Stanno uccidendo tutti i Sadeq – Mojaffor Hossain

IMG_9899 (2)

Il racconto si è classificato tra i finalisti del Tagore Short Translated Fiction Award indetto dalla rivista The Antonym- Bridge to Global Literature, che ringraziamo per la segnalazione. La traduzione dal bengalese all’inglese è di Noora Shamsi Bahar  e dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo.

 

1.

Il ragazzo più ingenuo del villaggio di Dhabaldhola era stato assassinato. Il corpo decapitato giaceva sulla linea di demarcazione tra il campo di Bangari e il campo di Taro. L’ultima persona morta assassinata in questo villaggio era stato il dottor Mukul, e pure quello, circa un decennio prima. Anche lui era stato trovato decapitato per strada. Era un adultero e doveva affrontare il suo spietato destino. Ma nessuno degli abitanti del villaggio sapeva perché Sadeq fosse stato assassinato. Le loro ipotesi si basavano su altri omicidi verificatisi in precedenza. Tale convinzione venne rafforzata quando l’IS rivendicò la responsabilità dell’omicidio sul proprio sito web, dichiarazione poi trasmessa al telegiornale. Ma l’IS non aveva fornito una motivazione specifica, ragion per cui l’omicidio continuava a rimanere un mistero. Alcuni degli amici di Sadeq se ne stavano a parlare commentando i fatti in cima al muro di cinta mezzo sgarrupato del loro liceo, situato di fronte alla scuola femminile, che era il luogo dove si finivano sempre per ritrovarsi durante l’intervallo prima della fine delle lezioni della giornata.

 

“Ciò che ha fatto l’IS non è giusto. Avrebbero potuto almeno menzionare il motivo! Così invece ci tocca scervellarci”, disse Shafiq.

 

“Ascolta, se l’IS uccide, il motivo è chiarissimo. Hai mai sentito parlare dell’omicidio dell’IS per dispute meschine, riscatti o litigi dovuti a storie d’amore? C’è un unico motivo per cui uccidono”, affermò Barkat, il più saggio di tutti.

“Sì, ma quelli decapitati erano tutti atei!”

“Non tutti quanti. Sono stati uccisi anche sacerdoti e figure religiose. Saranno  pure stati infedeli, ma di sicuro non erano atei”.

“Stessa cosa. Ma che differenza c’è tra infedeli e atei?”

“Non è l’atteggiamento giusto da tenere, vero, Asad?”  lo interpellò Barkat.

“Non so cosa sia giusto o sbagliato. Ho sentito dire che gli indù in India stanno bruciando vivi i musulmani!”

“E allora Shah Rukh Khan, Salman Khan, Amir Khan… poi c’è Yusuf Pathan, Zaheer Khan…? Tutti quanti musulmani. Gli indù praticamente li adorano”, ribatté Akbar, l’idiota del gruppo. Come al solito, Barkat e Asad fecero finta di non sentirlo.

“Va bene, siamo d’accordo che stanno uccidendo infedeli e atei. Ma che dire del professore della Rajshahi University che amava la musica? Non era ateo. Perché è stato ucciso?”

“La musica è proibita nell’Islam. Gli studenti andavano lì per farsi istruire, ma invece quell’uomo insegnava loro a fare musica e gli faceva vedere film stranieri. Sai cosa significa ‘film stranieri’? Ricordi quando con un unico biglietto ci vedevamo due film?  Sai di che tipo di film parlo”, aggiunse Habel.

“Non so se la musica è buona o cattiva. Ma negli Hadith, devo ancora vedere una parte in cui il nostro Profeta dice ai Sahabiti : ‘Venite, concediamoci un po ‘ di allegria con un la musica.’ Non c’è scritto nulla del genere da nessuna parte”. Il Magro, alias Chiku Mokles con tali parole rese note le proprie argomentazioni a favore della tesi espressa in precedenza.

