Salento. Corpo, voci e poesia dal Presidio NoTAP

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In questo articolo riportiamo alcune delle voci di chi è sul campo e sostiene il comitato NoTAP nel Salento. Si tratta di testimonianze di giovani che con la loro presenza fisica, le loro produzioni artistiche e il dialogo cercano di fare resistenza al neoliberalismo in Italia, imperante con megaprogetti come quello pugliese. Seppure in un contesto durissimo, queste voci cercano di ricreare una comunità basata su una visione comune e demercificata di luoghi di cui non si può cancellare la storia in qualche secondo, con una ruspa.

NELL’ARENA

Testimonianza di Stefania Tundo

 

Protestare contro una decisione del proprio Stato è l’esercizio estremo della cittadinanza. Educazione civica, disobbedienza civile, diritti e doveri costituzionali, problema etico, morale sociale. Nessuno tra questi concetti individualmente e tutti insieme esauriscono la pratica esemplare e l’atto profondamente creativo del dire NO ad un Governo che impone una decisione considerata ingiusta.

È faticoso credere che i piccoli mezzi della gente possano mettersi di traverso ai grandi mezzi dello Stato, gli stessi che da una parte impongono una grande opera infrastrutturale definendola strategica, ossia per il bene della collettività, e dall’altro danneggiano la collettività, un intero popolo, attraverso quella stessa opera.

È quanto sta accadendo tra l’attuale Governo italiano (di sinistra?) schierato contro il popolo salentino, e la comunità che mi piace definire “allargata” di Melendugno il cui cuore pulsante oggi batte certamente nella baia paradisiaca di San Basilio, prateria di Posidonie, luogo degli effluvi inconfondibili di una macchia mediterranea compatta, folta e odorosa. E del vento.

In questa dimensione unica spazio-tempo, il consorzio TAP (Trans Adriatic Pipeline), una macchina per fare soldi, coinvolto in incredibili scandali internazionali, e poi il Governo italiano asservito a TAP, allucinato dalle promesse di risparmio e facile business, con l’avallo Europeo, vogliono far sbucare un gasdotto che emergendo da uno dei più bei mari del bacino mediterraneo (centro nevralgico di antiche rotte commerciali, differenti etnie, antiche culture intrise di spiritualità, fascino e sapienze), dovrebbe determinare l’eradicazione possente di una porzione della Terra degli Ulivi, desertificando un intero corridoio di preziosa terra dedita all’olivicoltura, ad una gastronomia genuina e pluripremiata, alle bellezze archeologiche, all’accoglienza turistica, tutto di tradizione millenaria. Un tunnel della morte da Melendugno a Mesagne, città a 60 km dalla spiaggia di approdo, dove il gasdotto confluirà nel condotto nazionale destinato a raggiungere il centro e nord Europa.

Non solo.

Sempre nella graziosissima Melendugno, impattando una popolazione di circa 20.000 abitanti appartenenti a quattro centri urbani limitrofi differenti (parliamo di Grecìa Salentina), secondo i folli piani di questi commercianti, tecnici e burocrati senza scrupolo, verrà costruita una centrale di 12 ettari per depressurizzare, monitorare e gestire il flusso del gas emerso dal nostro mare, mediante strutture elefantiache e sofisticati marchingegni, per la tenuta dei quali, così come per l’alto rischio connesso al loro funzionamento, non è precisato nulla all’interno della proposta-progetto del consorzio TAP depositata presso la Regione.

Un Comitato NOTAP di volontari puri, (giovani animati di quel sacro fuoco spirituale, liquidati con termine riduttivo di “ribelli”), da 10 anni su entrambi i fronti, legale e pratico, tentano di fermare lo scempio.

Dal fronteggiamento giocato attraverso le carte e i tavoli di discussione, all’improvviso si è dovuto scendere in campo.

Nell’arena.

Nel mese di aprile TAP decide infatti di espiantare circa 200 alberi di ulivi secolari in corrispondenza dell’area destinata al pozzo di spinta (il punto di emersione del tunnel).

