“Su strade acciottolate di pietre sisife”, poesie di Frederik Rreshpja (intro. e trad. a cura di Gentiana Minga)

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Il 25 novembre del 1992, Frederik Rreshpja, uno dei poeti albanesi considerati tra i più grandi del ventesimo secolo, un Mandela poeta, uscito da poco dai cunicoli della prigione (un totale di 17 anni di reclusione, di cui i primi quattro all’età di trenta) rilascia una delle sue prime interviste per il quotidiano albanese “Zëri i Rinisë”, (La Voce della Gioventù). Alla domanda della giornalista, che gli chiedeva quali fossero le cose specifiche nella vita che lo rendevano felice oppure triste, il poeta, oramai 52enne risponde :
“ Non so se in questa vita mi è rimasto qualcosa che mi potrebbe rendere felice (…). Quando sono triste scrivo. È per questo che scrivo tanto…”

 

Nato al nord dell’Albania, nella città di Shkoder (Scutar), il 19 luglio del 1940, nei primi anni settanta, pubblica dei libri importanti, favole e raccolte poetiche splendide e mentre sta per godere i suoi primi successi, viene arrestato e condannato con l’accusa di “agitazione e propaganda”. Non sa con esattezza dove, quando e come “ha reso danno” al partito, ma presto scoprirà che è stato denunciato dai suoi stessi amici, quelli che poi gli avrebbero testimoniato contro. Dopo aver trascorso i suoi primi quattro anni in prigione, ne susseguono altri e poi altri ancora, ed è così che passa maggior parte della sua vita, incarcerato e attorcigliato in uno scambio continuo e feroce di vita e morte. Due matrimoni finiti male, un presunto figlio mai conosciuto, disgrazie e maltrattamenti sparsi generosamente lungo tutto l’arco della sua esistenza, rafforzano la sua convinzione, espressa più di una volta in varie interviste, che forse il suo destino fosse prescritto proprio così, nefasto e segnato da perdite, malattie, povertà e lacrime. Si adatta come si adattano le farfalle nelle città sovraffollate o i lupi nelle ville dei benestanti, rassegnandosi col cuore a pezzi, in silenzio, solitario con suoi piccoli funerali quotidiani, con pochi amici e artisti attorno, con i familiari quasi tutti persi, senza l’aiuto dello stato, senza un minimo di pensione.

 

Ho avuto la fortuna di incontrarlo più di una volta, ma non so perché non riesco a ricordare niente di concreto se non visioni, percezioni e sfumature. Scrivere di Frederik Rreshpja è come scrivere di una chimera, di una situazione, di un evento, oppure di una apparizione. Frederik Rreshpja, come si osava dire di lui in Albania era “la Poesia vivente”, da qualche parte e dappertutto. Una esistenza maledetta, un passaggio doloroso in un mondo oscuro, con un suo vivere fiabesco nel cuore dell’inferno.

La prima volta lo incontrai quando pubblicai per la sua casa editrice Europa il mio primo libro. Era uscito da pochi anni dal carcere, dirigeva il quotidiano “Ora” appunto per la casa editrice “Europa”.

Un’altra occasione in cui avemmo modo di incontrarci fu al bar “Il ritrovo  degli scrittori” assieme con un altro mio caro amico, lo scrittore Arian Leka. Era dopo il 1993, e stavano progettando un’antologia di racconti di autori albanesi. Poi seguì la promozione del suo libro, la raccolta poetica “ Erdhi ora të vdes përsëri” ( E’ ora che io muoia di nuovo). L’ultima volta è stata decisamente particolare. Apparve sulla porta di casa una domenica, o forse un sabato. Era accompagnato da un nostro amico di famiglia, lo scrittore e archeologo Moikom Zeqo. Si precipitarono verso il corridoio, poi si addentrarono in cucina. Lui si mise seduto sul divano con il suo famoso Borsalino in testa, mentre mia mamma cucinava. Era una bella giornata, e la zona dove era seduto pareva sommersa in un lago di luce. Oltre i vetri spuntavano le cime dei pioppi, i musi dei treni rovinati che fischiavano invano tirando dei vagoni scheletrici e arrugginiti. Piu in là come in una proiezione minuta si vedeva uno straccio di mare e un ché delle navi. Chiarì in fretta che la sua visita non aveva a che fare con me. Semplicemente voleva chiedere un paio di informazioni a mia mamma. Aveva poco tempo e appena ebbe sentito quello che voleva sapere, come una pietra scagliata da una fionda si alzò di colpo ed entrambi si diressero verso la porta. Poi giù per le scale, e dopo un paio di minuti comparvero per strada, in mezzo alla gente del quartiere come due strani cavalieri.

Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Dopo qualche anno venni a sapere dell’infarto che gli aveva procurato la paralisi del braccio destro. In mancanza di una assistenza minima non poté beneficiare delle cure necessarie. Di conseguenza non poteva più scrivere e questo rese la sconfinata sua disperazione. Si affacciava giranzolando, barcollando per le strade e vicoli di Tirana come un fantomatico Totò all’albanese vestito in un costume, sempre largo, con il suo Borsalino grigio, e alle volte a piedi nudi in ciabatte. Aveva sempre il viso triste e magro, il corpo minuto e le spalle strette, con a tracollo una misera borsa dove teneva il necessario, pronto per la morte, tra cui il numero dei cellulari dei suoi amici in caso si trovasse in grave difficoltà. E così è stato.

Il 15 febbraio una persona sconosciuta chiamò al telefono uno dei sui amici, Moikom Zeqo. La voce dello sconosciuto gli raccontò di come avesse trovato un uomo morente per terra, e di come costui gli avesse sussurrato il suo numero e il suo nome.

 

Moikom Zeqo si precipitò sul luogo indicato e lo trovò fragile, in mezzo al frastuono, alle macchine che sfrecciavano da una parte all’altra, ai pullman che andavano su e giù. Era in preda a un altro infarto e senza fiato come un bambino indifeso, spaventosamente pallido, gli sussurrò :

 

“Non mi è rimasto nessuno in questo mondo. Che strano che sia ancora vivo… Mi sarei salvato una volta per sempre”  

Si è spento solo due giorni dopo, il 17 febbraio. Un anno prima, seduto con degli amici al bar, aveva detto :

“ Se l’anno prossimo sarò ancora vivo avrò 66 anni. Mi dispiace di non essere morto l’anno scorso, mi dispiace ancora di più di non essere morto un anno prima dell’anno scorso. Anzi, mi dispiace di non essere morto prima di nascere…”

 

Mancavano sei mesi dal suo compleanno e se ne andrò a 65 anni … or sono …

Prefazione di Gentiana Minga

 

 

La dimora

 

Ai morti che calzano scarpe nuove,

per poter calpestare strade senza capo,

miraggio di deserto in corse senza fine,

senza semafori e zebre e pali ,

senza vigili e manichini di tendenza,

senza passanti in controcorrente come la duna,

in cerca dell’ora, dell’indirizzo esatto.

Su strade acciottolate di pietre sisife

battono le suole logorate come zoccoli di cavali,

ululano le gomme come negli schianti delle auto,

lo specchio verniciato si frantuma in cento schegge.

 

Ahi, quante nuove scarpe vendute quest’anno!

 

 

Immettono una parola internazionale,

l’arduo Non-Stop con l’accento evoluto,

sul ripido a picco, senza fermate bibliche

né alberi, né uccelli messaggeri da ornamento.

 

Su, giù, a sinistra, a destra, di fronte, dietro – il cielo,

con angeli vorticosi, con diavoli sfuggenti

che stanno alle regole del paesaggio dantesco.

Osservano l’esitazione sulla polvere delle scarpe

e suonano come un coro remoto nella lacuna,

finché la pelle si squarcia, il piede si scalza.

Distante è la dimora che arriva a Dio

con l’angusto labirinto della speranza innatamente aperto.

 

 

Caku

Të vdekurve u veshin këpucë të reja,

Se duhet të shkelin në udhë pa krye,

Mirazh shkretëtire në rendje pa fund,

Pa semaforë e vija të bardha e shtylla,

Pa policë trafiku e manekinë mode,

Pa kalimtarë në sens të kundërt si duna,

Për gjetjen e orës, adresës së saktë.

Mbi kalldrëme shtruar me gurë sizifi

Trokasin shojet e ngrëna si patkoj kuajsh,

Ciasin gomat si në përplasje veturash,

Thyhet njëqind copash pasqyra e lustrës.

 

O sa këpucë të reja u shitën sivjet!

