Sicilia 1999, intervista inedita di Gia Marie Amella a Letizia Battaglia

Letizia-Battaglia

La seguente intervista alla fotografa Letizia Battaglia è stata realizzata dalla documentarista Gia Marie Amella nel 1999 nell’ambito di una serie di circa 30 interviste ai più svariati personaggi presenti all’epoca nell’isola e che sarà presto pubblicata in cartaceo, sia in inglese che in italiano. A oltre vent’anni di distanza dalla sua realizzazione, la redazione de La Macchina Sognante ritiene questa intervista un prezioso documento che ci aiuta a tracciare sia l’evoluzione dell’opera della fotografa che il suo pensiero come pure la situazione dell’isola e quella mondiale.

 

INTERVISTA DI GIA MARIE AMELLA A  LETIZIA BATTAGLIA, PALERMO 08/06/1999

 

D: Letizia, qual è secondo lei l’essenza della sicilianità, dell’essere siciliani?

Se penso alla Sicilia penso a questo cielo. Penso a questo mare. Penso a tutta la distruzione che c’è stata alle mie spalle e durante la mia vita. Quindi la Sicilia è un misto di cose: di sole, di mare, di passione e di furbizia e di furfanteria e di tradimento. La Sicilia è un coacervo di contraddizioni terribili. Spesso ignobili, spesso sublimi.

 

D: Perché queste contraddizioni?

Io personalmente ho vissuto sulla mia pelle la furbizia e il tradimento. Perché il mio popolo, la mia gente, si è tradita. È stata tradita e ha tradito. È stata furba. Ha patito la furbizia degli altri. Perché? Siamo un po’ arabi, un po’ bizantini. Siamo bastardi. Non siamo come gli inglesi che hanno un controllo o altri che hanno una precisa attitudine al vivere, con delle regole. I siciliani infrangono le regole. Non ti puoi fidare di un siciliano. In genere, poi ci sono siciliani splendidi, veramente splendidi.

 

D: Crede che esista un’identità siciliana?

Io e le mie figlie abbiamo dei problemi perché abbiamo identità diverse. Per cui come facciamo a dire che ci sia una sola identità. A chi devo pensare? A Salvo Lima? A Giovanni Falcone? Erano persone diverse. Uno lavorava per il male e uno voleva il bene. Però erano siciliani. Forse anche Falcone che è morto da eroe aveva le sue furbizie, le sue cose ignobili e le sue cose bellissime. Non so se Salvo Lima avesse le cose bellissime. Forse no. Quando io sono fuori voglio sempre tornare in Sicilia. Sempre. Una volta ero disperata. Ero disperata per cose mie private. E me ne andai in Groenlandia. Misi molta distanza fra me e Palermo. Dopo otto giorni volevo ritornare. Voglio sempre tornare a Palermo. Perché? Per il cielo, per il mare, per la luce, per il tradimento. Voglio tornare perché qui è un’avventura. I siciliani sono un’avventura. Spesso terribile. Spesso stupenda.

Cosa abbiamo noi di particolare? Un po’ di intelligenza sensibile. Questa la ritrovo. La riscontro. Però qualche volta diventa furbizia per cui diventa orribile. Quando vado fuori, lontano dalla Sicilia, io mi sento Siciliana. Però mi sento anche che sto bene fuori, che sto bene con gli altri. Sono siciliana. Cosa vuol dire? Vuol dire tante cose belle e brutte. Sicuramente noi siamo diversi dai lombardi. Forse siamo un po’ più furbi. Io detesto la furbizia, C’è furbizia in giro. C’è qualcosa che non lavora per il sociale. Non siamo insieme. Ognuno ha un’intelligenza sua che vuole imporre in ogni ceto sociale. Io li capisco per cui per capirli vuol dire che ho imparato le regole del gioco. In realtà come faccio a dire come siamo noi? Io posso anche dirti come sono io. Io non mi voglio arrendere. Non mi voglio rassegnare al negativo che abbiamo e lo sapete. Proprio non mi arrendo e voglio resistere con il sorriso, coll’allegria, vivendo le cose belle di questa terra e del mondo. Sono testarda, resistente. Faccio molte cose perché voglio che arrivino molti messaggi da questa terra che non siano solo quelli della mafia. Che c’è e che purtroppo ci opprime. Come sono? Sono una persona sincera che ha sempre lottato per la giustizia. Sempre.

