Traiettorie di razzismo nell’Italia della crisi (Anna Curcio)

Tunnelmanzanita

 

In Italia si assiste ormai da anni a una forte impennata del razzismo. Forme di discriminazione sociale e sfruttamento lavorativo, abusi e violenze hanno soprattutto preso di mira i sempre più numerosi lavoratori e lavoratrici migranti, trovando declinazione tanto sul versante di un razzismo diffuso o quotidiano, praticato nelle strade, nei luoghi di lavoro e nelle scuole, quanto sul piano istituzionale, attraverso provvedimenti apertamente discriminatori nei confronti dei e delle migranti. I casi più eclatanti sono senz’altro i naufragi nel canale di Sicilia. La penalizzazione del soccorso alle navi di migranti è infatti spesso dovuta a una legislazione che ha introdotto il reato di favoreggiamento all’“immigrazione clandestina” (la legge Bossi-Fini del 2002). Ma si può anche pensare ai respingimenti in mare di profughi e richiedenti asilo (che anche la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato) di cui si sono stati protagonisti governi tanto di centro destra quanto di centro sinistra.[1] Tutti questi episodi, che abbiano avuto come autori figure istituzionali o “persone comuni”, non sono stati quasi mai riconosciuti nel dibattito pubblico come episodi di vero e proprio razzismo. Al contrario, finanche le vicende più crude (si pensi alla “strage di Firenze” del 2011) sono state intese come la risposta xenofoba allo sviluppo delle migrazioni internazionali o alla crisi e lette soprattutto come paura dell’altro, legata alla particolare congiuntura storico-politica.

Si può invece sostenere, come evidenzia almeno una parte del dibattito su razzismo e anti razzismo in Italia, che la crescente violenza razzista con cui il paese si confronta quotidianamente non è va intesa come effetto o conseguenza di altri fenomeni sociali, dinamiche politiche e istituzionali (migrazioni, crisi, governo delle destre). Si tratta piuttosto di una costante della storia del Paese: una insanabile frattura nello spazio nazionale che informa la nozione stessa di italianità.[2] In questo senso, i migranti internazionali al centro oggi di episodi di discriminazione e violenza razzista, hanno come loro ‘antenato’ l’africano colonizzato nel periodo dell’espansione d’Oltremare, il “meridionale” razzializzato all’indomani dell’unità d’Italia e nel secondo dopoguerra e non da ultimo l’ebreo delle “leggi razziali”. Si tratta dunque di cogliere la spiccata capacità adattiva e mimetica del razzismo e la sua abilità a trovare di volta in volta nuove e differenti declinazioni. Si tratta cioè di svelarne la dimensione strettamente materiale, quale dispositivo di segmentazione e gerarchizzazione sociale e lavorativa che accompagna la transizione capitalista e i processi di accumulazione.

Guardando al razzismo da questa angolazione diventa allora possibile osservarne due traiettorie distinte, benché parallele, che sono al lavoro oggi nell’Italia della crisi e che interessano da una parte i migranti internazionali, presenti in misura crescente nel paese e nello spazio europeo, e dall’altra gli abitanti del Sud del paese e più in generale dei paesi del bacino del Mediterraneo (i cosiddetti Pigs: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna, i “maiali” d’Europa, individuati come causa della crisi dell’Eurozona). Lette alla luce della frattura al fondo della narrazione e dell’identità nazionale, queste due traiettorie del razzismo italiano (e in qualche modo anche europeo) non sono esperienze separate. Benché si rivolgano a figure o gruppi sociali differenti, e nonostante possano assumere declinazioni eterogenee, vivono di una medesima matrice: quella della costruzione della modernità europea, capitalista e coloniale e del mito della supremazia della bianchezza che questa riflette. È qui infatti che occorre ritornare per leggere la doppia traiettoria del razzismo italiano, mettendo così a fuoco due processi: da un lato la costruzione dell’‘altro geograficamente vicino’, sempre in bilico tra Europa e Africa nel bacino del Mediterraneo, che oggi informa la razzializzazione dei Pigs; dall’altro, l’invenzione dell’‘altro coloniale’ e postcoloniale, lungo le rotte del colonialismo in Africa prima, e dentro i flussi della mobilità del lavoro contemporaneo oggi. È qui che si possono rintracciare i processi di inferiorizzazione e marginalizzazione dell’‘altro non europeo’ che sin dalle origini della modernità hanno informato la nozione stessa di capitalismo e lavorato – per dirla con Frantz Fanon – alla costruzione della subordinazione di un gruppo sociale a un altro.[3]

