TRE RACCONTI DI ELISABETTA TURRICCHIA

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SENZA NOME

Nel tunnel è sempre giorno. Un giorno con la luce spenta. Il via vai è continuo. Camminano frettolosi, parlano con persone invisibili, guardano fisso dinanzi a immagini sfuggenti. Non mi vedono. Come potrebbero?. Sono invisibile a loro e a me stesso.

Il ticchettio dei tacchi risuonano nell’aria, battono ritmicamente a terra e il rumore rimbalza nella mia testa. Uomini in giacca e cravatta con i colletti delle camicie perfettamente stirati, uomini d’affari pressati dall’inquietudine, con il cuore sempre in affanno per cercare di emergere in una società dominata dalla corruzione e dalla prepotenza.

Un bambino mi passa accanto, quasi mi pesta un piede: <Mamma, mamma, cosa fa quello lì?>. Mi guarda con lo sguardo pieno di curiosità e paura. La mamma lo strattona allontanandolo da me. In lontananza odo appena la sua risposta: <Vieni via, non guardare ..è un poveretto!>.

Ha ragione sono un poveretto, un miserabile, uno scarto della società. Quell’uomo che ero stato, con le speranze, le illusioni, i sentimenti che imperano in ogni essere umano, è scomparso lasciando il posto ad un sacco pieno solo delle sue paure.

Non ho passato, né futuro. Solo un presente colmo di amarezza.

Due giovani mi beffeggiano, ma le loro ingiurie non mi sfiorano. Vedendomi indifferente sferrano due calci con le punte dei loro stivaletti di pelle nera. Il dolore alla gamba è pressante, ma lo è ancora di più il dolore provocato dall’indifferenza della gente.

Dentro al tunnel un tic-tac silenzioso scandisce il passare del tempo, sempre uguale.

Quel calendario sul quale segnavo i miei impellenti impegni è solo un ricordo sbiadito. Chi ero?. Chi sono?.

Sento un alitare caldo soffiare vicino ai miei luridi capelli. E’ un cane, ha gli occhi grandi lacunosi. Se ne va. Si ferma. Volta il muso. Ritorna indietro e si acciambella contro il mio corpo ossuto. Se ne sta fermo. Non se ne va. Rimane incollato al mio fianco per ore e ore.

Un senso di ansia nuova mi pervade. Lo guardo, non ha né cibo né acqua. Mi alzo e gli sussurro: <Se non te ne vai, torno con un po’ di pane>. Non risponde, mi guarda con lo sguardo dolce di chi non ha più nulla da perdere. Ha perso già tutto.

Camminando lentamente raggiungo il palazzo che ospita la Caritas. Qui mi conoscono. Intravedo tra i derelitti Ortensia, una volontaria che passa più tempo qui che a casa sua. La sua voce sibillina risuona nell’ampia stanza. Qualcuno ride, qualcuno piange. Appena mi vede, mi viene incontro: <Professore Arnaldo venga, venga ho preparato il pasticcio di maccheroni proprio per Lei>.

Le sorrido e un ritrovato appetito mi sorprende. Mangio con gusto. Ortensia si siede al mio fianco e io le dico che ho un nuovo amico. <Come si chiama?> mi chiede.

<Si chiama Cane>.

Raccatto pane secco e rimasugli di cibo dai lunghi tavoli. Una scodella sbeccata fa al caso mio.

Rientro nel tunnel, un turpe pensiero mi angoscia improvvisamente. Forse Cane se n’è andato. Ho il respiro affannato, quasi corro per raggiungere la postazione dove ho lasciato Cane.

Tra due passanti intravedo un ammasso di pelo marrone. C’è, è ancora là, fermo dove l’ho lasciato. Anche lui mangia con appetito. E’ bello Cane. E’ umano Cane. Passa la notte. Una notte dominata dalla luce fioca dei neon.

