Riflessioni: Non intendiamo dimenticarci di Emmanuel Chidi Nnamdi (Eloisa Guidarelli)

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Emmanuel Chidi Namdi e la compagna Chinyery erano arrivati al seminario vescovile di Fermo lo scorso settembre, fuggiti dalla Nigeria dopo l’assalto di Boko Haram a una chiesa. Nell’esplosione erano morti i genitori della coppia e una figlioletta. Prima di sbarcare a Palermo, avevano attraversato la Libia, dove erano stati aggrediti e picchiati da malviventi del posto. Durante la traversata, Chinyery aveva abortito.

 

Il Fatto Quotidiano

 

 

Chimiary é stremata, distrutta, inconsolabile. Qui nel reparto rianimazione dell’ospedale, le stanno proponendo la donazione degli organi di Emmanuel, per dare la vita, magari, a quattro nostri connazionali… Lui, Emmanuel, che era scampato agli orrori di Boko Haram nella sua Nigeria; con lei, la sua amata compagna, era sopravvissuto alla traversata del deserto, alle indicibili violenze della Libia, alla tragica lotteria della traversata del mare. Da noi si aspettava finalmente umanità, protezione ed asilo. A Fermo, nella mia “tranquilla” provincia, ha invece incontrato la barbarie razzista (…) L’hanno ammazzato di botte dopo averlo provocato, paragonandolo ad una scimmia (…)». Con un post drammatico pubblicato su Facebook (che in poche ore è stato diffuso centinaia di volte sl web), Massimo Rossi, ex presidente della provincia di Ascoli Piceno, ha raccontato la storia di Emmanuel Chidi Namdi, 36enne nigeriano morto dopo una violenta colluttazione con un italiano avvenuta a Fermo, nelle Marche il 5 luglio . Il responsabile dell’attacco, identificato Amedeo Mancin”i  

Il Corriere della Sera.

 

 

 

Anpi provinciale di Fermo-

 

Era intervenuta anche l’Anpi provinciale di Fermo, per ricordare come Emmanuel e Chinyery, “nostri fratelli e compagni, vittime delle persecuzioni e delle guerre civili nel loro Paese” sono anche “vittime della violenza fascista e razzista in Italia”. Perché, sottolinea l’Anpi, i “due cosiddetti cittadini italiani” coinvolti nella brutta vicenda sono “noti da tempo alle forze dell’ordine come ultras ed elementi della destra fascista”, “stupidi pericolosi sicari generati da un clima di intolleranza, di paura e d’odio innescato volutamente da quanti pensano di far leva sulle angosce e i timori della gente in difficoltà per avvantaggiarsene politicamente ed economicamente”.

 

Da Il Fatto Quotidiano

 

 

Sappiamo poi che quella scelta di donare gli organi Chinyere l’ha fatta, in quelle condizioni, con quel dolore e in quel poco tempo che si ha quando succedono queste tragedie e si deve anche rispondere con lucidità, magari allo stesso tempo cercando di non svenire, di non farsi venire un colpo al cuore, eppure lei lo ha fatto questo gesto di grande umanità, e donare gli organi significa salvare vite, a prescindere da razza, sesso, nazionalità, significa salvare vite. Lei l’ha fatta questa scelta, questa donna che abbiamo visto straziata al funerale del suo compagno, si erano scambiati da poco la promessa di matrimonio, avevano sogni e vita davanti, sogni e vita! E avevano diritti, diritti umani che sono stati calpestati, ignorati. Erano stati accolti dalla fondazione Caritas per richiedenti asilo, perché provenivano da una dittatura che già aveva segnato pesantemente quelle due vite. Era stato lo stesso don Vinicio Albanesi a unirli in matrimonio, in maniera «non regolare» vista la mancanza di documenti dei due giovani. E purtroppo per queste dinamiche burocratiche, non essendo ancora regolarmente sposati, il desiderio di Chinyere e il suo gesto importante di consenso all’espianto d’organi non si è potuto attuare. Ma per noi rimane un gesto, un gesto incredibilmente importante e vorremmo non dimenticarcene. Forse quel gesto è ancora più forte proprio perché reso impotente, dalla burocrazia, dalla legge stessa che regola la donazione degli organi. E ricordiamo che neppure la famiglia di Emmanuel avrebbe potuto dare il consenso, perché Emmanuel e Chinyere se ne erano andati dalla Nigeria dopo l’assalto di Boko Haram ad una delle chiese cristiane del posto: nell’esplosione erano morti i genitori della coppia e una figlioletta. Quindi non c’erano parenti che potessero dare consenso all’espianto venendo incontro al gesto di Chinyere. Dolore che si aggiunge al dolore, impotenza che si aggiunge a impotenza, ha una lapide provvisoria Emmanuel, altre questioni burocratiche, la burocrazia non si ferma, dovrebbe ritornare in Nigeria, sembra dalle informazioni raccolte che anche Chyniere abbia difficoltà a visitare quella tomba perché per essere tutelata è stata trasferita a Pescara, in un centro dove nessuno può raggiungerla e insultarla.