Questo breve saggio, tenendo sullo sfondo la linea di frattura che dalle origini della modernità attraversa e segna l’esperienza europea, la sua narrazione e la costruzione della sua identità, ne considera l’attualizzazione nel presente, discutendone soprattutto le ricadute sull’organizzazione del lavoro e delle relazioni sociali. In questo senso assume il race management, ovvero la “gestione della razza”, in una prospettiva genealogica e ne indaga il funzionamento sul terreno del controllo e dell’organizzazione della mobilità del lavoro nell’Europa della crisi. Nelle conclusioni, insistendo sulla materialità del razzismo, il saggio sottolinea l’urgenza di una nuova pratica antirazzista capace di insistere su una trasformazione radicale dell’esistente che raggiunga il cuore del problema: i rapporti sociali e produttivi.

 

L’Italia e l’Europa dei PIGS

 

La stampa internazionale e la letteratura grigia che fiancheggia la “Troika” insistono ormai da qualche tempo nell’individuare, in alcune forme della politica e del funzionamento dell’economia nei paesi dell’Europa mediterranea, le radici della crisi. Si tende soprattutto a contrapporre un Nord produttivo, rigoroso e sobrio a un Sud pigro, sprecone e corrotto, il primo incline all’etica capitalista, il secondo no. Proprio in questo senso, Der Spiegel International (il 30 luglio del 2012) scrive che “al Sud il problema reale non è la crisi economica e finanziaria, (ma) sono la corruzione, gli sprechi e il nepotismo”. Si stabilisce cioè un nesso lineare tra la crisi dell’Eurozona e alcune caratteristiche deteriori del funzionamento della politica e dell’economia nell’Europa dei cosiddetti Pigs.

<<< < Immagine 1> DIDASCALIA: Eloquente vignetta di Trumble per “The Sun”, datata 2010 che propone una rappresentazione grafica dell’acronimo Pigs: quattro maiali contrassegnati dalle bandiere nazionali di Portogallo, Italia, Grecia e Spagna che divorano monete d’oro e un cartello che recita “All you can it” (tutto ciò che siete in grado di mangiare) (The English Blog <

Viene cioè riproposta e attualizzata la frattura storica tra Nord e Sud dell’Europa all’origine della modernità europea.

A cavallo tra XVII e XVIII secolo, tale narrazione era servita a confermare la superiorità di un Nord dell’Europa economicamente dinamico e tecnologicamente avanzato guidato dalla Gran Bretagna della prima rivoluzione industriale.[4] Nel presente essa offre invece un’interpretazione della crisi del capitalismo neoliberale nell’Eurozona e sostiene la riorganizzazione degli equilibri della governance europea e l’applicazione delle politiche di austerity. Tanto oggi quanto allora, dunque, il Sud è sempre una sorta di rovescio del modello di produzione capitalistico. È un Sud omogeneo e astorico, che non tiene conto delle profonde differenze che attraversano i paesi dell’area Mediterranea in termini di sistema produttivo e mercato del lavoro, storia e tradizioni e non considera né la possibilità di processi di sviluppo eterogenei né la compresenza di modelli produttivi differenti – come se la Storia potesse essere letta solo come incessante tensione allo ‘sviluppo’ del capitalismo.

Più precisamente, tra sviluppo e sottosviluppo si gioca storicamente l’intera scommessa del capitalismo. Nella narrazione capitalista il cosiddetto “sottosviluppo” non è il ‘non ancora’ dello sviluppo, ma ne costituisce piuttosto una funzione specifica: “una sua funzione materiale e politica. Ciò che determinandosi significa: funzione del processo di socializzazione capitalistica”.[5] È ciò che permette la riproduzione dello stesso capitalismo. Da questa angolazione si può dunque sostenere che, nella crisi dell’Eurozona, il sottosviluppo sociale, economico e politico attribuito all’Europa mediterranea è ciò che rende possibile l’esistenza stessa del capitalismo ormai irrimediabilmente in crisi, ne costituisce cioè lo spazio dell’accumulazione. La distinzione tra economie virtuose nell’Europa del Nord ed economie in crisi nell’Europa del Sud si fa allora funzione specifica dei processi di valorizzazione che stanno scaricando al Sud i costi materiali e simbolici della crisi (si pensi alle politiche di austerity che la “Troika” europea impone più o meno unilateralmente alle economie mediterranee in crisi), stabilendo nuove gerarchie che gestiscono i processi di governance e la riorganizzazione del mercato del lavoro sul più complessivo livello continentale.

