Siria, sette anni dopo – di Asmae Dachan

Siria

 

Il Gandhi siriano, le sue idee pacifiste e il suo sogno di libertà: è nel racconto delle storie di giovani come Ghiath Matar che si ricostruiscono gli ultimi sette anni in Siria. Storie di un popolo dalla cultura millenaria, sceso in piazza per chiedere la fine di quasi mezzo secolo di regime e ormai decimato da esecuzioni, arresti e fughe di massa. Se ne è parlato a Bologna il 15 marzo 2018, in occasione del settimo anniversario dall’inizio della rivolta repressa nel sangue, nell’ambito di un’iniziativa organizzata dalla professoressa Sana Darghmouni del dipartimento di Lingue, in collaborazione con l’associazione culturale La macchina Sognante. A spiegare il complesso quadro siriano sono stati invitati Alberto Savioli, archeologo che per anni ha operato in Siria, la giornalista itali-siriana Asmae Dachan e il professor Lorenzo Declich, esperto di Islam e Medio Oriente, che non era presente in sala, ma che ha contribuito all’eveto grazie alla lettura di un capitolo del suo ultimo libro “Siria, la rivoluzione rimossa” edizioni Alegre.

L’incontro si è svolto ripercorrendo gli ultimi cinquant’anni di storia in Siria, per ricostruire le vicende che hanno portato all’ascesa al potere della dinastia degli al Assad e arrivare a comprendere le ragioni della guerra odierna. Si è parlato del clima sociale e politico che si è creato con la progressiva militarizzazione del Paese e l’appiattimento di ogni dibattito e confronto pubblico. Senza questa premessa non sarebbe possibile infatti comprendere le ragioni che hanno spinto il popolo siriano a rompere il muro dell’omertà e della paura per chiedere riforme e libertà. Una richiesta pagata col sangue, che dalla repressione violenta delle prime rivolte è arrivata al bombardamento e all’assedio delle città insorte, fino alla deportazione degli abitanti ormai stremati. Oggi quello siriano è diventato a tutti gli effetti un conflitto internazionale in cui sono le grandi potenze straniere a decidere il destino della regione, mentre i civili siriani sono sempre più martoriati. Oltre mezzo milione di vittime, sei milioni di sfollati interni e altrettanti profughi fanno, di quella siriana, la peggiore crisi umanitaria dopo la fine della seconda guerra mondiale. E se la distruzione di buona parte del Paese e del suo patrimonio architettonico costituisce una tragedia, la frammentazione del tessuto sociale siriano, con il suo microcosmo di etnie e religioni che hanno convissuto in una certa armonia per secoli, costituisce una profonda preoccupazione.

Numeroso il pubblico in sala che ha posto molte domande ai relatori e ha poi assistito alla proiezione di spezzoni del documentario “Young Syran Lenses” di Ruben Lagattolla, girato ad Aleppo nel 2014 tra i media attivisti che con coraggio e spirito di iniziativa hanno deciso di raccontare la tragedia siriana e offrire un’informazione dal basso sempre più affidabile e puntuale, in alternativa alla propaganda del regime.

Riguardo il macchinista

Sana Darghmouni

Sana Darghmouni, Dottore di ricerca in Letterature Comparate presso l'Università di Bologna, dove ha conseguito anche una laurea in lingue e letterature straniere. E' stata docente di lingua araba presso l'Università per Stranieri di Perugia ed è attualmente tutor didattico presso la scuola di Lingue e letterature, Traduzione e Interpretazione all'Università di Bologna.

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