SUSANA SZWARC: TRA ARGENTINA E POLONIA, NEGLI INTERSTIZI DELLA STORIA (a cura di Lucia Cupertino)

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Susana Szwarc. L’occhio poetico che ricuce

Nota di lettura di Lucia Cupertino

 

 

La raccolta “L’occhio di Celan” di Susana Szwarc (Edizioni Fili d’Aquilone, 2016, traduzione di Alessio Brandolini) è dominata dal sensoriale. Chi legge i suoi versi li sente sulla pelle, nulla lascia indifferenti. Ci si può scottare in “Bruciature”, ci si può sentire smarriti nei meandri dei molteplici sentieri aperti e apparentemente zeppi di foschia, ben vivido è l’impatto di “La pista” in cui tre regioni sono cancellate dalle mappe e dalla storia di botto: la poesia lo svela con un solo, incisivo verso d’apertura. Un verso come una lancia nel cuore.
Tutto sensoriale è anche il rapporto con la storia, la poetessa la vuole palpare perchè, nonostante le tante rimozioni, falsificazioni e versioni ufficiali confezionate dai vari sistemi dominanti, è lì nel nostro tempo il residuo di un contatto con gli accadimenti storici, in certa misura ancora a nostra portata. “Mi scoprii prima un occhio / dopo la mano / e il guanto scivolò in fondo / a una fossa comune.”; “Le orme dei tuoi piedi: / torneranno?, ancora?”.

Szwarc interroga dei frammenti di memoria e insiste sui “tagli”. Tutto assume una dimensione molto concreta ed esplora il mondo polacco ed ebraico della sua famiglia migrata in Argentina cosí come il mondo delle regioni settentrionali argentine, quali il Chaco in cui vive, spesso cancellate dalla storia nazionale e ancora oggi molto marginalizzate, a causa del perpetuarsi dello scollamento delle realtà metropolitane di Buenos Aires e Córdoba da quell’ ‘altrove vicino’ che è un mix di povertà importata e ricchezza ancestrale, il volto sempre nascosto dell’Argentina agli argentini.
Szwarc parte dal quotidiano, interroga vite, gesti, uomini e donne; ad una studentessa domanda: “guadagni parecchio? ; hai campi / di soia? Ride ancor più e null’altro”. Così ci presenta il dramma attualissimo del disboscamento del Nord dell’Argentina con cui si sta lasciando spazio a immensi campi di soia, campi infestati da veleni, pesticidi, fumigazioni, sfruttamento e schiavizzazione, land grabbing, riduzione dell’habitat che ospita animali e popolazioni native di quell’area. Così smaschera la disinformazione data in pasto a chi, come quella studentessa, probabilmente non conosce i risvolti di certi business e ride, prendendo a cuor leggero un male che le si rivolterà contro. In effetti, Szwarc lo dice chiaramente: “forse risiede / in se stessi la prova, il nemico?” La linea tra male e bene chi e in quale punto potrà tracciarla? Con quanta sicurezza? È il nostro tempo ad imporci questo? È sempre stato così? È la natura umana o, come preferirebbe evidenziare Jacque Fresco, fondatore del Venus Project e di proposte per il rinnovamento sociale, anche il comportamento umano a cui siamo stati educati ed è reversibile?

Sono grandi domande, grandi almeno quanto il titolo di una poesia della raccolta: “Verso dove?”. Eh già. In mezzo a tante distrazioni, capricci e contingenze banali la poetessa argentina sente di perdere la bussola, quasi fino allo svenimento. Ma sembra giungere una risposta: “è sull’amaca dove / si decide la rotta”. In mezzo a tanto pur prolifico movimento, è nel raccoglimento che gli eventi assumono senso nella loro profondità, non a caso il momento della siesta è così ricorrente nella raccolta poetica. Che sia proprio un’amaca a sostituire la scrivania dello scrittore/filosofo/critico è un tocco latinoamericano ma anche di poetica. L’amaca è il luogo in cui comincia la vita per alcune culture che partoriscono in casa e rifacendosi ai saperi locali, l’amaca è quindi la condizione fetale, ancestrale, il sogno come pure la necessità di spazi aperti, di due alberi a cui tenderla. È soprattutto il continuo e impercettibile oscillare pur restando fermi, un inno al sostare senza stagnarsi.