Detto altrimenti, nella narrazione del sottosviluppo che ‘giustifica’ la frattura tra Nord e Sud dell’Europa, le distinzioni operate sul piano politico, sociale ed economico si accompagnano a una specifica narrazione, dal non troppo vago sapore essenzialista, che distingue i lavoratori tedeschi o del Nord, efficienti e oculati, da quelli del Sud, romantici e indolenti – proprio come avveniva nella gestione delle migrazioni transoceaniche negli Stati Uniti di inizio Novecento, dove una precisa tassonomia della razza organizzava mansioni e costi del lavoro, collocando i “tenaci, precisi e parsimoniosi” lavoratori tedeschi ai vertici delle gerarchie lavorative e i lavoratori di origine italiana nei ranghi più bassi.[6] Oggi come ieri, allora, la dequalificazione e inferiorizzazione degli abitanti del Sud dell’Europa segna la misura di un vero e proprio processo di race management: la messa a valore di differenze costruite sul terreno della razza e dentro le coordinate della supremazia della whiteness, nella gestione dell’organizzazione sociale e del lavoro.[7]

Ad osservarlo poi nello specifico contesto italiano, il management della razza assume caratteristiche peculiari. Esiste cioè una linea di razzializzazione interna al paese che taglia e si sovrappone a quella più complessiva che ha costruito la subordinazione dei paesi del Mediterraneo e che stigmatizza come “diverse” le regioni dell’Italia meridionale. Ne sono prova alcune proposte politiche, prevalentemente propagandistiche ma non per questo meno influenti nella costruzione della narrazione nazionale, che insistono sull’essenzializzazione e razzializzazione di una parte del paese. Ad esempio, nel 2011 un emendamento al Decreto Legge sullo Sviluppo proponeva di assegnare 40 punti in più in graduatoria agli insegnanti residenti nella provincia di appartenenza per contenere l’afflusso al Nord degli insegnanti “meridionali” ritenuti “meno preparati” – questo, almeno, nelle dichiarazioni dell’allora ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.[8] Nel 2012, il governo Monti ha invece varato il progetto “Messaggeri della conoscenza” che prevede l’affiliazione temporanea presso gli atenei di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia di studiosi e studiose residenti all’estero con l’obiettivo di diffondere “metodi di insegnamento e ricerca d’eccellenza”, come se in quegli atenei non ci fossero docenti e ricercatori all’altezza del dibattito scientifico nazionale e internazionale.[9] Anche qui, i processi di essenzializzazione e inferiorizzazione degli abitanti del Sud si fanno, con tutta evidenza, dispositivi di race management che intervengono in maniera diretta sul mercato del lavoro e sull’organizzazione del sapere sul piano nazionale.

 

Il management della razza in Italia

 

Va a questo punto precisato che parlando di management della razza si fa riferimento a un sistema di gestione del lavoro su base razziale, ovvero di costruzione di processi di gerarchizzazione e subordinazione lavorativa sorretti da pratiche e discorsi di essenzializzazione e discriminazione orientati alla subordinazione politica ed economica di un determinato gruppo sociale. In questo senso, la razza si fa verbo: razzializzare, per dividere e gerarchizzare popolazioni, territori, forza lavoro, e per attivare dispositivi di controllo sociale a sostegno dello sviluppo capitalistico. Da questa angolazione, dunque la razza non è, e non può essere, un attributo biologico, è piuttosto una costruzione sociale la cui “invenzione”, come supremazia della bianchezza, è stata collocata nella Virginia prerivoluzionaria.[10] Si tratta, più precisamente, della risposta ad una lunga stagione di lotte in comune tra lavoratori bianchi e neri che ha introdotto un capillare sistema di privilegi per i bianchi e di divieti per i neri che, di lì in avanti, avrebbe determinato un vero e proprio “salario della bianchezza” e segnato più complessivamente i rapporti sociali e produttivi nel nascente capitalismo.[11]

Assunto dunque come razzializzazione (e dunque insistendo sul concetto di razza), il razzismo perde quella connotazione di vizio ideologico o patologia sociale su cui insiste buona parte del dibattito italiano, emergendo piuttosto come dispositivo di subordinazione e sfruttamento collocato al centro della modernità capitalista.[12] In questo senso, la costruzione di una “razza maledetta”,[13] all’indomani dell’unificazione del Paese, può essere letta proprio come la traduzione nel contesto locale del “capitalismo razziale moderno” che si affermava negli Stati uniti ed in Australia riprendendo gli insegnamenti dell’antropologia positivista.[14] In particolare la giustificazione ‘scientifica’ della subordinazione politica e dello sfruttamento lavorativo degli abitanti del Mezzogiorno italiano e europeo veniva fornita dal paradigma delle “due Italie” di Alfredo Niceforo, che distingueva una popolazione ariana di discendenza germanica nel Nord e una latino-caucasica, con influenza negroide al Sud.[15] I “meridionali”, ritenuti pigri e poco intelligenti per la presenza di sangue “negro” nelle vene, furono sottoposti a dure forme di sfruttamento e a discriminazioni salariali, divenendo forza lavoro a basso costo al servizio dello sviluppo del primo capitalismo italiano.[16] Analogamente negli Stati uniti e in Australia all’inizio del Novecento e poi nel secondo dopoguerra, nelle città industriali del Nord Italia[17] e in Francia, Belgio, Germania, Svizzera, la subordinazione lavorativa e salariale, in una sola parola la razzializzazione degli italiani del Sud, accompagnava le fasi della transizione capitalistica, mettendosi al servizio del boom economico del secondo dopoguerra.[18]