E certo il resto è sui giornali, il resto di cosa? Tutto quello che ancora senza conoscere esattamente i fatti, senza aspettare l’evolvere delle indagini o i risultati dei Ris, giornalisti con solo lo scopo di vendere la notizia e di istigare odio, di dividere, hanno buttato in pasto a tutti, presunte ritrattazioni di Chinyere, su chi brandiva o meno un cartello stradale. L’assassino è così diventato vittima, nel breve tempo di dichiarazioni e testimonianze, così attendibili, che oggi gli stessi Ris stanno smentendo basandosi sulle indagini, perché i Ris non sono di parte, indagano, è il loro lavoro, i giornali, spesso invece lo sono, e si dovrebbe aprire un capitolo persino su cosa è legittimo che i giornali possano pubblicare se guidati solo da orientamenti politici. Quando penso a persone che soffrono, non penso, come si è espressa certa stampa, all’aggressore di Emmanuel che sta dimagrendo in carcere, penso a Chinyere, penso al suo dolore, al fatto che non possa neppure visitare la tomba del compagno, non è sicura, è esposta a insulti, è un rischio. Lei l’ha fatta la scelta di donare gli organi, un gesto di umanità in questa disumanità, una verità in questo scenario volgare di bugie e strumentalizzazioni politiche e istigazioni al razzismo da più parti, dove la vittima diventa il carnefice in base a sommarie indagini, in base a notizie raffazzonate, perché bisogna mettere tutti contro tutti, alzare muri, e allora diventa un orientamento politico contro l’altro. Emmanuel e Chinyere?

E la verità? Perché io da cittadina che voglio essere informata sui fatti a seconda del giornale che leggo devo farmi un’idea diametralmente opposta in base all’orientamento politico della testata, dov’è il giornalismo vero che riporta la notizia dei fatti? Ho letto tutto e il contrario di tutto su questa vicenda, ma ci sono fatti chiari, molto chiari al di là delle indagini, gli insulti razzisti, la difesa da parte di Emmanuel della propria compagna e poi di se stesso.  Certo, si sarà difeso. Si sarà anche difeso, ma non si è difeso abbastanza da sopravvivere: è morto Emmanuel. Due fatti sono inconfutabili: la morte di Emmanuel e il test del DNA realizzato dal Ris sul cartello stradale che non ha riscontrato tracce biologiche di Emmanuel, mentre ha rilevato tracce biologiche del suo aggressore. E’ stato fermato per strada, insultato e ucciso, sarà il processo a stabilire la successione dei fatti, possiamo solo attendere le prossime indagini, ma da cittadini credo che dovremmo comunque indignarci, indignarci del fatto che qualcuno possa offendere gratuitamente, gravemente una donna che passa per strada, strattonarla, una persona che dovrebbe essere rispettata, una persona più debole, fragile, che ha diritto a essere accolta e anche protetta, un diritto inalienabile che ha una donna di qualsiasi provenienza a non dovere subire insulti per strada, offese, in questo caso aggravate dal razzismo.

