Sagarana, ovvero della Letteratura secondo Julio Monteiro Martins (Rosanna Morace)

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La nostra rivista è uno degli ultimi ponti rimasti intatti su un abisso che sembra stia per inghiottire le pulsioni più generose della nostra civiltà […]. Finché esisteranno ponti come «Sagarana», gli uomini e le donne potranno ancora attraversare la tragedia senza il rischio di scomparire nel buio delle sue crepe. Ed è proprio questo il nostro obbiettivo […]: difendere il pensiero critico all’unanimità, ossia presentare il meglio della letteratura moderna e contemporanea: un’arte sempre piena di saggezza che ha saputo smorzare e neutralizzare il peggio dell’uomo in questi ultimi secoli, proprio nei momenti in cui settarismo e ferocia sembravano prevalere su tutto e senza alcun rimedio.[1]

 

La letteratura, per Julio Monteiro Martins, è la custode «del pensiero critico dell’umanità», è il reagente contro i semi dell’intolleranza e degli estremismi, contro «gli effetti rovinosi del pensiero unico»[2] e «i retaggi più reazionari della nostra coscienza intima»[3]. Perché promuove quel «sano e indispensabile relativismo che è la base del pensiero e della sensibilità occidentale moderna, il suo volto migliore, il più fertile e il più pregno di futuro».[4]

Su tali premesse nasce «Sagarana», nell’ottobre 2000, con degli obiettivi chiaramente individuati: unire il passato (attraverso il recupero di opere rare, disperse, non più pubblicate o del tutto inedite, delle quali i collaboratori di Julio Monteiro Martins offrivano per la prima volta la traduzione italiana), il presente (la riflessione sull’oggi proposta nelle sezioni «Saggi», «La lavagna del sabato» e gli editoriali di Julio) e il futuro (le rubriche «Vento Nuovo» e «Nuovi libri», ma più in generale il progetto culturale di cui la rivista si faceva portavoce), sottraendo la letteratura alle strategie del mercato e della massificazione. Creare, insomma, una piccola isola in cui custodire il meglio della letteratura mondiale, senza sottrarsi al compito di produrne di nuova:

 

Il nostro scopo era, sì, proporre il nuovo, i nuovi stili, le sperimentazioni, ma volevamo al contempo riproporre testi importanti, ancora attuali e sovvertitori, che erano caduti in un ingiusto dimenticatoio, spesso prima ancora di aver raggiunto i lettori, e spesso nascosti in edizioni già da molto tempo fuori catalogo, sotterrati in fondo a una produzione editoriale obbligata dalle operazioni commerciali a produrre una tempesta quotidiana di nuovi titoli di qualità letteraria sempre più modesta, seguendo una strategia secondo me equivocata e troppo passiva, con la scusa che così impone il mercato.[5]

 

Ma il titolo della rivista suggeriva altri propositi, attraverso il suffisso tupì ‘rana’, che indica il mettere in relazione l’individuale con il collettivo, il farli convivere insieme. Scriveva Julio, nel venticinquesimo numero di «Sagarana»:

 

Come l’uranio che si trasforma in piombo nei secoli, il carbone in diamante o la sabbia in marmo, il lettore impregnato da queste nuove forme di sensibilità — con la propria storia messa a confronto con le storie dei personaggi, con le loro tragedie, sempre diverse e in fondo sempre uguali — subisce continue fratture, assestamenti e rimescolamenti che lo trasformeranno alla fine in un essere diverso da prima, coerente nella sua estrema frammentazione. In un occidentale, appunto.[6]

 

