Terena (Loretta Emiri)

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“Siamo pescatori di carpe, sempre lì ad aspettare pazienti che si decidano ad abboccare”, concludeva. Sorprendendomi piacevolmente, era uscito dall’abituale mutismo per interessarsi alla mia situazione: dopo averla lucidamente analizzata, formulava addirittura dei suggerimenti che, se tradotti in decisioni, potrebbero proprio aiutarmi a riemergere dal fondo melmoso in cui mi sono ficcata.
La carpa stabilisce la sua dimora in buche e anfratti più o meno profondi di acque calme e dormienti, acque che possono anche essere offuscate o addirittura torbide. Non ha necessità di grandi spazi, non è un pesce nomade, ha abitudini casalinghe, non ama allontanarsi troppo dal luogo scelto per viverci, nei suoi limitati e metodici spostamenti percorre itinerari ben precisi. Durante i mesi autunnali e invernali conduce vita quasi letargica, infossandosi nella melma del fondale, nutrendosi e spostandosi pochissimo. Via via che cresce aumenta la sua sospettosità; ed anche la tendenza ad isolarsi, al punto che, da adulta, conduce vita solitaria. La corposità ed espressione ne riflettono la testarda mansuetudine. È un pesce tra i più diffidenti: prima di ingoiare un boccone ci pensa su mille volte, gli gira intorno, lo considera, lo guarda, lo riguarda, l’osserva, lo sovrasta, sferrandogli colpi lo maltratta, lo saggia, lo spelluzzica, ci si trastulla. Quasi sempre per il pescatore le attese sono lunghe. Per non stancarsi, spesso fissa la canna al suolo, ma in modo da poterla impugnare con facilità quando avvertirà la tirata. Ai ripensamenti con cui il pesce lo mette alla prova, l’uomo deve contrapporre una pazienza abissale; l’attesa non può snervarlo perché è essa stessa una delle componenti che determinano la sua abilità di pescatore. Pazienza ed esperienza vengono ripagate quando una grossa carpa abbocca e scatena la lotta.
Sono seduta e aspetto. Rimugino e aspetto. Mentre aspetto, niente accade di ciò che desidero. Seduta, vedo il tempo annegare. L’accostamento al pescatore di carpe mi si addice ma, scendendo ad un livello più profondo del torbido presente, debbo ammettere di essere piuttosto una carpa. Prima di prendere una decisione ci penso su lungamente, le giro intorno, ne valuto le possibili conseguenze, la rimando mille volte; nella maggior parte dei casi arrivo a non dover più decidere niente perché, nel frattempo, la situazione si è decomposta.
Forse grazie alla mia mansueta testardaggine, riuscivo ad editare un bollettino di educazione indigena da Roraima, stato brasiliano così periferico da essere affettuosamente chiamato anche Culo del Mondo. Scandagliavo i materiali che arrivavano dal resto del paese per estrarne le notizie interessanti e aspettavo, con pazienza, di metterne insieme un numero sufficiente; quando avevo occasione di realizzare un viaggio, ne approfittavo per raccogliere documenti e novità; trasformavo aridi testi legislativi o eruditi brani scientifici in notizie utili per i maestri indigeni, perché soprattutto a loro era rivolta la pubblicazione; cucire insieme le notizie e stilare la redazione finale rappresentava la fase più creativa del processo, potendo imprimervi il mio stile personale; con la veste grafica cercavo di provare che anche la sobrietà è sinonimo di bellezza e forma. Quando il bollettino era già riprodotto mi venivano attacchi d’ansia, che cessavano solo nel momento in cui tutte le copie da spedire erano ormai finite nei cestelli della corrispondenza in partenza dell’ufficio postale.
Cominciarono ad arrivare lettere dalle più svariate regioni del Brasile, così che ebbi certezza che si può fare la cosa giusta anche dal posto sbagliato. C’era chi si complimentava per l’iniziativa, chi voleva essere autorizzato a riprodurre e divulgare la pubblicazione, chi dichiarava di averne preso visione e voleva ricevere il suo esemplare. Arrivò una lettera da Aquidauana, nel Mato Grosso do Sul, da un indio che sollecitava l’invio di un documento citato nel bollettino. Avrebbe studiato il testo insieme a rappresentanti di comunità, prima di suggerire quali riforme dovevano essere realizzate nelle loro scuole. Essendo andata ben oltre i convenevoli, la sua lettera mi sorprese piacevolmente. Venni a sapere che si trattava di uno stimato, ormai anziano leader. La partecipazione al movimento indigeno e la consapevolezza etnica ne avevano fatto uno degli ideatori dell’UNI – Unione delle Nazioni Indigene, nella quale dovette assumere ruoli sempre più periferici con l’arrivo dei rampanti. La coscienza politica lo aveva portato a candidarsi a consigliere comunale ma, forse proprio perché quella sua coscienza era ben delineata, non venne eletto. La notizia che era ormai isolato, anziano e malandato mi fece sentire nei suoi confronti una grande tenerezza, e al tempo stesso ammirazione: pur vedendo il tempo e le forze scorrergli via, non si era ancora fermato; malandato, anziano ed isolato, continuava a lanciare, nelle acque della vita, premesse che contribuissero a migliorare la sopravvivenza del suo popolo. Fu l’inizio di una mansueta collaborazione, di una testarda amicizia epistolare. Così firmava le sue lettere: “Domingos Verissimo Marcos, indio terena”.

* Il brano “Terena” è uno dei capitoli del libro “Amazzone in tempo reale”, premio speciale della giuria per la Saggistica del Premio Franz Kafka Italia 2013.

 

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Loretta Emiri è nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il “Dicionário Yãnomamè-Português”, il libro etno-fotografico “Yanomami para brasileiro ver”, la raccolta poetica “Mulher entre três culturas”, i volumi di racconti “Amazzonia portatile” e “Amazzone in tempo reale” (premio speciale della giuria, del Premio Franz Kafka Italia 2013), il romanzo breve “Quando le amazzoni diventano nonne”. È anche autrice dell’inedito “A passo di tartaruga”, mentre del libro “Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più”, anch’esso inedito, è la curatrice.

Foto  in evidenza e dell’autrice a cura di Loretta Emiri.

Riguardo il macchinista

Loretta Emiri

La scrittrice Loretta Emiri è una delle macchiniste fondatrici e ha collaborato particolarmente al numero zero della rivista. Si è ritirata dal gruppo operativo a ottobre del 2016. È nata in Umbria nel 1947. Nel 1977 si è stabilita in Roraima (Brasile) dove ha vissuto per anni con gli indios Yanomami. In seguito, organizzando corsi e incontri per maestri indigeni, ha avuto contatti con varie etnie e i loro leader. Ha pubblicato il "Dicionário Yãnomamè-Português", il libro etno-fotografico "Yanomami para brasileiro ver", la raccolta poetica "Mulher entre três culturas". In italiano ha pubblicato i libri di racconti "Amazzonia portatile" (Manni, 2003), "Amazzone in tempo reale" (Livi, 2013) – che ha ricevuto il premio speciale della giuria del Premio Franz Kafka Italia 2013, “A passo di tartaruga – Storie di una latinoamericana per scelta” (Arcoiris, 2016), il romanzo breve "Quando le amazzoni diventano nonne" (CPI/RR, 2011). È anche autrice dell’inedito "Romanzo indigenista", mentre del libro "Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più", anch’esso inedito, è la curatrice.

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