Sam Cornish: dalla schiavitù all’apocalisse, intervista di Walter Valeri e 5 poesie tradotte da E. Dolcini e W. Valeri

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Sam Cornish è un poeta non legato a generi e mode letterarie. Per anni in ombra è rimasto appartato, benché i giovani bianchi e neri della poesia underground lo leggessero assiduamente. Citato nelle antologie dei poeti Afro-americani come quella di LeRoi Jones e Larry Neal Black fire: An Anthology of Afro-American Writing (1968) o nella più recente e canonica The Concise Oxford companion to African American Literature ( 2001) è sempre stato non abbastanza nero per  i bianchi e troppo bianco per i neri. Poi improvvisamente la notorietà, quando un comitato  di scrittori ha deciso che lui sarebbe stato il primo Poeta Laureato della città di Boston, nel 2008. Quello che distingue la sua poesia è l’uso singolare della memoria associata agli idiomi ed espressioni che attingono al grande serbatoio della cultura popolare, non solo Afro-americana. Fra i suoi libri più conosciuti vanno menzionati In this Corner(1964), Winters(1968), Generations(1971), Streets (1973), Sam’s World(1978), Folks Like Me(1993), Cross a Parted Sea(1996) e un libro molto bello di versi e prosa poetica che ha per titolo 1935 A memoir (1990). Dove la parola memoirtorna al suo significato più autentico, che affonda le radici nell’ antico persiano mer-mere indica ciò che ci rende ancora ansiosi. Da cui si deduce chiaramente che Sam Cornish sa bene che la memoria, specie pr quanto riguarda quella collettiva,  serve anche per dimenticare. Per questo nei suoi versi tiene in costante equilibrio rabbia e perdono. Sentimenti che, con tocco tenero o sardonico, applica ad argomenti come: la povertà, il razzismo, l’abuso sessuale, il linciaggio, o la violenza di strada, senza mai privarle di drammaticià e una reale comprensibilità; senza quegli eccessi d’enfasi retorica che servono al potere per  dilatare emotivamente la storia ed edulcorarne la visione. Ultimo libro pubblicato: un’antologia personale An Apron Full of Beans (CavanKerry Press 2008) stampata in occasione del riconoscimento; chiara testimonianza di una poetica maturata negli anni, trasversale ai generi e stili diversi. Un libro che come l’edera si arrampica con vigore sui manuali di storia per ricordarci quei milioni di Afro-americani che hanno pagato con sofferenze smisurate il progredire e sviluppo della civiltà industriale e dei consumi; ora ad una svolta culturale ed esistenziale apocalittica non meno ingiusta e crudele, che vorrebbe ‘liberarli’ ammutolendo il loro passato.

 

Quando ha iniziato a scrivere poesia seriamente?

 

Verso la fine del 1950, con il movimento Beat. Sull’onda delle mille riviste ciclostilate prodotte da giovani autori bianchi, e  successivamente neri, sotto il nome di Black Arts Movement. Tanti si definivano parte  dell’esperienza Beat e contemporaneamente saccheggiavano la ginnastica verbale innovativa di e.e. cummings.  Va comunque sottolineata l’importanza delle edizioni ciclostilate di quel periodo. Erano centinaia di fascicoli che venivano auto-prodotti, distribuiti e lasciati nelle librerie, nei negozi, nelle bancarelle dei lustrascarpe. Nessuno doveva pagare per averle, come per le  edizioni commerciali. C’era grande vitalità e un’inarrestabile circolazione di idée. Ricordo che erano pochi fogli ciclostilati, messi assieme a mano, graffettati in formato  A4, con il nome di Camels Comingo Ole.

 

Che impatto ha avuto in lei, come persona e come poeta, vivere in una società segregata?