A quel punto accade un miracolo. Il popolo, non più solo il Comitato, si solleva. E si mette in cammino con passo ostinato per quelle campagne bellissime, le cui stradine vengono bloccate dalle forze dell’ordine nel tentativo di comprimere il diritto costituzionale a manifestare. Il pretesto: l’ordine pubblico. Senza che si fossero mai registrati episodi di rabbia o violenza.

Tutti, e ripeto tutti, eravamo decisi a sostenere la lotta viva dei ragazzi del Presidio che da 20 giorni dormivano in tende piantate davanti al cantiere TAP, in un terreno gratuitamente concesso da due cittadini di Melendugno contrari al gasdotto. Cosa muove questo commovente “esodo”?

Questa inaspettata Primavera Salentina.

“Chi” muove questo Esodo?

Il dispiego folle, 300-400 unità al giorno, inviate dalla Prefettura di Lecce nelle uniformi antisommossa di carabinieri, polizia e guardia di finanza, per scortare, proteggere, difendere TAP durante i lavori di sventramento del territorio.

Dopo giorni di RESISTENZA i lavori vengono sospesi, ma TAP si dice pronta a ricominciare dopo la stagione turistica. Tuttora la RESISTENZA continua in tutte le forme NONVIOLENTE tra cui lo sciopero della fame e voglio ricordare a tal proposito il Prof. Ippazio Antonio Luceri, il Dott. Giuseppe Serravezza, Anita Rossetti, Boris Tremolizzo, Silvia Starace e molti altri che stanno urlando NO TAP con tutta la Persona, in un’armonia unica di corpo e anima. Una RESISTENZA che ha calamitato letteralmente le più importanti testate giornalistiche e televisive nazionali ed estere. Una fiumana di giovani, anziani, studenti, madri con i loro bambini, dirigenti scolastici e insegnanti con le loro scuole (parlo di bambini delle elementari e medie) a piedi, in bici, affluivano pacifici verso San Basilio come trasportati dal calmo letto d’un fiume, come l’acqua dolce e potente che scava le rocce del nostro suolo carsico pronto a fendere ogni durezza in mille pori e mille possibilità.

Un sabato mattina questo fluido tsunami ha letteralmente invaso tutte le carreggiate di una strada statale.

I militari antisommossa, i camion che trasportavano gli ulivi recisi e imbragati destinati alla Masseria del Capitano, si sono dovuti FERMARE, inermi davanti a quest’onda anomala. Ricordo ancora quelli che arrivavano per ultimi e portavano da bere e da mangiare, rustici, calzoni, pasticciotti a chi era al sit-in da molte ore sotto il sole. I bambini cantavano in coro l’inno d’Italia seguiti dai docenti, e i militari tirando sospiri di sollievo si toglievano i caschi uno ad uno. Dalla Prefettura era giunto l’ordine di arrendersi. Arrendersi all’amore. Il popolo dell’Amore aveva vinto.

E l’Amore ancora vincerà. Non si lascerà trovare impreparato.

Quei manganelli, quegli scudi, quelle teste lucide e impenetrabili avevano annichilito la Bellezza dei papaveri e dei timidi fiori di campo o dei boccioli di pesco che con il tepore primaverile emergevano fra le zolle di terra e i sassi dei nostri muretti a secco.

Vi prego di informarvi consultando il blog e la pagina FB del Comitato NOTAP. Vi prego di leggere l’impresentabile proposta di TAP per la valutazione di impatto ambientale. Vi prego di diffondere.

Si evince che le ragioni addotte per la scelta del Salento come luogo di approdo sono un bluff. Il fattore determinante è stata l’idea storicamente consolidata che nel Salento la coscienza civica fosse assente o fosse presente in piccoli gruppetti giovanili intenti a scimmiottare i no global mitteleuropei, facilmente gestibili con la forza.

Ora è chiaro a tutti che non è così, che non ci siamo forgiati sulla mafia e sul potere, ma che il Salento è abitato da una generazione di innamorati folli della Bellezza. Una patria di indomiti poeti.

