Sub terra, di Baldomero Lillo

Baldomero-Lillo

Sub terra

di Baldomero Lillo
traduzione di Antonella Di Nobile e Raul Schenardi
volume 51 de Gli eccentrici, Edizioni Arcoiris
Caccia grossa
Nell’ampia e arida pianura i raggi del sole fanno seccare l’erba che cresce fra la boscaglia, i cui rachitici arbusti intrecciano rasoterra i propri deboli rami con le spirali contorte dei parassiti dalle foglie secche e polverose.
Sui sentieri spogli brucia la sabbia nera e grossa, e fra i cespugli si sente il rumore provocato dalle bisce e dalle lucertole che, stanche di luce e calore, strisciano in cerca di un po’ d’ombra tra gli scarni rami delle murtillas 1 e i gambi dei cardi dritti e inariditi.
Con la schiena curva e il fucile fra le mani tremanti, Palomo, un vecchietto piccolo e secco come una nocciola, con passi corti sulle gambe esitanti segue le tracce che il passaggio delle pernici lascia sulla sabbia calcinata dei sentieri.
Non c’è nessuno bravo come lui a individuare fra mille l’orma fresca e recente, e a riconoscere se la preda è un maschio o una femmina, un pulcino o un adulto. Solo, senza parenti che proteggano la sua vecchiaia inerme, con il ricavato della caccia soddisfa a malapena i bisogni più urgenti.
I raggi del sole, cadendo a picco sulla sua schiena curva, rendevano più penoso camminare su quel terreno molle e infido. Era esausto e ancora non aveva sparato un colpo quando d’improvviso si drizzò, fermandosi davanti a una macchia di rovi e litres 2 bassi: le tracce che aveva pazientemente seguito finivano lì. Girò intorno alla macchia osservando con attenzione il terreno per assicurarsi che il volatile non fosse fuggito da un’altra parte e, dopo aver azionato il cane del fucile, scrutò fra i rami allungando il collo e alzandosi sulla punta dei piedi.
Le tre dita impresse sulla sabbia e protese in avanti come un ventaglio segnalavano un maschio superbo.
Gli occhi inquieti e vivaci del vecchio ispezionavano ogni foglia, ogni stelo d’erba, e scoprirono ben presto il becco giallo e la testa scura sbucare dalla biforcazione di un ramo. Il corpo, del colore delle foglie secche, si intuiva, più che vedersi, nascosto tra la vegetazione. Prese la mira con calma e premette il grilletto: una magnifica pernice con le penne mezzo bruciacchiate per la fiammata prese posto nella sacca vuota.
Allegro e soddisfatto, si accinse subito a caricare il fucile, la cui canna arrugginita, di una lunghezza e di un calibro smisurati, era legata alla cassa metallica con cordicelle e liane. Un pezzo di legno fissato in un foro all’estremità del vetusto strumento faceva le veci del mirino, e bisognava rinnovarlo dopo ogni sparo, che se ne portava via un pezzo, e molto spesso l’efficacia del tiro dipendeva da questo improvvisato proiettile, più letale di un semplice pallino. Con l’uso, il foro si era allargato, e la grandezza del mirino era cresciuta in proporzione. Quando il vecchio prendeva la mira si trovava davanti un monolite dietro il quale non si sarebbe visto un elefante.
La solenne gravità con cui caricava l’arma dimostrava l’importanza che attribuiva a questa operazione. Tolto il tappo alla boccetta di polvere da sparo, si versava sul palmo della mano la polvere nera e brillante e, avvicinandola alla bocca della canna ve la vuotava piano, soffiando accuratamente i granelli rimasti attaccati alla pelle secca e rugosa. Pigiava dentro con calma il ciuffo d’erba che serviva da stoppino e poi contava meticolosamente nell’incavo della mano i Dodici Pari, dodici pallini rotondi e rilucenti a furia di sfregarli tra le dita come oggetti preziosi, e per tenere bene il conto li ficcava nell’enorme tubo due alla volta. Infine, prendendo un pallino più grosso degli altri, prima di lasciarlo tracciava con quello il segno della croce sulla bocca della canna: era Carlo Magno che si univa ai suoi cavalieri 3 .