 

La mia era una vita  fuori dal comune. Ero un topo di biblioteca. Un avido lettore di giornali, di fumetti e, sin da giovane, amavo i libri di fiabe per bambini. Quelle sono state le mie prime fonti scritte. Erano i tempi in cui Booker T. Washington, un famoso educatore Negro del XIX secolo, aveva grande influenza sulle famiglie nere. A quel tempo l’unico modo per lasciare il ghetto era avere un’educazione. Per molti di noi significava semplicemente leggere. Il che vuol dire che ho sempre avuto un grande rispetto per le parole stampate. Lo dimostravo leggendo di tutto: tutto quello che potevo trovare sugli scaffali di casa, nelle mensole dei negozi e, naturalmente, nella biblioteca di quartiere. C’è un episodio che mi diverte ricordare; quando mio fratello ha rubato un intero scatolone di libri dal fondo di un camion e mi ha quasi obbligato a leggere tutta la refurtiva. In quei giorni gli editori di libri economici avevano iniziato a stampare i classici della letteratura mondiale. Per cui chiunque poteva farsi uno scaffale con i testi di Omero, Conrad, Dostoevskij, Melville e Hawthorne. Spesso erano stampati con copertine fosche o accattivanti che rimandavano a storie d’avventure o racconti proibiti dai contenuti poco cristiani. Ho ricordi vividi di quando leggevo Alfred North Whitehead e John Dewey, senza capire sino in fondo quanto fossero complicati. Faticavo su ogni parola, come chi ascolta un concerto di musica moderna, dissonante. Poi, vivere in una comunità segregata significava che quelli che avevano avuto successo – insegnanti, avvocati, dottori e politici – spesso abitavano nella porta accanto della povera gente. Il vantaggio consisteva nel fatto che si percepiva uno standard alto per l’educazione e l’intelligenza. Nasceva a volte una competizione per raggiungere degli obbiettivi reali, visibili, che andavano oltre la propria esperienza. Ma, allo stesso tempo, significava anche che non potevi comprare nei negozi e nelle librerie del centro. Di questo me ne sono accorto pienamente solo verso i dieci anni. L’impatto del razzismo nella città di Baltimore e nella mia vita è stato, in qualche modo, sottile. Essendo il più piccolo ero molto attaccato a mia nonna e  mia zia. Ascoltavo con loro la radio e andavamo al cinema assieme. Ho imparato ad apprendere molto del mondo attraverso la lettura; così quando ho cominciato a frequentare la parte Bianca della città ero piuttosto sprovveduto e naïve. Non sapevo cosa mi sarebbe potuto succedere per il semplice fatto di essere un nero che se ne va in giro per la strada. Ricordo che frequentavo le librerie e biblioteche come se facessi parte integrante di quel mondo. Forse le cose per me non erano poi così cattive come uno può immaginare. In quel periodo ho speso gran parte della vita dove molti dei miei simili e coetanei non andavano.

 

Ha scritto 1935: A Memoir, un libro in versi e prosa poetica molto bello. Si parla dei ricordi di un uomo di colore durante la Depressione degli anni ’30 e la seconda Guerra Mondiale. Per quale ragione passa da un genere all’altro?

 

Io sono un grande ammiratore del teatro musicale e ovviamente di Bertolt Brecht. Nel suo teatro si va spesso dal dialogo alla musica. Cito Brecht perché è l’esempio più sofisticato e politico di questo genere di teatro. Se si legge attentamente 1935, la prosa ha un importante fluire ritmico. Allo stesso tempo la poesia ha la semplicità diretta e tipica della prosa. Mi piace pensare a 1935 come a una memoria creativa e dinamica; un modo di raccontare che sfoci e si realizzi pienamente in una sorta di performance. Questa è l’origine e il segreto del blues. Il blues non è altro che una performance della voce.

 

Pensa a sé stesso come a un poeta Americano, un poeta Afro-Americano o a un poeta nel mondo?

 

In tutti e tre i modi. In quanto poeta Americano sono profondamente influenzato dalla storia della cultura Americana. La uso come gli scrittori che fanno parte della tradizione europea  occidentale. Poi sono un uomo Afro-americano e un poeta Afro-Americano, perché  quello è il mio retaggio di riferimento. Desiderando essere autentico, lo uso. Ma lo uso nel senso che Richard Wright, in quanto scrittore Afro-Americano, usava Delitto e Castigo;cioè come un’interpretazione della propria esperienza esistenziale. Ricordo che quando ho letto le mie poesie in Italia, mi sono sentito di presentarle al pubblico dicendo semplicemente che quelle poesie parlavano di famiglie, fatte di uomini e donne, che si relazionano in un contesto domestico e sociale. E non ho aggiunto altro. Non sono un poeta Afro-americano che scrive  per un pubblico Afro-americano. In questo senso penso a me stesso come parte di una tradizione poetica universale.