La grande tangibilità della raccolta è bilanciata da una certa volatilità. La parola volatile è ripetutamente posta in corsivo in “Le acque non ci riconoscono” e sembra riferirsi ad un uccello ma anche a qualcosa di più. In un’altra poesia si fa riferimento all’airone senz’ombra che si libera dalle pagine dell’omonima raccolta del poeta cubano José Kozer e dai corridoi dell’ospedale in cui la poetessa apre quel libro. In “Durante la siesta” il volo spiccato apre verso altri orizzonti e, accanto alla necessità di fare zoom in sui singoli casi, si manifesta anche quella di mantenere il quadro d’insieme e tessere le connessioni. Con questo sguardo, Szwarc investiga gli “interstizi della storia”.
Scruta allora “Tra le colonne” dove, col sottofondo di una filastrocca polacca, le vengono alla memoria Bucara e Napalpí, due luoghi geograficamente lontanissimi (il primo in Uzbekistan e il secondo nel suo Chaco argentino) ma accomunati dalla stessa meschina storia di violenza. Gli anni sono pressapoco gli stessi: tra il 1920 e 1930 a Bacara cominciano le repressioni contro la comunità ebraica lì insediatasi da tempo; il 19 luglio 1924 centinaia di indigeni qom e mocoví vengono trucidati nel Massacro di Napalpì perchè hanno osato protestare contro la condizione di schiavitù in cui versavano nelle loro riserve, costretti a produrre cotone.

Gli strumenti di cui Szwarzc si avvale per creare quadri completi sono: 1) la parola “precisa come uno sparo”, mai dedita a riempire o a creare orpelli, talvolta evocativa ma agente come controcanto, stridìo, voce insolente o autocritica e 2) il catalogo, sia esso di luoghi che di prospettive e ne é un chiaro esempio “In questo paese” in cui la poetessa sembra riportare il vivace avvicendarsi delle opinioni, spesso in profonda antitesi fra di loro, attorno a come sono percepite dai diversi settori della società le persone socialmente escluse. Il canto finale, citato in lingua wichí (u’ yalh i’hi, traducibile secondo la nota al testo come: respirare o resistere o prendere fiato) non schiaccia le altre voci riportate, piuttosto riesce a collocarsi nella baraonda delle altre. Qualcosa del genere accade quando cita canzoni in yiddish o si riferisce alla lingua di sua madre, il polacco che, seppure in sordina, coesiste con la lingua della vita, lo spagnolo.
Qui come in altri punti de “L’occhio di Celan”, l’accento è posto sulla dimensione onirica, oracolare, fiabesca della voce umana, quel sottile fiato in antitesi con quella risata disperata e famelica che abbiamo incontrato nel caso della studentessa e del campo di soia e che prefigura la iena chiusa nel petto di ognuno di noi.

Parlavamo dei tagli della memoria, degli interstizi, della parola che vi si incunea e incrosta. Swarzc sembra applicare in poesia la tecnica giapponese del kintsugi, quella secondo la quale se un vaso è rotto le crepe vanno riparate e messe in evidenza, anche con oro. L’occhio poetico di questa scrittrice sospesa tra Polonia e Chaco, mette insieme attraverso la parola poetica le dolorose ma anche preziose cicatrici del passato e del presente. Vederle, conservarle, farle nostre è quanto ci chiede insistentemente. In questo senso i versi “Chi ora nega, dopo afferma?” E poi “Chi nega / cosa afferma?” sembrano un richiamo a chi vuole tapparsi gli occhi anche di fronte ad una storia svelata. Quando ci si ritrova costantemente “sedotti / dalla crudeltà del mondo, / allontanati dai seni generosi, / i corpi feriti da cifre, / bisturi, pavoni, guerre”, bisogna dubitare, nel senso più altamente filosofico e indagativo del termine e conviene cominciare a farlo a partire da se stessi.

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SELEZIONE DI POESIE DA “L’OCCHIO DI CELAN”

(Edizioni Fili d’Aquilone, 2016, Roma.

Traduzione a cura di Alessio Brandolini)

 

 

Nebulizaciones  

“Nos abrimos para la cosa y la cosa se abre
para nosotros”
dice la soberbia de occidente
que pisa los talones
de mi propia soberbia.
Barrada hubiera sido si los árboles
descubrieran el bosque
pero la barra se rompe
y yo, amigas, me caigo a pedacitos
justo
en los intersticios de la historia
siempre ajena.
He ahí, digo, alguna ética
es decir, mi falta de principios
es decir, ningún comienzo
o “la libertad ésa que funda la verdad
y que a la vez –anuncian– la socava”.
De lo que pacta el ser
sólo se escribe en otros cuerpos
mientras (el sombrero es de Beckett)
hablada por lo mismo
me reparto.