Cane si alza e si incammina verso l’uscita. Si ferma, mi guarda. Fa qualche passo incerto. Si volta ancora verso di me. M’invoglia a seguirlo. A stento mi alzo, lo accontento. E’ un amico. Esce dal tunnel, la luce dell’alba sta rischiarando il cielo. Cane attraversa la via principale della città, ogni tanto si ferma per controllare che lo stia seguendo. Raggiunge la periferia. In lontananza si profila il cimitero.

L’enorme cancello di ferro è socchiuso, Cane entra. Il rumore della ghiaia echeggia nel silenzio assoluto sotto alle sue zampe. Non indugia e si accascia sopra ad una tomba di marmo nero. Raggiungo la lapide, sul marmo spicca una fotografia che ritrae un uomo che abbraccia un cane con il pelo marrone. E’ Cane.

Una voce possente alle mie spalle mi sorprende :< Ehi, Buck che fine hai fatto? Temevo fossi finito sotto ad una macchina..!>.

Mi volto, un signore dal viso rubicondo con i capelli lucenti color dell’argento mi sorride cordialmente :< Lei è con Buck?> mi chiede

Accenno un sì con il capo.

Mi guarda, nel suo sguardo non c’è né pietà, né disprezzo.

<Forse le farebbe piacere avere un vestito nuovo? Ho un armadio pieno di abiti di mio fratello che abita due file più in là> mi dice indicandomi una tomba con una grande croce dorata.

<Prego, venga con me, abito proprio qui, sa sono il custode del cimitero, su vieni anche tu Buck, che ho un bell’osso che ti aspetta!>

Buck è dentro alla fotografia. Cane è qui. Mi ha scelto. Tra tutti ha scelto me. Seguo il custode, lo devo a Cane.


 

 

PONTE VECCHIO” ( vagamente autobiografico )

Stavo cercando dei giocattoli da comprare per i miei nipotini, dentro un mega–store pieno di bambole, costruzioni, giocattoli elettronici, di cui io ovviamente ne ignoro il funzionamento, quando il mio sguardo fu attratto da una trottola di metallo, come quella con la quale giocavo da bambina, trascorrendo interi pomeriggi a vederla roteare, nel cortile della casa dove sono nata. L’ho appoggiata a terra , ho azionato la molla e guardandola mi sono lasciata trascinare nel suo vortice e come per incanto la mia mente mi ha riportato indietro nel tempo, nella casa dove sono nata, tra una mortadella, sacchi di detersivi e pacchetti di biscotti.

Sì, perché una volta, negli anni 60, non c’erano mica i supermercati di oggi dove entri per comprare un litro di latte ed esci con un carrello che serve a sfamare un intero condominio, o con un tagliasiepe, anche se non possiedi un giardino, solo perché era l’offerta del giorno, veramente conveniente.

No, all’epoca c’era il piccolo negozietto di quartiere dove potevi trovare tutto il tuo fabbisogno e all’occorrenza lasciare da pagare e saldare a fine mese.

Sono nata là, dietro al bancone di uno di questi negozi, perché mia madre fu colta da doglie improvvise e siccome l’ostetrica del paese tardava ad arrivare, la sdraiarono su un tavolone nel retrobottega, dove si tenevano le scorte alimentari, così venni alla luce mentre una miriade di stelle cadenti tracciavano scie luminose in una calda notte d’agosto, e quando aprì gli occhi vidi una mastodontica mortadella che mi sovrastava.

Il negozio che gestiva mia mamma si trovava in un quartiere denominato “ponte vecchio “. Il nome gli era stato dato, perché confinava con un ponte costruito dai romani e dato che nel paese ne avevano edificato uno più nuovo, quello fu battezzato così.

Le case che stavano dalla parte sud del ponte venivano chiamate “bassa Italia “, perché quando il fiume Santerno rompeva gli argini venivano puntualmente allagate, mentre quelle costruite dalla parte nord venivano salvate dall’inondazione.

Mia mamma, che gestiva il piccolo negozio, fu soprannominata “Olga de’pont’”, d’altronde non poteva essere altrimenti, visto che abitava lì da quando era nata.