 

Ata shqiptojnë një fjalë ndërkombëtare,

Non stop-in rraskapitës me theks modern,

Në maloren si thikë, pa ndalesa biblike,

Pa pemë, pa zogj lajmëtarë si dekor.

 

Poshtë lart majtas djathtas para mbrapa – qiell,

Me engjëj merramendës, me djaj rrëshqitës,

Sipas rregullave të qarkullimit të Dantes.

Shohin dyzimin e tyre mbi pluhur këpucësh

Që tingëllojnë si një kor antik në boshllëk,

Gjersa lëkura çahet, këmba rri zbathur.

I largët është caku të mbërrihet tek Zoti,

Me labirinthin e shpresës vetvetiu hapur.

 

 

 

 

 

 


La morte di Lora

 

Giaci nel crepuscolo come se addosso ti fossero crollati i tempi,

pronta per l’eternità.

Non mi rivolgi la parola. L’hai promessa alla morte, mi rendo conto.

Eppure in questo mondo venisti per me, non per i cieli.

Siamo stati sempre assieme, fin da giovani,

e mi abbandoni ora!

Sono le stagioni a rattristarmi. Tu lo sapevi,

e dal mondo mi divide un lungo viaggio solitario .

Abbiamo detto delle cose che mai saranno capite.

Abbiamo camminato per tutti i tempi, prima delle piramidi,

i nostri nomi erano incisi

ancor prima che esistesse la roccia.

Eppure mai verranno capite queste cose,

come la buona novella.

Entrambi siamo stati belli perenni, ma tu ora,

lo sei ancor di più, così, con un soffio di morte sugli occhi.

 

 

Vdekja e Lorës

 

Rri në muzg sikur të janë rrëzuar kohërat përsipër,

gati për përjetësi.

Nuk më flet. I ke premtuar vdekjes, e kuptoj.

Por ti në këtë botë erdhe për mua, jo për qiejt.

Kemi qenë përherë bashkë, që të rinj,

Dhe tani më le!

Mua më trishtojnë stinët. Ti e ke ditur,

dhe me botën më ndan një udhë me kilometra vetmi

Kemi thënë gjëra që s’kanë për t’u kuptuar kurrë.

Kemi ecur në tërë shekujt, para piramidave,

emrat tanë kanë qenë gdhendur

edhe kur nuk kishim shkëmbinj.

Por këto s’kanë për t’u kuptuar kurrë.

Si ungjijtë.

Të dy kemi qenë gjithmonë të bukur, por ti tani

Je akoma më e bukur, kështu me pak vdekje në sy.

 

 

 

 

 

Preludio

 

O aria della sera avvolgimi. È ora che io muoia di nuovo.

Quando si chiuderanno i miei occhi, non ci sarà più mare.

E le barche delle lacrime s’incaglieranno su terraferma.

Vado e lascio chiuse a chiave le piogge.

Ma ritornerò di nuovo ad ogni stagione che vorrò

Io sono stato la tristezza del mondo.

O aria della sera avvolgimi, è ora che io muoia di nuovo.

 

 

Preludio

O ajr i mbrëmjes mbështillmë, erdhi ora të vdes përsëri.

Kur të mbyllen sytë e mi, nuk do të ketë më det

Dhe varkat e lotëve kanë për të ngecur në stere.

Shkoj dhe shirat po i lë të kyçura

Por do të kthehem përsëri në çdo stinë që të dua.

Unë kam qenë trishtimi i botës.

O ajr i mbrëmjes mbështillmë, erdhi ora të vdes përsëri.

 

 

 

 

 

 

Per una violetta

 

Sbocciò la piccola violetta sul sassi,

come un arcobaleno su pianeti ignoti.

 

Così sognai pure io una volta

diventare arcobaleno sull’acquaforte del tempo fatta da mani crudeli,

ma tutto quel che dissi

si disperse nella illeggibile memoria dell’aria.

 

Sono più fortunati gli dei

che ritornano nella terra scolpiti:

 

tu non lo sarai mai,

solo, può darsi, nella illeggibile memoria dell’aria.

 

Questo fu il tuo destino di arcobaleno

con una croce di pioggia sulla testa.

Ma il destino possiede tutti i popoli degli dei,

numerosi come la sabbia,

piccola violetta, oh amore.