 

Nebulizzazioni  

“Ci apriamo alla cosa e la cosa si apre
per noi”
assicura la superbia occidentale
che calpesta i talloni
della mia stessa superbia.
Sbarrata sarebbe stata se gli alberi
avessero scoperto il bosco
ma la sbarra si spezza
ed io, amiche, cado sempre a pezzi
proprio negli interstizi dalla storia
sempre estranea.
Ecco, dico una certa etica
cioè, la mia mancanza di principi
cioè, nessun principio
o “la libertà che fonda la verità
e che nel contempo – annunciano – la interra”.
Quello che l’essere pattuisce
si scrive solo in altri corpi
mentre (il cappello è di Beckett)
ugualmente convocata
io mi divido.

 

¿Hacia dónde?  

Ningún nanómetro alcanzaría para cifrar la distracción.
Árboles. La caída de otro nido sobre la vereda. El  fragmento
del nido sobre una rama. La hija que fotografía el nido.
Un cuadro: eso habrá de hacer, enmarcarse, enmarcarlo.
La madre atrasa las escaleras. Se ha trepado y salta hasta  aquí: canta.
Canta una melodía a su antojo. Me sigue me sigue,
la melodía está en mis pies.
(Huyamos: distraídas completamente saldremos de ese trazo).

Que venga el tasador, que tase la distracción.
Sin herramientas –dirá– y el cielo es celeste.
El cielo es el techo, reclamo mi parte,
la parte que tiraste, distraída no encuentro ni una sobra,
distraída me alejo y me acerco. Es en la hamaca donde
se destina el recorrido. No se agota, no se agota ni más
ni menos que vos en tu anemia, en tu ayuno.

 

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Verso dove?  

Non esiste nanometro che sia capace di decifrare la distrazione.
Alberi. La caduta di un altro nido sul marciapiede. Il  frammento
del nido su un ramo. La figlia che fotografa il nido.
Un quadro: quello bisognerà fare, incorniciarsi, incorniciarlo.
La madre arretra la scala. Si è arrampicata e salta fin  qui: canta.
Canta una melodia a suo capriccio. Mi segue mi segue,
la melodia la sento nelle gambe.
(Fuggiamo: completamente distratte usciremo da quel tratto).

Che venga il tassatore e che tassi la distrazione.
Senza arnesi – dirà – e il cielo è celeste.
Il cielo è il tetto, reclamo la mia parte,
la parte che hai gettato, sbadata non trovo un avanzo,
sbadata mi allontano e mi avvicino. È sull’amaca dove
si decide la rotta. Non si esaurisce, non si esaurisce né più né
meno che tu nella tua anemia, nel tuo digiuno.

 

A solas 

a Liliana S  

Lejos está el recuerdo y cuando
se acerca
aprieto los ojos. Pero sigue ahí
la hermanita
dando vueltas
entre las paredes austeras, el libro abierto.
Caminan ella, el libro, las paredes,
se le caen las medias.

¿Si ciega una, siega la otra?, ¿y quién
riega las plantas?
¿Había plantas?

No escucha porque lee
en voz alta, lee lo que todavía
rueda hasta que se queda
y le alcanza una sola pared.

Tu cabeza tu cabeza tu cabeza
se golpea
contra
una vez y dos y mil veces
salgo corriendo.

Hasta que la rueda se aquieta,
la pared se aleja y la lluvia
nos mantiene
todavía
despiertas.

 

Da sole 

a Liliana S  

Lontano è il ricordo e quando
si avvicina
strizzo gli occhi. Ma resta lì
la sorellina
che gironzola
tra le pareti austere, il libro aperto.
Camminano lei, il libro, le pareti,
scivolano giù le sue calze.

Se una l’acceca, l’altra la falcia, e chi
annaffia le piante?
C’erano delle piante?

Non ascolta perché legge
a voce alta, legge quel che ancora
ruota finché si ferma
e le resta soltanto una parete.

La tua testa la tua testa la tua testa
sbatte
contro
una volta e ancora e mille altre volte
esco di corsa.

Fin quando la ruota si calma,
la parete si allontana e la pioggia
ci mantiene
ancora
sveglie.

 

 

todos/somos/buenos/hasta  

Todos
somos buenos
hasta que somos malos.
Dije en medio de una casa (flotante)
y no encontrar lo que había
esta mañana.

