“Sono corso verso il Nilo” romanzo di Ala al-Aswani, recensione di Maria Zappia

DSCF2958 1gc

‘Ala al-Aswani, “Sono corso verso il Nilo”, traduzione di Elisabetta Bartulie Cristina Dozio,

Feltrinelli, Milano 2018, pagg.382, euro 18.

 

E’ di qualche giorno la notizia, diffusa n Italia dal quotidiano “la Stampa”,  che lo scrittore egiziano Al Aswani, è stato citato in giudizio dai generali del proprio paese per rispondere di offese derivanti sostanzialmente dall’attività di romanziere. Le accuse sono un chiaro messaggio intimidatorio a chi, proprio in ragione del forte impegno intellettuale, opera manifestando liberamente il proprio pensiero. Così lo scrittore-dentista, pluripremiato e molto amato sia in Egitto e sia in occidente è costretto a vivere in America, in una sorta di esilio volontario, è costretto a usare twitter per denunciare i ripetuti controlli alla frontiera quando tenta di rientrare nel paese del quale è cittadino, è costretto a pubblicare i propri scritti presso una casa editrice libanese, la Dar Al- Adab  nonostante sia un autore da milioni di copie vendute nel mondo e attualmente subisce l’ostracismo e la censura proprio nel luogo dove sono ambientati tutti i suoi libri: l’Egitto. Anche il romanzo “Sono corso verso il Nilo” rifiutato  dagli editori egiziani per il timore di inimicarsi i potenti del momento, è stato pubblicato in Libano nel gennaio 2018 mentre in Italia l’opera è stata tradotta dall’arabo, in modo magistrale, da Elisabetta Bartuli e Cristina Dozio ed è comparsa nelle librerie per i tipi Feltrinelli, nell’ottobre dello stesso anno. Si tratta di un romanzo patriottico che consente di comprendere a fondo la realtà dell’Egitto contemporaneo e di leggere in controluce anche, con un salto in avanti e sino ai nostri tempi, le complesse trame di potere che, con tutta probabilità, hanno determinato la tragica uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni nel febbraio 2016.  E’ difatti un potere brutale e mistificatorio quello che all’indomani della destituzione di Mubarak viene instaurato dai militari nel paese nordafricano, una moderna tirannia in cui trionfa l’uso spregiudicato dei media e la strumentalizzazione del credo musulmano per puri scopi ideologici.

Sono pagine di letteratura poste a difesa del libero pensiero e dei valori democratici quelle espresse da Al Aswani, forme rare nella letteratura italiana ed europea, più in generale, spesso ripiegata su valori puramente estetici e nella gran parte dei casi, totalmente disimpegnata. Così lo scrittore, proprio in nome di un ideale condiviso con i giovani di Piazza Tahrir, con i tanti disoccupati vittime delle corruzione, con i rappresentanti delle minoranze religiose (le chiese copte soprattutto), si scaglia contro il potere, e osa descrivere  senza remora alcuna, dosando in maniera intelligente il linguaggio del’ironia, i vizi e le virtù sia dei potenti e sia degli uomini comuni del proprio paese. E’ questo il pregio dell’opera. Una moltitudine di personaggi che ruotano attorno alle rivolte di Piazza Tahrir senza alcun cedimento nella tensione narrativa ed anzi in una polifonia di voci che appaiono nei momenti salienti della giornata e con sfumature espressive che denotano il carattere e le idee, i rovesciamenti di coscienza, le contraddizioni, i desideri più profondi. Si tratta di scene, in altri termini, che consentono, più di un articolo giornalistico, di farsi un’idea degli eventi accaduti in Egitto tra il gennaio 2011, le dimissioni di Hosni Mubarak avvenute l’11 febbraio e l’accesso al potere dai militari del Consiglio Supremo delle Forze Armate. Il libro poi si conclude con vicende collegate alle due manifestazioni popolari de Il Cairo, represse dal regime con inusitata violenza contro studenti e operai: quella di Maspero del 19 ottobre e quella di Via Mohamed Mahmoud dal 19 novembre sino 25 dello stesso mese.

E’ grottesco l’incipit del romanzo laddove l’autore descrive, con dovizia di particolari una giornata tipo di un alto rappresentante dei vertici egiziani, il generale Ahmed ‘Alwani intento a salmodiare i versetti del Corano con voce dolce e melodiosa e successivamente a prepararsi un’abbondante colazione con toast ricoperti di formaggio svizzero e  pancake con fragole e cioccolato per poi passare, al talamo nuziale ed infine, scortato, alla sala di tortura di una caserma dove lo attende, nel seminterrato circondato da un’aria umida e stantia un uomo bendato e appeso a un gancio di ferro, pronto ad un interrogatorio. La tortura è parte di tante descrizioni e spesso lo sguardo dello scrittore è duplice: il boia e la vittima, l’uno e l’altro entrambi figli di una stessa patria: L’Egitto.