Nello spiazzo davanti al negozio ci venivano a giocare e a girare in bicicletta altri bambini, specialmente maschi, a dir la verità non mi dispiaceva, mi trovavo bene con i maschi che facevano poche smancerie, poi avevano dei giochi più interessanti con cui giocare, le costruzioni e il favoloso meccano con il quale potevi costruire case, fabbriche e addirittura città.

Mentre le bambine mi sembravano noiose con quelle odiose bambole da vestire o svestire con quei vestitini frapposi e capelli tutti arruffati da pettinare per fare delle treccine o dei codini stile Pippi Calzelunghe.

In quegli anni i divertimenti non erano molti e quando arrivò il circo Orfei, mio padre che si era invaghito di Liana Orfei, vista nel cartellone gigante, che avevano piazzato proprio davanti a casa nostra, ci mostrò con soddisfazione i biglietti per andare a vedere lo spettacolo.

Così felici come delle Pasque, ci recammo sotto quell’enorme tendone e per la prima volta vidi elefanti, tigri, leoni, giraffe, acrobati e pagliacci.

Alla fine dello spettacolo mio padre vide la sua musa con la fluente chioma bionda, con in braccio un piccolo leoncino che, appostata all’uscita del tendone richiamava i bambini per farsi immortalare in una memorabile foto ricordo.

Naturalmente mio padre non perse l’occasione di andarle vicino, così mi prese in braccio e disse : < Andiamo a fare una bella fotografia con quell’adorabile leoncino!> Io non volevo andare, ma capì di non avere scelta e mio malgrado feci finta di essere contenta.

Mi posizionò sulla gamba sinistra della bella Liana, mentre sulla gamba destra stava il leoncino. Scattata la fotografia, il leoncino, stanco di quelle imposizioni, si ribellò e si divincolò, cadendomi addosso. Il poverino si prese un tale spavento che gli uscì dalla vescica un enorme pipì, che mi investì in pieno allagando il mio bel vestitino della festa, con un’ orina giallastra e puzzolente.

Nell’imbarazzo generale tutti scoppiarono a ridere, tranne la sottoscritta che grondante di piscio si mise a piangere disperata.

Non so se fu quell’episodio o la mia nuova anima animalista, ma non tollero più la presenza degli animali nel circo.

Negli anni a venire, l’unico circo che trovo veramente divertente è il circo “Bidone” formato da un carrozzone trainato da un cavallo che vaga di città in città e che gli unici animali che esibisce sono delle starnazzanti galline, che si dilettano a fare le acrobate su dei fili dove generalmente si stende il bucato.

Un giorno, con l’entusiasmo di tutti, mio padre annunciò l’acquisto di un televisore.

Noi eravamo gli unici nel quartiere a possedere quella scatola magica in bianco e nero che ci faceva vedere persone e luoghi lontani. Così alla sera cominciarono ad arrivare i vicini, sempre più numerosi, per vedere e sentire le notizie del telegiornale, che un presentatore inflessibile, vestito di scuro, leggeva in modo imperturbabile.

Il televisore per me, segnò l’ora della andata a letto.< Dopo il carosello si va a letto> diceva mia madre, tutti i giorni che cadevano sulla terra. Riuscivo però anche a divertirmi nel ruolo di maestra, infatti quando c’era la trasmissione “Non è mai troppo tardi” seguivo la lezione che lo scrupoloso maestro Manzi impartiva e mettevo mia nonna, che era analfabeta, seduta a tavola con un quaderno e una matita in mano, per insegnarle a leggere e a scrivere. Lei non stava molto attenta e io mi divertivo un sacco a sgridarla, mi faceva sentire grande. L’unico risultato che ottenni fu quello di far scrivere nome e cognome in bella calligrafia alla mia adorata nonnina.

