TEATRO COMUNITARIO: LA STRADA É IL PALCOSCENICO (Anna Fresu)

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TEATRO COMUNITARIO I – Anna Fresu

Che cos’è

Il Teatro Comunitario parte dalla premessa che l’arte, come la salute, l’educazione, l’alimentazione è un diritto di tutti e per questo la comunità deve assumerlo come tale e non delegarlo ad altri. Nasce come necessità di un gruppo di persone della stesso quartiere, della stessa comunità, di riunirsi e comunicare attraverso il teatro, è fatto dalla comunità per la comunità. Non è un passatempo o un’attività terapeutica bensì una forma di produzione, espressione del fare e dell’agire, senza nessuna affiliazione religiosa o partitaria.

Chi partecipa a un gruppo di Teatro Comunitario non è un professionista, non riceve denaro, è un amateur nel senso profondo del termine inteso come colui che fa ciò che ama. È proprio per questo che i partecipanti approfondiscono i mezzi espressivi attraverso laboratori e seminari ricevendo così le competenze tecniche necessarie a rendere più efficace la comunicazione. I principi che reggono la formazione del gruppo si basano sull’inclusione e sull’integrazione e quindi chiunque lo desideri può affiliarsi. Riscoprire e sviluppare la creatività di ognuno diventa così una forma di contrasto e di ribellione al potere egemonico. I coordinatori o i direttori dei gruppi di teatro comunitario partono dall’idea che recitare sia una maniera di giocare, di ritrovare le vere origini e pulsioni dell’attività ludica. Si impara attraverso il fare, dimenticando (ma non ignorando) la tecnica. La creatività cresce con l’altro, con l’apporto che ognuno dà alla collettività.

Ogni gruppo comprende normalmente da trenta a ottanta persone, di ogni sesso, esperienza ed età, costituendo proprio la differenza uno degli stimoli principali. Sono gruppi dinamici, soggetti ai cambiamenti di vita personale e dei movimenti sociali ed è su questa apparente instabilità e flessibilità che fonda invece la propria stabilità. Ogni partecipante porta il proprio vissuto, il proprio bagaglio di esperienze, la propria individualità con limiti e virtù. Sta alla capacità del coordinatore capire le difficoltà e trasformare proprio i limiti individuali in virtù, non frustrando ma dandogli il giusto spazio ed espressività, facendo appello a quello che Aldhemar Bianchi, regista teatrale uruguaiano, fondatore del primo gruppo di teatro comunitario argentino Catalinas Sur, definisce la “grazia” di ognuno – e di cui spesso egli stesso non ha coscienza – che arricchisce il progetto comune.

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Lo spazio del Teatro Comunitario è sempre uno spazio pubblico, il quartiere, la piazza, la strada, un capannone, una scuola. L’importante è che sia uno spazio in cui la comunità si possa incontrare, possa comunicare. L’idea che il teatro sia della e per la comunità in cui si costruisce lo spettacolo, si fanno le prove e lo si rappresenta ridà valore al quartiere, al villaggio, alla comunità rendendo lo spazio abitativo vitale e non solo un dormitorio.

Lo spazio scenico è essenzialmente quello circolare o semicircolare che rappresenta l’incontro e non la separazione. È sempre importante l’interazione fra soggetto comunitario attore e soggetto comunitario spettatore. Per questo gli spettacoli rivestono sempre l’aspetto della festa, in cui clownerie, comicità, allegria sono gli elementi principali, per poter coinvolgere con la sua vivacità anche un pubblico non avvezzo al teatro. Il senso profondo è quello di valorizzare la propria storia, la propria identità in quanto comunità; di riflettere su cambiamenti e bisogni, di capire e superare eventuali errori che in qualche modo ne hanno frenato lo sviluppo; di fare emergere la memoria individuale e collettiva; servono da specchio e riflessione della realtà che li coinvolge; sviluppano la coscienza collettiva favorendo così la partecipazione e il cambiamento.

Non disponendo (almeno agli inizi e nella maggior parte dei casi) di sussidi, si autofinanzia con i contributi individuali e le collette alla fine degli spettacoli. Questo, che potrebbe sembrare un limite, diventa invece la forza di questo teatro che ricorre all’immaginazione, alla creatività, alla capacità di riciclare introducendo maschere, pupazzi, grandi cartelli colorati, costumi fantasiosi e variopinti.

Il rapporto stretto che il teatro comunitario ha con lo spazio fisico in cui sorge, così come le caratteristica dei membri del gruppo e la storia specifica del luogo, fa sì che ogni esperienza sia diversa e particolare e che non si possa parlare di una forma unica, seppur con principi e basi comuni.

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Nei prossimi articoli conosceremo più a fondo alcune di queste esperienze in diversi paesi dell’America Latina.

anna-fresuANNA FRESU Nata a la Maddalena, in Sardegna, si è laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università La Sapienza a Roma. Ha seguito numerosi corsi di teatro, tra cui il Teatro Studio, partecipando alla creazione del teatro Spaziozero. È regista, autrice, attrice di teatro, traduttrice e studiosa di letterature africane. Ha condotto numerosi laboratori teatrali nelle scuole di È presidente delle associazioni culturali “Il Cerchio dell’Incontro” e, fino al 2016, di “Scritti d’Africa”. Nel 1975 ha lavorato in Portogallo come mediatrice culturale nella cooperativa agricola Torrebela. Dal 1977 al 1988 ha vissuto in Mozambico dove ha insegnato e diretto la Scuola Nazionale di Teatro e creato e diretto, col regista e giornalista Mendes de Oliveira, il “Dipartimento di Cinema per l’infanzia e la gioventù” realizzando diversi film che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. Il suo lavoro in Mozambico è stato premiato al Festival del Cinema per lo Sviluppo a Genazzano nel 1991. Nel 1996 è tornata in Mozambico come collaboratrice RAI per una serie di servizi televisivi e ha realizzato un laboratorio teatrale con i “meninos da rua”, bambini-soldato e vittime della guerra. Nel 2013, ha pubblicato il suo libro di racconti “Sguardi altrove” Vertigo Edizioni. Sue poesie e racconti sono presenti in diverse antologie. Collabora con alcune riviste on line e blog. In Argentina è stata docente di Lingua e Cultura Italiana presso la Società Dante Alighieri e l’Università di Mendoza e ha partecipato a congressi sulla letteratura italiana e  realizzato diversi spettacoli teatrali.

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Foto a cura di Anna Fresu.

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

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