Terremoto in sette tempi capitali – Loretta Emiri

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            A distanza di quattordici mesi dalla “botta grossa”, le comunicarono che doveva lasciare l’appartamento lesionato dal terremoto. Per prima cosa si chiese se aveva rischiato la vita; come risposta sentì crescerle dentro un’ira funesta nei confronti di chi gestisce le emergenze come fossero pratiche burocratiche e non sventure umane.  Una volta esaurita l’energia prodotta da sentimenti di avversione e vendetta, fu colta da accidia. Pigrizia, indolenza, infingardaggine, svogliatezza, abulia s’impossessarono del suo corpo, mentre il pensiero restava impantanato nell’idea del suicidio. Durato più di due mesi, in questo periodo non le giunse nessun conforto, nemmeno telefonico, da parte di chi era al corrente della sua situazione. A ricollegare il corpo alla mente fu, probabilmente, la superbia. La percezione di essere superiore a chi aveva aggiunto il peso dell’indifferenza al suo dolore, le trasmise la forza necessaria per depennare alcuni nomi dai suoi contatti e iniziare la ricerca di uno spazio ove mettere al sicuro sé stessa e le sue cose.

Rifiutò l’offerta comunale di stabilirsi nell’ecomostro costruito dentro le mura del nucleo storico, con gli appartamenti restati invenduti, in una zona divenuta periferica a causa della cessata attività della maggior parte degli esercizi commerciali e della sporadicità dei mezzi pubblici. Iniziò la ricerca in una località vicina, dicendo a sé stessa che, perlomeno, lì avrebbe avuto accanto l’amatissimo Adriatico. Un monolocale, che dei requisiti per essere definito appartamento ha solo il canone di affitto, catturò la sua attenzione: all’interno di un ben conservato palazzo storico, accanto al teatro comunale, con negozi e servizi di ogni genere tutt’intorno, a due passi dalla spiaggia e dalla stazione ferroviaria e dei pullman.  Firmato il contratto di locazione, si dedicò allo sgombero del sottotetto, tanto faticosamente acquistato per trascorrervi una tranquilla vecchiaia, così vigliaccamente sconquassato dal terremoto.

L’eccessivo attaccamento ai beni terreni e la renitenza nel separarsi da essi rientrano nella categoria della lussuria. Affrontare un trasloco, specialmente se non programmato, costringe a ripensamenti. Chi è anziano deve anche tener presente che il peso dei ricordi va ad aggiungersi a quello degli oggetti. Cominciò a liberarsi di cose apparentemente superflue. Delle quattro boccette di brillantina appartenute a suo padre, ne conservò una. Dopo lunga e travagliata riflessione interiore, distrusse il portatimbri arrugginito e i timbri della Commissione Pro Indio di Roraima e del Comitato di Solidarietà ai Popoli Indigeni, che tanto aveva utilizzato nel divulgare sussidi legati alla questione indigena mentre viveva nell’Amazzonia brasiliana. Un vaso grigio di terracotta, con la scritta in nero “sabbia”, e un porta-sale in legno e terracotta, con fiori stilizzati dai colori caldi, erano stati regali di nozze dei suoi genitori; rabberciati, incollati, e rincollati molte volte, per lei erano preziosi soprammobili. Mentre lo imballava, il vaso si ruppe di nuovo. Oggetti a lungo utilizzati sono estensioni materiali di lei stessa; quando divengono troppo consunti o fragili se ne libera sottoponendoli al rito della disintegrazione. Il vaso e il porta-sale finirono in mille pezzi sotto consapevoli martellate; stessa sorte ebbe il vaso da farmacia in vetro marrone raccolto da suo padre chissà dove, che lei aveva incrinato chissà come. Riconoscenti per non dover affrontare l’ennesimo trasloco, durante la frantumazione i vecchi oggetti produssero per lei suoni armoniosi.