Conclusa l’operazione, accecato dal chiarore abbagliante che irradiava dall’alto, con una mano davanti agli occhi a mo’ di schermo esplorava l’orizzonte, indeciso sulla direzione da seguire, quando il fruscio della pernice che spicca il volo irritando i nervi del più flemmatico lo fece voltare con prontezza. Alla sua destra, in una lieve depressione del terreno, intravide distintamente il volatile che precipitava con un rapido battito d’ali. Nel giro di qualche secondo percorse la distanza e, avvicinandosi con molte cautele e infinite precauzioni, seguendo le orme impresse sulla sabbia, scoprì la preda accovacciata fra i cardi. Appoggiò il calcio del fucile contro la spalla e fece partire il colpo. Il fumo dello sparo non si era ancora dissipato nell’atmosfera rovente quando una forma rossiccia gli passò di fianco come un tornado, gli sfiorò le gambe che vacillarono, e l’uomo mise un piede in fallo.
Lanciò un grido di sorpresa e di collera:
«Metti giù, Napoleón!».
Ma era già tardi: la pernice colpita al collo era appena scomparsa tra le fauci di un enorme cane da caccia fulvo.
Il vecchio, passato il primo momento di stupore, sollevando il fucile si gettò sull’intruso e, pieno di rabbia, moltiplicò i colpi che il ladro schivava con grande facilità, spiccando rapidi salti fra i cespugli senza mollare la preda. Affaticato e ansimante si fermò, appoggiandosi alla canna della vecchia carabina. Alla collera era seguita l’angoscia dolorosa che si prova dinanzi a una perdita irreparabile. Una preda così bella, un manicaretto da principe, inghiottita da quella sudicia bestiaccia! Gli si inumidirono gli occhi, e, cambiando tattica, con una voce tremante che si sforzava di rendere affettuosa, prese a ripetere:
«Napoleón, sei un bravo cane, vieni qui, piccolo».
Nel frattempo il bravo cane fiutava il terreno per raccogliere i resti del banchetto e, quando ebbe finito, protese tra il fogliame il muso coperto di piume per leccarselo golosamente; e fissando gli occhi brillanti come brace sul cacciatore stordito, sembrava ben disposto a contraccambiare le sue dimostrazioni d’affetto. In un balzo uscì dalla vegetazione e con fare allegro, agitando vivacemente la breve coda, andò a sfregare il muso sulle gambe poco solide del vecchietto per liberarsi delle piume.
Dinanzi al cinismo e alla sfrontatezza di cui si vantava quella brutta bestia, l’uomo sentì di nuovo montare la rabbia, e per un istante dal suo cervello in fiamme sgorgarono soltanto pensieri di sangue e di sterminio. Lo istigavano a versare nell’arma la boccetta della polvere da sparo e l’intero sacchetto di pallini, per poi scaricare il colpo atroce sull’infame bandito, facendolo volare per aria.
Ben presto si calmò; il padrone del cagnaccio era l’amministratore della tenuta, un uomo autoritario e brutale che avrebbe vendicato crudelmente qualsiasi offesa fatta al suo beniamino.
La passione del dogo per le pernici era recente e risaliva al giorno in cui uno di questi volatili, ferito in volo da uno sparo preciso, gli era caduto proprio tra le zampe. Il boccone dovette sembrargli squisito perché, da quel momento, udire una fucilata e partire di corsa era tutt’uno.
Quel giorno, attirato dal primo sparo, era arrivato in tempo per approfittare del secondo.