Dobbiamo indignarci per la morte di Emmanuel, perché un uomo che è scampato miracolosamente a condizioni di vita insostenibili nel suo paese viene a morire qui, per mano di un altro uomo accecato dall’odio razzista. E se pensiamo di vivere in un paese civile questo non possiamo accettarlo, perché nel momento in cui lo accettiamo, soprassediamo, pensiamo che non sia più importante certo di altre tragedie da cui siamo colpiti ogni giorno, che è un fatto tragico in mezzo a fatti tragici, allora siamo responsabili, allora uccidiamo anche noi. Uccide oggi il silenzio. E si alzano muri oggi molto facilmente, è facile quando ci sono persone che hanno già alzato quei muri dentro di loro. Dopo questi fatti le persone si sono schierate, responsabile anche un pessimo giornalismo che non dovrebbe esistere, e anche solo verso chi prendeva le difese di Emmanuel, ci sono stati attacchi a dire poco vergognosi e razzisti sui social network. Ci sono invece persone che umanamente, non si sono poste tanto davanti a fatti processuali, ma hanno provato indignazione davanti alla morte di un uomo che non aveva cominciato alcuna lite, che stava passeggiando liberamente, era certamente lontano da lui il pensiero che quello era il suo ultimo giorno di vita, perché avrebbe dovuto pensarlo? Aveva i sogni e la vita davanti, come tutti noi. Si può morire per malattia, si può morire per incidente, ed è già atroce così la vita, ma se questo vuole essere un paese civile non si può morire per omicidio, per la rabbia del primo che passa, perché qualcuno ha deciso che oggi sfogherà tutto il suo odio su di te e sulla tua compagna: non è accettabile, non intendiamo accettarlo. Non intendiamo dimenticarci di Emmanuel, perché oggi dimenticarci di Emmanuel costituirebbe un precedente molto pericoloso, un messaggio subdolo troppo rischioso da fare passare, ovvero che “un nero” si può uccidere per strada perché tanto non si finisce neppure in carcere, perché tanto ci saranno le condizioni, un sistema compiacente, che farà in modo che chi è l’assassino diventi la vittima, e chiameremo “Ultrà” un razzista, perché sembrerà meno grave, chiameremo “ultrà” un assassino, perché sembrerà un “peccato minore” . Saremo abili con le parole. Su questo fatto grave, pesa una responsabilità di tutti, il non dimenticare, non lasciare correre e volere la verità, nient’altro che la verità dei fatti e pretendere una giustizia per un omicidio.

Non so se siamo una minoranza che desidera l’accoglienza, che prova dolore forte e indignazione verso questi fatti di una brutalità agghiacciante. Me lo chiedo spesso, in quanti siamo, in quanti siamo per l’accoglienza, per i diritti umani, per la giustizia, per la verità, in quanti siamo? Non ho risposte ma sapremo tenere viva la Memoria di Emmanuel e pretendiamo la verità processuale non dai giornali di parte, ma dalla giustizia. Pretendiamo diritti umani per tutti, pretendiamo che le persone che vengono qui, da noi in Italia, siano protette, non uccise per la strada, desidero cominciare a parlare di “persone”, non di bianchi e neri, migranti, profughi, quelle sono condizioni, tristi condizioni, che se avessimo “memoria” di un passato, dovremmo ricordarci di avere vissuto. Ma io oggi desidero parlare di persone, con la bellezza e il senso che ha questa parola, perché per me Emmanuel era una bella persona, con un futuro davanti e voleva solo vivere sereno con sua moglie Chyniere. E questo mondo senza lui e senza altri come lui, è un mondo peggiore. Ogni atto di ingiustizia, ogni omicidio, ogni abuso del più forte sul più debole, rende questo un mondo peggiore. E a chi pensa è solo uno, ce ne sono tanti, tanti morti, perché lui? Perché l’attenzione su di lui, io rispondo cominciamo da lui. Cominciamo da Emmanuel, e finiamo di non sentirci parte in causa di nulla, se abbiamo una coscienza allora abbiamo responsabilità, forse sarà più doloroso il mondo così, ma ci apparterrà di più, perché ne faremo parte.

Oggi, dopo essere stati “bloccati” dai giornali che avevano orientamenti politici da difendere, più di Emmanuel e della verità, oggi, chiediamo ancora di sostenerci per una importante petizione, nata per ricordarci di Emmanuel, e per abbracciare come possiamo Chinyere, perché l’Italia non la lasci sola, perché il mondo intero non la lasci sola, tutti possono sostenerci per la richiesta di una Sala di Medicina a Bologna, creata su change.org, alla Memoria di Emmanuel Chidi Nnamdi. Facciamo diventare realtà il gesto che Chyniere aveva fatto, quel gesto così importante, che è stato un esempio di grande umanità partito da lei, facciamolo noi. Un gesto che nessuna verità processuale potrà cambiare, un gesto umano sulla disumanità che non va dimenticato, possiamo farlo, possiamo fare questo, ricordare Emmanuel per sempre. Perché non dimenticare significa anche non ripetere. Non occorre essere da una parte o dall’altra politicamente, non è questo, occorre essere umani. Ricordo che il nostro non è un discorso politico, quello lo lasciamo ai politici e ai giornali, il nostro è un discorso umano e di pretesa giustizia e verità e questa è una petizione al di là di ogni presa di posizione politica.