Non vi dico poi la confusione quando fu trasmesso il primo Festival di Sanremo. La casa sembrava un cinematografo, anche se all’epoca non l’avevo mai visto. La gente si portava perfino le sedie da casa, per vederlo. Tutto questo via vai favoriva gli affari del negozio e mia mamma ne era molto felice. Pur di accaparrarsi un posto in prima fila, i vicini compravano ogni ben di Dio.

Il Festival di Sanremo riuscì anche a cambiare le abitudini familiari, infatti mio padre si innamorò di Nilla Pizzi e mia mamma di Claudio Villa, così ogni domenica mattina, a turno, venivo svegliata alle otto precise dalle loro voci possenti che gorgheggiavano i loro ultimi successi.

Mi ricordo un giorno, in particolare, che mio padre, che amava la tecnologia e le nuove scoperte, annunciò con aria severa :< Oggi è un grande giorno per l’umanità, vedremo una persona andare sulla luna !>

Io non capivo perché l’uomo dovesse perdere tempo ad andare sulla luna, quando c’era tanto da fare ancora sulla terra, ad esempio, trovare il modo di fissare per bene la dentiera della signora Elvira, denominata “Trombetta”, una vecchietta che abitava due case più in là dalla mia, che quando parlava puntualmente le volava via la dentiera, il ché mi faceva un po’ schifo, visto che la recuperava da terra, la spazzava sul grembiule lurido e se la rimetteva tranquillamente in bocca.

La signora “Trombetta”, si era conquistata quel soprannome, perché quando camminava le fuori uscivano strani suoni imbarazzanti dalla parte posteriore e quando si chinava un sibilo costante simile ad un pe-re-pe-pè usciva incessante e noi bambini ignoranti, le facevamo raccogliere qualsiasi cosa da terra per poi ridere a crepapelle.

Comunque ritorniamo alla sera del grande sbarco sulla luna con tutta la gente che se ne stava là, ipnotizzata davanti al piccolo schermo, con la bocca aperta e quando Armstrong appoggiò il piede sul suolo lunare partì un lungo e fragoroso applauso, che fece tremare le vettovaglie sistemate sugli scaffali del negozio. Quella fu l’unica sera che i miei genitori mi permisero di rimanere alzata oltre l’orario del Carosello.

Chissà cosa direbbe oggi mio padre, morto oramai da molto tempo, che quell’avvenimento da lui tanto osannato è stato messo in discussione decretando che fu tutta una bufala e il tutto era stato costruito in studio.

D’altronde la missione della televisione sta nel far credere l’impossibile, possibile.

La casa dove abitavo con nonna Francesca, babbo Angelo, e mamma Olga non era grande e una parte era occupata dal negozio di generi alimentari. Al piano superiore c’era la camera da letto che dividevo con la nonna. Vicino c’era il bagno, che più che un bagno era un gabinetto, dove imperava un water, una tinozza che fungeva da vasca e un catino che disonorava i moderni bidet, con a fianco un gancio di metallo dove venivano infilati dei rettangoli di carta ritagliati dal “Resto del Carlino”, che fungevano da carta igienica, anche se di igienico avevano ben poco.

Questo gabinetto stava proprio fuori dalla casa e per raggiungerlo dalla mia camera da letto, dovevo uscire e sfidare le intemperie. Speravo quindi di non averne mai bisogno di notte, specialmente d’inverno, tant’è che una notte che avevo mangiato una quantità abnorme di prugne secche, fui colta da diarrea improvvisa, dovetti uscire quindi con la massima urgenza e visto che naturalmente era dicembre, e si sa che in quegli anni in dicembre venivano nevicate indimenticabili, mi ritrovai con la neve a mezza gamba e giunsi nel cosiddetto bagno inzuppata fino all’ombelico e tra quello che mi uscì dall’intestino e la neve che mi ero portata dietro inondai il pavimento. La mia povera mamma ci mise due giorni a pulire tutto quel disastro.

