Scimmie (Antonella Sinopoli)

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Razzismo. Fatto di materia, carne, pensiero, azioni. Opinioni.

Razzismo. Fatto di linguaggio, colori e sfumature. Espropriazioni.

 

Non conta, no non conta, dicono, il colore della pelle. Qualcuno, però, ci chiama scimmia. Che poi molti di noi le scimmie non le hanno mai viste. Pensate un po’ cosa hanno fatto all’Africa. Cosa abbiamo fatto.

 

Voi sì che le avete viste, voi avete gli zoo, e avete noi, le scimmie.

Noi partiamo ma raccontiamo poco. Non sempre abbiamo voglia di parlare. Voi viaggiate e cosa vedete, se poi non sapete raccontare? Neanche da dove veniamo sapete raccontare.

 

Dite “nero”, dite “di colore”. Dite africano, una volta! Dite africana! E assegnateci una nazionalità, se vi pare. E non si dice “di nazionalità africana” come ho letto sui vostri giornali. L’Africa non è una nazione. L’Africa non è un Paese. L’Africa è una storia, la nostra storia. Tante storie. Milioni di storie. Ed è anche la vostra, se vi pare.

 

Razzismo. Che fardello. Sapete quanto pesa? Parole pesanti, gesti gravi, occhiate che disprezzano. E voi pensate che noi non sappiamo cosa sia il disprezzo? Uomo bianco è l’altra faccia di uomo nero, la medaglia è la stessa. Ma io sono un uomo, e basta. E sono africano.

One Africa, One love. Falso. Non siamo uniti come aspirava Nkrumah. No, non lo siamo. Per questo continuate a dominarci con il neocolonialismo. Del resto avete gioco facile. Capitalismo, consumismo, libero mercato, sfruttamento, potere, soldi. Il modello occidentale ha vinto. Dopotutto sembra che piaccia anche dalle nostre parti. Piace soprattutto a chi ci ha svenduto, a chi pensa che bianco sia bello e giusto. Sempre.”If it’s white it’s right

 

Razzismo. Tu ne sei immune? Pensi di esserne immune? Dichiari: io no! Falso, nessuno lo è, nessuno è immune. Tutti siamo malati, tutti siamo pronti ad ammalarci. Non vergogniamoci, vergognarsi è peggio; nasconderlo è peggio; difenderci dalle accuse è peggio.

 

Lo specchio parla più delle parole, lo specchio che osserva dentro e ci riflette poi fuori. Oh sì, è facile mentire, è facile convincersi della propria limpidezza, ma siamo certi? Siamo certi?

 

Ci sono mille ragioni per provare antipatia, odio, rancore, diffidenza. E le ragioni, purtroppo, sono dentro. Intime, profonde, radicate. Nascoste.

Occorre sforzo, occorre costanza, occorre pazienza. E occorre volontà, per riconoscere gli spazi nascosti che ospitano le nostre forme di razzismo. Contro chi non ci piace, contro chi non capiamo, contro chi ci provoca disturbo, contro chi sembra metterci in pericolo. Contro chi… non sappiamo.

 

Il razzismo è nella carne logorata e vecchia che ci sostiene. Uomini, donne, bambini. Logori di pregiudizi, ignoranza e paura. Paura di viaggiare, paura di sapere, paura di conoscere. Mancanza di volontà, mancanza di piacere, mancanza di desiderio.

Desiderio di viaggiare, di sapere, di conoscere. Bisogna provare gioia per la vita per provare interesse e passione per gli altri. Meno gioia vuol dire meno vita, meno passione, meno desiderio. E poi tempo. Tempo per capire, studiare, conoscere e riconoscersi. Riconoscersi come esseri umani. Al di là di tutto.

 

Razzismo è onda funesta che ci sovrasta e si ritira, ci sovrasta e si ritira e noi oggetto trascinato su e giù nel flusso e riflusso.

 

Per amare bisogna essere liberi. Per apprezzare bisogna essere liberi. Per riconoscere la bellezza e il valore in un altro – qualunque faccia abbia – bisogna essere liberi.

 

Ecco, sei libero tu? Sono libera io? Siamo liberi?

 

Se la diversità non fosse normale allora non esisterebbe. Noi tutti non esisteremmo. E non esisterebbe null’altro che il piccolo condominio dove ci sentiamo al sicuro.

 

Anche noi, sapete, siamo razzisti. Vi guardiamo con invidia, con odio e fastidio a volte. Pensate non abbiamo anche noi voglia di riscatto? Pensate nessuno di noi sappia cosa ci avete fatto? Pensate nessuno di noi sappia quello che continuate a farci. Con il nostro consenso, spesso. Dovremmo ammetterlo. Dovremmo porvi rimedio.

 

Sì, siamo razzisti anche noi. Ma non vi uccidiamo, e proviamo a non guardarvi male, a non accusarvi. A non insultarvi. E non chiudiamo le nostre frontiere. Siete liberi di andare e tornare. Venire e restare. Noi no. Siamo carne, carne come voi, nera però. E senza passaporto valido.

 

Ma vorremmo essere come voi, avere i vostri diritti, i vostri privilegi, le vostre opportunità. Ecco perché rischiamo la vita, cosa credete? Voi lo fareste? Ditemi, voi lo fareste?

Lasciare tutto e tutti, abbandonare ciò che avete e ciò che non avete ancora per avventurarvi nel buio di una notte che non si sa se diverrà mai giorno. Voi lo fareste? Andreste per villaggi, dune di sabbia e città sconosciute per finire in una prigione straniera, senza certezza di attraversare quel mare che, senza certezza, vi porterà in Europa? Ditemi, voi lo fareste?

 

Non siete che angoli di mondo fortunato, angoli di mondo gestiti all’ombra delle nostre ricchezze, angoli di mondo dove trova spazio la rabbia per noi che comunque esistiamo e continuiamo a sfidare il Mediterraneo.

 

E allora non ci volete. Non ci volete anche se siamo sufficientemente forti e valorosi da attraversare deserti, da farci violentare e picchiare, da arrivare sani e salvi. Qualche volta.

 

Ecco perché ci odiate.

Perché continueremo ad essere forti e a non usare la forza contro di voi. Continueremo a partire anche senza bagagli e documenti. Continueremo a sopravvivere, nonostante tutto. Continueremo a lottare anche se non ci volete. Continueremo ad essere furbi, resilienti, cocciuti, belli o anche brutti.

E neri. Sicuramente e meravigliosamente neri.

 

di Antonella Sinopoli, inedito, per gentile concessione dell’autrice

 

Antonella Sinopoli, giornalista, blogger, videomaker, è cofondatrice e direttrice responsabile di Voci Globali. Scrive soprattutto di Africa, diritti umani, questioni sociali, giornalismo e comunicazione. Da tempo tiene corsi, workshop e seminari sui pregiudizi che riguardano il continente africano, sull’informazione sull’Africa e dall’Africa e sui modelli comunicativi dei media occidentali. Segue progetti di sviluppo nei villaggi del Ghana per la Charity Ashanti Development per la quale cura anche la comunicazione. È stata per anni redattore dell’Adnkronos. Ha scritto – tra gli altri – per Peacereporter, L’Indro, Futuro Quotidiano e La Voce di New York. Vive tra l’Italia e il Ghana. Scrive anche per Africa Rivista.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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