 

Avremmo anche voluto rispondere da cittadini su un giornale, esprimere il nostro punto di vista, presentare questa petizione, ma anche la morte ha una sua attualità, come il pesce fresco sul bancone e c’erano morti più recenti, del resto si muore sempre, c’erano atti terroristici, foto di bambini morti anch’essi strumentalizzati per la vendita dei giornali, foto di cadaveri, e allora ti fanno capire che c’è morte e morte: c’è una morte da prima pagina e una che non vende più. C’è la macchina bene oliata della notizia che ha supremazia sulle altre, c’è la gara a colpi di tragedie, tragedie che fannno incrementare vendite, c’è un’attenzione breve, anche sui social network, siamo tutti “tutto” ma per pochi giorni, non è colpa nostra, ci sono troppi morti, ci stiamo abituando, sono numeri. Forse quando la morte non avrà una scadenza come la carne e il pesce, e al di là di ogni atrocità, dalle guerre, ai desaparecidos, agli atti terroristici, ai morti per tortura, ai terremotati, ai femminicidi, agli omicidi, forse quando ogni persona sarà riconosciuta come persona e non per la vendita di una notizia, allora potremmo scoprirci come “umanità” e potremmo dare a ogni persona il giusto valore e la giusta importanza. E allora non avremo problemi di precedenza, attualità, perché riusciremo a ricordarli tutti, a non dimenticare proprio nessuno, forse per questo oggi possiamo cominciare da qualcuno. Se a noi passasse il concetto fondamentale che “l’altro sono io” non potremmo mai dimenticarci di nessuna morte per ingiustizia, semplicemente perché significherebbe dimenticarci di Noi.

 

Stiamo rendendo questo mondo un labirinto di muri e frontiere dove siamo e saremo i primi a perderci del tutto, stiamo subendo una divisione che ci è imposta, senza renderci conto che prendere le distanze dalla sofferenza non significherà non essere i primi a esserne prigionieri. Stiamo limitando la libertà altrui, non rendendoci conto che così ce la stiamo noi stessi negando, vogliamo essere liberi, liberi davvero? Allora non abbiamo altra scelta che decidere di essere i più forti, ma per fare questo ci si unisce contro i poteri forti, non si lascia che questi ci dividano, forse chi fugge da dittature potrebbe farci scorgere dittature che i nostri occhi non sono più abituati a scorgere. Forse potremmo scoprire dittature compiacenti e sorridenti, tranquilizzate dal fatto che le nostre battaglie nascono e muoiono sui social network.

 

Quando gli uomini permettono che si alzino muri per dividere, significa che quei muri erano già dentro di loro, quando gli uomini alzano muri fanno prigionieri da entrambe le parti.

 

Eloisa Guidarelli

 

E qui il link  all’appello apparso dapprima ne lamacchinasognante.com per una Sala di Medicina alla Memoria di Emmanuel, che abbiamo poi  portato sul sito delle petizioni Change. Anche su Change l’appello  ha  purtroppo subito una battuta d’ arresto, possibilmente da collegare alle notizie false e tendenziose riportate da alcuni giornali. Proponiamo i link agli articoli apparsi su “Il Giornale” qui e  qui    “Libero” qui  sia a luglio, subito dopo l’omicidio, sia nelle settimane successive, in cui sono state diffuse notizie prive di fondamento, come quella della presunta ritrattazione di Chinyere rispetto alla dinamica e sequenza dei fatti. Tale notizia  è stata smentita dal Procuratore della Repubblica di Fermo  che si è premurato di comunicare che Chinyere non era stata sentita una seconda volta dopo il primo interrogatorio e non poteva quindi aver  dato una diversa versione dei fatti., vedi qui    – Ma inutile aspettarsi da certi media la ritrattazione di una notizia falsa: come ci insegnano molti politici, qui e a livello internazionale, l’importante è creare consenso attorno a un’idea, che sia errata o meno non importa, tanto anche se costretti a smentire (cosa che non si sentono minimamente in dovere di fare, contravvenendo a  una pur minima etica di giornalismo), quello che rimane impresso nella mente delle persone è la prima notizia acquisita.

 

Pina Piccolo

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Eloisa Guidarelli è nata e vive a Bologna, diplomata in grafica pubblicitaria, lavora e si afferma come pittrice, attrice e drammaturga. “Come artista sfioro sempre il sociale, in quanto la mia pittura nasce dai miei stessi ideali, da un’idea di rivoluzione che possa partire dalla pittura per arrivare a colpire nel profondo dell’animo umano, scelgo di privilegiare l’universo femminile, perché ne desidero il riscatto sociale, le mie tematiche non vogliono mai essere accuse ma fotografie sui fatti del mondo”.

Foto  in evidenza, quadro di Eloisa Guidarelli.

Foto dell’autrice a cura di Eloisa Guidarelli.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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