rack- asse da stupro” che affronta il tema dello sfruttamento e della sofferenza animale descrivendo alcuni dei luoghi di coercizione all’interno dei quali sono costretti a vivere gli animali/macchine produttive. Il contenuto del libro, quindi, è stato traslato in linguaggio scenico, in un atto performarmativo. La maturazione è stata lenta, tra approfondimenti e ripensamenti, tra ore d’aria e lunghi momenti claustrofobici dove il nodo centrale è l’etica, quindi un percorso personale non semplice. Inumanimal non ha la pretesa di cambiare chi viene a guardarlo ma di smuovere qualcosa, ce lo auguriamo. Facciamo calare lo spettatore all’interno di questi luoghi e il grande contenitore di tutto è il Carro Bestiame all’interno del quale, chi ci viene a vedere, si trova, viene trasportato fino al macello. Il nostro intento è far si che chi assiste ad Inumanimal avverta la trasformazione da spettatore ad animale condotto alla mattanza e mi auguro che, a questa trasformazione durante l’ora della nostra performance, una volta usciti dallo spazio/carro, la trasformazione continui e diventi consapevolezza.

– L: Quali esperienze, movimenti, letture, ecc. sono state cruciali per la concezione dell’opera?

Partiamo dall’inizio e quando dico inizio mi riferisco ai miei studi universitari. La mia conoscenza ha radici che risalgono alla medicina veterinaria e alla zootecnia. Questi studi mi hanno permesso di affrontare l’argomento anche da un punto di vista tecnico e scientifico. La conoscenza della produzione, dell’allevamento e dello sfruttamento degli animali, delle tecnologie, dell’alimentazione, insomma di tutto ciò che è fondamentale per trasformare un animale in un mezzo produttivo sono argomenti che ho studiato e che mi hanno sicuramente accompagnato. Queste nozioni sono diventate i mezzi che mi hanno permesso di raccontare le pratiche di coercizione, riuscendo a rendere più comuni tecniche di dominio che spesso sono nell’ombra. Poi lo studio dell’etologia, perché non si può prescindere dal conoscere le abitudini e gli istinti degli animali per capire davvero il cambiamento forzato a cui l’uomo li sottopone. La conoscenza dell’animale, quindi, credo sia cosa fondamentale per chi voglia affrontare un argomento come quello dello sfruttamento. Poi diverse letture, naturalmente, posso citarne alcune come i testi di Singer, Liberazione animale e Come mangiamo. Le conseguenze etiche delle nostre scelte alimentari, e di Regan Gabbie vuote. La sfida dei diritti animali e La mia lotta per i diritti animali, e Il maiale che cantava alla luna. La vita emotiva degli animali da fattoria di Masson. Importante anche la conoscenza di attivisti e organizzazioni per la protezione degli animali di cui seguo i movimenti e le discussione su vari blog e anche su facebook. Ricordo “Animal Equality”, “Essere Animali”, e la comunità “La loro voce-Iene vegane”, insomma conoscere diversi punti di vista è una grande fonte di crescita e cambiamento, e ti assicuro che non è mai troppo conoscere ciò da cui si attinge.

– L: Lo sfruttamento animale é un soggetto teatrale presente nelle realtà teatrali italiane?

Spettacoli teatrali che affrontano il tema dello sfruttamento animale non sono molti. Posso ricordare con grande piacere lo spettacolo “Anatomia di un risveglio”, spettacolo antispecista scritto e interpretato da Barbara Mugnai con la regia di Marco Conte e la messa in scena di Pillola Rossa di Ugo Pagliai. Lo spettacolo è un viaggio autobiografico attraverso il quale si riflette e si invita a riflettere sulla condizione animale, umana e non umana, su cosa si nasconde dietro i nostri gesti quotidiani e sull’importanza di questi stessi gesti, su quello che possono provocare. Poi mi viene in mente “The animal machine”, uno spettacolo di Einaugen e Tècknè Teatro, che denuncia il dominio dell’essere umano ed esprime l’amore per la natura. “La carne è debole”, di Giuseppe Lanino che fa una critica agli allevamenti intensivi.

– L: Inumanimal prevede, alla fine dello spettacolo, un piccolo forum per attivare il confronto col pubblico.
Che tipo di impatto avete registrato?

La possibilità di discussione pubblica purtroppo non è la prassi, però sì accade. Succede forse più in forme private, mi contattano i giorni successivi, qualche volta a quattr’occhi dopo lo spettacolo. Quando siamo riusciti e abbiamo avuto la possibilità di aprire un piccolo dibattito a fine spettacolo tanti sono stati gli spunti, non necessariamente legati al contenuto. Di solito, infatti, gli spettatori si sentono un po’ frastornati dal viaggio nel carro bestiame che diventa poi un carro di deportazione vero e proprio dove spesso ciò che risale dentro sono diverse esperienze: chi ci ha parlato della sofferenza animale non immaginata così, chi ha invece pensato alla violenza sulle donne, sulle minoranze ecc. Non dimentichiamo, infatti, che c’è una radice comune dello sfruttamento umano e animale… E’ come se si fossero toccate, con un solo tasto, altre diverse problematiche. In fondo il carro è un contenitore e non sempre il nostro contenuto viene vissuto dallo spettatore che si può trovare a riversarci altre storie, altre esistenze.

L: Ti ringrazio per il tuo prezioso contributo, Teodora.

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Foto in evidenza e nell’articolo a cura di Matteo Montaperto.

 

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste italiane quali Nuovi Argomenti, Fili d'aquilone, Irisnews, Versante ripido, Sagarana, Carmillaonline, Le Voci della Luna e internazionali come La otra, Círculo de poesía, Bitácora pública, Vallejo and company, La Jornada, Monolito. Ha pubblicato: "Mar di Tasman" (Isola, Bologna, 2014), "Non ha tetto la mia casa" (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue, italiano-spagnolo. Ha tradotto e curato "43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos" (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Co-curatrice di "Muovimenti. Segnali da un mondo viandante" (Terra d'Ulivi, Lecce, 2016). Cofondatrice della rivista La macchina sognante, con la quale prende parte a eventi culturali in Italia e all’estero. Ha curato l'edizione italiana del documentario brasiliano "Fiore brillante e le cicatrici della pietra" sugli indigeni Guarani-Kaiowà. A varie latitudini ha svolto ricerche universitarie e antropologiche incentrate su mondo indigeno, educazione e transizione sociale.

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