 

D: Cosa definirebbe sacro e cosa vuol dire profano?

Che cosa è sacro? Per i siciliani sono tante cretinaggini. Io non trovo ci sia niente di sacro. Non credo nella sacralità delle cose. Un tempo era sacro l’onore. L’onore che era riposto tra le gambe delle donne. Ora un po’ meno. Le donne stanno lottando. Sacro? L’onore delle donne. Sacra la parola data, ma non è vero. Anche questa è una bugia. Non viene mantenuta la parola. Spesso, dico spesso. Oggi come ovunque è sacro il denaro. Il consumismo ci ha preso fortemente. I siciliani sono presi dal consumismo quello più becero, dal più ignorante, dal meno maturato, senza riflessioni. Loro vogliono le cose che gli altri popoli hanno. Non mi interessa quello che è sacro per i siciliani. Che cosa è profano per i siciliani? Io non capisco questo sacro e profano. Tutta la vita ho lottato perché le cose non fossero sacre o profane. Perché fossero vita. Perché fossero rispetto e giustizia. I miti non mi interessano. Quindi non sono io che devo darti questa risposta sul sacro e profano.

 

D: Cosa vuol dire essere donna in Sicilia?

Che agli uomini piaci. Che piaci agli uomini. Che gli uomini apprezzano molto le donne in Sicilia. Per cui quando è tempo dell’amore, ti amano molto. Fanno pazzie. Uccidono pure per amore i siciliani. Sparano. Oggi vuol dire qualcosa di più. Le donne sono sempre state serve degli uomini in Sicilia. Serve. Anche se erano nobildonne e non servivano fisicamente gli uomini. Però la loro parola valeva meno di quella di un uomo. Oggi le donne giovani ma anche le più mature stanno tentando di risalire e ci stanno un po’ riuscendo anche se economicamente il lavoro non c’è. Non c’è il lavoro. Per le donne c’è ancora meno. Se hanno un’indipendenza economica possono gestire meglio la loro vita. Cosa vuol dire essere donna? Lottare sempre. Lottare sempre contro i finti amori, le finte passioni. Lottare per appropriarsi di se stesse. Io sono una donna che ha fatto sempre quello che ha voluto. Sempre. Nessuno si è mai permesso di criticarmi. Naturalmente, ho avuto delle tragedie nella mia vita per il fatto di essere donna. Però ho sempre fatto quello che ho voluto. E devo dirti che se i siciliani trovano una donna fiera, la rispettano e non la disturbano nel suo fare.

Sono stata giovane. Ho avuto uomini, relazioni, anche strane per il popolo. Tutti hanno sempre creduto che io stessi facendo il meglio che potevo fare. Però io ho avuto questa forza. L’ho voluta. Mi è costata anche fatica. Però devo dire che per me essere donna è stato tutto un vantaggio. Per me. Non per la bambina che finisce la scuola media e il padre dice “No, tu non studi più”. Tolgono la bambina dalla scuola. La bambina non la fanno uscire. Si affaccia al balcone e vede un cretino giovane che passa. Si innamora. Lei apre la porta, scappa e rimane incinta. Dopodiché non possono sposarsi e li fanno abitare insieme. Dopo un anno lui è stufo e se ne va con un’altra e lei rimane con un bambino piccolo poi va con un altro. Questa non è libertà. Perché loro hanno dovuto subire una cultura stupida, maschile, paterna. E allora la loro vita sarà più faticosa. Incontreranno più ostacoli. Non hanno studiato. Non sono state preparate a capire. Ecco. Questo significa donna.

