“Stato di emergenza” (Gaius Tsaamo)

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“Stato di emergenza”

 

Parte I

 

Mi svegliai pochi istanti dopo aver perso i sensi; le mie orecchie fischiavano e avevo le idee confuse, non riuscivo a pensare. Non sapevo neanche che cosa fosse successo… o non riuscivo a ricordarmelo.

Ero sdraiato per terra, pancia in giù, cercai non senza fatica di mettermi in piedi, ma non ci riuscii. Decisi di rimanere seduto. L’aria era molto secca e carica di polvere. Faceva molto caldo, come il solito in questa regione del paese.

Girai la testa per cercare di capire un attimo cos’era successo; e quello che vidi era peggio di quello che avrei potuto immaginare nei miei peggiori incubi: persone che scappavano, correvano in tutte le direzioni, altri, feriti gravemente gridavano per il dolore; altri ancora che non potevano più gridare…

Controllai velocemente tutte le parti del mio corpo per vedere se fossi ferito; fortunatamente non lo ero, ma la mia testa scoppiava. Quando rialzai la testa, c’era quel ragazzino in piedi, non era molto lontano da me; doveva avere forse tra undici e tredici anni, aveva il braccio staccato e portava delle ferite quasi tutto il corpo; i suoi vestiti erano tutti strappati. Non so perché non lo avevo notato la prima volta che mi ero guardato attorno; forse perché la mia attenzione era stata attirata da tutta la confusione che c’era.

La cosa che mi stupì è che in mezzo a tutta questa confusione, lui rimaneva lì in piedi; si guardava attorno con gli occhi persi nel vuoto. Forse era in uno stato di confusione, forse non era nemmeno cosciente di quello gli che era successo… dello stato in cui si trovava. Attorno a lui c’erano delle persone che scappavano e un po’ più lontano, altri che si avvicinavano al luogo dell’incidente per cercare di capire quello che era successo.

Dopo essere rimasto seduto per alcuni minuti, riuscii finalmente ad alzarmi. Avevo le gambe e le mani che tremavano. Dovetti fare uno sforzo enorme per mettere un piede dietro l’altro e avvicinarmi al ragazzino; era come se stessi di nuovo imparando a camminare. Mentre mi dirigevo verso di lui, mi venne in mente quello stupido test che, scherzando, mi sottoponeva sempre il mio amico Moussa; credo che lo chiamasse ‘test cognitivo’ o ‘test di valutazione dello stato cognitivo’; sì, qualcosa così.

Moussa era il mio migliore amico, era un medico e lavorava nell’ospedale centrale della città. C’eravamo conosciuti in ospedale. Lui mi sottoponeva sempre a quel test perché il primo giorno che c’eravamo conosciuti, un po’ più di due anni fa, avevo avuto un incidente con la mia moto; era il giorno dopo il mio trasferimento in questa città. Alcune persone che avevano assistito all’incidente mi avevano portato all’ospedale e lui era il medico di turno. Quel giorno mi aveva sottoposto ad una serie di test tra cui c’era anche quello.

Allora… com’è che faceva ancora? Vediamo: a che giorno siamo oggi? Il 22 luglio 2015. Sono nella città di Maroua, una città del Nord del Camerun; più precisamente al mercato centrale della città. Che cosa ero venuto a fare al mercato? Ah sì! Mariama!

Quando arrivai vicino a quel bambino, provai a parlare con lui ma non mi rispose; aveva sempre quello sguardo difficile da capire. Mi tolsi la camicia e gli feci un laccio emostatico a livello del suo braccio che sanguinava abbondantemente. Dopo averlo fatto, lo guardai di nuovo, nessuna reazione. Era per me la prima volta che vedevo una persona in quello stato; non sapevo cosa fare ma sentivo dentro di me che dovevo fare qualcosa. Tutto intorno a noi sembrava un terreno di guerra. Non era mai successa una cosa del genere nel nostro paese. Pur non sapendo che cosa esattamente fosse successo, m’immaginavo che doveva essere una bomba e che probabilmente il responsabile doveva essere “Boko Haram”. L’esercito stava combattendo contro di loro dall’inizio dell’anno e fino ad adesso, era riuscito a respingere le loro offensive. Forse avevano deciso di cambiare il loro modo di attacco come stavano facendo nella Nigeria. Quel pensiero mi fece rabbrividire.

Avevo letto innumerevoli articoli su “Boko Haram” ma continuavo a non capire quale fosse il loro principale obbiettivo.

Attraverso le mie letture, avevo capito che il nome Boko Haram significava letteralmente ‘l’istruzione occidentale è proibita’. In pratica,  è un’organizzazione terroristica jihadista sunnita  nata nel Nord della Nigeria. Viene fondata nel 2002 da Ustaz Mohammed Yusuf nella città di Maiduguri che, all’inizio, aveva fondato un complesso religioso che comprendeva una moschea ed una scuola, dove le famiglie povere della Nigeria e degli stati vicini potevano iscrivere i propri figli. Successivamente, il complesso iniziò ad avere obbiettivi politici ed a reclutare dei futuri jihadisti, pur rimanendo sempre pacifista fino al 2009, anno in cui iniziarono gli attentati nel Nord della Nigeria.