Va anche detto che i processi di race management e la segmentazione e gerarchizzazione della forza lavoro hanno storicamente funzionato per interrompere le forme di solidarietà tra i lavoratori e, come nella Virginia prerivoluzionaria, per neutralizzare i conflitti. Questo fenomeno è particolarmente visibile negli Stati Uniti di inizio Novecento, dove la razzializzazione degli italiani ha accompagnato il crescere del loro protagonismo nell’intensa stagione di lotte sul lavoro di quegli anni. E quando negli anni Cinquanta e Sessanta in Italia si è trattato di gestire il passaggio da un’economia ancora in prevalenza agricola a una di tipo marcatamente industriale, l’introduzione della meccanizzazione della produzione, che puntava a sostituire gli “operai di mestiere”, prevalentemente “settentrionali”, con operai “meridionali” non specializzati, fu gestita proprio costruendo processi di segmentazione della forza lavoro su base razziale –puntando cioè a contrappore gli uni agli altri come dispositivo di controllo della conflittualità del lavoro in una fase di transizione.

L’altra traiettoria del razzismo italiano rimanda invece alla fase di espansione coloniale in Africa, solo di poco successiva all’unificazione del Paese. L’esigenza di affermare una bianchezza storicamente messa in discussione dalla rappresentazione di un mezzogiorno d’Italia come “un paradiso abitato da diavoli” [19], si affianca alla particolare declinazione del capitalismo razziale-coloniale su scala europea e assume tratti di spiccata violenza. Mentre i coloni provenienti dal Mezzogiorno, attraverso un processo di “sbiancamento”, acquisiscono privilegi altrimenti impensabili, la promulgazione di una specifica legislazione coloniale nel 1937 stabilisce un diverso sistema di obblighi e diritti per “cittadini” e “colonizzati”, ridisegnando la vita in colonia all’insegna della segregazione.[20] In tempi più recenti, poi, il razzismo coloniale ha trovato una nuova declinazione, coniugando la mancata elaborazione storica del colonialismo e la sua rimozione dal dibattito pubblico (come esito della sconfitta del regime fascista e della condanna dell’olocausto), con l’insorgere del fenomeno di massa delle migrazioni internazionali a partire dagli anni Ottanta.[21] Dai discorsi di inferiorizzazione, che cominciano a circolare con il crescere delle presenze migranti, alle vere e proprie violenze a sfondo razziale tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, il passo é stato brevissimo: la sola presenza sul territorio nazionale dell’”altro coloniale” ha riacceso rapidamente l’aggressività razzista già vista in Africa.

Tuttavia, i processi di race management del lavoro migrante non hanno riguardato soltanto i migranti dalla pelle scura. La supremazia della whiteness vive dentro più complessivi processi di segmentazione e subordinazione del lavoro che in Italia, a partire dagli anni Novanta, hanno interessato anche i lavoratori e le lavoratrici migranti dalla pelle bianca provenienti dall’Europa dell’est, spesso a tutti gli effetti cittadini europei. È in questo quadro che va collocato il cosiddetto “pacchetto scurezza” del 2008 che introduce l’espulsione dei cittadini comunitari “per motivi imperativi di pubblica sicurezza”, come esito di una campagna di razzializzazione che strumentalizza un efferato episodio di cronaca che aveva coinvolto un cittadino rumeno. Più complessivamente, in anni recenti, i processi di race management, che hanno interessato i lavoratori e le lavoratrici migranti, sono passati anche attraverso la produzione legislativa, che ha puntato a costruire la debolezza sociale e lavorativa del migrante, introducendo principi discriminatori che, come nella legislazione razzista in colonia, hanno attivato un sistema differenziale di trattamento tra “cittadini” e non.[22] In particolare, nel 1998, con la legge Turco-Napolitano, l’istituzione dei Centri di Permanenza Temporanea (oggi Centri di Identificazione e Espulsione) ha autorizzato la detenzione amministrativa dei migranti senza documenti, introducendo di fatto un provvedimento discriminatorio che non trova terreno di applicazione sui “cittadini”. Nel 2002 la possibilità dei migranti di risiedere sul territorio nazionale è stata legata, dalla legge Bossi-Fini, al contratto di lavoro, producendo un’altra eccezione che ha spinto circa due terzi dei lavoratori e lavoratrici migranti nelle secche dell’illegalità. Nello stesso tempo, i processi di race management, che hanno creato nicchie produttive “riservate”, in particolare nel settore della cura e del lavoro domestico, esplicitano le dinamiche di differenziazione nei processi di inclusione che interessano la gestione della mobilità del lavoro nella globalizzazione. [23]