L’interiorità del singolo si trasforma a contatto con le narrazioni letterarie, in un cambiamento che da soggettivo diviene collettivo (in quanto sono le singole individualità a creare la società, come Julio amava ricordare). Ma, oltre questo primo livello, c’è una seconda trasformazione che la letteratura avvia, ben più profonda, perché agisce inconsciamente sulla coscienza di un popolo, fino a plasmarne l’identità futura (oltre che, più banalmente, quella presente e passata): i diversi tipi di storie che una società racconta, si racconta e riesce a immaginare sono infatti la forza immaginaria che ne muoverà le scelte politico-sociali, culturali, economiche e soprattutto umane, e nelle quali essa si rispecchierà, volente o nolente. Una narrazione che abbia il proprio mito di fondazione nella contaminazione, piuttosto che nella conquista; che muova la comprensione e il dubbio, invece che la monolitica indifferenza; che riesca a problematizzare e a relativizzare la diversità, senza annichilirla o annientarla ma rappresentandola come umana diversità e molteplice bellezza, sarà la narrazione di un popolo che ha saputo fare della sua storia un atto di amore, fino a rendere impraticabile il pensiero granitico, l’intolleranza e l’odio, il pregiudizio e la paura.

Nel dare vita a «Sagarana» (così come in tutta la sua opera poetica e narrativa), il ferreo obiettivo di Julio è stato sempre quello di regalare narrazioni che generassero vita, piuttosto che morte, e per tale ragione tutti gli editoriali di «Sagarana» si sono sempre interrogati sulla funzione della letteratura e sulla sua possibilità di intervento nel presente, rivendicando la forza rivoluzionaria e salvifica della narrazione, il suo essere antidoto alla barbarie, all’intolleranza e all’acriticità del pensiero, ovvero strumento imprescindibile per «cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio» (citazione dell’ultimo periodo delle Città invisibili, che egli ripeteva spesso[7]).[8] Emblematico, a questo proposito, è Le ragioni della letteratura, ove si delineano efficacemente affinità e differenze tra letteratura e retorica politica, nel loro rapporto tra individualità e collettività, ponendo una demarcazione fondamentale per discernere e demistificare due tipi di narrazioni molto diverse (e quindi implicitamente cosa «Sagarana» ha inteso non essere):

 

Cosa hanno in comune la letteratura, la pubblicità e la retorica politica, oltre al fatto di utilizzare il linguaggio come strumento d’espressione? Tutte si impegnano a creare o a trasformare l’universo dei simboli e dei valori, la soggettività. Ma la letteratura agisce quasi sempre a livello individuale, mentre le altre lavorano sulle masse; la letteratura, soprattutto, riconosce la complessità, l’ambiguità, e amplifica l’orizzonte delle scelte, mentre le altre promuovono una sorta di semplicità fasulla, celebrano cliché e luoghi comuni, prediligono gli stereotipi e riducono tutto ad un’unica possibilità statuita.

[…]

A cosa serve allora la letteratura? A cosa può servire, dopotutto, in questo desolante quadro contemporaneo? Mi rifaccio a un commento di Hermann Broch: «Scoprire quello che soltanto un romanzo può scoprire è l’unica ragione d’essere del romanzo». Ciò che è in grado di scoprire o di non permettere che sia oscurato, dunque, è proprio ciò che può servire ad alleviare gli effetti rovinosi del pensiero unico: le infinite alternative offerte all’immaginazione, la verità spogliata dai veli degli stereotipi, la visione delle sfumature della realtà , il dietro le quinte del potere, la complessità psicologica, l’interesse per il diverso, l’accoglienza felice dell’altro.[9]

 

Svelare per costruire, decostruire per ricreare, sognare per uscire dal perimetro del noto, rassicurante stabilito. E se queste sono le potenzialità della letteratura, quali nuove narrazioni dovrà immaginare l’Occidente nel mondo interculturale del XXI sec.? In anticipo sui tempi, Julio si pone questa domanda nel 2006, in Un modo per custodire la vita.[10]

 

«La civiltà del romanzo», così Milan Kundera ha definito l’Occidente in uno dei suoi discorsi. Quello che lui chiama “il romanzo”, in questo caso, sarebbe qualcosa di più di un semplice genere narrativo. Questo termine avrebbe la valenza di una sintesi, di una prospettiva particolare sulla realtà, di una “visione di mondo” nella quale l’uomo è inserito con inedita ampiezza e generosità, insieme ai suoi vizi, alle sue virtù – che a volte, indistinguibili l’uno dell’altra, si completano – e al senso costante del dubbio, al paradosso e all’ambiguità, al gioco misterioso tra il caso e il destino, al desiderio dello sviluppo – che ospita in sé la consapevolezza della continuità dell’essenziale –, ma soprattutto a un’indomabile curiosità che riguarda tutto e tutti e che di per sé rende impraticabile il dogma e i fondamentalismi. Una curiosità così carica di entusiasmo che ci fa spesso avvicinare pericolosamente al bordo fumante del cratere.