Hubiese pulido los vidrios
como aquel judío o no, excomulgado,
que escribía
solitario como una letra en tu ser ésa.Y mi cabeza
hizo su recorrido de amantes
(guerrilleros, desaparecidos,
desocupados, desesperados,
carpinteros y santos).

Ah!, pero a vos te quise tanto a esa hora
que me alejé (ave)
al idioma disperso
de la infancia
(aunque me habría convertido
en tu crística luz).

Te saludé:
no que vayas con Dios (solamente)
aunque tus botas se hayan desgastado
o el anillo gire rote trote (como un trompo).

¿Habías dicho?: ¿cabalgando las palabras?

 

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tutti/siamo/buoni/finché  

Tutti
siamo buoni
finché diventiamo cattivi.
Ho detto nel bel mezzo di una casa (galleggiante)
non trovando quel che c’era
questa mattina.

Avrebbe levigato i vetri
come quell’ebreo o no, scomunicato,
che scriveva
solitario come una lettera nel tuo essere quella. E la mia testa
fece il suo percorso di amanti,
(guerrilleros, desaparecidos,
disoccupati, disperati,
falegnami e santi).

Ah!, ma a te sì che tanto t’amai a quell’ora
che mi allontanai (volatile),
dalla lingua scomparsa
dell’infanzia
(benché mi fossi trasformata
nella tua cristica luce).

Ti salutai:
non con vai con Dio (solamente)
benché i tuoi stivali si siano consumati
o l’anello giri ruoti trotti (come una trottola).

Avevi detto?: cavalcando le parole?

 

 

No tiene nombre 

Zug nisht kein mul az du gueist dem letstn veig…  (H. GLIK, 1922-1944)  

En su sueño
(vivo o muerto)
reaparece la ventana:
hacia un lado el sol,
hacia el otro la noche.

¿Es ésa acaso la velocidad de la luz?
¿O la historia que se marchita en Margaritas,
Sulamitas? Y Agar errante sin agua
en el hombro, debajo de un arbusto los ojos
cerrados (no quiere ver tu sed).

Oyoyoy, desreza.
Ese sonido –creo– llega desde el Lager.
(Las tumbas no son de madera ni de piedra,
sino de carne oyoyoy, ¿tanto morir
para matar?).

Le vuelve un recuerdo futuro
y pregunta: ¿acaso ser
en uno mismo el ensayo, el enemigo?

 

Non ha nome 

Non dire mai che percorri la tua ultima strada…  (H. GLIK,1922-1944)[i]  

Nel suo sogno,
(vivo o morto)
riappare la finestra:
da una parte il sole,
dall’altra la notte.

È forse quella la velocità della luce?
O la storia che marcisce in altre Margarete,
Sulamith[ii]? E Agar errante senz’acqua
sulle spalle, sotto a un arbusto gli occhi
chiusi (non vuole guardare la tua sete).

Ohiohiohi, impreca.
Quel suono – credo – arriva dal Lager.
(Le tombe non sono di legno né di pietra,
ma di carne ohiohiohi, tanto morire
per poi ammazzare?).

Gli torna un ricordo futuro
e domanda: forse risiede
in se stessi la prova, il nemico?

 

De insomnio es que doy vueltas por la casa

II 

El viento me pasó por la ventana y mi madre
se inclina a la mesa.
Le había dicho: escribime una carta en polaco.
–¿Para quién?
–Para el investigador.
–¿Qué le digo?
–Decile que quiero saber de unos muertos. Decile
que quiero saber dónde están.
–Mentile al investigador. Quiero saber y punto,
porque si ya murieron, él no va ir a buscarlos.

(Mi madre corrige mi pensamiento. ¿Será ésa
la lengua materna?)
–Léeme, dale, lo que escribiste.
(No puede, cuando pasa a esa otra lengua
pasa también a otro país y sigue, deletrea.)

 

Giro per casa per via dell’insonnia

II 

Il vento è entrato dalla finestra e mia madre
s’inclina sul tavolo.
Le aveva detto: scrivimi una lettera in polacco.
– Per chi? –
Per il detective.
– Cosa gli dico?
– Digli che voglio sapere di alcuni morti. Digli
che voglio sapere dove stanno.
– Mentigli al detective. Voglio sapere e basta,
perché se sono già morti lui non andrà mica a cercarli!

(Mia madre corregge il mio pensiero. Sarà questa
la lingua materna?)
– Leggimi, dai, quello che hai scritto.
(Non può, quando passa a quell’altra lingua
passa anche a un altro paese e va avanti, scandisce.)