“Bene. Ma perché Sadeq? Solo una settimana fa, Sadeq ed io eravamo uno accanto all’altro durante le preghiere del venerdì. Poco prima gli avevo sussurrato: “Oggi è un giorno speciale. Chiunque esegua 50 inchini di rakat di fila durante la funzione vedrà l’ombra di Mika’il nei cieli allo scoccare della mezzanotte.” Mi lanciò un’occhiata piena di stupore, ma non pronunciò una sola parola. Il giorno dopo, andando a scuola, mi corse incontro alzando i pugni come se volesse picchiarmi e mi chiese: “Dove? Non ho visto niente nel cielo di mezzanotte!” Allora dimmi, perché mai una persona così meriterebbe di essere uccisa? Non sapeva nemmeno cantare. Una volta, quando gli è stato chiesto di cantare a scuola, è scappato strappandosi  la camicia rimasta impigliata in quella porta scassata sul retro. Non ricordate?” chiese Hadisur.

 

“Dì pure quello che vuoi. L’IS non è certo un’organizzazione che commette errori quando si tratta dei propri bersagli. Ho sentito che sono perfino più potenti dell’America.  I loro bersagli li spiano per anni prima di prendere qualsiasi decisione. Hanno installato chissà quale attrezzatura nei cieli”, disse Habel.

“Hmm. Spiavano il ventunenne Sadeq da venticinque anni ormai!”

“Smettila di prendermi in giro, Barkat. L’IS sta sicuramente ascoltando la nostra conversazione. A me che me ne viene? Non è che sto dicendo qualcosa contro di loro! Non ho niente da temere io!” Habel si fece piccolo piccolo non appena ebbe pronunciato queste parole.

 

“E allora Shah Rukh, Salman, Amir… poi Irfan, Zaheer?… Sono tutti musulmani. Gli indù li mettono su un piedistallo”. Akbar l’idiota ripeté a se stesso. Ripeterà la stessa cosa ancora un paio di volte. Quando gli viene un’idea, la ripete di tanto in tanto. Gli altri ormai si erano abituati e non ne erano più nemmeno infastiditi dalla cosa. Ma dopo aver sentito il nome del famoso attore Shah Rukh Khan,  il re di Bollywood,  Asad non riuscì a stare fermo.

“Ehi, ragazzi, avete visto il film Fan ? Ho provato a vederlo diverse volte, ma non riuscivo a starmene seduto e guardarlo fino alla fine. Gli manca dinamismo e pepe!” si lamentò Asad.

 

“Hmm. Avrebbero potuto far cantare una canzone tutta sua, una specie di sigla identificativa. L’ho visto il film, ma è di una noia mortale. Mastizaade di Sunny Leone è molto meglio!”

 

“Ma il video ‘Pink Lips’ dei Sunny Leone l’avete visto?  Ce l’ho qui sul cellulare “, disse Habel, e fu così che l’interesse dell’intero gruppo si spostò e focalizzò su Sunny.

 

 

2.

 

Venerdì. Gofur Mian, – il padre di Sadeq, era andato in moschea un po’ prima. Gofur Mian è quel tipo di persona che non prega regolarmente. Gli capitava di pregare cinque giorni di fila e poi di non pregare per tre. Era il primo venerdì dopo la morte di Sadeq. Si precipitò in moschea per chiedere all’huzoor di dedicare una preghiera a Sadeq dopo quelle rituali del venerdì. Aveva programmato di sedersi in un angolo e pregare con ardore dopo aver recitato le preghiere del venerdì. Nei giorni passati la polizia e i giornalisti lo avevano tormentato con le loro domande e aveva a malapena avuto la possibilità di piangere il figlio.

 

La richiesta di preghiere per Sadeq colse di sorpresa l’ huzoor . “Ma sarà la cosa giusta da fare?”, si chiese.

 

“Perché non dovrebbe essere giusto?” Gofur divenne ansioso. “Perché mai huzoor ?”