Comunque torniamo alla camera da letto, dove ovviamente non c’era alcuna forma di riscaldamento, quindi riscaldavamo i lenzuoli con un attrezzo di legno che aveva la forma di un grande occhio chiamato “Prete”, che serviva a tenere alte le coperte, nella cui pancia veniva sistemato un braciere con braci ardenti con le quali si scaldavano meravigliosamente le lenzuola. Naturalmente bisognava prestare molta attenzione nel maneggiare il braciere e, manco a dirlo, una volta mi cadde un tizzone ardente su un piede, che mi causò ustioni di secondo grado per alcuni mesi, un’altra volta un tizzone mi scivolò sulle lenzuola, che presero puntualmente fuoco, per spegnere l’inizio d’ incendio ci buttai sopra l’acqua di un catino, dove poco prima si era lavata i piedi mia nonna.

Nonostante questi inconvenienti, devo dire che entrare sotto le coperte, dopo aver tolto il “prete” naturalmente, mi procurava un piacere così intenso che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, rimane vivo nei miei ricordi.

Nel quartiere abitavano certe figure che solleticavano la fantasia di noi bambini.

C’era una certa Sconsolata detta “Montasù”, perché quando gli uomini suonavano al suo campanello, lei si affacciava alla finestra e gli urlava:< montasù >. Li faceva salire sia per annullare la sua solitudine, sia per esaudire i loro desideri ardenti.

Abitava nei pressi anche tale “Luisona”, che esercitava il mestiere più antico del mondo, ma oramai visto la sua età e il suo considerevole peso (da qui la desinenza del suo nome in “ona”), poteva contare su una affezionata clientela che la frequentava grazie al suo basso tariffario.

C’era anche Tommasino che era piccolo di statura ma, si diceva, la natura lo avesse dotato di un apparato riproduttivo abnorme, per cui era costretto a tenere il suo membro legato ad una gamba. Infatti vedendolo camminare dava l’impressione di avere tre gambe !.

Agli inizi degli anni 70, ci trasferimmo dalla parte sud del ponte vecchio a quella nord, sempre comunque vicinissimo al suddetto. Mia madre continuò ad essere chiamata “Olga de pont”, visto che comunque abitava sempre là, anche se non più nella “Bassa Italia”. Arrivò anche un fiocco rosa, chiamata Elena, che decretò definitivamente la fine della mia infanzia e l’inizio dell’adolescenza.

Sento delle vocine che mi chiamano, sono i miei nipotini :< Nonna, nonna>.

Io mi volto verso di loro, rimetto a posto la trottola di metallo e penso “ quanto tempo è trascorso da quando abitavo nel quartiere “Ponte vecchio”.


LA NEVE

Una sagoma si delineava tra la fitta nebbia in quel freddo mattino di novembre nel piccolo paese della Romagna. Quella nebbia così densa che i vecchietti la pressavano dentro la pipa e se la fumavano come fosse tabacco e i bambini la comprimevano dentro i cubetti, dove generalmente si forma il ghiaccio, per poi mangiarsela come fossero ghiaccioli alla menta.

La sagoma si concretizzò nella figura di Sofia, che arrivava da un luogo indefinito e stanca dal lungo viaggio entrò nell’osteria per rifocillarsi e bere una tazza di latte caldo.

Le piaceva quel luogo, immerso nel silenzio, dove le persone sembravano fantasmi vagare nel nulla assoluto.

I signori Gioconda e Gesualdo Selvanera, i gestori della locanda, sembravano gente gentile e cordiale, così Sofia decise di chiedere una stanza per la notte.

Ma quella notte non rimase l’unica e la giovane ragazza pensò di stabilizzarsi in quel paese annegato nel grigio.

La signora Gioconda, di nome e di fatto, passava gran parte della giornata in cucina a preparare prelibati stufati di fagioli con le cotiche, tortelli ripieni e spezzatini di pecora con le patate, mentre il marito Gesualdo, un bontempone dal naso paonazzo per il troppo vino, si dilettava dietro al bancone del bar porgendo bicchieri di profumato vino rosso agli avventori dell’osteria.

