Riflessioni sul titolo del romanzo “Madrelingua” di Julio Monteiro Martins (Gassid Mohammed)

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Era una bella serata maggiolina dell’anno scorso, dopo un reading di poesia, che Julio venne a dormire a casa mia. Nel suo bagaglio, un oggetto per lui molto significativo, non aveva il pigiama, allora dovetti dargliene uno dei miei. Ma io, un grissino quale mi vedete rispetto a lui che era un uomo di peso, non trovai un pigiama che gli stesse bene. Julio, vedendo i miei pigiami da bambola modella, rideva dicendomi: “non preoccuparti Gas, dormo vestito come sono”. D’improvviso, dopo varie prove fastidiose per lui, mi ricordai di un mio pigiama estivo che era tanto elastico che potevano entrarci tre persone, glielo portai e gli dissi “Julio, questo dovrebbe andar bene per forza, provatelo”. Infatti quel pigiama gli stava tanto bene che disse “ahh questo si che va bene”. Ci siamo messi a ridere e chiacchierare. Passando da un argomento all’altro siamo arrivati infine a parlare delle sue opere letterarie, e lì Julio si fece tutto serio e divenne malinconico parlandomi della poca considerazione delle sue opere in Italia. Lui si sentiva, e senza dubbio aveva ragione, al pari di alcuni noti scrittori italiani, scrittori molto letti e famosi rispetto a lui che si sentiva sconsiderato ingiustamente, nonostante le sue opere non siano meno importanti delle loro. E nonostante fosse un letterato veramente colto e di uno spessore culturale pari al loro, e non solo ma è anche un maestro della scrittura creativa. Infatti se pensiamo all’antologia “Non siamo in vendita. Voci contro il regime”, che  hanno scritto insieme Julio Monteiro Martins, Dario Fo, Erri De Luca, Antonio Tabucchi e altri, ci rendiamo conto, anche se è un esempio banale, che Julio stava nel posto giusto tra questi scrittori famosi in Italia e non solo, ma se andiamo a chiedere alla maggior parte degli italiani chi è Dario Fo, o Erri De Luca, o Tabucchi quasi tutti li conoscono, ma se chiediamo alle stesse persone chi fosse Julio Monteiro Martins probabilmente la maggio parte alzerà le spalle e ti dirà “mmm non lo conosco”. Sembra un esempio banale e invece non lo è. Lo scrittore senza un pubblico è un progetto sospeso, una lettera che non arriva a destinazione. Ovviamente ciò non significa che lo scrittore che ha più pubblico è il migliore. Non è per nulla così.

Julio Martins però non era sofferente per la sua persona quanto per quel sogno chiamato letteratura. E non credo che il problema degli scrittori migranti, come Julio Martins, riguardi il canone letterario, sono piuttosto altri le ragioni. Il primo dei problemi è il marketing, che riguarda la letteratura in generale. Di questo problema Julio Martins era ben cosciente, tant’è vero che nel suo libro postumo, La macchina sognante, commenta questo fatto dicendo:

Gli editori sono ben lieti di “prendere un passaggio” dalla fama di cui gode la cosiddetta celebrità. Si tratta di una strategia di marketing sempre più diffusa questa di vendere i libri dei famosi, qualunque robaccia siano, soprattutto in questo periodo di peggioramento della crisi economica dove di libri se ne vendono sempre meno. Siamo davanti all’ennesima truffa a scapito dell’arte, all’utilizzo improprio della forza dei media per spingere i prodotti mediocri di questi falsi scrittori, che oggi fanno un romanzo, domani un album di canzoni natalizie, domani l’altro un ristorantino di grido. Sono fenomeni parassitari della letteratura, che provano a falsificare “l’aura” che le è propria e la usurpano dai libri veri e necessari, colonizzando lo spazio delle librerie e le recensioni sulla stampa. Ma tanto, sono fenomeni fastidiosi ma effimeri, e alla fine voglio credere che i libri migliori arrivino in un modo o nell’altro, a volte per le vie più strane, a chi li dovrà leggere