 

Stava nascendo qualcosa. Il comitato NoTAP

Testimonianza di Elisa Murrone


Quella prima mattina arrivai in ritardo, trovai per le campagne uomini e divise, elmetti, scudi, armi… C’erano anche donne, ragazzi, anziani. Io mi trovavo a metà tra le due fazioni ed osservavo. Non immaginavo le dinamiche che sarebbero accadute ma sentivo l’aria riscaldarsi. Il sole tiepido di marzo iniziava a sciogliere freddo e umidità, scaldava gli animi. Ascoltavo parlare di figli, di padri, di gente contadina, di mare ma ancora non riuscivo ad immaginare. L’aria si faceva tesa. Avevo la mia chitarra con me, decisi di allontanarmi.

Iniziavo a sentire urla, gesti veloci, gente che correva, qualcuno cadeva a terra e tutta la marea spingeva accompagnata da grossi mezzi pesanti, paurosi come carri armati, protetti, blindati. Macchine contro la gente. Non avevo capito nulla, ma sentivo tensione, malcontento, impotenza negli animi e nei corpi, bloccati tra muretti di pietre, reti di ferro e rovi di more. Gli sguardi saltavano da occhi ad occhi, mani, corpi, alberi, cieli. Si, gli stessi cieli infiniti dell’amata terra mia, amara, amata.

Ascoltai parole, idee, dialoghi. Osservai quel posto e la sua terra. Ascoltai uccelli, insetti, vento, foglie. Tutto mi diceva che qualcosa stava nascendo. Tornai l’indomani, con le idee più chiare ma ancora troppo ingenue per il resto. Ognuno portava il suo bagaglio di idee, qualcuno offriva generoso il suo talento, qualcun altro ha dovuto cercarlo, spinto dalla necessità di partecipare, condividere e nutrire se stesso e il gruppo. Stava nascendo qualcosa ma nessuno ancora lo sapeva e tra la confusione, la depressione, la repressione, il giudizio e la volontà, nessuno ci capiva niente di quel magma umano di vite ed emozioni.

Gli animi crescevano di momento in momento tra discussioni conviviali e strategie di gioco, di difesa, di attacco, ma soprattutto di resistenza. Stavamo per scrivere le ultime pagine della nostra storia, quella che ci aveva portati fin lì, pieni di buoni propositi e una miriade di talenti. Iniziava a partecipare gente da tutti i paesi, città, età e colore. Ma al mattino, quando il “buongiorno” risvegliava i cuori, la cosa più bella erano gli occhi che si riempivano di natura e del resto. Ogni sguardo conservava in sé una storia unica dai colori delle foglie, degli alberi, del cielo e del mare. Tutto era contenuto nei nostri occhi e quella che credevo una rarità, ho iniziato a coglierla nello sguardo di ognuno di noi. C’era luce. C’era scritta lì dentro la storia che stavamo vivendo e in ognuno di noi iniziava ad abitare l’energia, il sorriso e il calore dell’altro.

Era una magia. I telefoni hanno iniziato a perdere il potere che avevano su di noi, come i silenzi le parole erano connessioni vere, reali, vive. Così iniziavamo ad armonizzarci. Il secondo incontro fu più duro. Avevo capito che dovevo combattere, resistere e che potevo farcela. Quella notte non chiusi occhio, aspettando l’alba organizzavamo azioni e strategie, confrontavamo le idee imparando a parlare in codice per paura di essere ascoltati. C’era tensione, preoccupazione, adrenalina e tanti caffè notturni. Chi perlustrava la zona, chi in macchina, chi a piedi, chi continuava a presidiare, lì di fronte al cancello di entrata di quella grossa ferita tra gli ulivi. Tre zone recintate a dovere, con ferro e cemento, lì dentro alberi mutilati e fasciati da bende bianche. Solchi ai loro piedi, terra dura divisa, tagliata, da una lama sottile. Qualche giorno ad aspettare, centinaia di anni da raccontare, eppure lì impotenti e maestosi nella loro immobilità ingannevole. Ancora vivi dentro, antiche le loro braccia e gambe, forti e saldi i piedi, che a tirarli via non bastava un autocarro. Sudore e lacrime di gesti crudeli. Era quella la loro forza, sopravvivere, resistere.

