Un anniversario precauzionale, di Sergio Sichenze

5. Premio Pino Pascali, Nathalie Djurberg, 2012

Vent’anni fa (febbraio 2000) la Commissione della Comunità Europea affrontava un tema di notevole portata ed estremamente controverso, tanto nella declinazione quanto nell’applicazione:  il principio di precauzione.

Nell’incipit del documento, varato dalla stessa Commissione, si afferma che «i responsabili politici debbono costantemente affrontare il dilemma di equilibrare la libertà e i diritti degli individui, delle industrie e delle organizzazioni con l’esigenza di ridurre i rischi di effetti negativi per l’ambiente e per la salute degli esseri umani, degli animali e delle piante».

Due anni dopo, nel Regolamento (CE) n. 178/2002 del Parlamento Europeo e del Consiglio, che stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare e istituisce l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, si riporta che «nei casi specifici in cui vi è un rischio per la vita o per la salute, ma permane una situazione di incertezza sul piano scientifico, il principio di precauzione costituisce un meccanismo per determinare misure di gestione del rischio o altri interventi volti a garantire il livello elevato di tutela della salute perseguito nella Comunità». Inoltre «è generalmente riconosciuto che, in alcuni casi, la sola valutazione scientifica del rischio non è in grado di fornire tutte le informazioni su cui dovrebbe basarsi una decisione di gestione del rischio e che è legittimo prendere in considerazione altri fattori pertinenti, tra i quali aspetti di natura sociale, economica, tradizionale, etica e ambientale nonché la realizzabilità dei controlli». Nello specifico l’art.7 è dedicato proprio al Principio di precauzione, nel quale si indica che  «qualora, in circostanze specifiche a seguito di una valutazione delle informazioni disponibili, venga individuata la possibilità di effetti dannosi per la salute ma permanga una situazione d’incertezza sul piano scientifico, possono essere adottate le misure provvisorie di gestione del rischio necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue, in attesa di ulteriori informazioni scientifiche per una valutazione più esauriente del rischio… le misure adottate sono proporzionate e prevedono le sole restrizioni al commercio che siano necessarie per raggiungere il livello elevato di tutela della salute perseguito nella Comunità, tenendo conto della realizzabilità tecnica ed economica e di altri aspetti, se pertinenti. Tali misure sono riesaminate entro un periodo di tempo ragionevole a seconda della natura del rischio per la vita o per la salute individuato e del tipo di informazioni scientifiche necessarie per risolvere la situazione di incertezza scientifica e per realizzare una valutazione del rischio più esauriente».

Il quadro sopra tracciato, si riferisce alle politiche comunitarie nel settore della sicurezza alimentare e all’imperativo di salvaguardare la salute dei cittadini anche in assenza di evidenze scientifiche che attestino il grado di rischio e la pericolosità di processi produttivi e trasformativi delle materie primarie e secondarie.

Dagli anni ’60 del secolo scorso, la relazione tra gestione ambientale e salute si è via via evidenziata, ponendosi come una problematica di notevole rilevanza, tanto nell’ambito della ricerca scientifica, che sul piano politico e giuridico, soprattutto a scala sovranazionale.

In tal senso, il principio di precauzione era stato introdotto in ambito europeo dal Trattato di Maastricht del 1993, che aveva indicato che la politica ambientale comunitaria «deve basarsi sul principio di precauzione».

Giova ricordare che la questione ambientale aveva già assunto all’inizio del XXI secolo una portata planetaria, anche a seguito della Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo (UNCED) che nel 1992 si era svolta a Rio del Janiero, ritenuta a ragione la più significativa assise internazionale in tale ambito. La Conferenza aveva focalizzato l’attenzione delle organizzazioni governative e non governative sulla complessa e variegata problematica ambientale, che riguardava l’intero Pianeta e le indiscutibili relazioni sistemiche tra ogni livello e processo ecologico, dove l’impatto umano si dimostrava già preponderante.

Il principio di precauzione è riconosciuto dalla Dichiarazione di Rio come principio 15, annoverato tra i diritti e gli obblighi di natura generale delle istanze nazionali: «al fine di proteggere l’ambiente, gli Stati applicheranno largamente, secondo le loro capacità, il principio di precauzione. In caso di rischio di danno grave o irreversibile, l’assenza di certezza scientifica assoluta non deve servire da pretesto per differire l’adozione di misure adeguate ed effettive, anche in rapporto ai costi, dirette a prevenire il degrado ambientale».

Pertanto, «seguendo questo principio le risorse naturali devono essere considerate e gestite come risorse limitate, d’importanza vitale per l’uomo e la biosfera, la cui quantità e qualità devono essere gelosamente e continuamente salvaguardate con politiche volte a controllare e, ove possibile, a ridurre o azzerare sprechi, distruzioni e processi di inquinamento e di degrado evitando interventi dagli esiti incerti o non adeguatamente valutabili»[1].