L’altro problema è lo strano e misterioso atteggiamento che ha la cultura italiana nei confronti delle produzioni letterarie degli scrittori italiani di adozione, o meglio dire semplicemente “italiani”. Dico strano perché mentre lo sguardo italiano tende verso le traduzioni delle opere che vengono dall’estero, chiudo l’occhio o ignora le opere scritte in italiano dentro l’Italia, da scrittori, sempre secondo loro, non italiani. Questi poveri scrittori stanno nel limbo letterario italiano, le loro opere non sono importate dall’estero per essere prese in considerazione, e nemmeno considerate come produzione letteraria italiana. Questo fatto mi stupisce davvero tanto, perché se si fa caso l’italiano è parlato soltanto Italia, oltre ad alcune regioni svizzere. Quindi se uno scrittore vive in Italia e scrive in italiano, lo fa ovviamente per gli italiani, perché non considerarlo italiano? Perché tenere legata l’opera letteraria scritta in italiano, e quindi italiana, alle origini del suo compositore straniero? Mi stupisce questo atteggiamento culturale italiano che cerca di negare questa ricchezza che può contribuire molto allo sviluppo della cultura letteraria italiana.

In quella sera, dopo un po’ di chiacchiere, dissi a Julio Martins: “sai Julio che io non ho letto nessuno dei tuoi romanzi?”. “ah si” mi disse, “te ne manderò uno appena rientro a casa”. Uomo di parola qual era mi mandò due giorni dopo, in formato digitale, il suo romanzo “madrelingua“. Pensavo fosse un romanzo normale, ma quando l’ho letto, ho scoperto che non lo era. Era invece un non-romanzo, un metaromanzo, come l’hanno definito i critici. “Perché Julio mi ha mandato questo romanzo”, mi sono chiesto. La prima risposta che mi sono dato era che probabilmente Julio avrebbe pensato che sarebbe stato necessario a un giovane scrittore come me leggere un tale romanzo. Poi, leggendo alcuni suoi scritti, sono arrivato alla conclusione che questo testo, secondo me, uno dei migliori della sua produzione letteraria, e suppongo che lo era anche per lo stesso Julio Martins. Un testo ricco di conoscenze culturali, colmo di citazioni e riferimenti letterari, filosofici, poetici, cinematografici, politici, sociali, geografici, storici ecc. Dimostra una perfetta, nonché dilettevole, struttura narrativa, nonostante le interruzione dell’autore nelle parentesi quadre che fungono da insegnamenti al lettore di come impostare un romanzo, oltre ad essere davvero divertenti. E’ dunque un romanzo istruttivo, un esercizio narrativo che lo scrittore offre generosamente ai suoi lettori, svelando i misteri della composizione di un romanzo, e in cui rivela anche la sua alta qualità di maestro della scrittura creativa. Analizzare questo testo dunque richiede un lavoro più vasto e articolato di una semplice recensione, per cui vorrei limitarmi ad analizzare un elemento essenziale del romanzo, cioè il titolo, il quale non è stato ancora trattato dai critici, e cerco di rivelarne il significato.

Nel suo libro postumo “La Macchina Sognante”, Julio Martins ci rivela cos’è il titolo per lui quando, nella quindicesima rubrica “Ancora sull’insegnamento a scrivere”, dice: […] il titolo in verità è un genere letterario a se stante, particolare, i cui meccanismi formativi si avvicinano più a quelli dell’arte poetica che a quelli della narrativa, ed è forse la forma più sintetica di espressione letteraria che ci sia, più ancora degli hai-ku giapponesi. Il titolo può fare un uso dell’ossimoro. Del nome proprio […].

