Selezione da “Il sarto di San Valentino” (Edizioni Ensemble 2018) di Iuri Lombardi – a cura di Bartolomeo Bellanova

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Il Sarto di San Valentino

 

Il corpo dell’apostata

 

Non ho fatto in tempo a baciarti la fronte

 

Non ho fatto in tempo a baciarti la fronte,

te ne sei andato, figura persa

nel pomeriggio già bruno sul presto,

vagabondo nella spirale amena

nello zampillo, nello sgombro dell’ombra,

di palazzi nuovi di cemento.

Non ti lasciare ti prego nel niente;

la città qui si ricompone negli sozzi

riverberi di luce o tra pozze

in un autentico mattino cui scorgi

negli occhi del compagno bianco di buio.

Perdoni la mia cecità? L’irruenza

Svanita a ciuffi tra i capelli? L’amore

Che fu è ancora amore: un fitto epistolario.

 

 

Tempo d’avvento

 

Eri tu il messaggero di buone notizie;

il presepe da cui geme lo scandalo

dolce bruci nell’attesa, ma di cosa?

Allestisci l’albero cerimonioso,

il lezzo dell’incenso accoglie i magi

nella capanna del prodigioso.

Scivoli dolcemente nell’avvento

Come la strada svolta allo sdrucciolo.

Un arcobaleno per sciarpa attorno

al collo, un paio di scarpe vecchie:

il miracolo è compiuto, la festa

dissemina orme sul sentiero di chiese.

Poi il nulla più brucia il lucignolo

del lume impaziente che fa da cometa.

L’arrivo dei Magi.

 

 

Ascesa al piano

 

Salirai al piano e fuori il mondo stagna,

assente in te ogni latitudine,

ignori dove il vento fa il nido −

nei condomini la vita è protesa

verso i balconi affacciati sul nulla,

l’ora più dolce è il sabato mattina.

Quanti anni avevi allora? − il tanfo che sale,

l’odore delle cene e dei bivacchi,

la TV sempre accesa, la radio che sputa

fisime mai raccontate, guaiti

di vecchi cani imbalsamati nel pio

sonno degli infissi sbadiglianti cigolii;

là rimane molle il giardino incolto:

e alle mareggiate ti aggrappi ancora.

 

 

La morte dell’io

 

Come è importante avere un pensiero,

rimanere sobri convinti di sé:

importante è altrettanto smontare

quel pensiero, essere altro da un istante

prima: spesso è un crimine rimanere

immortalati sulle nostre posizioni.

Il gatto prima di avventasi sul topo

deve disegnarlo. Sulle maggesi, fasciata

dalle nubi basse, ferito sono una gazza.

Ognuno deve porre fine al suo io,

apparecchiare il lume dell’umano,

inondare di luce, se pur timida,

la stanza del suo essere al mondo.

 

 

Cappotto allo Stato

 

I

I giorni di gennaio sono brevi,

lucida l’aria scintilla alla luce;

a frotte i passanti sono stelle

trapuntanti il cielo della terra.

Allegri e festosi aspettano i magi

scorgono il sacro volto tra le nubi,

la luna che si apre sul vuoto

di notti e notti eguali a notti.

Tenera di sonno giace una gatta

sull’amaca dei rami spogli e neri

in un vespro inconsistente di voli:

grumo di sangue scuro e di prigione,

di ali in attesa del lungo viaggio

del batter di ciglia ed è già marzo.


II

 

Se dovessi morire in un giorno d’inverno,

dico in un giorno qualunque preparatemi

l’abito buono, incalzate

ai miei piedi gli stivali

di cuoio, la camicia inamidata,

infilate sul dorso da inerme,

fate che il sonno non sia eterno:

è impossibile morire per sempre?

Se dovessi nascere in un giorno d’estate,

fate che sia cerimonioso, leale

osservante della pubblica morale.

Della fine è rimasto solo il principio;

penso questo sia accaduto dell’ovvio:

allestite una fanfara di fiori bianchi.

 

 

Il sarto di San Valentino

 

I

Quel modo che hai di sommettere la bellezza

alla praticità dei fatti; la vita raccolta

in seno a pochi atti, alla mercé di un nodo

della sporta che ti porti.

Affidavi allora i segreti − già roridi,

lacerati da uno scoppio, dal colpo scuro −

nella stia dei polli sul convoglio virato

sul destino della strada incrociata.

Mio padre non seppe mai di emigrare,

inconsapevole, come a una gita a scuola,

attraversò l’Italia nevosa del cinquanta.