 

Lei  cita spesso l’influenza di scrittori francesi, italiani e russi – poeti, narratori e cineasti. Potrebbe chiarire meglio?

 

Quando ho letto Delitto e Castigo per la prima volta avevo circa 18 anni. Lavoravo come portiere notturno in un condominio. L’esperienza del protagonista in quel romanzo a me sembrava del tutto simile a quella di Bigger Thomas in Native Son di Richard Wright. La scoperta di sè, attraverso un atto di violenza. Poi la redenzione che passa attraverso la presa di coscienza; nel momento stesso che lui capisce qual è il suo posto nel mondo. Accetta la sua condizione. Voglio dire che Dostoevskij, Simenon e Moravia, e tanti altri,  hanno modificato sostanzialmente il mio modo di sentire la vita; oltre che sviluppare le mie capacità di scrittore. I poeti hanno bisogno di leggere della buona prosa; anche per capire cosa significhi essere qualcosa di più che se stessi.

Il poeta ha un dovere nei confronti del linguaggio, ma il narratore ha un preciso dovere verso la verità. Silone e Moravia mi hanno influenzato in molti modi. Moravia mi ha fatto capire e apprezzare Omero, nel modo in cui solo un critico scaltro e sofisticato sa fare; così come Simenon è maestro nel farci capire come funzionano i sottili meccanismi che operano nella realtà.

 

E l’opera di Ignazio Silone?

 

Beh, grazie a Silone ho inteso meglio l’opera di John Steinbeck e altri scrittori epici americani di quel periodo. È come se tutti loro fossero stati toccati dalle stesse esperienze. Pur in società diverse hanno finito con lo scrivere romanzi in grado di dialogare a distanza. Sono testimoni di esperienze politiche, economiche e culturali molto simili fra di loro.

 

C’è qualche regista del cinema italiano che le piace particolarmente?

 

Per i film penso a Sergio Leone, un regista che è stato capace di inventare un genere completamente nuovo. Per noi americani i film western di Sergio Leone, sono molto importanti. Con la sua epica, è stato in grado di destrutturare i miti seminali che hanno alimentato la nostra infanzia. Bisogna essere americani per capirlo sino in fondo, per capire esattamente di cosa parla C’era una volta il west; dove si mischiano i film western di Hollywood con lo stile narrativo del cinema giapponese ed europeo; anche grazie  alla musica straordinaria di Ennio Morrricone. Mi piace anche pensare che Morricone, a sua volta, sia stato influenzato da Dimitri Tionikin, essendo entrambi europei. Poi, naturalmente, ci sono anche Fellini e Antonioni, due registi e maestri del linguaggio cinematografico che non hanno niente in commune fra loro. Certamente De Sica, che è quello che sento più vicino a me per il suo impegno sociale, come in Ladri di biciclette. Un film importantissimo per la cinematografia Americana. Ancora oggi fa scuola e ispira l’ultima generazione dei nostri cineasti neo-realisti. Basta pensare a Man push cart (2008) ambientato nella New York di oggi, di Ramin Baharani, un giovane regista americano di origine iraniana di grande talento .

 

C’è un poeta o uno scrittore che lei preferisce in particolare?

 

Nel corso della vita ho avuto molti autori ‘preferiti’. In questo momento direi Omero, perché la sua scrittura equivale a una bibbia laica. Quando si legge l’Iliadeo l’Odissea è come se si leggessero i grandi libri della storia della letteratura in due soli volumi. Nell’Odissea, per esempio, Omero ci fornisce sia la difesa che la critica del fenomeno della Guerra. Ci fa capire cosa sia la Guerra. Ce ne mostra le conseguenze fisiche e psicologiche riassunte nella vita dei soldati, le stesse di sempre. E poi per quei suoi ritratti multidimensionali delle donne, spesso vittime, in una società dove non erano certamente viste come ‘eguali’.

 

Recentemente è venuto in Italia. Ha letto i suoi versi al Porto dei Poeti di Cesenatico. Come ricorda questa esperienza?

