Recensione di Patrick Marcugini alla graphic novel Comicatarsi di Angela Rogai

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Per decadi i fumetti sono stati considerati la pecora nera della letteratura, bollati a mera narrativa per bambini. Ancora ad oggi, soprattutto in alcuni Paesi e per alcune correnti di pensiero, per lo più conservatrici e ignoranti, come avviene anche in Italia, viene bistrattata tale letteratura. Partiamo dall’inizio. Il fumetto, per come lo intendiamo, nacque negli USA come striscia satirica e divertente che fa da chiosa ai giornali. Ben presto i più piccoli si appassionano a questo nuovo media e cominciano ad essere pubblicati albi a fumetti autonomi. I temi trattati sono quelli più classici, ovviamente specchio dell’epoca: fumetti educativi, che antepongono figure eroiche a figure malvagie (basti ripensare alla copertina del primo Captain America che colpisce Hitler con un pugno), stereotipi inclusi naturalmente (neri disegnati come caricature). Negli anni e con la relativa espansione del mezzo in tutto il mondo, nascono sottogeneri e modi di intendere il fumetto. Ciò che mi preme affermare è che, tale media, nulla ha da invidiare a tutti gli altri, potendo essere artefice di messaggi sociali, di lotta, satirici, artistici, di intrattenimento, anche solo visivi.

Si potrebbe circoscrivere l’albo di Angela Rogai nel novero delle graphic novels. Ma è anche una biografia, così come altri fumetti, uno spaccato di vita, veicolo di emozioni struggenti che solo tramite le parole e i disegni dell’autrice possiamo conoscere e sentire. La lettura di Comicatarsi non è una lettura leggera, frivola e di disimpegno, è un viaggio. Un percorso che ci introduce ad Angela ed ai suoi affetti, umani e canini. Comic-Catarsi: l’unione di due parole, una inglese, l’altra italiana. Fumetto che purifica, la catarsi è un rito di purificazione.

L’autrice utilizza uno stile di disegno frugale, non si sofferma su ogni dettaglio ma preferisce arricchire uno sguardo, un suono onomatopeico, una espressione facciale, con l’utilizzo di colori sgargianti ed esagerati, in un fumetto altrimenti in bianco e nero, così da coinvolgere il lettore.

 

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Una storia di dolore e rinascita, di come “la vita ti fotta” ma tu possa, con l’aiuto di chi ti sta attorno, ritrovare la serenità ed una nuova dimensione. Una storia che fa riflettere sul rapporto che ognuno di noi ha col diverso, con l’altro da sé. L’autrice, con ironia e sagacia, riesce, a restituirci il suo sentire: di come la malattia faccia il suo corso e influenzi tutte le capacità sensoriali, faccia sentire inadeguati e non compresi dai più. “Mi chiedo spesso… se tutti quelli come me devono sempre giustificarsi… se devono sempre rendere conto del non vedere o… del vedere troppo.” Questo periodo è esemplificativo, di una certa mancanza di empatia che trascende la nostra società: capita che, consci della disabilità altrui, si chiedano giustificazioni, si pongano domande inopportune, creando veri e propri paradossi. Si arriva, in questo caso, ad avere una vista ottimale ma, allo stesso tempo, si è ciechi.  L’autrice soffre di una particolare patologia, sindrome di Usher, che la rende sorda e col passare degli anni viene a ridursi il suo campo visivo, portandola ad una cecità quasi totale. Il suo modo di relazionarsi, il suo processo creativo si sono dovuti adattare (“come posso descrivere una non visione? Bestemmio sulle prospettive… (perché non vedo le prospettive) e sulle proporzioni (perché non vedo le proporzioni)”). Nella seconda parte, “come se di sfiga non ne avessi già avuta abbastanza”, si affronta una seconda malattia spaventosa, ovvero, il cancro al seno. Il lettore viene risucchiato nel mondo di Angela, nelle sue paranoie, nel suo io più profondo. Si mette in discussione tutto in Comicatarsi. L’infanzia, la cultura, le sostanze, l’attitudine alla vita ed a come noi occidentali la affrontiamo, dimenticandoci spesso di “mens sana in corpore sano”.

 

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Che cosa passa nella testa di una persona quando scopre di essere malata? Di una malattia da cui non si guarisce, bensì si regredisce. Si cambia? Si resta sé stessi? Come già anticipato Angela Rogai si ammala di cancro al seno. Nell’intero arco dell’anno precedente a questa scoperta, dovuta ad un controllo medico, l’autrice rivela un malessere nell’animo, premonitore, quasi una avvisaglia del male che l’aveva colpita. Questo malessere, più volte, viene additato dalla protagonista come la causa del suo cancro. Prima di cominciare il trattamento sanitario che l’avrebbe condotta all’asportazione della massa tumorale, si reca in Giappone dove a Todai-ji Vairocana, tempio buddhista, ha una esperienza mistica (nonostante la sacralità del luogo, resta una meta molto turistica, dunque la folla crea un brusio di sottofondo, inevitabile. Angela prega, non sa bene nemmeno lei perché, ed improvvisamente cala un silenzio assordante) che sostituisce l’ansia, la rabbia e lo stress con una serenità che la riconnette al tutto. Si vive nel presente. Al ritorno da questo viaggio viene sottoposta ad una seconda biopsia (tavola del post-intervento con arteria bucata) nella quale le viene accidentalmente forata un’arteria, ma fortunatamente l’esame svela che, al di là delle numerose macchie, il cancro è uno solo, una gioia come si suole dire. SI evita così una umiliante mastectomia. Comincia il travaglio della chemioterapia: vomito, vomito, ancora vomito e dolori abbacinanti che le fanno pensare a napalm in tutto il corpo. Nel frattempo, si reca all’IEO, Istituto Europeo di Oncologia, all’interno del quale vive una esperienza alienante e sfiduciante: attesa di svariate ore in una bolgia triste e malinconica di persone in attesa, che termina con un colloquio di cinque minuti in cui le cambiano solo un farmaco senza nemmeno visitarla.