 

In un solo capoverso si afferma dapprima il legame tra la letteratura e la custodia di valori umani che dovrebbero essere sacri e condivisi, perché generano «un’indomabile curiosità che […] rende impraticabile il dogma e i fondamentalismi»; poi, con processo deduttivo, si associa l’Occidente alla custodia di quella vita e di quei valori che la sua grande letteratura ha celebrato. Naturalmente non erano sconosciuti a Julio testi come Orientalismo e Cultura e imperialismo di Said; o Nazione e narrazione di Homi Bhabha; o Critica della ragione postcoloniale di Gayatri Chakravorty Spivak; ma per sua naturale inclinazione egli preferiva sempre tentare di costruire, più che di decostruire, scavando nel fondo dell’abisso per, appunto, «cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».[11] E della società occidentale, egli cercava di cogliere il meglio:

 

Questa sì che è la vera forza della nostra civiltà, una strana forza che si maschera di debolezza, e che ovviamente non potrà mai essere imposta con le armi o sostenuta a colpi di cannone, ma che deve essere libera per esercitare tutto il fascino del suo grande racconto demistificante.

Il vero Occidente, quello migliore, non conquista ma contamina. Ed è proprio la letteratura – che ha nei film d’essai un suo “genere” oggi assai diffuso – lo strumento per eccellenza di questa possibilità di contaminazione. I racconti, i romanzi, le poesie e i testi teatrali portano con sé sempre e comunque un elemento soggettivo di “angoscia liberatoria” che fa sì che lo spirito del lettore si trasformi nel tempo in qualcos’altro, magari senza che se ne accorga. In effetti, nessuno rimane lo stesso dopo essere stato toccato dall’arte letteraria di alto livello, perché l’elemento che cambia sostanza è la materia stessa che costituisce lo spirito, a prescindere dalle sue esternazioni.

[…]

La scelta della strategia delle armi negli ultimi anni, invece, è non solo incivile ma anche stupida e controproducente. Presenta come unica faccia visibile dell’Occidente proprio quello che l’Occidente non è, e non vuole essere: la negazione delle sfumature e l’appiattimento della ragione. La complessità sostituita dalla “semplicità” delle esplosioni, dall’annichilimento del diverso, dalla sua esclusione forzata dall’universo del nostro pensiero. In questo modo, offrendo morte quando dovrebbe offrire letteratura, l’Occidente commette un suicidio senza onore.

Forse siamo ancora in tempo per evitarlo? Spero che la mia generazione e quella di mio figlio non diventino i testimoni impotenti del crollo del mondo inaugurato da Cervantes e amato da Balzac, da Tolstoj, da Tanizaki e da Márquez, il mondo del romanzo occidentale. Sarebbe di una tristezza infinita immaginarlo morente, a versare il suo sangue sulla sabbia di un deserto ignoto, per uno sbaglio, per non aver capito in tempo e con chiarezza la propria natura.

 

Come ben si vede, Julio non negava affatto il «suicidio senza onore» che l’Occidente sta compiendo della propria civiltà, anzi. La denuncia delle aberrazioni (prima in Brasile, poi in Italia) è stata sempre al centro dei suoi racconti e delle sue riflessioni extra-letterarie, così come del suo agire politico, civile e culturale. Eppure sapeva rintracciare, in questo suicidio in atto, la forza resistente di un principio di coscienza, la forza del pensiero libero e la necessità della sua custodia, con qualsiasi mezzo e a qualsiasi prezzo, fosse anche quello della propria vita:

 