Il vecchio, sconsolato e triste, senza pensare alla rivalsa, si allontanava a passi lenti da quel posto infausto, quando d’un tratto si fermò sorpreso. Il peso della sacca fra le cui maglie si intravedeva la pernice era triplicato. Lanciò una rapida occhiata dietro la spalla, e i suoi occhietti grigi lampeggiarono. Il dogo, afferrando delicatamente la sacca fra i denti, cercava di staccarla dalla corda a cui era appesa. Dio Santo! Che ira lo assalì: drizzò la sua piccola statura e, afferrando il fucile per la canna, con il calcio sferrò un violento colpo di traverso contro la dannata bestia, ma ferì soltanto l’aria, e le sue deboli gambe non resistettero all’impulso del pesante marchingegno e si piegarono. Il vecchio cadde così lungo disteso fra le erbacce, graffiandosi terribilmente mani e volto.
Rimase a lungo rannicchiato per terra con l’arma fra le gambe, mentre ragionava su come liberarsi dell’intruso che, seduto sulle zampe posteriori, a due passi di distanza, lo guardava in modo insolente, con un’aria un po’ sorpresa e un po’ contrariata per il ritardo nel proseguire la caccia interrotta. Spalancando l’ampia bocca sbadigliava con sordi grugniti di impazienza e, credendo che l’atteggiamento del cacciatore fosse dovuto a un momentaneo oblio, volle ricordargli i suoi doveri con l’esempio.
Come il cane di razza cacciatore di pernici, agitava rapidamente la coda corta e grossa e, con il muso incollato al terreno, sbuffava rumorosamente mentre si inoltrava nella macchia, dove sollevava nuvole di diucas e chincoles 4 , mettendo in fuga le lucertole che dormicchiavano tra le foglie. Ogni tanto si fermava, sollevava la testa e, rivolgendo un’occhiata al vecchio immobile, sembrava dirgli:
«Forza, su, scansafatiche. Continuiamo, che la cacciagione abbonda».
Alla fine il vecchietto si alzò e, come se desse per terminata la caccia, si mise il fucile in spalla e prese a camminare con un atteggiamento indifferente nei luoghi più aridi e scoperti. Ma lo stratagemma non sortiva effetto. Il dogo lo seguiva a testa bassa, di malavoglia, ma sempre standogli alle calcagna. Esasperato da quell’ostinato pedinamento, tentò un’ultima risorsa: lasciò cadere di nascosto l’arma sul ciglio del sentiero e con le mani in tasca, come uno sfaccendato che va spasso per sgranchirsi le gambe, continuò a camminare senza girare la testa. Il trucco ebbe un esito decisivo: dopo un breve tratto, Napoleón, gettandogli un’occhiata di sbieco mentre lo superava, si allontanò trotterellando con la coda fra le zampe e le orecchie basse, senza voltarsi indietro.
Finalmente era libero e, sfregandosi gli occhi come chi si sveglia da un incubo, soddisfatto, vide sparire il dannato animale. Era ancora in tempo per recuperare quanto aveva perso e, sforzandosi di vincere la stanchezza e la fatica, recuperò il fucile e si inoltrò in un boschetto di piante di boldo e mirto. Le pernici, tormentate dal caldo della pianura, dovevano aver cercato rifugio tra la vegetazione. Non si sbagliava; si vedevano numerose tracce dappertutto. Si mise all’opera con impegno, scrutando i tronchi tarlati e ispezionando gli angoli ombreggiati sotto le foglie verde smeraldo dei rampicanti, senza lasciarsi distrarre dal rumore di rami spezzati che credeva di sentire in ogni momento nella macchia. Di sicuro doveva essere qualche volpe disturbata durante la siesta che lasciava il suo nascondiglio con passi inquieti e cauti.
Poco dopo la sua costanza venne ricompensata: una pernice, sporgendo imprudentemente la testa, lo spiava da dietro un tronco. Allungò il braccio e premette il grilletto. Dopo lo sparo, i rami si separarono violentemente, e comparve la testa del dogo con le orecchie tese e dritte. In un balzo piombò sulla pernice e cominciò a triturarla fra le potenti mandibole. L’arma sfuggì di mano al vecchietto. Lo stupore, la collera, il dolore e la desolazione più profonda si dipinsero sul suo volto. Si sentì sconfitto, senza forze per lottare, e una grave afflizione si impadronì del suo animo tormentato. Che poteva fare lui, vecchio, decrepito, gettato qua e là come un inutile fardello, contro quel feroce e terribile nemico capace di sgozzarlo con un solo morso!