E poi il tempo si alternava, tra notte e giorno, così come lo spazio mutava di tempo in tempo. La luce, l’aria, i colori, niente era immobile, neanche quello che a volte sembrava esserlo. Tutto si muoveva. Entrava in contrasto e poi in armonia tornava, ancora magia. Idee ed azioni iniziavano a fluire tra la polvere dei piedi e l’umidità del cielo, dentro di noi si incontravano e scontravano, tra vino ed altri vizi, virtù. Stavamo nutrendo il nostro vero essere.

Qual è la verità nascosta del movimento NoTap? La storia adesso la scriviamo noi…

Mi hanno strappato alle mie radici, alla mia terra che conoscevo da secoli

Non siate stupiti se l’acqua del mare un giorno mi verrà a trovare

Lì dove sarò, saranno onde e sarà mare…

I miei rami, come fantasmi inermi, ospiteranno chi ha ascoltato il mio pianto.

Non rimarrà gran cosa della vostra opera.

La terra che io sostenevo con i miei piedi si aprirà sotto il vostro cammino.

A cosa serviranno allora le vostre auto?

E non basteranno fuoristrada, barche e navi se non vi sarà terra su cui contare.

Solo l’amore allora conterà.

L’amore che avrete nutrito sarà àncora e approdo, solo lui vi potrà salvare

Mentre io, fedele alla mia terra vi starò a guardare.

 

#stoperadicazioni #notap

Poesie di Pippo Marzulli

 

In mezzo alleco

Prudente la serpe

va pei campi,

un sibilo impercettibile

al suo passaggio

e subito svanisce

senza lasciar traccia.

Chiassosa la cicala

cadenza il ritmo della campagna

nell’afa opprimente,

mentre la formica crumira

spazza il sottobosco

e già pensa all’inverno.

Attenta la civetta

veglia sui campi,

custode del sogno contadino

sfama la prole

con quel che ci atterrisce.

Dall’alto di un muretto a secco,

come basso rilievo

nel tutt’uno rigoglioso,

la lucertola si crogiola al sol leone

e ruggisce timidamente,

suo il dominio delle pietre

in una terra pietrosa.

Di api e farfalle

non ci rimane che l’ombra,

solo la falena

insiste attorno alla fiammella.

Malvagio l’uomo va pei campi,

con asce al posto delle braccia

e trivelle al posto delle gambe,

lasciando impronte di cemento,

scavando parchi naturali,

eradicando ulivi centenari,

prosciugando fiumi di fiumi,

distruggendo vite inermi,

generando il deserto.

A volte si traveste da guardia,

altre indossa giacca e cravatta,

non è vero che non capisce un tubo

perché pensa di continuo alla TAP.

 

Your tube

La mostruosità arrivò da lontano,

da molto lontano.

Portò con se

morte & devastazione,

fame & disperazione.

Approdò in un piccolo porticciolo

che da sempre vedeva atavici pescatori,

coi volti scolpiti dal sole,

le braccia rinforzate dalle onde

e il petto rinvigorito

dall’orgoglio settembrino,

ormeggiare con le reti gonfie

di mormore ammutolite dallo spavento.

La mostruosità elargì generosamente

pietre a chi chiedeva pane

e gas a chi chiedeva ossigeno.

Tv e giornali

esaltavano la grandiosità della mostruosità

nell’aberrazione di una realtà

che la vedeva avanzare inesorabile

riempiendo d’oro i forzieri

di chi con la forza cieca & bruta

detiene il potere.

La mostruosità

venne dal mare e sparì tra i monti

ma le pire funebri

accumulate lungo la sua corsa

bruciano ancora e bruceranno in eterno.

 

Speranza

Nel mio pietroso cuore

di antico sognatore

è caduto un seme

da cui nascerà un germoglio.

All’alba

bacerò ogni suo risveglio

e se crescerà maestoso olivo

mi donerà sapienza

nelle scelte difficili.