Nell’attuale momento storico proteggere questo progetto di civiltà, difendere la letteratura dalle sue contraffazioni, tante e incoraggiate, dalle minacce di ostracismo, di irrilevanza, di rimozione, ben vale la spesa di una vita, che potrà essere la nostra vita. Anche perché solo gli uomini e le donne della nostra generazione, in bilico tra due realtà, possono valutare interamente la ricchezza che si vuole oscurare e l’orrore che si vuole impiantare al suo posto, e sanno quindi esattamente per cosa e contro cosa devono battersi. E se la difesa coraggiosa di questi valori e di questa libertà non sarà una causa vitale, meritevole dei nostri sforzi e sacrifici, è difficile immaginarne un’altra altrettanto necessaria.

Personalmente non ho avuto paura di emigrare, quando questa ragione lo ha richiesto, e non ho paura di invecchiare e di morire in esilio in sua difesa. Non ho mai esitato in presentarmi intero a questa convocazione del mio tempo, perché in fondo agivo in difesa di me stesso, di tutto quello che mi costituisce, che ha fatto di me quello che sono, e se quei valori dovessero scomparire, dovrò scomparire anch’io nell’impegno per la loro preservazione.[12]

 

La stessa forza propositiva e immaginativa che muoveva la scrittura di Julio Monteiro Martins si traduceva nella sua estrema coerenza intellettuale e politica, senza le quali egli sapeva di non potersi presentare «intero», integro, a se stesso. Perché, per Julio, il fare era un essere, e l’essere un fare; ed era quindi un intellettuale a tutto tondo, come oramai pochi ce ne sono in Italia, che non scendeva a compromessi, a costo di pagarne le conseguenze sulla propria pelle. E basti qui ricordare due fatti: l’auto-esilio dal Brasile, che egli chiamava un «suicidio amministrato»; e l’essere rimasto senza editore per sei sofferti anni, dal 2007 al 2013, tra L’amore scritto[13] e La grazia di casa mia[14]. Sette lunghi anni nei quali la sua vena creativa non si era certo esaurita, tanto che rimangono tuttora inediti una Tetralogia della brevità (composta da Presente remoto, L’onda d’urto, L’altro da sé, La discesa), il romanzo L’offuscamento[15] e Cronache di gloria e disperazione, costituito da una serie di brevi riflessioni e racconti su argomenti disparati (dal calcio, nella prima parte, alla morte, l’istinto e l’intelligenza, l’emigrazione, il Brasile…), oltre che una serie di racconti e poesie mai raggruppati in un unico volume.

Probabilmente non è un caso che, in questi anni di vuoto editoriale, molte delle due ‘prime pagine’ su «Sagarana» insistessero sulle difficoltà che lo scrittore (e soprattutto quello impegnato e quello emergente) incontra di fronte ad un’editoria mercificata e assoldata al servizio del potere (si veda, in particolare, Una corsa ad ostacoli[16]). Ma la sua riflessione andava ben oltre il caso personale, per divenire denuncia culturale, prima ancora che politica.

Esordiva, quindi, nell’aprile 2010, in Una resa a cinque stelle (ma si veda anche Per un’idea diversa di successo, luglio 2011):

 

Ecco la domanda inevitabile, la più scomoda di questi tempi, per i produttori di arte e cultura italiani: Può uno scrittore impegnato, con una visione progressista del suo paese e del futuro, pubblicare i suoi libri da una casa editrice che appartiene ed è diretta dai Berlusconi, come è il caso della Mondadori e delle sue “sorelle”? La mia esperienza riguardo a questi “rapporti pericolosi” mi fa credere di no, che non è possibile. E qualsiasi ragionamento che voglia giustificarli è cercare forzatamente la quadratura del cerchio. Riuscite a concepire Pablo Neruda che pubblica da una casa editrice diretta da Pinochet? O Che Guevara che pubblica i suoi saggi politici sponsorizzato dalla CIA? O Pasolini che chiede a Licio Gelli un anticipo per finanziare la produzione di un suo film? Difficile da immaginare. Invece nella grande confusione e nel conflitto tra coerenza ideologica (nel caso assente) e interesse di avere grande visibilità editoriale e mediatica, tanti scrittori e registi che oggi si presentano pubblicamente come “di sinistra”, accettano il patto col diavolo. E cioè di essere finanziati e distribuiti dalla Medusa Film, o da Mediaset, entrambe dei Berlusconi, o pubblicati dopo il suo “Visto, si stampi” nelle imprese editoriali delle quali possiede il controllo azionario, il potere patrimoniale che è il marchio del suo regime, quel potere alla fine decisivo nel sistema in cui ci siamo impantanati, oggi ancor più incancrenito dai nuovi modelli di commistioni spurie tra cultura, politica e affari.[17]

