UN INCONTRO MANCATO. A(N)MARCURD DI GIOVANNI NADIANI (Rossella Renzi)

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Conosco Giovanni Nadiani da molto tempo, per aver letto le sue opere e per aver ascoltato le sue performance in teatri o luoghi dedicati alla poesia, ma dal luglio 2015 ho avuto la fortuna di incontrarlo personalmente, di parlarci, anche se per circoscritti momenti.

Un tempo troppo breve, per gioire dello spessore e della gentilezza, della profondità e dell’umiltà che un uomo di cultura come lui possedeva. Da quel luglio di più di un anno fa, siamo rimasti in contatto, scrivendoci e condividendo nuove situazioni di lettura, legate in particolare alla sua produzione dialettale. Così, ho avuto la fortuna di incontrare questo grande Maestro della poesia contemporanea, in diverse e memorabili occasioni, tra cui Pordenone, Forlì e l’ultima volta – anzi la penultima – a Voltana, presso un centro culturale della zona. In questi mesi, ci siamo tenuti in contatto cercando di creare un’occasione per parlare del nostro percorso di scrittura, e anche di vita; ma i problemi di salute ci hanno sempre ostacolato. Giovanni è sempre stato presente in modo puntuale: mi inviava i suoi libri con dediche raffinate scritte con la sua particolare penna stilografica; aveva letto il mio libro e mi aveva scritto una lunga lettera che le inaffidabili Poste Italiane hanno fagocitato. Conservo gelosamente gli scambi dei messaggi di posta elettronica e sul telefono, dove si evocava il coraggio, la speranza, la fiducia… li conservo con una profonda malinconia.

Nell’attesa che Giovanni si riprendesse per dare luogo alle nostre conversazioni, in un caldo pomeriggio di questa estate, proprio mentre stavo scrivendo la recensione al suo ultimo libro in versi, mi arriva la notizia della sua morte. E’ stato un momento della mia vita che non dimenticherò mai. Ero molto concentrata sulle sue parole, sui suoi testi che ogni volta mi donavano (e mi donano) un messaggio nuovo e più significativo… ero così immersa nella sua scrittura che ho avvertito una sorta di vuoto spalancarsi tra le pagine, e nel mio petto.

Non avrei mai più incontrato Giovanni, né avrei potuto raccontargli o fargli leggere ciò che del suo libro avevo compreso e fatto mio. Un grande vuoto e un grande freddo… e molto, moltissimo livore nei confronti del tempo.

Dopo quella notizia, è stato difficile proseguire il lavoro di riflessione su Anmarcurd, uscito per L’arcolaio nel 2015, la casa editrice diretta dall’amico comune Gianfranco Fabbri. In ogni caso, ora credo sia stato importantissimo, anzi, necessario. L’ho avvertito come un compito, e anche un modo per portare avanti quel dialogo che avevamo iniziato, e che stava crescendo nel tempo, con scambi di libri, parole, speranze. Ho voluto seguire il suo insegnamento, quel bisogno di fare con l’altro, per incontrarlo, anche in poesia, verso un orizzonte di conoscenza condiviso, attraverso una parola che crea comunione, e attraverso una lingua da custodire, da preservare, da sperimentare… Da traghettare, con fatica e dedizione, nonostante (imbacont) questa bolgia della comunicazione. In una citazione, tra le altre, in esergo a questo ultimo libro, Giovanni aveva riportato queste parole di Samuel Beckett:

 

“Bisogna continuare; è tutto quello che so […]; bisogna continuare, non posso continuare, bisogna continuare, e allora continuo, bisogna dire delle parole, intanto che ci sono, bisogna dirle, fino a quando esse non mi trovino, fino a quando non mi dicano, strana pena, strana colpa, bisogna continuare, forse è già avvenuto, forse mi hanno già detto, forse mi hanno portato fino alla soglia della mia storia, ciò mi stupirebbe, se si apre, sarò io, sarà il silenzio, là dove sono, non so, non lo saprò mai, dentro il silenzio non si sa, bisogna continuare, e io continuo [Malone muore]”.

ANamarcurd è dunque l’ultima e assai preziosa prova in cui il Maestro ha messo in versi, nella lingua del suo dialetto, parlato a Reda nell’aperta campagna faentina, una solida consapevolezza sulle cose della vita, accanto all’ironia acuta e garbata, che da sempre ne caratterizza la scrittura. Il titolo è da subito una dichiarazione di limite, di resa, ma anche di risposta ambigua e provocatrice, che in qualche modo fa l’eco al capolavoro felliniano di Amarcord, e richiama un’altra magnifica opera in versi, Ricordi di Alzehimer di Alberto Bertoni, che di questo libro firma la prefazione.