 

En este pueblo  

En este pueblo (podría ser Avia Terai, Napalpí, Machagai,
Pampa del Infierno) como en cualquier
gran ciudad
hay
clases sociales y hay
los sin (excluidos los nombran).
El que vive del trabajo de los otros
dice: ¿ves?, no les gusta trabajar.

En la playa del tren
desmantelado
no se pierde la esperanza
y la casa de la mujer que tocaba
la campana
que bajaba y subía cada tanto
la barrera,
se ha vuelto museo.
(Tiene el nombre del maestro
que murió acuchillado –dicen–
por un crimen pasional: no fue amor a tu cuerpo solamente sino
al cuerpo de la escuela.)
(Un buen hombre, dicen algunos.)
(Robaba por la causa india dicen
los asesinos y agregan:
es que no hacen nada los indios,
toman tereré
y miran las alondras.)

Pero no hay alondras en este pueblo.

Hay laureles. Lauras las flores
los primeros pasos
en cada verano.

En el bar cubren mi ventana
con una lona de tan verde/
noche
y es la siesta.

Espío por las otras ventanas.

Aunque veo el sombrío entrelineado,
u’yalh i’hi

 

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In questo paese  

In questo paese (potrebbe essere Avia Terai, Napalpí,
Machagai, Pampa del Infierno) come in qualunque
grande città
ci sono
classi sociali e ci sono
quelli senza (esclusi li chiamano).
Chi vive del lavoro degli altri
afferma: vedi?, non gli piace lavorare.

Nella spiaggia del treno
smantellato
non si perde la speranza
e la casa della donna che suonava
la campana
che scendeva e alzava ogni tanto
la spranga,
è divenuta un museo.
(Ha il nome del maestro
morto accoltellato – dicono –
per un delitto passionale: non fu solo amore per il tuo corpo ma
al corpo della scuola.)
(Un buon uomo, dichiarano alcuni.)
(Rubava per la causa degli indios dicono
gli assassini e aggiungono:
è che non fanno nulla gli indios,
bevono tereré[iii]
e guardano le allodole.)

Ma non ci sono allodole in questo paese.

Ci sono allori. Lauras in fiore
i primi passi
ad ogni estate.

Nel bar coprono la mia finestra
con una tela olona verde scuro/
notte
ed è il riposo.

Spio dalle altre finestre.

Benché veda l’ombroso interlineato,
u’yalh i’hi[iv]

 

En la siesta  

El calor golpea, me toca el cuerpo
y la presión sube, me sube y yo
desde arriba de alguna cosa,
miro la pequeñez
de la Historia. ¿Con cuántas manos
se cuenta la insistencia de la crueldad?
Destila. (La bondad también.)

Sobre el suelo de la cocina,
como en una isla,
alguien duerme sobre el mosaico.
El aire encendido
hace que manotee,
se cubra con el mantel.

En el camino, los sombreros anchos
cubren rastros de albañiles (por suerte
hoy/hay/trabajo).

Después, ni una mosca.

II 

Descendida, entro
al Mariscal que, a esta hora, está
vacío. Igual la música
de la tele
a todo lo que da.

Se abre mi boca, pediría café pero dice:
¿estudiás? La moza, de 17, no
tengo tiempo, ríe.
No puedo cerrar mi boca que no
calla: ¿ganás mucho?, ¿tenés campos
de soja? Ríe más y tampoco.

Deliberan mis pensamientos: ¿acaso
la soja destierra el libro? Imágenes
de los desmontes asaltan mi vista.

El pocillo sobre la mesa y el diario
donde leo: en Arkansas, la víspera
de Nochebuena, millones de mirlos
de alas rojas, han muerto.

Conectada a la netbook, te escribo:
no eran las ballenas que la Yourcenar defendía
ni las trece maneras de contemplar al mirlo.

Haití (Haití desolada).
Aquí, en la siesta, las nubes no tapan
el calor. ¿Habrá pronto en la escuela
agua potable?

Por esta vez
no me desdigo.

Juana,volvé.
¿Qué?
Volvé a estudiar.
Ahora mismo
podríamos preparar
una materia.

 

Durante la siesta  

Il caldo batte, tocca il mio corpo
e sale la pressione, sale ed io
al di sopra di qualcosa,
osservo la piccolezza
della Storia. Con quante mani
si conta l’insistenza della crudeltà?
Distilla. (Così la bontà).