 

Un problema che assillava Julio almeno dal 2005 (ma, oserei dire, già dagli anni ’80, se per opporsi alla censura della piena dittatura militare aveva creato in Brasile la casa editrice «Anima»[18]), dato che proprio su questo argomento apriva madrelingua:

 

[Con questo dialogo piuttosto familiare inizia madrelingua:]

 

– Anche l’Einaudi appartiene a Lui, ma non si identifica con Lui come la Mondadori, hai capito?

– Sei tu che non hai ancora capito che viviamo in un mondo in cui niente si identifica più con nessuno – mi rispose molto seria K43.

Lui.

Correva l’anno palindromo 2002.[19]

 

D’altronde, pur ritenendo fermamente che la letteratura fosse, nel mondo odierno, una delle poche isole di approdo contro il «pensiero unico», egli era ben cosciente che non tutto ciò che è spacciato per letteratura lo è, ovvero «che si possa fissare lo sguardo sulle vetrine delle librerie che espongono i primi dieci libri meglio venduti, mentre la vera letteratura si trova altrove. Sapeva bene che l’editoria è in mano a grandi gruppi e i grandi gruppi cercano il grande guadagno», ma sapeva altrettanto bene che «non possiamo restare privi di alternative».[20] E l’alternativa che egli aveva creato si chiamava «Sagarana».

 

Già, il mercato. Onnipresente, onnipotente, dietro il quale si nascondono tutte le cialtronerie, gli abusi, le incompetenze e i privilegi. Non sono solo i libri quelli annichiliti dal fantasma del “mercato”, ma anche gli uomini e le donne del nostro tempo, che sembrano esistere solo come soggetti economici.

La buona letteratura, tuttavia, così come ci ha aiutato in passato ad allontanare i pericoli dei totalitarismi, ci aiuterà anche oggi a esorcizzare il pensiero unico del mercato, la deprimente tendenza a quantificare ogni cosa, a enumerare ciò che enumerabile non è, facendo finta di non accorgersi che un’immensa quantità di spazzatura non fa una biblioteca, fa semmai una discarica.[21]

 

Sono, queste, parole che ancora trasmettono energia e speranza, dell’ottobre 2012. Ma persino la fenice muore, prima di risorgere dalle proprie ceneri; e la medesima onestà intellettuale ed umana che sempre hanno caratterizzato Julio, lo portava a non nascondere a sé e ai suoi lettori la pericolosità di una società in cui la demistificazione diviene sempre più difficile, se le isole di resistenza diminuiscono progressivamente e il batterio si è oramai insidiato talmente a fondo nel corpo da divenire un tutt’uno con i tessuti, fin quasi a sembrare asintomatico. Ecco, allora, che nel luglio 2013 appare su «Sagarana» L’uomo e le sue circostanze: un editoriale che esprime un profondo scoramento, una stanchezza inedita, prima mai lasciata trapelare.