Ci troviamo quindi di fronte a un principio che porta in sé valori di cittadinanza basilari, che lo Stato, nel suo ruolo di garante dell’imparzialità nei riguardi dell’interesse collettivo, è chiamato a difendere, al quale devono compartecipare i cittadini, il mondo produttivo, quello della formazione e della ricerca.

Ma quel è il valore giuridico della salute?

L’art.32 della Costituzione italiana, determina che «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività». La qualifica di “diritto fondamentale” è stata attribuita alla salute in ragione dell’importanza che questo bene giuridico ha per l’individuo, nell’ottica della conduzione di un’esistenza degna, e per la collettività. Il diritto alla salute viene tutelato anche dall’art. 2 «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».

Dall’emanazione della Carta Costituzionale, lo Stato si è trovato a dover dare concreta attuazione, sia sul piano giurisprudenziale che fattuale, al principio di precauzione, dovendo contemperare diversi aspetti che nel tempo sono andati tra loro confliggendo, come ad esempio farlo convivere con gli annosi problemi di sostenibilità della spesa e del contenimento dei conti pubblici. Ma, qualsiasi valore che la Costituzione pone come fondamentale, va considerato gerarchicamente un bene superiore.

Un esempio concreto dell’applicazione del principio di precauzione è quello dei terremoti.

L’Italia, come è noto, è un territorio ad elevata sismicità, ciò è dovuto alla sua posizione geografica nel contesto geodinamico globale. La ricerca scientifica, geologica e sismologica, continua a fornire mappe sempre più dettagliate e precise in merito al rischio sismico delle diverse aree del Paese, costruendo scenari fondati su serie storiche di dati consolidati. Seppur la previsione di quando avverrà un terremoto non è ancora possibile, il principio di precauzione, che qui interviene o dovrebbe intervenire proprio a tutela della salute dei cittadini, andrebbe applicato dallo Stato attuando misure d’intervento sul patrimonio edilizio, sia di nuova costruzione che, tanto più, su quello esistente. Le evidenze scientifiche sui gradi di rischio che possono occorrere alla popolazione sono da anni note e sempre più affinate, eppure, come è esperienza comune, al ripetersi di terremoti si continuano a contare migliaia di vittime.

Il dettame costituzionale, pertanto, non sembra trovare applicazione: la vita umana come bene inviolabile e da tutelare appare un valore ancora incerto.

Sul fronte sociale, la percezione del rischio sulle conseguenze potenzialmente nefaste di un evento sismico è drammaticamente flebile, se non in molti casi nulla. Si pensi al fenomeno della speculazione edilizia che ha devastato ampie aree del Paese; esso risulta essere, seppur a una lettura generale, ascrivibile tanto alla responsabilità istituzionale (organi di controllo e governo del territorio) che sociale, in quanto il cittadino applica, a suo dire, un  principio ‘inalienabile’, quello dell’interesse soggettivo, anche a discapito di sé stesso e del suo nucleo familiare, in una perversa convivenza tra vittima e carnefice.

Si rileva così che «il raggiungimento di standard qualitativi elevati (ovvero il grado scientifico e tecnologico raggiunto nel tempo N.d.A.) ha innescato anche atteggiamenti e comportamenti che esprimono le nostre predisposizioni conservatrici, ovvero tendono a proteggere la tradizione e a percepire con preoccupazione e ansia i cambiamenti, in quanto potenzialmente forieri di un peggioramento rispetto allo status esistente. In sostanza, si è diffusa un’avversione verso la scienza e la tecnologia come fonte di rischi – il che è paradossale, dato che si tratta delle due uniche attività che consentono di governare in modo efficace i rischi»[2].

Se i terremoti sono un fenomeno del tutto naturale, gli impatti dei sistemi produttivi sull’ambiente e sulla salute costituiscono un intricato, controverso e attualissimo problema, dove è stridente il conflitto irrisolto tra il diritto alla salute e quello del così detto benessere economico; dello scontro, fortemente alimentato da spinte anacronistiche, tra il diritto al lavoro e quello ambientale.

L’esempio più eclatante è quello dei cambiamenti climatici, dove si registra un evidente paradosso.

Il Comitato Internazionale sui Cambiamenti Climatici (Panel on Climate Change – IPCC), è il principale organismo mondiale per la valutazione dei cambiamenti climatici. Istituito nel 1988 dalla World Meteorological Organization (WMO) e dallo United Nations Environment Programme (UNEP),  è un organo intergovernativo aperto a tutti i Paesi membri delle Nazioni Unite e della WMO, di cui fanno attualmente parte 195 Paesi, ed ha lo scopo di fornire scenari scientificamente validati dello stato delle conoscenze sui cambiamenti climatici e sui loro potenziali impatti ambientali e socio-economici.

Il paradosso si genera, e purtroppo si perpetua, in seno alle politiche volute dagli Stati a più elevato “peso specifico” nella dinamica dell’economia di mercato globale che, pur finanziando la ricerca internazionale del Panel, agiscono in modo decisamente blando, e talvolta in controtendenza, rispetto alle indicazioni dell’IPPC.