A mezzodì,

quando l’afa regna sovrana,

gli farò ombra col mio spirito

e se crescerà pino verdeggiante

mi darà ristoro

dal fuoco scottante

della guerra incombente.

Di pomeriggio,

quando i bambini dormono,

cullerò i suoi sogni con favole ammalianti

e se crescerà pesco delicato

sarò sazio

anche nelle carestie del capitale.

Di notte,

quando la tempesta è impervia,

gli farò scudo col mio corpo

e se crescerà stramonio sbarazzino

godrò del suo fiore lunare.

Nel mio pietroso cuore

di antico sognatore

è caduto un seme

da cui nascerà un germoglio,

io l’ho chiamato speranza.

 

Questo è il Sud

Poesie di Giuseppe Semeraro


Per Laura

Metti le mani nel piatto
come da bambino
mettiti in bocca la vita
accade il mondo
un pianto e dopo la festa
o il contrario
la festa e dopo il pianto
o il contrario di quello che credi
sempre il contrario
il contrario di quello che credi sia sufficiente
di quello che basta
di quello che ti accontenta
sempre il contrario
di chi comanda, di chi alza la voce
di chi produce la legge
di chi si nasconde sotto la legge
soprattutto il contrario di chi non gioca,
metti la bocca nel mondo
per un bacio, per un sorriso sgraziato
per cercare la tua voce
nell’urlo anche
cercando sempre la voce di tutti.


Mezza poesia per il Sud

siamo morti al plurale
adesso dentro questa parola,
meridione,
sud,
crepacuore
i contadini cantano solo bestemmie
la terra è bagnata di veleno
la rosa è morta nel bicchiere….
Bassitalia, petrolio,
ti sparo al cuore
ti sparo alle vene.
Un mio amico s’è inventato
un lavoro disperato,
insegnante privato di computer per anziani,
mio padre bestemmia l’olio tunisino,
il migliore investimento è rubare
chi ruba nelle scuole chi negli asili.
I postamat li chiudono alle diciannove
per rischio esplosione notturna
soppressi i treni della notte,
i piedi ci puzzavano troppo,
le strade e gli edifici li inaugurano con belle cerimonie
e il giorno dopo sono già con i sigilli.
Questo è il sud, un sigillo perfetto,
un silenzio maledetto,
un resort per eletti,
un pomodoro di merda.


Agli ulivi

Aspetta che il seme diventi spinta
minuscolo terremoto
nel buio terrestre

aspetta che il seme apra la terra
a piccoli passi verso il cielo
aspetta che il seme diventi pianta
dolcissima forza che non ha paura
aspetta che il seme ci parli di altezze
e diventi il nostro gigante d’argento verde
aspetta che il seme abbia voce nel vento
e con lui intona il tuo canto
aspetta che il seme rompa tutte le strade
per insegnarci la primavera
aspetta che quel seme viva per millenni
e che una semplice foglia diventi il tuo Dio.

Foto in evidenza di Teri Allen-Piccolo.

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste italiane quali Nuovi Argomenti, Fili d'aquilone, Irisnews, Versante ripido, Sagarana, Carmillaonline, Le Voci della Luna e internazionali come La otra, Círculo de poesía, Bitácora pública, Vallejo and company, La Jornada, Monolito. Ha pubblicato: "Mar di Tasman" (Isola, Bologna, 2014), "Non ha tetto la mia casa" (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue, italiano-spagnolo. Ha tradotto e curato "43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos" (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Co-curatrice di "Muovimenti. Segnali da un mondo viandante" (Terra d'Ulivi, Lecce, 2016). Cofondatrice della rivista La macchina sognante, con la quale prende parte a eventi culturali in Italia e all’estero. Ha curato l'edizione italiana del documentario brasiliano "Fiore brillante e le cicatrici della pietra" sugli indigeni Guarani-Kaiowà. A varie latitudini ha svolto ricerche universitarie e antropologiche incentrate su mondo indigeno, educazione e transizione sociale.

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