 

Avevo preparato per questa edizione un editoriale dal titolo “Cosa la letteratura può fare contro il berlusconismo”. Rileggendolo prima della sua messa on-line, però, ho deciso di non pubblicarlo più, perché […] ho molti dubbi sul fatto che la letteratura possa farcela, considerati i limiti attuali di questa società, in cui il berlusconismo come visione-di-mondo e come narrazione culturale si rinforza anche quando Berlusconi è condannato dalla giustizia o il suo partito viene elettoralmente sconfitto. […]

Dove si potrebbe trovare la forza – anche se parziale e minoritaria – in grado di aprire un discorso nel quale la miglior narrativa e poesia potrebbero inserirsi, non nel ruolo di modesto intrattenimento come la vogliono oggi le riviste patinate, ma come motore di un’interpretazione diversa e più feconda della realtà? Non vedo questa forza all’orizzonte. Al momento sono molto deluso, ciò che è estraneo alla mia natura di vecchio guerriero. Sono deluso e anche scorato, stanco.[22]

 

Gli editoriali di «Sagarana» possono (anche) leggersi come una meditazione sull’ultimo decennio italiano,[23] e anzi come una costante, analitica e in taluni casi profetica osservazione dei micro-macro mutamenti intervenuti nella società, nella politica e nella cultura italiane. Non pochi, infatti, alludono a precisi avvenimenti, mentre altri possono facilmente essere messi in relazione a transazioni politiche caratterizzanti la Seconda Repubblica. E credo che in questo scoramento molti possano riconoscersi ancora oggi, avendo sotto gli occhi quel che Julio aveva intuito a ridosso delle elezioni politiche dell’aprile 2013, ovvero come il cambio di bandiera politica non abbia minimamente alterato gli equilibri socio-politico-economici e culturali dell’Italia, in uno status quo che permane dal 1994. Ciò che più premeva a Julio, però, era la «narrazione culturale» che il berlusconismo ha instaurato e che dura a morire, perché, come si è detto, sono l’ermeneutica e la visione del mondo che si impongono nella collettività a muoverne la coscienza, interiore e sociale. E un diverso tipo di narrazione deve trovare almeno un interstizio per agire. La questione diviene quindi non solo di visibilità (a causa dell’oscurantismo massmediatico ed editoriale dovuto all’uniformazione delle televisioni, dei quotidiani e dell’editoria), ma anche «di condivisione e comprensione»:[24] perché, oramai, dopo un ventennio, mancano i riferimenti che possano veicolare una reale interiorizzazione di un pensiero antitetico al berlusconismo e all’omologazione globalizzata; c’è un continuo rumore esterno che non permette l’ascolto e la condivisione:[25]

 

D’altronde, non si tratta soltanto di visibilità, ma anche di condivisione e di comprensione. Il radicamento di una certa logica e la scomparsa dallo scenario di tutti gli elementi che non appartengono a questa logica fa sì che non ci siano più, nei cuori e nelle menti, quei riferimenti indispensabili per capire e per immedesimarsi con trasporto e con empatia nelle narrazioni, anche in quelle che parlano della nostra vita e della nostra realtà. Si tratta di un crescente e continuo rumore esterno, che crea un blocco interno, una sordità ai linguaggi e ai messaggi non in linea con quel vociare assillante.[26]

 

La conclusione, pur amara e lucidamente priva di speranza, riesce però a proiettare il lettore verso la necessità di una reazione collettiva, e rivendica il valore attivo dell’osservazione critica e della forza proiettiva del sogno:

 

Non mi va di scrivere sulle cose che dovrebbero essere fatte se non ho un’idea su come farle (ma dovremo averla insieme e presto, quest’idea, perché non abbiamo altra scelta oltre a quella di agire, o di reagire, con i mezzi che disponiamo, tra questi la scrittura). Penso che, oltre a un atto di onestà, sia un gesto di maturità non farsi illusioni consolatorie, finché le prospettive reali non si presenteranno e i nuovi spazi non saranno creati.

Non ho altro da dire, per ora. Continuerò a osservare il flusso storico, a riflettere e a lavorare. E se avrò le forze, anche a sperare. Ma questo, sia chiaro, non può dipendere solo da me. L’uomo è l’uomo e le sue circostanze. E le circostanze, oggi, in Italia, sono quelle che sappiamo.