Un corto circuito che ha e potrà avere conseguenze esiziali sulle condizioni di vita di larghissima parte della specie umana e non solo. In questo caso, il principio di precauzione dovrebbe giocare un ruolo determinante nella gestione dell’ambiente e delle sue risorse, dove per ambiente s’intende il sistema complesso di relazioni tra l’uomo e gli ecosistemi a differenti scale considerati.

Se dunque la sfida muscolare tra scienza e politica rischia di produrre una stasi che la natura del problema non concede, la partecipazione e la responsabilità investe massicciamente qualsiasi livello delle società. Comportamenti avveduti dei singoli cittadini hanno un peso determinante su quali saranno gli scenari futuri del Pianeta. Ecco come il principio di precauzione assume una dimensione esistenziale e valoriale assoluta. L’inazione sociale, e la mancanza o ridotta percezione del rischio, ha già ora costi elevati, sia economici, sia, e soprattutto, sociali. Il vecchio adagio “è meglio prevenire che curare” dimostra, anche in questo caso, la sua piena attualità!

Siamo chiamati a «invocare il principio di precauzione nei confronti dei cambiamenti climatici ben oltre il dominio dell’economia convenzionale, ponendolo con fermezza nel contesto dell’etica e della valutazione del rischio»[3].

Il principio di precauzione va dunque adottato come antidoto a derive politiche e sociali che tendono ad annullare o anestetizzare la capacità di analisi critica e di reazione dei cittadini, delle comunità, dei gruppi e delle organizzazioni territoriali che voglio contribuire a determinare la loro realtà, orientare gli scenari futuri, anche nel rispetto delle generazione a venire.

In tale ambito, Corbellini avverte che «si va diffondendo una tipologia di democrazia che è meramente elettorale e non costituzionale, e che può correttamente essere chiamata “democrazia illiberale”. Insomma, il combinato disposto di teorie economiche e dottrine politiche che prescindono da quello che la ricerca empirica ci dice essere la “natura umana” potrebbe mettere a rischio gran parte del lavoro fin qui fatto. Almeno in Occidente. La ricetta che oggi sembra avere il maggior successo, purtroppo, rischia di essere quella giusta per cucinare un disastro. Cioè un crescente controllo sulla scienza mosso da istanze etico-politiche conservatrici, che riescono a prevalere anche a causa di un abbassamento della qualità, ovvero dell’inadeguatezza dell’istruzione scientifica e della cultura scientifica in generale»[4].

Pertanto, ogni segmento di uno Stato gioca un ruolo determinate, ciascuno con le proprie peculiarità e responsabilità, in quella dinamica evolutiva che si chiama democrazia.

[1] Ronchi E. (a cura di), Il territorio italiano e il suo governo – Indirizzi per la sostenibilità, Edizioni Ambiente, 2005.

[2] Corbellini G., Scienza, quindi democrazia, Einaudi, 2011

[3] Hulme M. Why we disagree about climate change, Cambridge University Press, 2009.

[4] Corbellini G., op.cit.

Sergio_sichenze_2018

Sergio Sichenze è nato a Napoli nel 1959. Vive e lavora a Udine. È biologo e naturalista, si occupa di processi educativi per la sostenibilità. Ha pubblicato racconti e raccolte poetiche. Sue poesie compaiono in alcune antologie di poesia. Nel 2018 ha vinto il Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Dal 2019 è membro della giuria Premio Nazionale di Poesia Terra di Virgilio. Fa parte del comitato di redazione della rivista letteraria “Menabò” (Terra d’Ulivi Edizioni) per la quale cura la rubrica “Pi greco”.

 

Foto in evidenza: Premio Pino Pascali, Nathalie Djurberg, 2012, Fondazione Pino Pascali

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

Bartolomeo Bellanova pubblica il primo romanzo La fuga e il risveglio (Albatros Il Filo) nel dicembre 2009 ed il secondo Ogni lacrima è degna (In.Edit) in aprile 2012. Nell’ambito della poesia ha pubblicato in diverse antologie tra cui Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento (Rayuela Ed. 2014) e nella successiva antologia Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola (Rayuela Ed. 2015). Fa parte dei fondatori e dell’attuale redazione del contenitore online di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com. Nel settembre’2015 è stata pubblicata la raccolta poetica A perdicuore – Versi Scomposti e liberati (David and Matthaus). Ė uno dei quattro curatori dell’antologia Muovimenti – Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi Edizione – ottobre 2016), antologia di testi poetici incentrati sulle migrazioni. Nell’ottobre 2017 è stata pubblicata la silloge poetica Gocce insorgenti (Terre d’Ulivi Edizione), edizione contenente un progetto fotografico di Aldo Tomaino. Co-autore dell’antologia pubblicata a luglio 2018 dall’Associazione Versante Ripido di Bologna La pacchia è strafinita. A novembre 2018 ha pubblicato il romanzo breve La storia scartata (Terre d'Ulivi Edizione). È uno dei promotori del neonato Manifesto “Cantieri del pensiero libero” gruppo creato con l'obiettivo di contrastare l'impoverimento culturale e le diverse forme di discriminazione e violenza razziale che si stanno diffondendo nel Paese.

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