Quella forma poetica, come la chiama l’autore, ha la forza di svegliare la curiosità del lettore dal primo sguardo. Il titolo di un libro è come una chiave che hai tra le mani di una stanza chiusa, una stanza che t’incuriosisce, per cui il lettore, attirato dalla curiosità, è incitato a scoprire cosa nasconda questa stanza. Ma il titolo è anche il volto di un libro, un volto velato che scopri soltanto dopo avere esplorato il libro stesso. Una volta finito il libro, comprendi a pieno il senso e il significato del titolo. Conciso e poetico, il titolo, dunque, esprime la totalità dell’opera. Ma nel caso di “madrelingua” di Julio Martins questa cosa funziona davvero? Il termine “madrelingua”, anzitutto, ha un significato comune: è la lingua della propria patria, la lingua che s’impara nei primi anni della vita. Per quanto vogliamo cercare, non troviamo un altro significato a questo termine, nessun uso metaforico, tuttavia è un termine molto espressivo nel caso di un autore che scrive in una lingua che non è la sua madrelingua. Non credo però che Julio Martins, con questo titolo, si riferisse a questo senso comune. Infatti, se torniamo al romanzo, non troviamo un chiaro rapporto intrinseco tra titolo e contenuto. Il romanzo, e lo sa bene chi l’ha letto, segue due linee parallele: da una parte, è un esercizio narrativo, una spiegazione di come impostare e comporre un romanzo, dall’altra è anche un romanzo che racconta una storia a tutti gli effetti. Nel primo caso abbiamo a che fare con il linguaggio, ma non con una lingua specifica, con la struttura del romanzo, l’inserimento degli avvenimenti della nostra vita quotidiana nel testo narrativo. Infatti, l’autore è come uno scultore che non ci mostra una statua già scolpita per invitarci ad osservarla, ma ci invita ad osservare le fasi della scultura e anche gli attrezzi che ha usato e il materiale di cui si è servito per il suo lavoro. Questo processo però non riguarda una lingua precisa, madrelingua sia o no, ma è un processo universale applicabile in qualsiasi lingua.

Ora osserviamo l’altra linea, cioè la storia che narra il romanzo: Mané, coltivatore di bellezza, un brasiliano che vive in Italia, sta per festeggiare i suoi sessant’anni. Ha una amante che chiama K43, ed è chiamato da lei Y87. Suo amico Salvo Rizzo, un bancario – cinefilo, è insoddisfatto della situazione in Italia, per cui vorrebbe andarsene. La sua amante, Mercedes, è una colombiana che non vorrebbe ritornare in patria, e non vorrebbe che Salvo lasciasse l’Italia.

Questi sono i personaggi della storia, i cui discorsi sono quotidiani, tra problemi personali, sociali, storici e politici. Una storia che ricorda in un certo senso il romanzo di Kundera “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, che ci siano dei riferimenti all’opera di Kundera questa è una cosa da studiare. Come ben si nota nessuno dei personaggi è scrittore, nessuno di loro ha problemi con la lingua, sia la madrelingua o quella acquisita. Vero è che sia l’autore sia il narratore fanno riferimento alla madrelingua, il portoghese, ma non è così centrale da fare pensare che il titolo sia ispirato a questi riferimenti.

Qual è dunque il nesso tra il titolo e il romanzo?

Anzitutto bisogna sapere che Julio Martins ha vissuto tutta la sua vita per la letteratura, quella letteratura che, com’è ben descritto ne La Macchina Sognante, è la cornice dentro il quale si muove tutta la vita umana. Nella terza rubrica del libro postumo, intitolata “Letteratura e storia dell’uomo”, Julio Martins asserisce che: […] la letteratura offre al lettore la conoscenza di se stesso e del mondo, passando attraverso tutte le sfumature comprese tra il sordido e il sublime (che alla fine si toccano e si confondono […]. Tali conoscenze la letteratura le offre indubbiamente anche all’autore, in quanto scrittore ma anche in quanto lettore.