Nella foto di copertina, di Giovanni Zaffagnini, ci sono tronchi di alberi sparsi disseminati in una campagna dall’aspetto incolto. E’ un’immagine che trasmette, di primo impatto, un senso di desolazione e smarrimento. Il tronco in primo piano è spezzato, non ha chioma, forse malato o colpito da un fulmine; ma dalla sua base spuntano ramoscelli con foglie, che si orientano verso molte direzioni. Questi rami giovani e vigorosi, contengono forse il senso della speranza, della possibilità di continuare. Anche per una lingua, la linguamadre di Nadiani, che tende a estinguersi ad ogni ora che passa.

Ogni poesia di questo libro rivela una filosofia di vita, che – nonostante il buio, la perdita, la condanna del non ricordo – è sempre tesa all’incontro con l’altro, alla bellezza, alla sete di conoscenza e di condivisione. Perché, nonostante il male, siamo condannati ad amare, senza mai fermarci, dobbiamo continuare a cercare l’altro e con esso condividere ciò che di bello, ancora, ci può riservare la vita (“u s’à cundanê a vlé ben/ a cvel ch’a faðen dè par dè/ par truvê l’ecvazion/ a la suluzion/ d’nö avén mai asé d’pruvê/ a incuntrê chj étr int l’imparê”).

Questa sete di ascolto e la ricerca incessante di senso per ciò che accade nel mondo, richiedono un cambio e uno scambio di prospettiva, che porta ad osservare la vita da un punto di vista diverso, provando a mettersi nei panni dell’altro. Ciò comporta una parziale rinuncia a se stessi, una dose di umiltà e una straordinaria apertura mentale: doti, queste ultime, che caratterizzavano la sua persona. (“Noi che vediamo il mondo/ soltanto coi nostri occhi// non ci accorgiamo che gli altri/ vivono il mondo coi loro occhi”).

ANmarcurd matura nella drammatica lotta tra passato e futuro, nella presa di coscienza del valore delle briciole, degli attimi, dei gesti donati e condivisi… del senso di fare le cose, della straordinaria portata dell’amore. Nel testo intitolato (Noi) c’è una bellissima e verissima riflessione sulla vertigine temporale, sulla necessità di agire con calma, sapendo che i momenti vissuti non possono ritornare, con la stessa forza, intensità, significato.

Giovanni ha scritto questa opera sapendo di essere malato, sapendo che non ci sarebbe stato un futuro luminoso, ad attenderlo. Sapendo, forse, che non ci sarebbe stato un futuro. La possiamo considerare il suo testamento letterario, in cui vengono messe a nudo, con una grande onestà intellettuale e umana, tutte le fragilità che una persona, nel corso della vita e della malattia, può incontrare. Si avverte il valore di certi momenti, scatti sul quotidiano, sguardi, frammenti. Ci si chiede il senso di tutto ciò, se poi ogni cosa rischia di essere cancellata, dimenticata (dalla mente) e scordata (dal cuore), per la fretta con cui ci affanniamo nel quotidiano; e delle lunghe nottate insonni, in attesa che arrivi l’alba, nella precarietà dei giorni, nell’inconsistenza di un divertimento effimero che sbiadisce spaventosamente davanti al dolore e alla solitudine. Quando si avverte – o si invoca – l’abisso “… noi che ci avvogliamo/ nelle coperte/ e ci accucciamo tra il cuscino e il muro/ che in silenzio preghiamo/ perché il buio il sonno e i sogni/ arrivino presto/ a portarci via…”.

La scrittura di Nadiani attraversa varie prospettive: da quella più privata e inconfessabile, alla visione collettiva. Nella seconda sezione di questo libro, intitolata NÓ, si sviluppa ad ogni pagina una sorta di inno corale, dove si ribadisce chi e cosa siamo noi: uno sguardo d’insieme, che evoca un senso di appartenenza ad una realtà composita, fatta di famiglia, amici, vicini, comunità. Ecco, quello che Giovanni ha sempre tenuto alto, nel suo lavoro poetico – e riaffermato qui, in ANmarcurd – è il senso della comunità, con tutti i suoi pregi e difetti; una concezione molto vicina al senso di comunione cristiana. Siamo creature di questo spazio e di questo tempo, abbiamo avuto la fortuna di incontrarci e di condividere questo pezzo di strada, anche attraverso una lingua comune – la lingua madre -: dobbiamo considerare questo come un dono grande.

E proprio questo senso di comunità, che porta ad esserci accanto all’altro (ai figli, alla moglie, al vicino, agli amici, ai compagni di viaggio…), per accogliere e condividere, rappresenta la cifra del suo lavoro. E del suo essere, perché tutte le persone che hanno incontrato Giovanni Nadiani, ne hanno sempre apprezzato la generosità, la disponibilità, l’intelligenza luminosa e acuminata, la disposizione al dialogo e alla compagnia.