E la lucida analisi sottesa al libro non risparmia neppure gli egiziani stessi, la loro natura indolente è manifestata da un personaggio: un ex patriota diventato dirigente di un cementificio rilevato da una società italiana – Issam- che,  quasi con cinismo e disillusione, richiamando un giovane attivista alla realtà replica: “(…) il popolo egiziano non si ribella e se anche si ribellasse, la sua rivoluzione fallirebbe perché gli egiziani sono dei codardi, sottomessi per natura all’autorità. Siamo l’unico popolo nella storia del mondo che ha elevato i suoi re al rango di divinità e li ha resi oggetto di culto. La cultura che abbiamo ereditato dai faraoni è una cultura di totale obbedienza al sovrano. Il popolo egiziano adora i dittatori, assoggettarsi a un despota lo fa sentire al sicuro (…) il nostro popolo non si ribella mai, e se anche facesse una rivoluzione, la abbandonerebbe subito. Il nostro popolo non è pronto a pagare il prezzo della libertà”.

E se ogni capitolo narra in via autonoma un frammento di storia, è il colto Ashraf Wissa, cattolico copto, e autentico alter ego dell’autore, che descrive impietosamente le dinamiche interne, direi intime e domestiche, della società egiziana. Ashraf Wissa è un artista di estrazione altoborghese che vive ai margini della società. E’ l’attore di teatro costretto, con sommo disgusto, a fare piccole apparizioni nelle serie televisive popolari che squarcia il velo attorno alle problematiche più delicate della società egiziana, all’estero trascurate e, stante la presenza maggioritaria dell’islam, considerate in forma monolitica. Per contro, è questo personaggio che descrive, con finezza psicologica la problematicità dei matrimoni misti, le doppiezze della vita coniugale e le rigide quanto anacronistiche distinzioni sociali esistenti nel paese tra classi abbienti e meno abbienti.

E’ chiaro che lo scrittore parteggia e non potrebbe non farlo visto che attorno alla piazza-simbolo ci sono stati spargimenti di sangue e si è annichilita, per repressione poliziesca e tortura, la parte più bella della nazione: i giovani. Così, le pagine più intensamente partecipate sono proprio quelle dedicate agli studenti, ai giovani insegnanti, a chi ha sognato insomma, una patria libera. Quelle idee di uguaglianza e di libertà che avevano condotto alla destituzione di Mubarak, sono state difatti soffocate ad opera di un regime militare a tutt’oggi al potere che ha trasformato lo stato nordafricano  in una regime liberticida con la rilevante partecipazione del partito filo islamico dei “Fratelli Musulmani”. E così è Asmaa, una giovane insegnante che crede nell’importanza dell’educazione pubblica rispetto a quella privata delle èliteal potere, che dopo aver partecipato attivamente alla rivolta consentendo al lettore di farsi un’idea del reale sommovimento pacifico di studenti attorno alla piazza-simbolo, viene torturata e sottoposta, nuda,  a umilianti prove di “verginità”, che pronuncia dolorosamente le parole destinate a concludere l’epopea dei giovani egiziani nel senso della totale disfatta.

La nostra battaglia l’abbiamo persa, non perché ci è mancato il coraggio ma perché gli egiziani ci hanno pianto in asso, ci hanno lasciati soli (…) amano il bastone del dittatore e se li tratti in altro modo non capiscono”.

I dati cronologici successivi, quelli delle elezioni legislative con un Parlamento composto da un rilevante numero di rappresentanti dei Fratelli Musulmani, quelli delle elezioni presidenziali che portarono la vittoria a Mohamed Morsi, e infine i fatti determinanti l’ascesa del maresciallo Abdel Fattah Al-Sisi, non trovano posto nel libro, ma vengono narrati in un’opera già pubblicata dall’editore libanese dal titolo “ Joumouriyyat ka’anna”  (La Repubblica come se),- di prossima pubblicazione in Italia-  nella quale l’autore, continuando denunce su denunce, afferma che l’attuale regime finge, ai danni della collettività,  di essere una Repubblica.

 

Immagine in evidenza: Tessuto ricamato dall’artista iraniano Seyed Mojtaba Vahedi.

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

Pagina archivio del macchinista