Ma quando lo scrittore perde la propria patria, o smarrisce il suo senso, la letteratura può essere anche una patria? Julio Martins crede che questo sia quasi possibile. Tant’è vero che in un suo racconto, Un mare così ampio, il quale non è altro che la storia dello stesso Julio Martins, l’autore esprime questo pensiero: Quando sono tornato di nuovo, anonimo soldatino, atteso da nessuno, ho visto con stupore che la patria per la quale il mio corpo era stato lacerato non mi voleva, mi guardava con ribrezzo e diffidenza. La patria mi sputava addosso. E per la prima volta mi è venuto in mente che se morire per la patria non vale niente, e se non posso neppure vivere per la patria perché essa non me ne fornisce i mezzi, forse dovrei imparare a vivere per me stesso e a morire per il mio sogno, che è quasi una patria. Cos’è il sogno di Julio Martins se non la letteratura, la macchina sognante, come gli piace chiamarla. E se la letteratura è una patria, avrà pure una sua lingua, che è la madrelingua di chi appartiene a questa patria. Ecco dunque che la “scrittura” si presenta come la madrelingua degli abitanti di quel sogno, di quella patria chiamata letteratura, di cui Julio Martins era un perfetto cittadino. Ma se riprendiamo il concetto di “il limbo letterario italiano”, di cui Julio Martins, come altri, ne è stato vittima, ci rendiamo conto che l’autore italo-brasiliano si ribelle, con il suo sogno, contro “l’apartheid” letterario. La patria “letteratura” accoglie senza discriminazione, chiunque usasse la sua madrelingua, la “scrittura”, senza alcuna considerazione dell’appartenenza geografica, religiosa, culturale o linguistica.

Per quanto riguarda la minuscola del titolo, credo sia importante l’ipotesi di Lorenzo Spurio che asserisce, nella terza nota a piè pagina, che: La minuscola dell’iniziale può essere interpretata in vari modi, uno dei quali potrebbe essere che è il titolo storpiato di qualche parola iniziale che, per qualche ragione, si è persa, è stata cancellata, è stata volutamente celata. E, infatti, chissà cosa voleva celare Julio Martins prima di questa parola? Ma ci saranno altre ipotesi. Forse l’autore ha usato il minuscolo proprio per attirare la nostra attenzione alla stranezza dell’uso, per lasciarci un indizio per approfondire l’argomento.
Se avesse usato il maiuscolo, avrebbe attenuato l’attenzione al titolo.

Soltanto considerando che il titolo “madrelingua” si riferisce alla “scrittura” in quanto madrelingua del sogno/patria “letteratura”, si può comprendere il nesso tra il contenuto del romanzo e il titolo. Infatti, il contenuto del romanzo, come abbiamo detto ripetutamente, è un esercizio della scrittura, quindi di come usare questa “madrelingua”.