Significa anche le professoresse che oggi a scuola, le maestre, le insegnanti, ti parlano della mafia. Finalmente ti parlano della mafia. Dicono ai bambini che cosa è la mafia e se ne parla insieme. Le donne sono state le prime a volersi opporre in massa contro un potere mafioso che ci umilia. Che ci ha umiliato e che ci fa stare male. Ci sono state cose molto belle. C’è stato un comitato dei lenzuoli. Cioè, ammazzavano qualcuno e le donne mettevano fuori dal balcone un lenzuolo bianco per dire “Io sono contro la violenza”. Se avevano coraggio, scrivevano qualcosa. Se non avevano coraggio, mettevano quel lenzuolo fuori, che poteva sembrare che prendesse il sole, per testimoniare contro la mafia. Hanno fatto queste cose che forse nel mondo non sono niente, ma per noi erano gesti molto forti. Oggi le donne stanno lavorando su se stesse. C’è ancora quella parte maschile che vive, che esiste. Bisognerebbe che gli uomini non avessero per 50 anni o 100 anni più il potere. Niente. Che zappassero l’orticello e si affidasse alle donne la politica. Sarebbe molto meglio. Potrebbero cambiare tante cose. Perché le donne sono più belle. Sono più vere, più autentiche. Che gliene frega a loro del potere? Qui si dice: comandare è meglio che fottere. E questo è un pensiero maschile che fa ridere. Eppure è così. E forse è così anche nel mondo.

 

D: Quali differenze vi sono tra la Sicilia del passato e quella di oggi?

La Sicilia di oggi è più consapevole. È meno vittima del sistema mafioso. È più corrotta nel senso che vuol essere complice. Lo vuole perché sa che la mafia guadagna tanti soldi come Berlusconi che guadagna tanti soldi. Per cui loro amano queste figure piene di soldi e di donne belle. I mafiosi e Berlusconi hanno soldi e donne belle. Prima erano schiavi della mafia. Le donne erano le schiave degli uomini e gli uomini erano schiavi della mafia. Oggi c’è più coscienza che la mafia è qualcosa di negativo. Che spaccia droga. Che sfrutta,. Che fa violenza. Però la mafia non l’abbiamo distrutta. Vuol dire che i siciliani continuano ancora a volerla. Perché se i siciliani non la volessero, non sarebbero spesso complici della mafia. Lo sono ancora adesso. Ma lo sono senza esserne schiavi. Un po’ si sono affrancati dalla schiavitù. Lo vogliono per scelta quelli che lavorano con la mafia.  C’è una parte di Sicilia meravigliosa che lotta e rinuncia al benessere finanziario e rinuncia alla propria tranquillità per lottare contro la mafia, per fare il proprio dovere. C’è gente che viene ammazzata perché vuole fare il proprio dovere. Noi dobbiamo avere molto rispetto a quei siciliani di oggi che hanno lottato contro la corruzione politica e la mafia con la loro vita. Hanno consegnato la loro vita per difendere noi perché la società fosse senza la prepotenza mafiosa. Alla fine degli anni ’70 c’erano le lotte, i sacrifici e gli eroi. Li so tutti a memoria. Ero fotografa e mi ricordo le date. Ancora oggi quando passo da una strada e ricordo lì, lì, lì [ndr: gesticola con la mano per indicare luoghi di omicidi, vittime della mafia] Questi sono morti e hanno cambiato la realtà della Sicilia perché abbiamo preso coscienza tutti insieme che c’era qualcosa contro cui lottare. Prima nessuno lottava. La magistratura, quasi tutta corrotta. La polizia, quasi tutta corrotta. La classe politica, coerente con la mafia. Oggi c’è qualcosa che cambia. I siciliani sono cambiati.

La mafia è ancora molto potente. Forse più potente di prima perché si è messa la cravatta. Usa il computer e manda i figli a studiare in Svizzera o a New York. Però c’è una coscienza. Quindi noi lo sappiamo che c’è la mafia, che è una brutta bestia che fa disonore alla nostra meravigliosa terra che ha una grande cultura dietro le spalle. Ma che da un secolo ha questa presenza di mafia sostenuta e voluta dal governo, dai governi, che sono stati dietro di noi. Siamo stati molto soli. Non potevamo fare altro. Quando si dice che il siciliano non parla, l’omertà, il siciliano è omertoso perché sennò lo ammazzano e nessuno lo difende. E allora giustamente non parla perché nessuno lo difende. Ora si incomincia. Ci sono cittadini che si riuniscono per combattere il racket, il pizzo, per combattere contro la droga. Donne che si mettono insieme per lottare contro la mafia, per manifestare pubblicamente contro la mafia. Prima, la parola mafia non si diceva. Quando io ero bambina, sapevamo che c’era la mafia in campagna, non in città. Però non ci toccava. Noi sapevamo che c’era la mafia come una leggenda di un paese diverso. Poi invece è arrivata in città. Per cui quando eravamo bambini c’era una grande miseria però non c’era violenza. Eravamo buoni. Mi ricordo c’era più rispetto. E poi è arrivato il consumismo. È quello che ha fregato la nostra cultura. I soldi. Il potere economico. Quello che ci ha tolto, molto. Ci vorranno secoli.