 

 

 

[1] Julio Monteiro Martins, All’altezza dei tempi, in «Sagarana» 17, ottobre 2004, online. Tutti gli editoriali a cui farò riferimento nel presente saggio sono stati da me consultati tra il 28 giugno e il 2 luglio 2015, e si possono leggere sul sito della rivista (www.sagarana.it), al link «Archivio». Pertanto, nelle successive citazioni, non specificherò l’URL dei vari editoriali, così come ometterò il nome dell’autore, che è sempre Julio Monteiro Martins.

[2] Le ragioni della letteratura, in «Sagarana» 18, gennaio 2005, online.

[3] Ibidem.

[4] Cinque anni di Sagarana, in «Sagarana» 21, ottobre 2005, online.

[5] Dodici anni di Sagarana, in «Sagarana» 49, ottobre 2012, online.

[6] Un modo per custodire la vita, in «Sagarana» 25, ottobre 2006, online.

[7] Italo Calvino, Le città invisibili, Milano, Oscar Mondadori, 2002 (1972), p. 164. La citazione è reiterata negli editoriali dell’ottobre 2005, 2009, 2011 e 2012.

[8] Ma su questo aspetto si veda anche Božidar Stanišić, L’isola di Julio, in «El-Ghibli» X, 47, marzo 2015, «Supplemento Julio Monteiro Martins», http://www.el-ghibli.org/ricordi-bozidar-stanisic/, consultato in data 1 luglio 2015.

[9] Le ragioni della letteratura, cit., online.

[10] Un modo per custodire la vita, cit., online.

[11] I. Calvino, Le città invisibili, cit., p. 164.

[12] Le ragioni della letteratura, cit., online.

[13] Julio Monteiro Martins, L’amore scritto. Frammenti di narrativa e brevi racconti sulle più svariate forme in cui si presenta l’amore, Nardò, Besa, 2007

[14] Julio Monteiro Martins, La grazia di casa mia, Milano, Rediviva, 2013.

[15] L’incipit di L’offuscamento, è stato pubblicato in «Il fatto quotidiano» online, Blog di Remo Bassini, all’URL: http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/16/manoscritti-nel-cassetto4-loffuscamento-di-julio-monteiro-martins/447550/ (consultato in data 3 luglio 2014).

[16] La corsa ad ostacoli, in «Sagarana» 42, gennaio 2011, online.

[17] Una resa a cinque stelle, in «Sagarana» 39, aprile 2010, online.

[18] La casa editrice Anima, fondata da Julio a Rio de Janeiro nel 1983, ha pubblicato il maggior numero di opere prime di autori brasiliani tra il 1983 e i 1987, nonché numerose traduzioni di testi inediti, tra i quali The Great March di William Styron, Noi di Evgenij Zamjatin, le lettere di Rilke a Lou Salomé, quelle di Kafka a Felice Bauer.

[19] Julio Monteiro Martins, madrelingua, Nardò, Besa, 2005, p. 17.

[20] B. Stanišić, L’isola di Julio, cit., online.

[21] Dodici anni di Sagarana, cit., online.

[22] L’uomo e le sue circostanze, in «Sagarana 52, luglio 2013, online.

[23] Come si è detto, pur essendo «Sagarana» stata fondata nel 2000, il primo editoriale è del 2004.

[24] L’uomo e le sue circostanze, cit., online.

[25] Su questo, si veda anche l’editoriale dell’ottobre 2011, La raccolta della luce, online.

[26] L’uomo e le sue circostanze, cit.

 

 

rosannamorace

 

 

 

Nata a Reggio Calabria, Rosanna Morace è docente di lettere nelle scuole secondarie superiori. Ha lavorato sulla letteratura del Cinquecento e sulla letteratura translingue, pubblicando alcuni volumi, tra cui “Letteratura-mondo italiana” e “Un mare così ampio. I racconti in romanzo di Julio Monteiro Martins”.

 

 

Immagine in evidenza di Giulio Rimondi, Portiolo di San Benedetto, Po, Lombardia. Dall’antologia Italiana,  Kehrer Verlag Hrildelberg Berlin 2016. Vedi galleria fotografica del numero 8 de www.lamacchinasognante.com

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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