 

“Sai… Non ci sono prove che tuo figlio fosse credente o non credente. Se si scopre che è ateo, che senso ha pregare per lui? La situazione attuale del Paese non è sicura e non voglio essere coinvolto in queste faccende”. Il comportamento dell’huzoor era solo razionale. Non aveva senso insistere. Sconvolto, Gofur terminò le preghiere e tornò subito a casa. Andò in camera sua, chiuse la porta e si sedette sul tappeto da preghiera. Infine uscì dopo il tramonto, con gli occhi gonfi. Aveva pianto, pianto, avrebbe continuato a piangere: questo era il voto che aveva fatto. Era andato dal suo sahib, cioè il parlamentare che rappresentava il suo distretto per chiedere giustizia. Il giorno prima, il sahib aveva dichiarato ai giornalisti che, a prescindere da chi fossero .gli assassini sarebbero stati assicurati alla giustizia. Ma poi aveva convocato Gofur per dirgli qualcosa di completamente diverso: non si sarebbe fatto coinvolgere negli affari di nessun ateo.

 

“Signore, tutti nel villaggio possono testimoniare che mio figlio era un credente. Non sapevamo nemmeno cosa o chi fossero gli atei!” implorò Gofur.

 

“Quelli del villaggio testimonieranno, dici? Ma nessuno l’ha ancora fatto! Ogni volta che qualcuno chiede del tuo ragazzo, la gente scappa”.

 

“Ma Signore, pregava sempre. La gente ha troppa paura per dire qualcosa. Ma Allah mi è testimone”.

 

“È quello che dico anch’io. Allah sa la verità. Non potrai riportare in vita tuo figlio anche se puoi dimostrare che era credente. Ma se per caso  vengono presentate prove che dimostrano che era in realtà un ateo, potrai rimanere nel villaggio? Hai due figlie in età da marito. Riuscirai a farle sposare? Oramai chi è andato è andato. Dì ai giornalisti che hai accettato quello che è successo. Se necessario, farò un annuncio e ti darò diecimila taka. Non ho sempre contanti a portata di mano. Prendi anche due capre. Ti torneranno utili in occasione dei matrimoni delle tue figlie”. Il sahib doveva avere sempre l’ultima parola.

 

Il giorno in cui Gofur tornò dalla capitale del distretto, ricevette la visita di uno degli uomini del parlamentare, a cui si era anche unito il leader locale del villaggio. Era circa mezzanotte e Gofur era finalmente riuscito a dormire un po’. L’irrequietezza e l’ostilità che gli si erano accese dentro dopo aver ascoltato le parole del parlamentare erano svanite. Aveva giurato di non chiedere giustizia a nessuno all’infuori di Dio, nonostante avesse concluso che neppure guardare al cielo avesse alcun senso. Vedendo questi due uomini potenti entrare in casa non sapeva che contegno tenere.

 

“Ascolta, Gofur, sei fortunato. Anzi, invidio la tua buona sorte.”  Alle parole del leader locale Gofur si agitò. Dopo la morte di suo figlio, parole come ‘buona sorte’ gli sembravano sconosciute. Nessuno gli diceva più queste parole. Il leader locale proseguì: “L’onorevole sahib ha una proposta da farti. Ti consegnerà un negozio in città e, con esso, tutte le merci di cui avrai bisogno. Invece di coltivare la terra di qualcun altro come stai facendo ora, gestirai il tuo negozio. Cosa ne pensi?”

 

“Sì, bene”, rispose spaventato Gofur.

” Ma che bene, benissimo direi!” Questa era la prima volta che l’uomo del sahib parlava. Gofur non era poi così sicuro che fare il negoziante in città fosse una buona idea.

 

“Ma dovrai fare una cosa”, disse il leader.

 

“Una piccolissima cosa”, aggiunse l’uomo del parlamentare. Gofur aspettò in silenzio, ancora diffidente dell’offerta.

 

“Dovrai solo puntare il dito contro Monsur Mullah come colpevole dell’omicidio di tuo figlio. Faremo noi il resto. Domani dovrai solo andare alla stazione di polizia e accusare gli uomini di Monsur Mullah. Ci penseremo noi a fornire i dettagli della storia. Non dovrai fare altro. Te ne potrai stare comodamente seduto nel tuo negozio.”

 

“E non osare dire a nessuno quel che ti abbiamo chiesto di fare. È possibile che la gente capisca come sono andate le cose, ma non importa, basta che tieni la bocca chiusa”, aggiunse il leader locale.

