“Seguo le storie costruendo mosaici di storie” intervista al fumettista Gianluca Costantini, di Pina Piccolo

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PINA PICCOLO – Gianluca Costantini, vignettista, graphic novelist, attivista per i diritti umani. Ci può parlare dell’evoluzione negli anni del suo stile particolare di coniugare parola e immagine?

 

GIANLUCA COSTANTINI – Ho iniziato a pubblicare storie a fumetti circa 25 anni fa, su alcune riviste underground sia italiane che straniere. Il mio disegno allora era molto diverso, molto più pieno e decorativo. Lavoravo principalmente sull’onirico e anche l’uso delle parole parole era pieno di riferimenti alla poesia e alla letteratura. Tutto nasceva da una commistione tra l’artista e  poeta William Blake e lo scrittore William Burroughs. Qui qualche esempio: https://www.gianlucacostantini.com/art/decoration-of-existence-comics Del fumetto mi interessava principalmente la sua sperimentazione con la scrittura, il disegnatore Bill Sienkiewikz fu fondamentale. Anche adesso la mia ricerca parte sempre dalla sperimentazione del linguaggio. Negli ultimi dieci anni il mio lavoro si è gradualmente spostato nei contenuti verso un disegno attivo e di realtà, per quanto sia possibile. Il disegno si è asciugato ma è rimasta sempre molto predominante la calligrafia sia nel segno che nella scrittura. La mia ricerca e corsiva mi aveva molto avvicinato al miniaturismo turco e iraniano e di conseguenza alla calligrafia come scrittura disegnata.

 

PP – Quali sono state le influenze di graphic artists italiani e stranieri sulla specificità del suo segno?

 

GC – Nonostante abbia studiato molto il fumetto e i suoi artisti i miei riferimenti sono sempre stati altri. In questi ultimi anni mi sono fatto influenzare dall’artista Raymond Pettibon, dai disegni sudafricano William Kentridge e dall’artista cinese Ai Weiwei. Forse il disegnatore del mondo del fumetto che mi ha influenzato di più è stato lo spagnolo Raùl e lo sceneggiatore Felipe Cava. Quando ero ragazzo sono stato spesso nello studio del fumettista Vittorio Giardino che mi ha aperto molti orizzonti soprattutto sui contenuti della storia, mentre l’artista Fabrizio Passarella, mio insegnante di decorazione all’Accademia, mi aprì gli occhi sul mondo.

 

PP – In che modo si differenzia dai famosi vignettisti italiani che si sono mossi in ambito politico pubblicando su Il Manifesto e l’Unità? E il rapporto di graphic artists della sua generazione con figure come Andrea Pazienza?

 

GC – Io non faccio satira e quindi sono molto lontano da questi disegnatori anche se appezzo molto il loro lavoro. Credo che Mauro Biani stia facendo un eccellente lavoro sul Manifesto. Andrea Pazienza è  sempre stata un’ombra incombente per qualsiasi disegnatore ma ormai parliamo di un autore che disegnava quasi quarant’anni fa, è storia. Credo di far parte di una generazione diversa, che si distacca completamente dal fumetto degli anni ‘80. Il mio modo di lavorare è molto diverso, io parto da un’indagine su Twitter tramite fonti e conoscenze in tutto il mondo, seguo le storie costruendo mosaici di storie. Non sono pensati per una pubblicazione ma sono pensati per vivere nelle vite di chi raccontano, dagli attivisti alle famiglie di persone perseguitate a movimenti di protesta di piazza. Spesso poi questi disegni divengono storie a fumetti oppure immagini usate dalle riviste e quotidiani. Tutto però parte da una libertà di ricerca, solitamente il lavoro commissionato mi risulta peggiore da quello libero e improvvisato.

 

PP – Parola, segno e narrazione, quali sono state le tappe che ha dovuto attraversare per trovare un equilibrio?

 

GC – É un rapporto complesso, è in continua evoluzione, per quanto mi riguarda il segno cambia per ogni storia che racconto, cerco di far sì che il disegno si adatti all’emotività del racconto. Ogni libro, ogni storia breve, oppure disegno pubblicato nei social network è una nuova tappa, un nuovo passo. Nulla deve essere definitivo. Spesso può nascere dalla ricerca artistica di un altro artista, il pretesto di continuare un percorso altrui ed ampliarlo. Non c’è equilibrio, per fortuna. É come intraprendere un viaggio, c’è una strada definita ma prima di arrivare ci possono essere tante strade laterali e spesso se prese non ritornano più alla destinazione finale, questo è il bello di essere artisti, la non prigionia della committente. Spesso questa, anarchia creativa, è molto apprezzata anche dai committenti perché propone una visione da loro non progettata.

 

PP – Qual è il suo rapporto con l’arte pubblica di protesta che si esprime con murales, graffiti, writers?

GC – Considero l’unica arte di protesta di strada quella degli anni ‘70 e ‘80. Ora l’arte pubblica mi sembra quasi sempre estetica e fine a se stessa. La loro ricerca non mi interessa molto. Ma è solo la mia opinione. Mi piacevano gli artisti seguiti dalla critica Francesca Alinovi, amavo Rammellzee e TAKI 183. Tutto qui, ho sempre adorato anche Keith Harring per un periodo mi é sembrato molto interessante e innovativo il graffitista Blu, ma poi la sua ricerca si è fermata e, tornando al discorso di prima, non è più interessante per me.

