Senza campo – Maria Mancino

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Senza campo

 

Il campo è bagnato e siamo carichi di acqua e di goal. É appena finito il primo tempo e siamo già sotto di due reti. Gli avversari sono tutti dei bestioni, e  bestemmiano ad ogni fallo. La squadra in vantaggio ha il nome di A.C. Picchia, una squadra amatoriale, composta soprattutto da carpentieri e lattonieri. Noi ci chiamiamo A.C. Denti, siamo per lo più impiegati. Il presidente è un dentista. Il secondo tempo finisce nello stesso momento in cui smette di piovere. Abbiamo preso quattro palle, novanta minuti di pioggia e parecchi calci negli stinchi. Io i calci me li sono risparmiati, il mister mi ha tenuto in panchina. Non capisco perché! Il prete ci fa trovare del te caldo nello spogliatoio. Il primo bicchiere lo da al presidente, anche perché è lui che paga l’affitto del campo sportivo della parrocchia, poi gli comunica che non potrà più farci giocare nel campo della chiesa. Il mister bestemmia, il presidente aggiunge una parolaccia. Il prete è basso e ha due occhiali spessi come fondi di bottiglia e deve essere un po’ sordo. Il presidente e il mister, pensano la stessa cosa: siamo senza campo.  Gli avversari sono andati via senza cambiarsi, avevano il fango che gli arrivava alla testa, ma erano esaltati e bevevano grappa, passandosi la bottiglia di mano in mano. Partiamo con il pulmino, lo guida il portiere, il mister è davanti. Il campo è bagnato, lo sento sotto la schiena e lungo le gambe, e questo bagnato mi da gioia. Sono vivo. Ci siamo ribaltati alla seconda curva dopo l’incrocio. Il portiere era stanco e ha tagliato dritto. Quattro palle prese e una curva non presa. Il mister metterà in panchina anche lui, c’è già il sostituto che non vede l’ora di lasciargli il posto di riserva. Il campo è pieno di corpi che si muovono lenti, sembriamo  vermi di terra. E’ una notte di luna piena e questo facilità le operazioni di riconoscimento. Non c’è nessun morto, non c’è nessun sano, siamo tutti feriti. Il presidente ci chiama ad uno ad uno, sembra di essere ai mondiali, quando annunciano la squadra ed elencano i nomi dei giocatori. É il nostro momento di gloria.

– Gloria al padre…

É il difensore che prega.

Non c’è campo, quaggiù, i cellulari non hanno segnale. Siamo in un burrone e non c’è Tim o Wind o altre compagnie che siano disposte ad arrivare fin qui. Desideriamo del ghiaccio sugli ematomi, come si può desiderare una birra fresca in estate.

Ohi ohi, invece di olè olè, è il nostro autotifo. Il difensore continua a  pregare, guarda il cielo e si fa la croce, le croci, siamo sulla decina di croci.

Quando sorge il sole, c’è chi è riuscito ad appisolarsi  e chi ha cantato e canta ancora il coro del tifo: ohi ohi ohi.

Il centravanti, sempre dissociato, canticchia altro.

Via del campo c’è una puttana, gli occhi grandi color di foglia. Se di amarla ti vien la voglia, basta prenderla per la mano…

– e smettila di cantare – dice il portiere – siamo nella merda e tu canti?

– cosa ti cambia se lui canta?

Dice il difensore

– solo un miracolo ci potrà salvare, anzi sai che vi dico, in questo burrone non ci troverà  nessuno. Prepariamoci a morire!

D’istinto, tutti ci portiamo le mani in quel posto, una sopra l’altra, anche chi è dolorante negli arti superiori. Pronti, come se l’avversario stesse per battere una punizione, da  fuori area. Tutti, anche il mister. Ed è subito pioggia, un segnale profetico?

Pioggia torrenziale. Una tempesta furiosa, tanto che ad uno ad uno veniamo espulsi dal campo.

Il difensore non stacca gli occhi dal cielo, il centravanti smette di cantare e il portiere recupera i guantoni prima di cedere all’uragano. Un campo di battaglia, è diventato in un attimo il calanco. Poi un rumore assordante, più forte dello scosciare dell’acqua, più acuto dei tuoni, più violento della burrasca.

– drin, drin drin, è il mio telefono: squilla!

 

Sta per iniziare la partita, è lo stesso giorno dell’anno successivo. Siamo tutti in attesa del fischio, uno di fianco all’altro, tranne il difensore. Lui non ce l’ha fatta, è entrato in convento.

 

 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015; Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2017); Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2018)., Collabora alla rivista Teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge.

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