 

D: Cosa deve fare la Sicilia per far parte della cultura globale? Come pensa la Sicilia stia reagendo a tutto questo?

Secondo me male. Male perché una buona parte dei siciliani non è andata a scuola. I governi che si sono succeduti volevano un popolo ignorante. Un popolo senza preparazione, non professionale. Quindi molti non sanno fare niente. Non hanno un vero lavoro, una vera preparazione. Per esempio, per i cinquantenni è finita. Per i giovani fra vent’anni sarà diverso. Ma la globalizzazione per noi cos’è? Che ci fanno distruggere le arance? Andai a fotografare queste belle arance. Era da piangere. Se pensi ai tanti bambini rachitici in Africa o qui ai bambini senza vitamine e noi distruggevamo le arance per mantenere il mercato europeo. Dai! La globalizzazione ormai è irreversibile. Non possiamo fare più niente contro questo. Ma sta danneggiando i popoli poveri, per cui non ne trarremo un grande vantaggio noi.

 

D: Pensa che la Sicilia stia perdendo i suoi valori? Cosa deve fare per mantenerli?

Non si possono mantenere artificialmente. Certo, bisogna proteggere tutte quelle manifestazioni che raccontano le tradizioni. Per esempio, io ho fotografato tante processioni. Non per il Cristo ma per che quello che avviene intorno alla processione che è sempre molto genuino. La gente vestita. Le facce dai paesani con i vestiti eleganti un po’ cafoni. É molto bello da fotografare. Una volta arrivai in un posto, e l’anno dopo volevo rifotografare questa processione. E trovai che era stato pagato un regista per fare questa processione. E questo regista aveva rovinato la processione. Era ignobile. Era qualcosa di falso perché c’erano gli attori che recitavano in maniera orribile. Invece prima veniva fatta in modo naïf dalla gente del luogo. Per cui noi dobbiamo stare attenti. Io non credo neanche tanto nel turismo. Il turismo ci distruggerà perché costruiremo tanti alberghi e faremo gli hamburger falsi. Se tu vai nei posti dove c’è tanto turismo, vedi come sono rovinati i paesaggi e come sono organizzate le cose per altre culture che non sono più le tue culture. Per cui ti devono fare tutte le cose come ci sono a Madrid, Londra o New York. Esigenze di mercato, non mi sembra qualcosa che vada esattamente bene per noi. Io penso che dobbiamo essere molto cauti e fare un turismo che rimanga in mano a realtà piccole e locali e non come le grandi holding degli alberghi. Sarà un disastro. Come è un disastro a Firenze dove non si può più camminare.

 

D: Che ruolo deve avere la Sicilia nella Comunità Europea?

Secondo me, la Sicilia dovrebbe agganciarsi con i paesi del Mediterraneo per avere un ruolo più significativo. Penso che stiano facendo un sacco di cose che non vanno bene. Che forse troveranno la strada. È possibile che l’Unione Europea sia qualcosa che ci renderà forti. Ma per che cosa? Per fare le guerre? Spero di no. Ormai questo processo è irreversibile perché proprio nell’epoca della globalizzazione bisogna creare dei punti forti. Non mi interessa proprio. Mi piacciono i paesi dell’Europa. Adoro viaggiare. Però io non capisco cosa dobbiamo fare insieme ai tedeschi se non farci delle visite, fare dei viaggi. Rimarremo sempre più deboli forse. Sto a guardare. Ancora non mi sento serena. Vedo che tutti i benefici che arrivano dall’Europa, arrivano ai furbi. Molti si agganciano ai progetti fasulli. E poi ci sono progetti buoni che non vengono neanche esaminati. Ancora dobbiamo imparare a vivere in Europa insieme rispettandoci e lavorando gli uni per gli altri. Sarà molto difficile. A me piacerebbe che tutto il mondo fosse così: che si lavorasse tutti insieme senza né guerre né  strapoteri. Invece però noi stiamo organizzando qualcosa che deve essere un altro potere in rapporto all’America o altri paesi. Vediamo.