In un sacchetto di plastica erano conservati bigodini e becchetti. Ritrovandoseli tra le mani, le venne in mente che alcuni di quei pezzi risalivano agli anni cinquanta, all’epoca in cui a fare i capelli a lei e sua madre era una parrucchiera che lavorava a domicilio. Sulla trentina, una zitella per l’epoca, era una persona semplice, buona, discreta. Un giorno raccontò che un suo vicino di casa, emigrato all’estero in cerca di migliori condizioni di vita, le aveva scritto proponendole di sposarlo per procura e raggiungerlo in Canadà. Caro e pedante signor editor, non togliere l’accento perché, all’epoca dell’infanzia della donna di cui si parla in questo testo, non si cantava “Canada”, ma “Canadà, con vasche e pesciolini e tanti fiori di lillà”. Data l’amicizia, sua madre fece alla parrucchiera un regalo importante e, addirittura, le imprestò il marito per impersonare lo sposo per procura, fatto questo che generò battute maliziose e tante risate. Nonostante la gioia per il lieto-fine della storia d’amore e migrazione, per la famigliola fu doloroso separarsi da Non-ricordo-il-nome; scavando a lungo nella memoria, quasi tutto riaffiora: si chiamava Ce-l’ho-sulla-punta-della-lingua; scavando in profondità, alla fine, la scrittrice è riuscita a ricordare: la parrucchiera si chiamava Leonina.

Cosa fare dei bigodini e becchetti che trattenevano ancora i capelli di sua madre? Cominciò a farli cadere, uno per uno, in giri sempre più ampi, nel territorio dove sarebbe andata a vivere: i primi vicino all’appartamento, tra torrente e campagna; poi più lontani, in aiole e siepi; gli ultimi li gettò in mare. Sapeva che nella nuova località avrebbe provato la stessa, vecchia sensazione di profonda solitudine, ma ad attutirla sarebbero state le particelle del DNA di sua mamma, opportunamente distribuite proprio per essere da loro accolta e protetta. Eliminati gli oggetti incurabili o già morti, svuotati i mobili, imballate le suppellettili, cercò le persone che le avevano fatto credere di poter contare su di loro quando si fosse trasferita: la prima si rese irraggiungibile; il secondo l’avrebbe aiutata nel trasloco ma a condizione che si realizzasse sotto nevischio, pioggia battente, vento sferzante. Messe insieme con tanto sacrificio, si rifiutò di esporre le sue cose alla tempesta, preferendo perdere un altro esponente delle amicizie fluide. Mentre cercava chi potesse realizzare il trasloco, non disponendo di utensili già smontati e chiusi negli scatoloni, amarezza e disagi caratterizzarono  gli ultimi giorni trascorsi nel sottotetto.

Una volta al sicuro nella nuova residenza, la gola le giocò un brutto tiro. Le venne voglia di mangiare tutto ciò che il centro storico, semi abbandonato e terremotato, da anni non le aveva più offerto. Mangiò di tutto, come una disperata. Ingurgitò porcherie di ogni genere. Dopo la cioccolata, ricominciava con porchetta, salsicce al peperoncino, sfrizzoli, grassi formaggi francesi. Alimentando il suo corpo, era come se volesse esorcizzare la paura del terremoto, la fatica del trasloco, la sensazione di abbandono; ma avvenne esattamente il contrario: l’iperalimentazione le provocò nausea, vomito, foruncoli e mal di stomaco. L’avarizia giocò un ruolo importante e la fece desistere dall’ingozzarsi. Cose, pensieri e sentimenti si erano ormai stabilizzati su un equilibrio accettabile, quando avvertì che qualcuno stava nutrendo invidia nei suoi confronti; reagì sparendo dalla circolazione, non dando spiegazioni, bloccando le telefonate, lasciando che la curiosità insoddisfatta ammorbasse la persona.

 

 

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Loretta Emiri è nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il “Dicionário Yãnomamè-Português”, il libro etno-fotografico “Yanomami para brasileiro ver”, la raccolta poetica “Mulher entre três culturas”. In italiano ha pubblicato i libri di racconti “Amazzonia portatile” (Manni, 2003), “Amazzone in tempo reale” (Livi, 2013) – che ha ricevuto il premio speciale della giuria del Premio Franz Kafka Italia 2013, “A passo di tartaruga – Storie di una latinoamericana per scelta” (Arcoiris, 2016), il romanzo breve “Quando le amazzoni diventano nonne” (CPI/RR, 2011). È anche autrice dell’inedito “Romanzo indigenista”, mentre del libro “Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più”, anch’esso inedito, è la curatrice. La scrittrice Loretta Emiri è una delle macchiniste fondatrici e ha collaborato particolarmente al numero zero della rivista. Si è ritirata dal gruppo operativo a ottobre del 2016.

 

 

Immagine in evidenza: Dipinto della artista albanese Dafinë Vitija, dalla sua pagina Facebook  Dafinë Artwork:
I paint what I dream, and I dream what I paint.

oil, acrylic, pastel, pencil on canvas.
60 x 60
2018

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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