Fino a questo momento, non si è ancora capito perché hanno iniziato ad attaccare il Camerun, quello che si sapeva era che loro volevano creare un califfato conquistando i territori attorno al lago Ciad.

C’erano state diverse teorie su alcuni giornali locali e soprattutto sui social network sul perché “Boko Haram” aveva deciso di attaccare il nostro paese. Per alcuni era un complotto organizzato dalla Francia per destabilizzare il paese e destituire il presidente, prendendo come esempio la Costa d’Avorio e la Libia. Per altri era un complotto organizzato dal presidente stesso per rimanere al potere.

Mentre stavo riflettendo su che cosa fare con il ragazzino che era ferito, un uomo si avvicinò a noi e mi chiese, “Sei ferito?”

“No. Per fortuna no. Ma c’è questo ragazzo qui che è in uno stato critico.”

Osservò un attimo il ragazzo e continuò, “Dobbiamo portarlo in ospedale. Io con alcuni altri uomini stiamo cercando di dare una mano ai feriti. Ho una macchina parcheggiata a qualche metro in questa direzione; riesci a prenderlo in braccio e venire con me?”

“Sì. Credo di sì.”

Non mi sorprendeva questa iniziativa di solidarietà della popolazione; era sempre stato cosi quando accadeva un incidente, una catastrofe naturale o qualcos’altro. La popolazione prendeva sempre questo tipo di iniziativa; anche perché le ambulanze (che non sempre arrivavano sul luogo dell’incidente) ci mettevano troppo tempo. Ma questo probabilmente era dovuto sia alla scarsa organizzazione, sia alle strade che erano in pessime condizione, sia alle comunicazione che a volte non arrivavano in tempo.

 

Arrivati vicino alla macchina, notai che era un taxi, e c’erano già all’interno due persone; un uomo seduto davanti, e una donna seduta dietro. Entrai e mi sedetti dietro col ragazzo che portavo in braccio.

 

Questo era il secondo attentato nel mio paese e forse era il più significativo perché era avvenuto all’interno … il primo era stato in una piccola città che si chiama Fotokol, situata al confine tra in Camerun e la Nigeria. Quest’ultimo era considerato quasi ‘normale’ perché i terroristi avevano come obbiettivo di distruggere la base militare che era stata installata lì al confine da quando il mio paese aveva deciso di entrare in guerra con la setta terroristica ‘Boko Haram’.

Il primo attentato era stato considerato come parte della battaglia tra loro e l’esercito; ma questo qua era diverso; diverso perché il loro obbiettivo non erano più i soldati, ma era le persone civile, le donne e i bambini… i bambini come questo qui che stavo portando tra le mie braccia.

Dissi all’uomo che ci aveva aiutato di portarci all’ospedale centrale, sperando di trovarci Moussa, il mio amico. Nella macchina, la donna che era seduta dietro con me e il ragazzino aveva una frattura aperta del femore e diverse ferite su tutto il corpo. Lei gridava tenendosi la gamba ma sicuramente il dolore era distribuito su tutto il corpo. L’altro invece, quello che era seduto davanti, non era ferito gravemente; ma si vedeva che provava molto dolore

Mentre ci stavamo allontanando del luogo dell’esplosione, vidi arrivare quattro macchine dell’esercito. Da quando Boko Haram aveva iniziato le incursioni nel paese, lo stato aveva mobilizzato più di duemila soldati distribuiti nelle regioni del Nord e dell’Estremo Nord del paese per mantenere la sicurezza. Questi soldati facevano parte dell’unità d’élite delle forze speciali dell’esercito camerunese chiamato ‘BIR’ (brigade d’intervention rapide)

Durante il percorso verso l’ospedale, l’uomo ferito che era seduto davanti ci raccontò come e chi aveva perpetrato l’attentato, Io ero andato al mercato per comprare dei tessuti per la confessione dei vestiti delle damigelle d’onore per il matrimonio di mio fratello; mentre stavo discutendo sul prezzo di quelli che avevo scelto, une ragazzina, poteva avere tra i 14 e 15 anni passò davanti al negozio; aveva sulla testa un vassoio pieno di datteri… mi ricordo che pensai in quel momento “il mercato è quasi finito e questa ragazzina non ha quasi venduto niente”, perché erano già circa le 14,30. Pochi minuti dopo, si fece esplodere a qualche metro di distanza dal negozio in cui ero. Un minuto dopo, forse un po’ meno, sentii una seconda esplosione.

Aveva ragione; io, prima di perdere i sensi, avevo sentito una esplosione e mentre io e quelli che erano vicini a me ci chiedevamo quello che stava succedendo, venimmo travolti tutto dall’onda d’urto della seconda esplosione.