Sul pavimento della cucina,
come su un’isola,
qualcuno dorme sul mosaico.
L’aria infuocata fa sì che gesticoli,
che si avvolga nella tovaglia.

Durante il tragitto, gli ampi cappelli
coprono tracce di muratori (per fortuna
oggi/c’è/lavoro).

Dopo, niente di niente.

II 

Scesa, entro
al Mariscal che, a quest’ora, è
vuoto. Eppure la musica
della tele
a tutto volume.

Si apre la mia bocca per chiedere caffè ma dice:
studi? La ragazza, diciassettenne, non
ho tempo, e ride.
Non posso chiudere la mia bocca che non
tace: guadagni parecchio?, hai campi
di soia? Ride ancor più e null’altro.

Deliberano i miei pensieri: forse
la soia scaccia il libro? Immagini
di diboscamenti assaltano la mia vista.

La tazza sul tavolo e il giornale
dove leggo: in Arkansas, la vigilia
di Natale, milioni di merli
dalle ali rosse, sono morti.

Connessa al netbook, ti scrivo:
non erano le balene che la Yourcenar difendeva
né i tredici modi di contemplare il merlo.

Haiti, Haiti devastata.
Qui, durante la siesta, le nuvole non coprono
il caldo. Presto a scuola ci sarà
acqua potabile?

Per questa volta
non mi contraddico.

Juana, riprendi.
Che cosa?
Riprendi a studiare.
Iniziamo ora
potremmo preparare
una materia.

 

 

[i] Hirsh Glick, poeta e partigiano ebreo ucciso dai tedeschi: il verso è tratto da una sua poesia in yiddish che divenne una famosa canzone partigiana.

[ii] Dalla poesia di Paul Celan “Fuga dalla morte”.

[iii] Bibita tradizionale a base di “erba mate” diffusa in Paraguay, nel nord dell’Argentina e nel sud del Brasile.

[iv] Parola della lingua degli indios Wichí (Chaco, Argentina), intraducibile visto che racchiude diversi significati: respirare, resistere e prendere fiato.

 

___________

 

Susana Szwarc

SUSANA SZWARC è nata a Quitilipi (Provincia del Chaco, Argentina) nel 1954 e vive a Buenos Aires. Ha pubblicato sia libri di poesia che di narrativa, tra i quali: El artista del sueño y otros cuentos (1981); En lo separado, (poesia, 1988); Trenzas, (romanzo, 1991); Bailen las estepas (poesia, 1999); Bárbara dice (poesia, 2004 e 2005; tradotto in francese e pubblicato in Francia nel 2013); El azar cruje (racconti, 2006); Una felicidad liviana, cuentos (2007); Aves de Paso (poesia, 2009) e El ojo de Celan (poesia, 2014). È del 2014 l’antologia La mesa roja. Ha pubblicato anche libri per l’infanzia, tra i quali: Había una vez una gota (1996); Había una vez un circo (1996); Salirse del camino y otros cuentos (1997) e Tres gatos locos (2010). Ha scritto commedie (rappresentate in vari teatri argentini) e un suo racconto è stato adattato, dal compositore Cristian Varela, per una rappresentazione operistica. Ha curato antologie, tra le quali Cuentos Ecológicos (1996) e Mujeres 3, Visiones en el siglo (1998). Suoi testi (poetici e narrativi) sono stati inseriti in lavori collettivi, sia in Argentina che all’estero, e tradotti in diverse lingue. Dal 1985 coordina seminari di lettura e laboratori poetici. Ha ricevuto numerosi premi letterari, sia per la poesia che per la prosa.

Notizia sul traduttore

ALESSIO BRANDOLINI (1958) vive a Roma. Ha pubblicato i libri di poesia: L’alba a piazza Navona (1992, «Premio Montale – Inedito»), Divisori orientali (2002, «Premio Alfonso Gatto – Opera Prima»), Poesie della terra (2004; anche in spagnolo: Poemas de la tierra, 2004 e 2014), Il male inconsapevole (2005), Mappe colombiane (2007; anche in spagnolo: Mapas colombianos, Colombia, 2015), Tevere in fiamme (2008, «Premio Sandro Penna»), Il fiume nel mare (2010, Finalista «Premio Camaiore») e Nello sguardo del lupo (2014). Nel 2013 ha pubblicato il libro di racconti Un bosco nel muro. Dal 2006 coordina Fili d’aquilone, rivista web di “immagini, idee e Poesia”.

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Foto in evidenza e nell’articolo: Purmamarca. Montagna dai sette colori, di Lucia Cupertino.

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

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