Se si prende il termine “madrelingua” alla lettera, allora vuol riferirsi a una certa madrelingua, ma questa non era l’intenzione di Julio Martins. Lo scrittore italo-brasiliano era cosciente dell’importanza della “scrittura” in rapporto con la lingua. La lingua, ad esempio, è importante nell’unità di un paese, qualsiasi paese sia. Infatti, se pensiamo alla storia dell’Italia troviamo che la lingua è stata un fattore di grande importanza per l’unità del paese. Ma la lingua italiana da dove deriva? Si, dal latino, ma è stata confermata grazie alla letteratura, o si può dire anche alla scrittura. Sono state opere, come la Divina Commedia di Dante Alighieri, il Decameron di Boccaccio e I promessi sposi di Manzoni, per citarne alcune, a dare vita alla lingua italiana. Tant’è vero che ora si dice che il 90% della lingua italiana è la stessa usata da Dante. Se non fosse per quelle opere che hanno usato una lingua, con l’intenzione di confermarla come lingua della patria, chissà quale lingua parlerebbero ora gli italiani, e quale lingua avrei imparato io per scrivere queste righe? La mia stessa madrelingua, l’arabo, è ancora viva e in uso nei paesi arabi grazie alla scrittura e alla letteratura medievale, grazie a libri di poesia e di prosa medievali, o al libro sacro, il Corano, che è comunque un’opera letteraria. Julio Martins sa benissimo l’importanza della scrittura nel mantenere una lingua e anche nel farla evolvere. Mi ricordo che durante la presentazione di La grazie di casa mia, Julio parlava di una parola che aveva inventato lui stesso e usato in uno dei suoi romanzi, una parola che in italiano significa “svogliato” ma che non mi ricordo come si pronuncia in brasiliano. Diceva che l’aveva sentita usare da una persona, e che era entrata nell’uso quotidiano. Ma ha usato tale tecnica anche in madrelingua. Julio Martins ha usato la parola “saudade” che era entrata nella lingua italiana già dal 1959 grazie ai giocatori. Infatti, ad un certo punto Mané riferisce che: L’irrimediabile nostalgia della patria che impediva ai calciatori brasiliani di adattarsi in Italia – la saudade – ha regalato agli italiani questa bella parola della mia madrelingua. Intanto Julio Martins propone, anzi vuole donare, alla lingua italiana un’altra parola: sacanagem. Infatti, il narratore continua: Ma c’è un’altra parola brasiliana intraducibile che ho dovuto usare per spiegare a me stesso cosa mi attirava di più in K43. Si tratta di sacanagem. Poi il narratore comincia a spiegare le sfumature di questa parola, per poi arrivare ad uno dei significati, che era quello che voleva utilizzare in quel caso: Sacanagem è l’atmosfera complice che si crea tra due persone, silenziosamente, in cui prevale un’intensa comunicazione di carattere sessuale: una sorta di energia dell’istinto, del ”mondo del basso” nelle parole di Bachtin [sapevo che un giorno mi sarebbe servito], che irrompe dentro un rapporto formale, sociale, insipido. È un po’ come feeling, ma di carattere sessuale. Alla finta fine del romanzo il narratore-autore mette sullo stesso piano le due parole, come due elementi centrali della vita: Saudade e sacanagem, di questo è fatta la vita. E cosa si potrebbe chiedere di più?

Cosa c’è di più bello allora di considerare la “scrittura” come “madrelingua” e la “letteratura” come patria, come una grande macchina sognante di cui tutti dobbiamo far parte, dobbiamo essere i suoi fedeli cittadini, seguendo l’esempio di Julio Martins.

 

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Gassid Mohammed è nato a Babilonia, dove passa la sua infanzia e gioventù, in campagna, nella natura viva, lontano da massi di cemento e pietre morte dei centri delle città! Dopo aver conseguito la laurea a Baghdad e il dottorato in Italianistica dall’Università degli Studi di Bologna continua le sue attività culturali e letterarie.

 

Foto in evidenza di Melina Piccolo.

Foto dell’autore a cura di Gassid Mohammed.

Riguardo il macchinista

Gassid Mohammed

Gassid Mohammed è uno dei macchinisti fondatori de lamacchinasognante.com. Ha contribuito fino al numero 4 e si è ritirato a dicembre del 2016. Un grande bambino che insegue le farfalle da una vita. È nato a Babilonia, a qualche passo dell’Eufrate. Casa sua è eretta sulle basi della Torre di Babele, nessuno ci crede ma è così. È cresciuto in un piccolo paesino in campagna, con le pecore, le mucche, le galline, le farfalle, le api e tutti gli animali e gli insetti. Tutto il suo corpo è costituito dall’Eufrate, non solo perché ci faceva il bagno ogni giorno per tante ore, ma anche perché le piante e le verdure che piantava e faceva crescere erano irrigate dall’Eufrate. Gli piace molto la natura perché ha passato la sua infanzia e l’adolescenza negli orti e nei campi. Il suo orto aveva una collina coperta di erbe e fiori, a lui sembrava fosse il resto dei giardini pensili. Ovviamente nessuno ci crede, ma c’è poco da fare. Da bambino aveva sempre inseguito le farfalle, e le insegue tuttora, e lo farà per sempre.

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