Un delinquente carachegno – Héctor Torres

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Héctor Torres

Un delinquente carachegno

 

A Caracas manca una disposizione che la renda comprensibile. L’unica logica che segue è quella delle leggende urbane, intuizioni e pregiudizi dei suoi abitanti. Occupando la stessa valle, vivono città sovrapposte che non comunicano fra loro.

Eduardo è un abitante di una di queste Caracas. Lontano dal pistolero di Domino e dalle veglie ai morti nel quartiere (le pompe funebri non accettano le persone a cui hanno sparato), vivono nella loro Caracas Plaza Las Américas e Galerías Los Naranjos[1].  Una Caracas al sudest del Guaire[2], di colline urbanizzate in cui è necessario avere un’auto per muoversi, trincerate dietro le loro reti di protezione, casette con la vigilanza, circuiti chiusi e un profondo sospetto nei confronti degli sconosciuti. Una Caracas che vive la sua illusione di normalità all’interno dei suoi ghetti confortevoli.

Però lui ha imparato ad estendere i limiti della sua Caracas, applicando l’equazione secondo cui a meno pregiudizi corrisponde più libertà. Per questo compra l’ago per i suoi vecchi giradischi da Tele Cuba, a Catia[3].  E va a bere birra a La Candelaria[4]. E si addentra spavaldo nelle proprietà della Baralt[5].

Ha una città più grande di quella di molti suoi vicini.

Ma anche così per lui è diventata asfissiante. Un giorno si è reso conto di questo e della vastità della mappa dell’esilio fra i suoi affetti. Per questo motivo, e per il fatto di non aver nulla da curare nella sua Caracas trincerata, ha tracciato un itinerario per rincontrare quella parte del suo mondo che aveva rinunciato ad un paese che mangia a colazione, pranzo e cena due questioni che non cambiano: i deliri di un piccolo imperatore e la violenza che lo circonda.

Una delle sue prime destinazioni è stata Barbés, un quartire al nord di Parigi che poteva somigliare a Catia, se Catia fosse pulita e non galleggiasse su un materasso di sporcizia. I suoi anfitrioni lo misero in guardia sulla zona e i suoi abitanti, sulla difficoltà di comprensione del verlan (il francese dei delinquenti) e gli hanno consigliato, alla fine, di modificare il suo grado di percezione del pericolo in questa fetta di paesaggio.

Quest’ultima cosa gliela ripeterono ogni giorno durante la prima settimana, ogni volta che lo vedevano arrivare dopo le sue lunghe passeggiate notturne.

Continua a disprezzare il pericolo e un giorno ti beccherai una coltellata, gli dissero per metterlo in guardia.

Una notte camminava sulla banchina della linea 2 quando vide due ragazzi che gli andavano incontro fingendosi distratti. Avevano tratti arabi e una ventina d’anni. L’aspetto di Eduardo, che passa inosservato per le strade di Cuarimare[6], corrispondeva perfettamente al tipo di coniglio che quelli si lavoravano di solito. Ma lui, sopravvissuto ad una città in guerra, indovinò la loro intenzione quando uno di loro lo vide e pensò di piegarsi alla volontà dell’altro.

Il modus operandi è universale. Camminavano agilmente, facendo rumore verso di lui. Lo facevano occupando un certo spazio della sua traiettoria affinché per lui fosse impossibile schivarli. Camminavano, si parlavano gridando nella loro lingua, si colpivano e ogni tanto lo osservavano. Eduardo iniziò a valutare le possibilità per sfuggire alla trappola. Un passo sbagliato di uno di loro gli aprì una minima possibilità grazie a una biforcazione che gli permise di passare di lato e non in mezzo ai due. Quando si resero conto del loro errore e della velocità del coniglio, misero in atto un piano d’emergenza. Nel mezzo del loro finto gioco, quello all’angolo spinse l’altro verso Eduardo, che sporse il gomito e aspettò quello magro che veniva verso di lui. La vittima improvvisa, sorpresa e indignata, iniziò a gridare contro di lui in una incomprensibile variante del francese, come ultima possibilità per metterlo all’angolo.

Assediato nella metropolitana di Parigi da due padroni di quelle strade, senza bussola né mappa delle vie di fuga, nel vedere spuntare dal giubbotto la mano con il coltello che gli avevano detto sarebbe potuto spuntar fuori in un qualunque momento, gridò con questo accento che non è né caraibico né andino mentre, come se lo avesse provato prima, stendeva un braccio con cui gli puntò contro una pistola immaginaria, posseduto da quella città che non sarà mai tanto lontana da non continuare a morderlo:

Che è successo coglione? Sveglia!

È liberatorio gridare parolacce a pieni polmoni, senza essere condannati dal pudore, in una banchina piena di gente che percepisce l’intenzione ma non il significato. E scoprire che essere caraibico è essere caraibico. Ed essere caraibico è, in un qualche modo remoto, essere africano. E che questi fonemi dalle sillabe secche ma avvolte in una intonazione ancestrale che canta e minaccia e sopravvive e si terrorizza, che hanno stregato Scott, hanno dissuaso due bastardelli della metropolitana di Parigi dal distinguere un cane (che vive in casa, ma svezzato nelle strade più dure del globo), da un coniglio distratto.

 

Tu sei pazzo? Questi tipi sono cattivi, Eduardo. Non ne hai neanche idea, disse uno dei suoi anfitrioni quando gli ha raccontato l’aneddoto.

Pazzo no, carachegno. Con che faccia potrei raccontare là di essere stato assaltato a Parigi? rispose.

 

[1] Due centri commerciali della capitale venezuelana.
[2] Fiume che attraversa la città di Caracas da ovest a est.
[3] Zona che comprende i quartieri di Sucre e il 23 de Enero e che conta circa cinquecentomila abitanti.
[4] Quartiere della classe media.
[5] Importante viale del Municipio Libertador, situato nella zona ovest di Caracas.
[6] Zona di Caracas.

Estratto del racconto Un delinquente carachegno, contenuto in Il tuo aroma nella mia pelle (edizioni Arcoiris, 2019) che raccoglie cinque racconti, in italiano e in lingua originale, di Héctor Torres, Juan Carlos Méndez Guédez, Silda Cordoliani, Juan Carlos Chirinos e Miguel Gomes. Pubblicato per gentile concessione della casa editrice.61072875_363140827664901_380150763709530112_n

 

Héctor Torres (Caracas, Venezuela, 1968), narratore ed editore, è autore delle raccolte El amor en tres platos (2007) ed El regalo de Pandora (2011), del romanzo La huella del bisonte (2008) e delle raccolte di racconti-cronache Caracas muerde (2012), Objetos no declarados (2014) e La vida feroz (2016). Nel corso del 2019 verrà pubblicato il suo secondo romanzo.

Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

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