 

 

Për një vjollcë

 

Çeli vjollca e vogël mbi gurishte

si një ylber mbi planete të panjohura

 

Kështu kam ëndërruar edhe unë dikur

të bëhem ylber mbi akuafortën e kohës vizatuar egër

po tërë ato që thashë

u tretën në kujtesën e palexueshme të ajrit.

 

Më me fat janë perënditë
që kthehen tek toka të skalitur:

 

Ti s’ke për t’u skalitur kurrë

e veç ndoshta në kujtesën e palexueshme të ajrit

 

Ky qe fati yt prej ylberi

me një kryq shiu te koka

Por fati sundon tërë popujt e zotave
të shumtë si rëra,

vjollcë e vogël, o shpirt.

 

 

 

Requiem

 

Galleggia nel ruscello avvolto di foglie

un giorno morto d’autunno

e gli ultimi ospiti se ne andarono ghiacciati

su occhi gialli in silenzio.

 

Crolla dagli alberi la tristezza della neve,

la valle unta di luna

e i cervi del vento ululano nel dolore

con le corna di ghiaccio infrante.

 

Mi è morto pure questo autunno, mi ha lasciato pure questo giorno

con il sudario di foglie appassite.

O inverno dei cervi con le corna al vento

quale autunno piango per primo?

Rekuiem

 

Noton ne perrua me gjethet mbeshtjelle

Nje dite e vdekur vjeshte

Dhe shterget e fundit shkuan te ngrire

Mbi syte e verdhe ne heshtje

 

Rrezohet nga druret trishtimi I bores

Lugina me hene e lyer

Dhe dreret e eres vene kujen ne dhembje

Me briret prej akulli thyer

 

Me vdiq dhe kjo vjeshte, me shkoi dhe kjo dite

Qefini me gjethe thare

O dimri I drereve me briret ne ere

Ke vjeshte te qaj me pare?

 

 

Poesie di Fredrick Rreshpja  tradotte da Gentiana Minga, per gentile concessione della traduttrice.
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 Gentiana Minga , nata il 12 aprile 1971 nella città di Durazzo (Albania). Nel 1993 si è laureata in  Letteratura e Lingua Albanese presso la Facoltà di Storia e Filologia dell’Università di Tirana. Subito  dopo la laurea fino al 1998 è stata insegnante di lingua e letteratura albanese nelle scuole medie di Durazzo(Albania). È stata per diversi anni bibliotecaria presso la Biblioteca Pubblica di Durazzo e giornalista professionista per una serie di testate albanesi.  Dal 2000 vive in Italia, a Bolzano. Ha collaborato e collabora tuttora con diverse riviste letterarie, tra cui Poeteka Trimestrale Letterario Albanese, El-Ghibli, Rivista di Letteratura della Migrazione italiana, Almatea rivista trimestrale di cultura, Salto Bolzano, il portale d’informazione network alto atesino, Enmigrinta bollettino di multi-ultura online in Alto Adige. In quest’ultima è redattrice per la sezione di Bolzano. È membro del direttivo dell’Associazione Rete dei Diritti dei Senza Voce Bolzano, membro sostitutivo della Consulta Provinciale per l’Integrazione degli Stranieri in Alto Adige. Opere edite:- “Autopsia e shkatërrimit” (Autopsia del disastro), (racconti e novelle), (edizione Europa, Tirana, 1993);– “Zonja e Shkodrës” (La signora di Scutari) ( poesie), (edizioneFlorimont, Tirana)- “Abbracciata dalla luce”, (E përqafuar nga drita) di Betty J. Eady (edizione Medaur, Tirana, 2003).- “Se fossi Narin” e “Finchè arriva il giorno”, poesie , antologia “Sotto cielo di Lampedusa II”,edizione Rayela.– “La mamma di Zeqo in cima di cornioli”, narrazione, antologia “Premio Prato città aperta”,edizione Marco del Bucchia, 2016.– “ Ancora tiepido letto” , poesie, “Il Cristallo”, rivista quadrimestrale del centro Cultura Alto Adige, anno LVIII-n.1-aprile 2016.edizione Alphabeta verlag.- Attualmente. Sue poesie sono state incluse in “Muovimenti – segnali da un mondo viandante” –Terre d’Ulivi (2016), e la stessa casa editrice ha appena pubblicato la sua silloge Ciao mamma, un saluto da Bolzano (2017). 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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