L’ultima volta che ho parlato a Giovanni di persona, è accaduto a Voltana: era ospite ad un festival di poesia che si tiene in quel paese nel mese di giugno. Ci siamo salutati, quella sera, con la promessa di rivederci presto.

Ci siamo ritrovati a fine luglio, nella piccola chiesa di Cassanigo, nell’assolata campagna faentina col cuore pieno di lacrime e di commozione… al suo funerale.

Giovanni era lì, presente, col suo spirito, le sue parole, la musica che amava… a consolare tutti noi – eravamo in tanti – intervenuti per quell’ultimo saluto: una situazione commovente, piena di luce e carica di energia, come era la sua persona. Lo aveva preparato con cura il suo funerale – ha affermato il parroco durante l’omelia -: le musiche, le parole, una lettera straordinaria intrisa di religiosità, di fede e di profonda fiducia nell’uomo.

E’ stato bello salutarlo così: ci ha lasciato tutti un po’ spiazzati – come era suo solito, anche in poesia – donandoci un senso di grande pace e profonda serenità.

Grazie Giovanni, della ricchezza che ci hai donato con la tua arte e la tua presenza… Asarcurdem, puoi starne certo.

 

da ANMARCURD

IMBACONT

… da cvarâñt’èn ormai e piò

dal vôlt incòra a s’disten

e’ côr ch’e’ bat a mel da un êtar mònd

la piôva ch’la cori nt e’ gargöz dal doz d’rezna

 

sinö la lona pina a rídas ‘t faza

int la nöstra tësta l’è pracis:

la paràbola ch’la n’ven brisa

l’esâm d’maturitê da dêr insen

un’êtra vôlta cun la prof d’matemàtica

a fês la gnegna a dês dla ligéra…

 

 

.. fórsi l’è stê pröpi par cvest
che e’ nöstar stòmach l’à arbutê e’ disten u s’à cundanê a vlé ben
a cvel ch’a faðen dè par dè
par truvê l’ecvazion a la suluzion
d’nö avén mai asé d’pruvê
a incuntrê chj étr int l’imparê
e cun chj étr
(par nó – vec – ormai un êtar mònd)

spartì tot i mument cal brisal d’bël
ch’al s’fa s-cen insen …

 

 

NONOSTANTE

…da quarant’anni e più, ormai/ a volte ancora ci svegliamo/ il cuore in subbuglio da un altro mondo/ la pioggia gorgoglia nelle grondaie di ruggine oppure la luna piena a riderci in faccia/ per la nostra mente è indifferente:/ la parabola che non viene/ l’esame di maturità da sostenere insieme/ un’altra volta con la prof di matematica/ a farci un ghigno in faccia a dirci scansafatiche…//… forse è stato proprio per questo \ che il nostro stomaco ha ribaltato il destino \ ci ha condannato ad amare \ ciò che facciamo giorno per giorno \ per trovare l’equazione alla soluzione \ di non essere mai sazi di provare \ ad incontrare gli altri nell’imparare \ e con gli altri \ (per noi – vecchi – ormai un altro mondo)\ condividere in ogni istante quelle briciole di bello \ che ci rendono uomini insieme …

*

 


nó ch’a fasen i cvel
sèmpar in freza
pinsend ch’e’ vnirà e’ su dè ch’a putren lavurê
cum ch’u s’dev
cun tota la chêlma ch’u i vó par fêr i cvel fet ben…
nó a n’s’n’adasen brisa
che chi cvel ch’a lè
fet in prisia e furia
l’éra e’ masum
ch’a putegna fê
adës ch’u s’è fat terd
l’è bur
e a n’gn’ariven piò drì
nè cun la fôrza
ch’a j aven pers
e gnânch cun i dè
ch’a j aven finì

par nö scorar de’ sens

d’fê chi cvel
ch’a n’l’avden piò invel…

noi che facciamo le cose / sempre in fretta / pensando che verrà il giorno / in cui potremo lavorare come si deve / con tutta la calma che ci vuole / per fare le cose fatte bene / noi non ci accorgiamo / che quelle cose lì / fatte in fretta e furia / erano il massimo / che potevamo fare / ora che si è fatto tardi / è buio / e non ci arriviamo più / né con la forza / che abbiamo perso / e nemmeno coi giorni / che abbiamo finito / per non parlare del senso / di fare quelle cose / che non lo vediamo più da nessuna parte…

*

II

…nó ch’avden e’ mond

sól cun i nòstar oc

da s-cen l’è tot cvel ch’a puten fê

 

nó a n’s’nadasen brisa

che chj étar i viv e’ mònd

cun i su oc

e che ló coma nó i sreb a e’ mònd

par stê un pô in pêz

nench se bèn-ben nó e ló

a n’i starem mai

 

u s’amânca sèmpar chijcvël

ch’a n’sen bon d’dìl

e che cvâñd ch’a l’truvaren

l’éra cvel

ch’a j avegna cabëla avù…

 