 

“Signore, posso prendermi qualche giorno per riflettere?” chiese Gofur.

 

“Non siamo venuti qui per darti il ​​tempo di pensare! Non siamo venuti qui per chiedere il tuo permesso. Questo è l’ordine del sahib . Siamo venuti qui per dirti cosa fare”. I leader se ne andarono proprio come erano entrati: in silenzio. La moglie di Gofur era rimasta nascosta in un angolo e aveva sentito tutto.  Se non fosse stato per questo, Gofur avrebbe potuto far passare l’intero episodio come un incubo e lasciarselo alle spalle.

 

“Vendiamo la nostra terra e trasferiamoci in un altro villaggio. Mi pare che qui  non possiamo più vivere”, disse Nosiron, sua moglie.

 

“Non è che possiamo lasciare il Paese! Poi, pensi davvero che possiamo vendere la nostra terra se lasciamo il villaggio? Il presidente sta progettando di costruire una fabbrica qui. Non comprerà la terra e non permetterà nemmeno a nessun altro di comprarla”.

 

 

 

3.

 

Nel frattempo passarono uno o due mesi. La questione della giustizia per l’omicidio di Sadeq era ben lontana dall’occupare la mente degli abitanti del villaggio; infatti essi avevano concluso che Sadeq doveva essere ateo. Gofur in qualche modo riuscì a lasciare il villaggio. Proprio in quel momento, ci fu un altro incidente. Un Sadeq di un villaggio lì vicino era stato trovato morto, ucciso nello stesso modo. Un Sadeq diverso che aveva studiato in città ed era tornato a casa per le vacanze. Quando l’arma lo colpì al collo, qualcuno sentì uno degli assassini dire: “ Shala, stavolta non abbiamo sbagliato!”

 

 

 

140989_194Mojaffor

Mojaffor Hossain è un giovane autore di narrativa in lingua bengalese contemporanea che ha iniziato la sua carriera come giornalista e ora lavora come traduttore presso l’Accademia Bangla, Dhaka. Ha pubblicato sei raccolte di racconti che negli ultimi anni, hanno riscosso notevoli consensi sia tra pubblico generale che tra i critici letterari. I suoi racconti si distinguono per la loro ambientazione in realtà locali come come villaggi e città del Bangladesh o del West Bengala aggiungendo però sfumature di realismo magico o surrealismo. È stato premiato quattro volte per i suoi racconti. Il suo romanzo d’esordio Timiryatra è stato molto gradito dal pubblico. È anche conosciuto come traduttore e critico letterario e finora ha pubblicato 14 libri.   

 

 

 

 

 

Noora Bahar

Noora Shamsi Bahar è Senior Lecturer presso il Department of English and Modern Languages, North South University. Ha completato il suo Master in inglese presso l’Università dell’Ontario occidentale e insegna a studenti universitari dal 2010. Ha presentato ricerche sui temi della violenza (sulla pagina, sul palcoscenico e sullo schermo), vendetta performativa, traumi da stupro, sfida infantile , e la femminilità trasgressiva a Oxford, Praga e Dacca. Nonostante sia nata da genitori iraniani, trova piacevole leggere racconti in bengalese, la sua terza lingua, per poi  tradurli in inglese. Le sue traduzioni sono state pubblicate in antologie, riviste e quotidiani.

 

 

 

 

 

 

Immagine di copertina: Foto di Sumana Mitra.

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo è una traduttrice, scrittrice e promotrice culturale che per la sua storia personale di emigrazioni e di lunghi periodi trascorsi in California e in Italia scrive sia in inglese che in italiano. Suoi lavori sono presenti in entrambe le lingue sia in riviste digitali che cartacee e in antologie. La sua raccolta di poesie “I canti dell’Interregno” è stata pubblicata nel 2018 da Lebeg. È direttrice della rivista digitale transnazionale The Dreaming Machine e una delle co-fondatrici e redattrici de La Macchina Sognante, per la quale è la cosiddetta macchinista -madre con funzioni di coordinamento. Potete trovare il suo blog personale digitando http://www.pinapiccolosblog.com

Pagina archivio del macchinista