Il pronto soccorso era pieno, tutti i letti erano occupati ai feriti. C’erano anche alcune persone per terra. Anche li c’era un caos terribile, essendo il personale dell’ospedale non abituato a questo tipo di situazione.

Affidai il ragazzino che avevo in braccio ad un’infermiera e andai a cercare il mio amico Moussa che incontrai nel corridoio che portava nell’ufficio del direttore dell’ospedale; avevano appena finito la riunione di emergenza.

“Non mi dire che eri anche tu al mercato; perché non provi, solo provare di stare alla larga dai guai?” disse lui.

Sapevo benissimo che cosa voleva dire quella frase, ma decisi di ignorarla.

“Senti al pronto soccorso c’è un ragazzino ferito; devi occuparti di lui. Subito. E avrei bisogno del tuo telefonino devo assolutamente chiamare Mariama. Credo di aver smarito il mio.”

“Ok. Per la chiamata, è meglio che usi il telefono del mio ufficio. Vista la situazione, potrei avere bisogno del cellulare”

“Va bene. Ti raggiungo dopo al pronto soccorso.”

“Ok. Non sei ferito vero?”

“No. Sto bene. A dopo.”

“Ok a dopo.”

Mariama era la mia fidanzata, avevamo litigato due giorni prima e, dopo aver capito che avevo torto io, avevo deciso che avrei preparato una piccola sorpresa per farmi perdonare. In realtà, avevo solo deciso di cucinare la cena per lei, dato che non lo facevo mai.

La chiamai parlammo per circa un minuto; dopo, chiamai anche i miei genitori. Dopo aver finito, rimasi seduto su quella sedia nell’ufficio di Moussa; cercai di fare, nella mia testa, il punto della situazione.

Io ero un professore di ‘storia, geografia ed educazione civica’ al ‘liceo bilingue di Maroua’. Mi avevano assegnato un posto li un po’ più di due anni fa; avevo chiesto io il trasferimento perché la città dove lavoravo prima, al sud Est del paese, non mi era mai piaciuta nonostante il fatto che ci fossi rimasto per ben quattro anni. Chiedendo questo trasferimento, speravo che mi avrebbero trasferito in una delle grandi città del paese ma soprattutto una tra Yaounde, la capitale politica, Douala, la capitale economica, Bafoussam che non era molto lontano dal villaggio di mia madre, o ancora Buea che era una delle città più belle del paese.

Stare in una città come quelle offriva tantissimi vantaggi per un professore; ma soprattutto, e a questo ci tenevo tanto, c’era una grande facilità di spostamento e le infrastrutture erano molto più moderne rispetto alle altre città.

In realtà non è che non mi piacesse la città di Moloundou a Sud Est del paese dove avevo lavorato durante quattro anni; il problema è che era troppo lontano dalla capitale Yaounde dove stavano i miei genitori. Le due città distavano di 810 kilometri e per andare da una città all’altra in autobus ci mettevo una giornata e a volte di più, e non soltanto perché bisognava fare tante fermate e cambiare autobus, ma anche perché le strade, soprattutto quando arrivavamo nella regione dell’Est, non erano asfaltate.

Appena ebbi ricevuto notizia del mio trasferimento nella città di Maroua al Nord del Camerun feci subito il ricorso; ma mi risposero che se non volevo andare li, allora dovevo rimanere nella città dove ero; e dato che volevo cambiare aria, decisi di trasferirmi a Maroua.

Seduto dunque su quella poltrona nell’ufficio di Moussa; pensavo a cosa avrei dovuto dire ai miei studenti il giorno dopo a proposito di quell’attentato. Da quando il conflitto contro Boko Haram era iniziato, non riuscivo neanche più a seguire il programma delle mie lezioni; quasi tutti i giorni dovevamo parlare di questo fenomeno. Come dovevo spiegare a loro il motivo del cambiamento di strategia di questa setta? Che cosa dovevo dire per rassicurarli? La situazione diventava sempre più complicata per tutti; soprattutto per noi professori perché è la storia si stava svolgendo così sotto i nostri occhi.

 

Gaius Tsaamo

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Gaius Tsaamo  è nato nel 1986 a Douala. Arrivato in Italia nel 2008 per studiare medicina. appassionato di letteratura e di poesia; il suo primo libro è uscito nel 2013 con il titolo: L’école de la vie dalla casa editrice (On demand) Lulu. collabora con “Multiversi” e ha partecipato alla realizzazione di Sotto il cielo di Lampedusa 2: Nessun uomo è un’isola, Rayuela 2015. E’ in uscita nei prossimi mesi, con la casa editrice qudulibri, il suo primo libro in italiano Maya e il mondo invisibile.

Foto in evidenza di melina Piccolo.

Foto dell’autore a cura di Gaius Tsaamo.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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