 

In verità è stato il mio primo viaggio in Europa. Ed anche la prima volta che ho letto di fronte ad un pubblico che parla un’altra lingua. È stato bello e importante, da un punto di vista personale. Mi ha fatto riflettere anche sui contenuti e l’importanza della letteratura.  È importante per un autore vedere gli effetti sul pubblico della propria opera, mentre viene tradotta. È come veder nascere un altro sè stesso, a volte insospettato. In Italia ho sperimentato una nuova combinazione fra il linguaggio del corpo e della mia voce. Il fatto che i miei versi fossero in inglese, diveniva secondario. Questo perché il traduttore era alle prese con un lavoro estremamente complesso e sofisticato: cercava ti comunicare gli aspetti universali contenuti nei miei versi. È stato commovente ricevere i complimenti di un pubblico che parla un’altra lingua. Un pubblico che riusciva non solo a comprendere il mio lavoro, ma a coglierne certi aspetti che lo stesso pubblico americano non aveva inteso, malgrado l’identità linguistica. Credo fermamente nella funzione della traduzione, perché la traduzione apre nuovi accessi all’opera, mette assieme la gente. Allarga la dimensione della coscienza sociale. Vorrei tornare in Italia. Poi mi farebbe piacere se qualche editore si interessasse ai miei versi.

 

Come spiega il suo amore per la fotografia, le foto che ogni tanto espone?

 

Sono scatti estemporanei, fatti nella tradizione dei fotografi realisti come Lange e Evans. Io sono un fotografo dilettante, da molti anni. All’inizio volevo documentare  la vita del bambino Negro. Oggi nessuno usa più questa parola, ma non si può abolire la storia con un parola. Volevo mostrare la fisicità e i luoghi  in cui ho vissuto, che in quei tempi formavano due o tre Americhe separate, pur essendo all’interno della stessa nazione. Volevo preservare l’immagine del mondo com’ era. Per questo mi sono inginocchiato sui marciapiedi, ho scalato il Shaw Monument; per guardare attraverso l’obbiettivo le zampe dei cavalli,  i piedi dei soldati di colore che si dirigono verso Sud per difendere i loro fratelli e fare la Storia. Sono stato immobile in piedi agli angoli delle strade per ore, aspettando che la vita degli altri si fermasse per me. Oggi lo faccio con una piccola fotocamera digitale. È molto più facile: sono i giorni e le notti, oppure i miei pomeriggi a Boston e a Cambridge che emergono. Sono luoghi che cambiano in continuazione. Spetta a noi chiederci le ragioni del loro cambiamento. Condividerlo oppure no. È un mondo che fugge  e non si ferma mai, a meno che non lo si fermi noi.

 

 

SAM CORNISH: CINQUE POESIE

Traduzione di Elena Dolcini e Walter Valeri

 

LE FOTO DI MIA MADRE

Le foto di mia madre

Non mi somigliano affatto

 

Sono i miei antenati

Con un grembiule

 

Pieno di fagioli e la bocca

Sul punto di dire qualcosa

 

Sto ancora aspettando

Di udire le loro voci

 

PICTURES OF MY MOTHER

The pictures of my mother

Never look like me

 

They  are my ancestors

With an apron

 

Full of beans a mouth

Ready to speak

 

I am still waiting

To hear their voices

 

DAL SIG. SANDERS IL BARBIERE

A mia madre a cui devo il primo taglio
di capelli dal Sig. Sander

 

Siediti  raccontaci una storia questo sabato mattina

ora che la settimana è quasi finita mastica un po’

di tabacco accenditi una Camel dà una bella tirata

sulla sedia del Signor Sander il barbiere

(è quasi tua, dato che paghi e lasci  la mancia)

fatti fare quel taglio speciale  metti il tuo sederino

sulla sedia del Signor Sander che lui col suo tocco particolare

(chiedi alle donne) sa sistemare

i capelli crespi poi con un colpo di spazzola

li fa planare sul pavimento il Signor Sander racconta storie

di lavoro duro questa settimana e ti sconvolge

con quelle mani che sembrano rocce mentre stringono la scopa

e tu col tuo cappellino rosso stanco d’aspettare il treno

in piedi con in mano le borse e i vestiti eleganti

giovanotto dice il Sig. Sander “Conosco

tua mamma so che lavori duro

siediti raccontami la tua storia”

 

IN MR. SANDERS’ BARBERSHOP

For my mother, who got my first
haircut at Mr. Sanders’

 