Il millennio si svela e il velo si squarcia

proprio quando spiove e acceca il sole di mezzo,

meridiano, non riscalda il mondo che riemerge:

un labirinto di scrimoli di calce e paura.

Quanto ti manca ancora? − chiedi senza accorgerti

che il viaggio dura già dalla partenza.

L’aria mossa incendia di riverberi il tedio

della città che qui risacca in un capovolto rigore

di luci nell’orizzonte pallido che sfuma;

il tedio consuma la corda dell’ingranaggio

racchiuso nella muta comprensione religiosa

della meccanica ingegneristica già allora ignota.

Il sarto prende esperienza con i dorsi,

rammenda le intercapedini della fodera con il panno

di colore; il suo essere loquace stabilisce con il filo

l’inizio della storia. Lo credevi tu? Partire adesso

è riappropriarsi del torto, un correggere

angoscioso il senso della storia e le sue parti,

correggere il copione della recita che si ripete,

comunque, un ruolo minore, quasi marginale.

Spesso il viaggio combina cimiteri di rassetti

sul tessuto tarmato: il sarto non riesce nell’intento,

il mare tradisce, la mareggiata sconnette la logica

delle boe disseminate in avviso ai pescherecci

già poveri; apparecchiata sulle onde di lampade

la triste paranza.

Un fastidio di smanie impigrisce le dita

sulla correzione detta la pausa al sarto indeciso:

l’io è disintegrato. Tu adesso con il solo battere

delle ali, all’interno della stia, fendi cieco il muro

cancellata; tieni a te i remi della barca

che non conosce la sua rotta.

Fu nelle vesti di un cappottino bianco,

raccolte le poche cose, che il distacco avvenne

sul convoglio verso il nord, nell’altro lembo

dell’Italia non capita; nessuno, l’altro non parla

la tua lingua, il suo insipido dialetto.

Il sarto sa poco della storia, rapido mette in piedi

la controfigura, le indossa la giacchetta, il lavoro

non finito, ne misura la salute con il solo tatto,

il dopo è già steso sul tavolo, tra i lembi grezzi.

Spesso il sarto deve vestire i morti – sa che nulla

è impossibile per l’eterno − immagina il destino

delle controfigure, l’annullarsi

della decomposizione nel buio severo

di una intercapedine.

Ma la bellezza non può essere spauracchio,

col becco biondo senza denti – l’universo

mammifero è un prodigio per pochi − fora

il pugno di luce, la fame prossima di essa

ne detta il trionfo e tu non ti arrendi vittorioso.

 

 Iuri Lombardi

Iuri Lombardi, Firenze 1979, poeta, scrittore, saggista, drammaturgo. Ha pubblicato per la  narrativa i romanzi: Briganti e Saltimbanchi, Contando i nostri passi, La sensualità dell’erba, Il cristo disubbidiente, Mezzogiorno di luna. Per la Poesia: La Somma dei giorni, Black out, Il condominio impossibile; lo zoo di Gioele, La religione del corpo come racconti: Il grande bluff, la camicia di Sardanapalo, I racconti.  Per la saggistica: l’apostolo dell’eresia. Per il teatro: La spogliazione, Soqquadro. Vive a Firenze. Dopo essere stato editore, approda con altri compagni nella fondazione di Yawp – l’urlo barbarico.

 

Foto dell’autore a cura di Iuri Lombardi.

Immagine in evidenza: Foto di Tracy Allen.

Riguardo il macchinista

Bartolomeo Bellanova

L’attenzione ai temi sociali e di denuncia civile caratterizza il mio cammino di narrativa e poesia. "La fuga e il Risveglio" (Albatros Il Filo- Dicembre 2009) è il mio romanzo d'esordio a cui ha fatto seguito “Ogni lacrima è degna” (Inedit – Aprile 2012). La silloge poetica indedita “Sguardi scomposti e liberati” è risultata vincitrice della dodicesima edizione del Concorso di Poesia e Narrativa Insieme nel Mondo (Savona 6 settembre 2014). Nell’ambito della poesia ho pubblicato in diverse antologie tra cui "Sotto il cielo di Lampedusa - Annegati da respingimento" - Rayuela Edizioni Gennaio 2014 e nella successiva antologia “Sotto il cielo di Lampedusa – Nessun uomo è un’isola” Rayuela Edizioni Aprile 2015. La raccolta di poesie e riflessioni scelte composte tra il 2011 e il 2014 "A perdicuore" è stata pubblicata il 30-9-15 da David and Matthaus Edizioni – Collana ArteMuse.

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