 

PP – La sua visione politica e i temi che affronta tendono ad essere internazionali e sotto certi aspetti transnazionali. Le potenzialità comunicative del disegno e del visivo le sono state utili per fare arrivare il messaggio oltre le barriere linguistiche?

 

GC – Si, mi interessa molto un discorso transnazionale, mi piace esplorare quello che non conosco buttandomi ogni volta in argomenti nuovi. Cedo che questo dia una freschezza e un’utilità al mio lavoro. Trovo emozionante dialogare con gli attivisti dell’Arabia Saudita oppure del Biafra, utilizzare i disegni in ambiti sconosciuti, è quasi una poetica salgariana. Il mio profilo Twitter http://www.twitter.com/channeldraw è seguito da circa 65.000 persone e la maggior parte sono persone che fanno oppure sono interessate ad un certo argomento, una comunità aperta che si muove sulle notizie e sull’aiuto. Tutto tramite il disegno. Le barriere linguistiche esistono, comunque i disegni funzionano se le parole sono in inglese, oppure tradotte dagli attivisti dei vari luoghi. Il disegno da solo non basta, devi essere aiutato, un attivista solo è un attivista morto.

 

PP – Che cosa pensa dell’entusiasmo con cui i giovani sembrano rispondere al genere graphic novel come legittima espressione letteraria? Cosa pensa dell’affluenza delle nuove generazioni a manifestazioni come Lucca Comics?  Quali sono i giovani autori e autrici emergenti a livello nazionale e internazionale?

 

GC – É un periodo molto interessante, vengono realizzati molti libri, e il mercato del libro è  in crescita, ma la cosa non è molto interessante per me. Non abbiamo bisogno di legittimazione letteraria perché non siamo letterati, siamo artisti. Le fiere del fumetto sono mercati un po’ come le fiere della ceramica, dove c’è l’arte ma la cosa importante è “vendere”. Lucca Comics è un mercato e un po’ un carnevale, poche delle persone che ci vanno sono interessate al fumetto, mi piacciono di più le piccole manifestazioni del fumetto dove si può creare un rapporto con gli altri. Frequento molto di più i Festival sui diritti umani dove si parla e si presentano argomentazioni basate sulla vita reale. Sui nuovi autori devo dire che i migliori sono i miei alunni che escono dal corso di fumetto dell’Accademia di Bologna, tanto per essere di parte.

 

PP – Come si rapporta con le nuove tecnologie a livello tecnico del disegno e della parola? E con i social media? Vede delle potenzialità a livello di diffusione del suo lavoro? Riesce a lavorare creando reti con altri artisti tramite i social media?

 

GC – La tecnologia è molto importante e fondamentale nel mio lavoro già dalla metà degli anni ‘90. Posso dire di aver fatto parte di una avanguardia che utilizzava il web primordiale come forma d’arte. Curai per anni il progetto inguine.net con cui con altri sperimentammo già in quegli anni il linguaggio del fumetto e dell’animazione nel web. Con l’arrivo dei social media tutto è cambiato, il discorso si è spostato sulla relazione. Tutto il mio lavoro di questi ultimi anni nasce dalla relazione nei social, nella contaminazione dei saperi tra gli artisti e gli intellettuali. Il mio lavoro su Twitter raggiunge spesso il milione di visite e interazioni al mese, questo tipo di divulgazione è incredibile. Ci sono nuove relazioni e contatti tutti i giorni, sono nate per me relazioni importanti con siti web come Cnn https://www.gianlucacostantini.com/drawings-sport oppure con il Fifdh Festival di Ginevra https://www.gianlucacostantini.com/human-rights/fifdh-2018-festival-du-film-et-forum-international-sur-les-droits-humains-genève/ per citarne alcuni molto importanti e naturalmente anche con molti altri artisti, Sto arrivando! Qui è nata anche l’importante collaborazione con l’artista Ai Weiwei qui un lavoro fatto per lui: https://www.gianlucacostantini.com/ai-weiwei-v-skandinavisk-motor

 

PP – Oltre alle fusioni e gli ibridi letteratura / disegno vede la possibilità di interazioni con altri generi artistici come la musica, l’architettura o altro?

 

GC – Si certo, con il mondo musicale ho collaborato spesso, soprattutto con Emidio Clementi, il cantante dei Massimo Volume con cui ho anche realizzato un libro a fumetti “Cattive Abitudini” https://www.gianlucacostantini.com/graphic-novel/cattive-abitudini e altri suoi progetti più personali. E anche con l’architettura, tempo fa ho condotto proprio un workshop sul fumetto all’architettura per una manifestazione. https://www.gianlucacostantini.com/2017/09/30/architettura-immaginata-disegnata-raccontata Credo che il disegno possa ibridarsi con qualsiasi linguaggio.

 

PP – Quali sono i suoi progetti per il prossimo futuro? Se dovesse esprimere un sogno rispetto all’azione dell’arte e delle arti in questi tempi che ci troviamo ad affrontare quale sarebbe?

 

GC – In questo momento il progetto a cui sto lavorando è un libro a fumetti sulla Libia che uscirà a settembre per Mondadori, scritto dalla giornalista Francesca Mannocchi, un libro  importante che racconta un paese collassato e sfruttato con cui anche noi italiani dobbiamo fare i conti. Mi piacerebbe che molti più artisti seguissero un corso più umano dell’arte, una ricerca meno egoistica e ombelicale, ma è un sogno difficilmente avverabile.

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Immagine di copertina e vignette di Gianluca Costantini.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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