 

D: Che futuro prevede per la Sicilia?

Futuro inquinato. Vedo la Sicilia inquinata. Se non si sbrigano ad emanare leggi severe, capestro, leggi terribili per chi sta inquinando e chi ha inquinato, e ha rovinato la nostra terra. E questo mi terrorizza, mi terrorizza. E poi naturalmente vedo che ci sarà un potere economico che sarà mescolato. Sarà la mafia che si fa potere economico. Noi saremo gestiti cosi. Sarà una fantasia. Sarà un timore. Ma io vivo con questa sensazione.

 

D: Ultime parole che vorrebbe aggiungere?

Ma io desidero che gli altri popoli sappiano che noi stiamo lottando. Stiamo lottando perché una giustizia possa prendere il posto della mafia. E voglio che gli altri popoli sappiano che noi siamo soli. Che siamo deboli e che abbiamo bisogno di sostegno. Abbiamo bisogno di solidarietà. La solidarietà che non ebbero persone che sono state uccise per la nostra terra. Chiedo solidarietà. Chiedo fiducia anche se noi abbiamo tante colpe, e io me la sento la colpa di non avere veramente lottato contro la mafia. Dovevamo lottare molto ma molto prima. Chiedo solidarietà. Chiedo aiuto. Noi chiediamo aiuto. Non possiamo rimanere vincolati ad una storia di mafia che poi riguarda solo gli ultimi cent’anni. Prima avevamo una grande storia – abbiamo una grande storia dietro di noi – sempre in rapporto al Mediterraneo.

Intervista inedita, per gentile concessione di Gia Marie Amella.

 

 

Nota dell’intervistatrice

 

Nel settembre del 1998, sono partita per la Sicilia, la terra dei miei antenati. Avevo vinto una borsa Fulbright per svolgere un progetto sulle tradizioni popolari. Il progetto si è trasformato in qualcosa di più esteso, esistenziale. Volevo sapere come i siciliani vivevano l’isola e come definivano la propria identità. Spostandomi dalle coste all’entroterra, ho incontrato e intervistato tante persone per cercare una risposta, dal contadino di un piccolo borgo isolato nell’agrigentino al discendente di una famiglia nobile dell’isola. C’era anche Letizia Battaglia, la grande fotografa palermitana, oggi nota in tutto il mondo per i suoi scatti indimenticabili. Per oltre vent’anni, Letizia ha documentato la sua città sottomessa e terrorizzata dalla violenza mafiosa. Questa intervista insieme ad altre faranno parte di un libro che sto scrivendo, provvisoriamente intitolato “Sicily ’99”, un viaggio reale fatto di scene di vita e osservazioni nella Sicilia che sta per entrare nel nuovo millennio.

 

Gia fuori cut

Nata a Chicago, Gia Marie Amella ha fondato Modio Media Productions, Inc. nel 2006, una premiata azienda di produzione televisiva e video che ha prodotto documentari trasmessi su canali televisivi in tutto il mondo. Ha conseguito un Master in Comunicazioni Radiotelevisive (1993) dalla San Francisco State University, dove ha anche collaborato come docente nel Dipartimento di Comunicazioni, e una laurea in Letteratura Italiana (1988) alla University of California, Santa Cruz. Nel 1998, ha vinto una borsa Fulbright e si è diretta in Sicilia dove ha svolto le ricerche sulle tradizioni popolari e sull’identità siciliana. Ha ricevuto diversi riconoscimenti per le sue attività professionali. Attualmente vive e lavora a Montevarchi in Toscana.

 

Foto di copertina e nell’articolo a cura di Gia Marie Amella.

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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