Una domenica mattina, la brava cuoca Gioconda si lamentava con Sofia di non riuscire a fare dei buoni dolci: <Accidenti, sbaglio sempre le dosi, troppo zucchero, poco lievito, le ciambelle si sgonfiano come se fossero gomme forate, insomma non mi riesce di cucinare una torta decente> andava blaterando rossa di rabbia.

Sofia la guardò con aria soddisfatta e le disse:<Se questo è il problema, io posso risolverlo, me la cavo abbastanza bene con i dolci>

Fu così che la giovane Sofia iniziò a sfornare ciambelle profumate, crostate prelibate, dolci di ricotta e soffici meringhe, barattando il suo lavoro con vitto e alloggio.

Dopo un mese di permanenza nel nebbioso paesino, Sofia cercò un piccolo spazio, una bottega da artigiano, per potersi esibire nell’arte appresa dal vecchio padre, tramandata da ben tre generazioni, che lei aveva affinato apportando un tocco femminile: la costruzioni di ombrelli.

Si rifornì di tutto il materiale occorrente ed iniziò a fabbricare ombrelli di ogni sorta, grandi, piccoli, con colori sgargianti o con azzardate fantasie.

La vetrina del suo minuscolo negozio risplendeva di luce, profusa dalla tela che ricopriva quegli ombrelli fantasmagorici.

I paesani, dapprima scettici, poi pienamente convinti ne avevano acquistato uno per ogni stagione.

In autunno, quando la nebbia la faceva da padrone, l’ombrello con colori brillanti aveva due funzioni, il primo trattenere le microscopiche goccioline che devastavano le sontuose capigliature delle signore, il secondo far distinguere le sagome delle persone ingerite da quel grigio uniforme.

In primavera proteggevano da un vento sibillino mentre in inverno trattenevano le forti piogge. E in estate? In estate sconfiggevano i caldi raggi solari.

La bellezza di quegli ombrelli costruiti con accuratezza e amore, richiamarono al paese gente da tutti i paesi vicini e da ben più lontano.

Un giorno d’agosto si apprestò ad entrare nel piccolo negozio di Sofia, un signore dall’aspetto austero: <Belli questi ombrelli – disse- ma perfettamente inutili d’estate>

Sofia con un dolce sorriso gli rispose:< Sa, il tempo può essere imprevedibile, chissà potrebbe anche nevicare >.

Il signore con aria dubbiosa alzò gli occhi al cielo, che appariva di un azzurro intenso: <Mah, se lo dice lei!> bisbigliò.

Mentre pronunciava quelle parole il sole fece capolino dietro a nuvole, prima bianche, poi mano a mano sempre più grigie fino a diventare cupe e minacciose. Il cielo in pochi minuti diventò oppresso da pesanti nuvoloni neri, che sfociarono in una miracolosa nevicata.

Era il 15 agosto del 1846 quando a Russi, piccolo paese dell’entroterra romagnolo, le strade si ricoprirono di un leggero strato di bianca neve.

Per gentile concessione dell’autrice.

 

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Elisabetta Turricchia, nata a Imola il 10 Agosto 1956 abita a Imola e svolge l’attività di educatrice con i bambini disabili per conto di una cooperativa sociale del territorio. Dopo molti anni è riuscita ad esaudire un desiderio che aveva sin da bambina ovvero quello di scrivere un libro. Ha pubblicato “Storie sul divano”, una raccolta di 25 racconti brevi edito da Editrice Mandragora e “I Racconti di Betta” edito dalla casa editrice CTL di Livorno, un libro che contiene 15 racconti di diversa natura. Inoltre alcuni suoi racconti sono stati inseriti nel terzo volume di “Racconti a Tavola”, nel secondo volume di “Racconti Sportivi” e nel secondo volume di “Racconti Emiliano Romagnoli” editi da Historica.

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015; Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2017); Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2018)., Collabora alla rivista Teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge.

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