 

Il razzismo nella crisi

 

Di queste due traiettorie distinte, ma di matrice comune, che è possibile isolare nel razzismo dell’Italia contemporanea è senz’altro la razzializzazione dei “meridionali” quella che presenta i caratteri di maggiore attualità. Sono ormai alcuni decenni che discorsi e pratiche razziste hanno come oggetto i migranti internazionali, mentre il razzismo che interessa i “meridionali”, per quanto si tratti di una traccia sempre latente e mai dismessa della narrazione nazionale, ha di fatto trovato attualizzazione con la crisi economica globale. Più precisamente, il suo riemergere in forme acute è da collocare all’interno delle dinamiche economiche e produttive legate alla crisi e alla conseguente riorganizzazione sul piano sociale e lavorativo. È qui allora che va collocata la rinnovata rappresentazione di un Sud corrotto e familista veicolata dagli organi di informazione nazionali e non solo, o alcune esternazioni e prese di parola istituzionali. Si pensi ad esempio allo spot pubblicitario contro l’evasione fiscale prodotto lo scorso anno dal ministero dell’economia. Proponendo come emblema dell’evasione fiscale il parassita, la clip video ne propone una sequenza (il parassita dei ruminanti, del legno, del cane, ecc.) che si conclude con la rappresentazione del parassita della società (cioè l’evasore fiscale): un giovane, verosimilmente un precario, bruno, tarchiato, con folte sopracciglia e basette nere che riproduce la perfetta iconografia del “meridionale” razzializzato.

<<< <Immagine 2> DIDASCALIA: Fotogramma esplicativo dello spot del ministero dell’economia: Parassiti (della società). Per visionare l’intero spot: <

Ora, va sottolineato che una siffatta rappresentazione razzializzata non gioca solo sul terreno delle produzione di discorso e immaginari, ma genera una serie di ricadute immediatamente materiali che oggi gestiscono la crescente disoccupazione e precarizzazione del lavoro soprattutto giovanile al Sud (dove la disoccupazione “reale” raggiunge il 25%).[24] Detto altrimenti, in modo particolarmente evidente con la crisi, il Mezzogiorno si costituisce, ancora una volta, come bacino di forza lavoro a basso costo in cui oggi vengono delocalizzate attività produttive a bassa qualificazione e retribuzione. È il caso, ad esempio, di una grossa società di call center che ha di recente spostato dal Lazio alla Calabria l’intera struttura, con una riduzione dei salari di oltre 2/3. Mentre, lungo un percorso inverso, il Mezzogiorno alimenta importanti flussi di giovani lavoratori e lavoratrici spesso altamente scolarizzati verso il Nord del paese e fuori dai confini nazionali:[25] nel 2011 i residenti in una regione del Sud che lavorano nel Centro-Nord sono stati quasi 140mila (+4,3%), tendenzialmente giovani sotto i 40 anni, con un titolo di studio medio alto, che svolgono professioni di livello elevato prevalentemente in condizioni di precarietà.[26] Sono invece 50mila quelli che hanno lasciato il paese, invertendo per la prima volta in anni recenti il saldo tra emigrazione e immigrazione. Si tratta, anche in questo caso di “giovani qualificati” che cercano lavoro fuori dai confini nazionali,[27] spesso sponsorizzati dalle università soprattutto private.[28] La Germania, vera e propria calamita della mobilità del lavoro intraeuropeo, ha accolto, nel 2012, 42mila italiani, con un incremento del +40% rispetto all’anno precedente: l’esito prevedibile della progressiva dismissione di ricerca e università, cultura e innovazione e dei tagli draconiani imposti dalle misure di austerity.[29] Chi lascia il Paese, infatti, svolge o vorrebbe svolgere prevalentemente professioni di tipo creativo/cognitivo.[30]