Sit down  tell us a story  this Saturday morning

now  the week’s almost done chew some

Tobacco light a Camel take  a deep smoke

In Mr. Sanders’ barber chair

(you almost own it payin’ and tippin’)

Getting’ that hair cut that’s right put your behind

Here in Mr. Sanders’ chair him with the gentle touch

(ask the women) he makes your nappy

Hair lay down straight go through the comb

Drift to the floor Mr. Sanders tell stories

Of hard work  this week  done you out

Those hands are rock hard  grippin’ that broom

You with the red cap on  so tired of standin’

At the train liftin’ bags or fine clothing

Young man says Mr. Sanders “I know

Your mamma and you  workin’ so hard

Sit down tell me your story”

 

 

MIO PADRE SE L’È SVIGNATA

 

Mio padre mi porta

In regalo

Del melone

E mais

Abbrustolito

Mio padre  se l’è svignata

Di nascosto

Verso Nord

Mio nonno

Ha dato

A suo figlio

Una manciata

Di Mais

Abbrustolito

E gli ha detto

D’andarsene

Che non

Per molto

Se la sarebbe cavata

Qui

 

Mio nonno

Pregava

Gli Dei

Che vivono

In Africa

Pregò Dio

E

Suo figlio

Perché mio padre

Se la svignasse

 

Mio padre

Cantava

Canzoni

Da schiavi

Di amici

E famiglie

Mio padre

Non canta

Più

Mio padre

Se l’è svignata.

 

 

MY FATHER STOLE AWAY

 

My father brings me

Gifts

Of melon

Parched

Corn

My father stole away

Stole

Away north

My grandfather

Gave

His son

A handful

Of

Parched

Corn

Told

Him

To steal

Away

He ain’t

Got long

To stay

Here

 

My grandfather

Prayed

To gods

Living

In Africa

To God

And

His son

To let my father

Steal

Away

 

My father

Sang

The songs

Of slaves

Of friends

And families

My father

Sings

No more

My father

Stole away

 

 

 

DONNA VESTITA DI ROSSO

 

Vestita di rosso una donna

 

Piegata in ginocchio lava

Un pavimento vecchio di cent’anni

 

Da forma alla vita

Dei suoi piccoli  lei crede

 

Di essere una donna libera

Un luogo buio nei boschi

 

Dove il Nord filtra fra gli alberi

Si chiede se la vita sia la storia

 

Se può perdere i suoi bambini

Se leggere sia un delitto

 

Non chiede di essere compatita

C’è da dare lo straccio

 

Non si lava i denti

Li strofina con fili di paglia

 

Si muove in ginocchio

Guarda il soffitto nell’acqua

 

 

Riflessa nell’acqua

Tutta la sua vita

 

Dura come il pavimento

Che lava

 

L’acqua è nelle sue mani

L’acqua è fra le sue gambe

 

Il corpo un sacco di muscoli

Le mani scure d’ acqua sporca

 

Si chiede dei suoi figli

Il numero dei figli

 

Se potesse contare oltre le dita

Che ha il suo corpo

 

Le parole da dire

Se sapesse leggere

 

Raccoglie l’acqua

Come suoni nella testa

 

Si inginocchia

Come una schiava

 

In chiesa

Come una schiava è pronta

 

A danzare

Di fronte a quella grande casa

 

Si finge  calma

Mentre trita il vetro

 

E piscia

Di sera

 

Macina

 

 

WOMAN IN A RED DRESS

In a red dress a woman

 

On her knees washes

A floor one hundred years ago

 

She is shaping the life

Of her children   she thinks

 

As a woman  of freedom

A dark place in the woods

 

Where the North enters the trees

She wonders if her life is history

 

A woman losing her children

If reading is a crime

 

She does not ask for pity

There is a damp rag on the floor

 

Does not brush her teeth

She picks them with straw or sticks

 

She moves on her knees

Watch the ceiling in the water

 

Reflected in the water

Everything in her life

 

Is hard like the floor

She washes

 

The water is in her hands

The water is between her legs

 

Her body is like a sack of muscle

Her hands are dark with water

 

She wonders about her children

How many children

 

If she could count past her fingers

About her body

 

The words she would find

If she could read

 

She gathers water

Like sounds in her head

 

She kneels

Like a slave

 

In church

Like a slave preparing

 

To dance

In front of the big house

 