II

… noi che vediamo il mondo/ soltanto coi nostri occhi/ da uomini è tutto ciò che possiamo fare// noi non ci accorgiamo/ che gli altri vivono il mondo/ coi loro occhi/ e che loro come noi/ sarebbero in vita/ per stare un po’ in pace/ anche se bene bene noi e loro/ non staremo mai// ci manca sempre qualcosa/ incapaci di dirlo/ e che quando lo troveremo/ era ciò/ che avevamo già avuto…

 

 

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Giovanni Nadiani è nato nel 1954 a Cotignola (Ra) e ci ha lasciati il 27 luglio 2016. Dal 2001 ha svolto attività di ricerca e di insegnamento presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori dell’Università di Bologna, sede di Forlì. Ha pubblicato alcune monografie e diversi saggi su questioni di teoria e pratica della traduzione letteraria e multimediale, su lingue e generi testuali minoritari. Per Mobydick ha pubblicato le raccolte poetiche e’ sech (1989); TIR (1994), parti delle quali sono confluite nell’antologia personale Feriae, Marsilio (1999); Beyond the Romagna Sky (2000) e nel 2010 Guardrail (Pequod); le raccolte di storie brevi Nonstorie (1992); Solo musica italiana (1995); Flash – Storie bastarde (2004); i CD poetico-musicali Invel (1997), realizzato con la band di blue-jazz Faxtet e la chitarrista Ingeborg Riebesehl, e Insen… sempre coi Faxtet e l’attrice Angela Pezzi. Cinque pometti dal titolo Sens sono stati pubblicati dall’editore Pazzini (2000). Del 2002 è il monologo teatrale Förmica – Flusso d’in-coscienza, mentre del 2005 è il doppio album di monologhi sulla musica dei Faxtet Romagna Garden – caBARet (Mobydick). Del 2004 è il volume di liriche Eternit® (Editore Cofine, Roma). Per l’editore Bacchilega – Sette Sere ha pubblicato nel 2006 il CD S-cen/People – DialetCabaret. Sempre col Faxtet per Mobydick ha pubblicato nel 2007 i CD-libro di poesie sonore in musica Best of e’ sech. Anamarcurd, esce nel 2015 per la Casa editrice L’arcolaio, di Forlì. Per la sua attività poetica ha ottenuto diversi premi (“Lanciano”; “Bologna”; “S.Vito”, “Bergamo”, “Ischitella”, “Pascoli”, “Noventa”, “Marin” ecc.). In qualità di traduttore ha curato, tra l’altro, le opere di numerosi poeti e narratori tedeschi, neerlandesi e di varie aree linguistiche minoritarie. Per tale attività l’AITI (associazione Italiana Interpreti e Traduttori) gli ha conferito nel 1999 il “Premio San Gerolamo”. Ha diretto il quadrimestrale letterario “Tratti” e la rivista online di studi sulla traduzione “InTRAlinea” [www.intralinea.it].

 

 

 

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Rossella Renzi vive a Conselice (Ra), dove lavora come insegnante. Dal 2003 è redattrice di “Argo – Rivista d’esplorazione”, per la quale coordina la rubrica di poesia “Pezzi di vetro”. Ha collaborato con la Casa Editrice Kolibris con il blog “Donne in poesia”; ha constribuito alla realizzazione del blog www.ipoetisonovivi.com, selezionando i testi per la Scuola Primaria. Numerosi sono gli interventi su riviste di critica e letteratura (Graphie, Atelier, La Mosca di Milano, Clandestino, Farepoesia, Land, Le voci della luna). E’ tra i curatori del volume L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie (Gwynplaine edizioni, Ancona 2014), e di Argo, Annuario 2015, Poesia del nostro tempo, uscito a novembre 2015, per Gwynplaine edizioni.   I giorni dell’acqua è il suo primo libro in versi, uscito nel 2009 per L’arcolaio (Forlì), per la stessa Casa Editrice esce, nel marzo 2015, Il seme del giorno, con la prefazione di Gian Mario Villalta (risultato finalista al Premio Carducci e 2^ classificato al premio Don Luigi Liegro).  E’ presente nel volume I volti delle parole – 65 fotografie di poeti-, a cura del fotografo Daniele Ferroni (Fondazione Tito Balestra, 2014) e su diverse antologie, tra cui Salvezza e impegno, a cura di Alessandro Ramberti (Fara Editore, 2010) e Il Canto della Terra, a cura di Maria Inversi (Samuele Editore, 2011).In dialogo col musicista Mirco Mungari lavora ad un progetto sulla contaminazione tra parola e suono, intitolato mousikè techne. Organizza eventi legati alla poesia, laboratori di lettura e scrittura nel suo territorio.

 

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto di Giovanni Nadiani scattata da Daniele Ferroni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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