Tuttavia, il Nord dell’Europa, lungi dal rappresentare un’isola felice, propone ai nuovi arrivati un mercato del lavoro fortemente deregolamentato (minijob, flessibilità spinta), attraversato da una spinta di razzializzazione che traduce sul piano materiale la storica narrazione della frattura intraeuropea. In questo senso, i giovani precari cognitivi che lasciano l’Italia o altri paesi del Sud per il Nord dell’Europa, vivono la dequalificazione e devalorizzazione del proprio lavoro, non solo nei termini di una penalizzazione dal punto di vista della possibilità di negoziare salari e garanzie (come era avvenuto, dentro un paradigma produttivo differente, negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento) ma soprattutto facendo i conti direttamente con la morsa della precarietà e il ricatto della discontinuità di reddito di un mercato fortemente deregolamentato. Inoltre, dentro l’ipotesi del capitalismo cognitivo – in cui, mentre persistono le variabili determinanti della produzione capitalista (profitto, salario, estrazione di plusvalore), emerge una nuova struttura del lavoro e nuove fonti di valorizzazione legate alla produzione di conoscenza – è lo stesso contenuto del lavoro (ad alto indice cognitivo) a divenire oggetto dell’essenzializzazione e dequalificazione propria ai processi di razzializzazione.[31] E questo lo sanno bene i creativi e i cognitivi. Valga come esempio l’esperienza di un grafico madrileno a Berlino, al quale viene continuamente ricordato di guardare il mondo con “lenti tedesche”, ovvero nei termini della chiarezza e dell’efficacia, e dismettere quello sguardo un “po’ romantico e un po’ naïf” proprio ai paesi dell’Europa mediterranea.[32] Ancora dunque si reitera l’immagine di un Nord efficiente e produttivo e un Sud romantico, pittoresco e arretrato quale misura dei processi di razzializzazione nell’Europa della crisi.

 

Per concludere: “il divenire negro del mondo” e la materialità del razzismo

 

Il race management nell’Italia e nell’Europa contemporanea agisce dunque sull’organizzazione del lavoro in modo univoco benché lungo due traiettorie che si sviluppano in parallelo. Interessa cioè i migranti internazionali e insieme gli europei del Sud. Questa duplice e specifica declinazione del razzismo si accompagna oggi a una marcata differenziazione del mercato del lavoro che vede, come esito della crisi e della governance neoliberale, da una parte un incremento rapido e progressivo della disoccupazione, soprattutto di giovani e migranti nei paesi del Sud, e dall’altra un mercato del lavoro fortemente deregolamentato nel Nord, attraversato da una domanda vivace che funziona da calamita di forza lavoro. In modo schematico si potrebbe dire che, nella crisi, spostandosi da Sud a Nord il lavoro si trova a fare i conti con un sistema a spinta flessibilità in cui tutele e garanzie sono scarse se non inesistenti. E dunque le gerarchie sul terreno della razza diventano indispensabili dispositivi per la gestione e riorganizzazione del lavoro. Una sorta di bussola attraverso cui il capitale orienta i dispositivi di estrazione di plusvalore.

Da questa angolazione emerge, come indiscutibile evidenza, la necessità di assumere nell’analisi il nesso inscindibile tra razzismo e capitalismo che ci rimanda alle origini della modernità. Tuttavia, insistere sulla stretta relazione tra razzismo e produzione capitalistica non vuol dire assumere un punto di vista economicista, né rimanda ad un approccio deterministico. Si tratta, al contrario di privilegiare uno sguardo capace di ripensare i rapporti di produzione a partire dal processo di race management ed insistere sull’inevitabile “articolazione” di razza e classe nel contesto sociale capitalistico.[33] Si tratta, seguendo Marx, di analizzare il capitale come relazione sociale. Nello stesso tempo, soffermarsi sulla necessaria connessione tra processi di gestione della razza e rapporti di produzione, non significa negare che il razzismo preesiste al capitalismo: il sistema delle piantagioni che precede e accompagna lo sviluppo del capitalismo in America è in questo senso l’esempio più esplicito e violento. Vuol dire piuttosto che tutta la storia del capitalismo è stata impregnata dall’esperienza della razza.