She pretends to be quiet

She is grinding glass

 

Pissing

In the evening

 

Meal

 

  

1976

 

alcuni di noi andranno

in Africa

alla Mecca

nel terzo mondo

nelle cantine illuminate

con un libriccino rosso

e strane donne bianche

col bacomat

alcuni di noi daranno

qualche centesimo

alla chiesa

nella speranza di comprare

piccoli pezzi di Dio

altri uccideranno le donne

che hanno sposato gli uomini

di Dio alcuni di noi

uccideranno

il verbo

 

1976

some of us will go

to Africa

to Mecca

to the third world

to basements with wire

and the little red book

strange white women

with credit cards

 

some of us will give

our nickels and dimes

to the church

buy we hope small

pieces of God

others will kill the women

who marry the men

of God some of us

will kill

the word

 

 

SamCornish_2Sam Cornish è nato a Baltimore il 22 dicembre del 1935 e morto a Boston nel 2018.  Citato nelle varie antologie dei poeti Afro-americani importanti, come quella di LeRoi Jones e Larry Neal Black fire: An Anthology of Afro-American Writing (1968) o nella più recente e canonica The Concise Oxford companion to African American Literature ( 2001) da molti viene considerato non abbastanza nero per  i bianchi o troppo bianco per i neri. È  stato nominato Poeta Laureato della città di Boston, nel 2008. Ciò che caratterizza la sua poesia è l’uso singolare di idiomi ed espressioni che attingono al grande serbatoio della cultura popolare, non solo Afro-americana. Fra i  libri più conosciuti In this Corner(1964), Winters(1968), Generations(1971), Streets (1973), Sam’s World(1978), Folks Like Me(1993), Cross a Parted Sea(1996) e un libro molto bello di versi e prosa poetica che ha per titolo 1935 A memoir (1990). Coi suoi versi tiene in costante equilibrio rabbia e perdono. Con tocco tenero, asciutto, a volte sardonico, è la testimonianza di un poeta autentico che parla  della povertà, del razzismo, l’abuso sessuale, il linciaggio o la violenza di strada, senza eccessi d’enfasi retorica. Ultimo libro pubblicato un’antologia personaleAn Apron Full of Beans( Cavan Kerry Press 2008) maturata negli anni, trasversale a generi e stili diversi.  È il primo Laureate poetdella città di Boston.

 

Immagine in evidenza: foto di Mario Bellizzi.

 

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri, MFA, MAXT/ART Institute at Harvard University in drammaturgia. Ha fondato nel 1973 a Cesenatico la rivista Sul Porto, del fare cultura in provincia. È stato assistente personale di Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Nel 1981 con Canzone dell’amante infelice (Guanda) ha vinto il premio internazionale di poesia Mondello. Nel 1985 a Londra ha fondato e diretto la rivista indipendente Il Taccuino di Cary. Nel 1990 ha pubblicato Ora settima (Corpo 10) con la presentazione di Maurizio Cucchi. Ha scritto vari saggi fra cui Franca Rame: a woman on stage (Perdue University Press,1999), An Actor’s Theatre (Southern Illinois University Press 2000), Donna de Paradiso (Editoria & Spettacolo 2006), Dario Fo’s Theatre: The Role of Humor in Learning Italian Language and Culture (Yale University Press, 2008). Ha fondato e diretto dal 2000 al 2007 il Cantiere Internazionale Teatro Giovani realizzato dalla Città di Forlì e Università di Bologna. Nel 2005 ha pubblicato l’antologia di versi Deliri Fragili (BESA). Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro, tra cui RequiemTedesca di James Fenton, Carlino di Stuart Hood, Adramelech di Valére Novarina, I Ciechi di Maurice Maeterlinck, Knepp e Krinski di Jorge Goldemberg, Nessuno Muore di Venerdì di Robert Brustein. Nel 2006 ha fondato il Festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti. Ultimi versi pubblicati Visioni in Punto di Morte (Nuovi Argomenti, 54, 2011), Another Ocean (Sparrow Press, 2012), Ora settima (seconda edizione, Il Ponte Vecchio, 2014), Biting The Sun (Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015; Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2017); Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2018)., Collabora alla rivista Teatri delle diversità e Sipario. È membro della direzione del The Poets’ Theatre di Cambridge.

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