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Prosegue la chemioterapia, con tutto quel che ne consegue, e, per distrarsi, prova a sfidare la sua nemesi, il ragionamento logico matematico, leggendo moltissimi testi di fisica e cercando di risolvere quesiti su quesiti. Reagisce alla situazione con una sete di cultura invidiabile. Allevia, grazie ad una tempestiva idea della madre, i dolori fumando marijuana, che ha proprietà meravigliose e con l’utilizzo di una tisana dei nativi americani che le purifica il corpo. Amplia i suoi orizzonti con costanza e si dà anche alla meditazione, sempre sul filone che collega malattia a mancanza di equilibrio e serenità. “Tutto il dolore, la rabbia, per la Sindrome di Usher, che mi avevano distrutto il cervello per decenni, non esisteva più nulla. Ero totalmente in pace con me stessa e con l’universo”. Durante il corso della guarigione sono sempre stati presenti i familiari ed i cani, ancora di salvezza dalla solitudine: ognuno di loro aiuta, come può, dando assistenza e contatto umano condividendo il dolore e i disagi che comportano tali malattie. La perdita di peso, di peli in tutto il corpo, i farmaci che annullano l’appetito sessuale facendoti mancare gli ormoni, la pelle che diventa ultrasensibile in modo irrealistico, al punto che una folata d’aria provoca bruciore (tavola), i lineamenti sformati, la perdita del gusto. Per tutta l’opera c’è una figura che accompagna Angela, tra alti e bassi, ovvero quella di Goblin. Il suo fidanzato, un ingegnere dai molteplici interessi culturali e scientifici, che ha condiviso tutto, sbagliando e crescendo, personaggio fondamentale per capire e far capire. Nessuno di coloro che vogliono restarti vicino può restare esente dagli effetti disastrosi e sconvolgenti di queste due malattie. Ho già citato la perdita della libido, ma anche scoramenti, cambiamenti umorali, perdita di sé. Allo stesso modo, soprattutto nella seconda parte dell’albo, sono di sostegno all’autrice la madre, il padre, la zia e tanti altri.

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Guarita dal cancro con successo, subito si getta in altri progetti artistici e non solo, partecipando attivamente al gruppo Vocale Girasole, grazie al quale fa introspezione e capisce come approcciarsi nel modo corretto alle disabilità altrui che, precedentemente, non comprendeva ma anzi schivava. All’interno di questa organizzazione viene superato il bivio tra il riconoscimento della disabilità e il riconoscimento assoluto ed univoco della stessa (come non si fosse altro che la propria disabilità). “E toccandoti, per un attimo, ti fanno sentire unico, speciale, una persona degna del loro amore”.

Infine, non si può omettere l’osteosarcoma che ha terminato la vita della cagna Rosy. Angela è abituata a vivere con cani, compagni di vita, trasuda dalle pagine. Il decadimento di Rosy e la vitalità che diminuisce inesorabilmente, il senso di impotenza di Angela, Rosy che si spegnerà tra le sue braccia a seguito di un crollo renale e verrà seppellita, casualmente, assieme al vecchio cane Tass, causeranno all’autrice uno struggimento che durerà due anni. Per riprendersi deciderà di accogliere Taiga, che scoprirà essere un nipote di Rosy, nuovo cucciolo che ricuce il cuore spezzato.

L’autrice termina con un confronto tra le due esperienze di vita, quale delle due malattie è stata più tosta da accettare? Quale ha lasciato più strascichi in lei e nei cari? Il cancro l’ha distrutta fisicamente, ma era un nemico identificabile, un nemico da battere, invece la sindrome di Usher, più subdola, fa parte di lei e tali considerazioni sono inevitabili: “perenne sensazione di essere sconfitta in partenza”. Un affanno psicologico prima che fisico.

Quello che rende quest’albo interessante e consigliabile per la lettura è la sua assenza di filtri. L’autrice si mette veramente a nudo, letteralmente e psicologicamente, rivelando tantissimo di sé e dei suoi cari. Non si può restare indifferenti, siamo tutti Angela Rogai, anche con vite diametralmente opposte o comunque differenti.

Questo fumetto, infine, non ha la pretesa di essere un capolavoro. I disegni non sono quelli di Juanjo Guarnido, ciò non di meno non sfigurano. Siamo di fronte ad un albo autobiografico come molti ne emergono negli ultimi anni nel panorama mondiale, tutti diversi e tutti simili. Ognuno di questi, da Alison Bechdel a Craigh Thompson, hanno molto da comunicare. E da esorcizzare, per l’autore/trice. Basti pensare ad Art Spiegelman col suo Maus. Consiglio questa lettura a chiunque voglia conoscere un’esperienza di vita fuori dall’ordinario, ma, ciò nonostante, molto umana e immediatamente riconoscibile. Chi si approccerà a questo viaggio ne resterà coinvolto fino all’ultima pagina. Paragonerei questa lettura ad un tuffo: ti ci immergi e ne esci diverso.

 

 

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Patrick Marcugini è un giurista, che ha studiato all’Unibo, appassionato di fumetti, libri, film e basket. Nella sua crescita personale sempre più è emersa una predisposizione per interessi umanistici ed artistici. Apprezza moltissimo la compagnia degli amici e la socialità in tutte le sue forme, finestra di vita; ha viaggiato in diversi paesi europei, in California ed Iran, questi ultimi anche per motivi familiari oltre che di piacere: è iraniano da parte di madre e la sua fidanzata è californiana.

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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