È per questo che qui si insiste sui termini di “razza” e “razzializzazione”. Mettere a fuoco il race management e la costruzione di pratiche e discorsi di inferiorizzazione e subordinazione dell’altro, costruiti sul terreno della razza (ovvero la razzializzazione), vuol dire richiamare quell’indiscutibile dimensione di classe che il razzismo declina secondo modalità differenti nelle diverse epoche storiche. Guardando ad esempio alla razzializzazione che interessa oggi gli europei del Sud emerge, con una certa chiarezza, come il razzismo si muova all’unisono con i sempre più spinti processi di declassamento e impoverimento sociale che interessano soprattutto i cosiddetti Pigs. Achille Mbembe ha in questo senso parlato del “divenire negro del mondo”. È l’emergere nell’Europa della crisi di una nuova classe di donne e uomini strutturalmente indebitati, implacabilmente spinti verso i gradini più bassi delle gerarchi sociali e lavorative, quelli storicamente riservati al negro. Uno specifico sviluppo del capitalismo in crisi che “per la prima volta nella storia dell’umanità” fa del termine negro non più “apposizione” ma “attributo” che qualifica una condizione sociale e di classe.[34] E la razza sempre più si fa il nome con cui leggere la classe.[35]

Da questa angolazione, infine, cogliendo l’intima articolazione di razza e classe che informa l’intera storia del capitalismo è possibile finalmente dismettere l’idea di un razzismo quale vizio ideologico o patologia sociale per svelarne invece la natura intrinsecamente materiale. A partire da qui, si tratta poi di ripensare il discorso e la pratica antirazzista non più come progetto di educazione universale ma piuttosto come percorso di trasformazione radicale dell’esistente che riguarda tutte e tutti, donne e uomini, soggetti razzializzati e non.[36] Una nuova modalità e pratica antirazzista a cui con urgenza la crisi del capitalismo ci chiama.

[1] Il primo episodio di respingimento in mare di profughi risale al 1997, durante un governo di centro sinistra guidato da Romano Prodi. In quell’oocasione una corvetta della Guardia di Finanza affondava, nel tentativo di respingerla, una nave di profughi albanesi nel Canale di Otranto.

[2] Per un approccio critico al dibattito su razzismo e antirazzismo in Italia si veda Anna Curcio e Miguel Mellino (a cura di), La razza al lavoro, manifestolibri, Roma, 2012.

[3] Frantz Fanon, “Razzismo e cultura”, in Scritti politici (vol. I). Per la rivoluzione africana, DeriveApprodi, Roma, 2006.

[4] Nelson Moe, Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionali e immagini del Mezzogiorno, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli, 2004.

[5] Luciano Ferrari Bravo, “Forma dello stato e sottosviluppo”, in Luciano Ferrari Bravo e Alessandro Serafini, Stato e sottosviluppo. Il caso del Mezzogiorno italiano, ombre corte, Verona, 2007, p. 29.

[6] David Roediger, How Race Survived US History: From Settlement and Slavery to the Obama Phenomenon, Verso, London, 2008, p. 95.

[7] Ivi.

[8] Si veda www.cislscuola.it/node/18066 (12/12).

[9] Si veda http://attiministeriali.miur.it/anno-2012/settembre/dd-21092012.aspx (12/12).

[10] Theodor W. Allen, The Invention Of The White Race. The Origin of Racial Oppression in Anglo-America, Verso, London, 1997.

[11] Sul tema cfr. William E. B. Du Bois, Black Reconstruction in America, The Free Press, New York, 1935; David Roediger, The Wages of Whiteness: Race and the Making of the American Working Class, Verso Books, London and New York, 1996.

[12] Per una disamina dettagliata del race management in Italia, cfr. Anna Curcio, “Il management della razza in Italia”, Mondi Migranti, 3, 2011: 89-118.

[13] Secondo l’espressione del “meridionalista” Napoleone Colajanni, deputato al parlamento Nazionale dal 1890. Si veda Vito Teti, La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale, manifestolibri, Roma, 1993.

[14] Cedric Robinson, Black Marxism. The Making of the Black Radical Tradition, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1993.

[15] Si veda Alfredo Niceforo, La delinquenza in Sardegna, Edizioni della torre, Cagliari, 1897; Niceforo A., 1898, L’Italia barbara contemporanea (studi e appunti), Remo Sandron, Palermo, 1898; Niceforo A., Italiani del nord e italiani del sud, Fratelli Bocca, Torino, 1901.

[16] Nel corso invece del ventennio fascista, mentre il razzismo assumeva le forme de La difesa della razza, la razzializzazione degli abitanti del Mezzogiorno prendeva la forma, nell’Agro Pontino, della “bonifica integrale” del governo fascista: un vero e proprio progetto eugenetico per la selezione di “una super-razza italiana” all’altezza delle aspirazioni imperiali (si veda Frank M. Snowden, La conquista della malaria. Una modernizzazione italiana 1900-1962, Einaudi, Torino, 2008). È l’atroce preludio alla retorica dell’”arianesimo” e all’antisemitismo che, a partire dal 1938, interesserà gli ebrei italiani. Secondo gli obiettivi specifici dell’”invenzione” della razza, oltre il delirio ideologico, si trattava anche di soddisfare uno dei principali obiettivi del race management: la segmentazione sociale e del lavoro in funzione di controllo di fronte al crescere delle incertezze sul piano geopolitico.