Rassegnato, raccolse il fucile, e, mentre vi versava l’ultima carica di polvere da sparo, due grosse lacrime gli scivolarono sulle guance smunte e, passando attraverso i baffi bianchi, gli inumidirono le labbra: erano amare come il fiele.
Intorno a lui tutto era selvaggio e agreste. Dalla parte del mare, si levavano foschi vapori sopra le dune a riposo. Dai loro scuri pendii non rotolava nemmeno un granello di sabbia, che l’immobilità dell’aria tratteneva nella sua avanzata interminabile sulla pianura illimitata. Lo spazio inondato di luce contrastava con il terreno nerastro dalla vegetazione languida e scarsa, dal quale esalava un alito di fuoco. Oppresso dal caldo, il vecchio saliva a fatica la ripida scarpata per raggiungere la strada, quando uno strattone improvviso lo fece girare su se stesso, e, perso l’equilibrio, cadde a terra clamorosamente. Si rialzò a metà: lungo il declivio scendeva allegro Napoleón, con la sacca che gli pendeva dalla bocca. Una fiammata sprizzò dagli occhi spenti del vecchio, e il sangue, a ondate bollenti, gli si riversò nel cuore e nel cervello, restituendogli per un istante il vigore della gioventù. Mai il suo polso era stato tanto fermo né il suo occhio tanto preciso!… Un assordante ululato rispose allo sparo: il dogo lasciò cadere la sacca e, con i peli del dorso irti come aculei, scomparve fra i cespugli. Passata la prima esplosione d’ira, l’anziano sentì il sangue gelarglisi nelle vene, e una profonda prostrazione paralizzò tutto il suo essere. La sua anima di servo sperimentò un indebolimento assoluto. Credette di aver commesso un crimine immane, e la figura del padrone furioso si presentò alla sua immaginazione provocandogli un brivido di terrore. Gettò un’occhiata sulla pianura e, in lontananza, intravide il dogo che attraversava gli arenili: aveva una fretta indemoniata: incrostato alla radice della coda aveva Carlo Magno e disseminati sul dorso, sotto il pelo irsuto, i Dodici Pari. Come il capriolo che presagisce la muta di cani, il vecchio si alzò con uno slancio vigoroso e, curvo come mai, strascicando i piedi pesanti, scomparve dietro una svolta sul sentiero polveroso.
1 Pianta originaria del Cile usata per formare siepi di recinzione.
2 Pianta che può provocare gravi reazioni allergiche; i frutti sono commestibili.
3 Secondo la tradizione letteraria del Medioevo francese – come si vede nella Chanson de Roland – l’imperatore Carlo Magno, capo del Sacro Impero Romano Germanico, si consultava con i suoi dodici pari, cavalieri eccezionali che godevano della sua fiducia e della sua stima.
4 La diuca è un uccello grigio e bianco molto diffuso in Cile; il chincol è simile al passero, ma ha un collare rosso. Entrambi piccoli, non vengono cacciati.

Cile, inizio Novecento: negli inferi delle miniere carbonifere andine un popolo inerme e sventurato è costretto a immolarsi giorno dopo giorno Baldomero-Lillo perché altrove si possa andare speditamente incontro al “progresso”. Sono i minatori e le loro famiglie: persone dalla vita segnata, senza alcun valore, gente da sfruttare fino all’osso, discendenza maledetta senza possibilità di fuga, abbandonata alla povertà più estrema, quella che priva anche della speranza di un destino incerto. Sono le amare vicende di questo popolo meschino che Baldomero Lillo (1867-1923) mette in scena negli otto racconti di Sub Terra, un classico della letteratura cilena del secolo scorso che oggi, con questa traduzione, è finalmente accessibile anche ai lettori italiani. Altre opere significative di Lillo sono Sub sole (1907) e i postumi Relatos populares (1947), El hallazgo y otros cuentos del mar (1956).

Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

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