[17] Si veda Enrica Capussotti, “‘Per i posti di lavoro al Nord siano preferiti i settentrionali’. Migrazioni interne, razzismo e inclusione differenziale nel secondo dopoguerra a Torino”, in Anna Curcio e Miguel Mellino (a cura di), La razza al lavoro, cit.; Goffredo Fofi, L’immigrazione meridionale a Torino, Feltrinelli, Milano, 1976; Danilo Montaldi, “Inchiesta sugli immigrati”, in Franco Alasia e Danilo Montaldi (a cura di), Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati negli anni del «miracolo», Feltrinelli, Roma, 1960.

[18] Si veda David Roediger, How Race Survived, cit.

[19] L’espressione è attribuita a Goethe che l’avrebbe coniata per descrivere Napoli e i napoletani. È stata poi ripresa da Benedetto Croce per il titolo di un volume sulla città partenopea.

[20] Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa orientale, Vol. 3, La Terza, Bari – Roma, 1986.

[21] Si veda Renate Siebert, “Razzismo – memoria storica – responsabilità individuale”, in Anna Curcio e Miguel Mellino (a cura di), La razza al lavoro, cit.

[22] Nicholas De Genova, “The Deportation Regime: Sovereignty, Space, and the Freedom of Movement”, in Nathalie Peutz e Nicholas De Genova (a cura di), The Deportation Regime: Sovereignty, Space, and the Freedom of Movement, Duke University Press, Durham, 2010.

[23] Michael Hardt e Antonio Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Rizzoli, Milano, 2002.

[24] Dati Svimez 2012 http://www.svimez.info/svimez/temp_03.html (11/13).

[25] Francesco Pezzulli, In fuga dal Sud: migranti qualificati e poteri locali nel Mezzogiorno, Bevivino, Milano, 2009.

[26] Dati Svimez 2012 http://www.svimez.info/svimez/temp_03.html (11/13).

[27] Si veda http://nuvola.corriere.it/2012/11/19/giovani-e-i-lavori-allestero-il-gap-delle-universita/ (11/13).

[28] Fondazione ISMU, XVIII Rapporto sulle migrazioni 2012, Franco Angeli, Milano, 2013.

[29] Si veda il rapporto dell’Organization for Economic Cooperation and Development (OECD) 2012.

[30] Dati Svimez 2012 http://www.svimez.info/svimez/temp_03.html (11/13).

[31] Carlo Vercellone (a cura di), Capitalismo cognitivo, conoscenza e finanza nell’epoca postfordista, manifestolibri, Roma, 2006.

[32] Questo è almeno quello che emergeva da una conversazione privata con il suddetto grafico.

[33] Stuart Hall, “Race, Articulation and Societies Structured in Dominance”, in Houston A. Baker Jr. e Manthia Diawara (a cura di), Black British Cultural Studies: A Reader, Chicago University Press, Chicago, 1980.

[34] Achille Mbembe, Critique de la raison nègre, La Découverte, Paris, 2013.

[35] Si veda sul tema Stuart Hall, “Race”, cit.

[36] Si veda Anna Curcio A., “L’invenzione della razza: credenza o mistificazione”, in Monica Massari (a cura di), Attraverso lo specchio: scritti in onore di Renate Siebert, Pellegrini editore, Cosenza, 2012.

 

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Anna Curcio ricercatrice militante lavora all’intersezione tra marxismo critico e studi culturali e postcoloniali. Studia i movimenti sociali e le trasformazioni produttive e del lavoro con attenzione soprattutto a temi relativi alla razza e al genere. Fa parte del progetto Commonware e collabora con “il manifesto”.  E’ autrice di La paura dei movimenti (Rubettino 2006). Ha curato tra altri La razza al lavoro (com M. Mellino, Manifestolibri 2012) e The Common and the Forms of The Commune (con C.Özselçuk, special issue di “Rethinking Marxism”, 22.3, 2010). Suoi lavori sono stati pubblicati in “Viewpoint Magazin”,“Ephemera”, “Knoweldge Culture”,  “Praktyka Teoretyczna,  “Mondi Migranti”,”Darkmatter Journal,  “Partecipazione e Conflitto” e in numerosi volumi collettanei in Italia e all’estero.

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto dell’autrice a cura di Anna Curcio.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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