RACCONTO DI NATALE – di John Jairo Junieles (trad. Lucia Cupertino)

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LE MIE MIGLIORI PREGHIERE

John Jairo Junieles
traduzione di Lucia Cupertino

 

Vedo la piccola casa di zia Cenelia, illuminata dalle luci natalizie e subito il ricordo va a quei circhi dei quartieri poveri, con le loro tende rattoppate e lampadine colorate, montati nei parchi, con la voglia di non andarsene mai; finchè un giorno sono costretti a sloggiare e allora il circo deve andare avanti altrove.

La sua casa è la più antica del quartiere, dettaglio peculiare visto che si tratta di una zona di antichi edifici, molto distante dal centro urbano. Ha la facciata dipinta di beige e il tetto che un tempo forse era stato rosso. Busso tre volte, la badante apre e mi sorride. Anche zia Cenelia, che sta dietro di lei, è felice di vedermi, soprattutto oggi che è Natale e mi ringrazia con baci e abbracci per le due bottiglie di vino e la borsa carica di banane che ho portato come regalo. Zia Cenelia profuma di pane caldo e domeniche mattina di vento. I suoi occhi a quest’ora del giorno sono scuri, come sotto ad un letto pieno di doni in un’alba di dicembre.

Mi dice che sono ingrassato, che sicuramente mi ubriaco tutti i giorni e faccio le ore piccole troppo spesso. Ci sediamo in un angolo di quella sala, impeccabile come il resto della casa, dal momento che zia Cenelia non concede neppure un centimetro a polvere e ragni. Dal paese si è portata dietro dei mobili che hanno più di un secolo, credo che l’unica cosa che li tenga ancora in piedi sia zia Cenelia, se non fosse per la sua presenza già da molto tempo sarebbero diventati polvere e cenere. Quasi fossimo in un curioso museo di famiglia, conserva pure un grande divano in stile arabesco rivestito d’una plastica spessa e trasparente.

Non ha mai imparato a leggere l’ora sugli orologi, ma ha sempre un calendario Pellerossa appeso al muro e puntualmente strappa i giorni come fossero piume di gallina. Nonostante abbia una certa età, è una donna tosta, vive con due gatti e la sua badante, che è meno vecchia ma che ugualmente mi dice che sono ingrassato e ciononostante mi offre un’arepa calda, impastata e infornata in casa, un’arepa che sembra il sole di aprile.

Non appena la badante va via, zia Cenelia incalza con domande sulla mia vita. È strano che una convinta zitellona, che nel corso della sua vita ha avuto diversi fidanzati che ha finito per lasciare, e che recita il rosario ogni giorno – bevendo vino rosso – si preoccupi tanto di vedermi maritato. Io le rispondo che mi sto comportando bene, credo ormai di orinare acqua santa, e lei sorride, scuotendo la testa e battendo le mani.

Vorrei davvero dirle un sacco di cose, ma non riesco a farlo, lei continua a permanere in un tempo furtivo in cui appaio avere sei anni e correre in giro per la casa del paese, molto prima che lei se ne andasse di lì e si trasferisse nella grande città per guadagnarsi da vivere come sarta e ricamatrice.

Stare qui con lei a Natale, prima di andarmene senza meta a ballare in un locale qualsiasi, mi fa stare molto bene, mi ricorda che non tutto è ombra, paura e delirio. Nulla sembra così reale come qui. Non ho bisogno di dirle niente, soltanto la guardo, il suo sorriso da madrina generosa, i suoi capelli bianchi come fili di zucchero intrecciati intorno al capo e la cartografia tracciata sul viso che marca i sentieri della sua vita.

Ha un carattere scontroso ma in fondo, credo, si senta molto sola, tuttavia cerchiamo sempre motivi per farci una risata insieme. Ricordi, giovanotto, quando mangiasti un bel po’ di ragni, perché pensavi che così saresti diventato come il supereroe della televisione? Ricordi quella volta in cui ti sei scottato cercando di fare un forno in pietra? Ricordi la volta in cui ti nascondesti in un baule per non farti scovare dal diavolo? Cavolo se eri monello! Mio ​​padre ti viziava troppo, quante volte ti abbiamo trovato a fumare tabacco con quel vecchio pazzo! Eri in continuazione a farne una delle tue, chi l’avrebbe detto che saresti sopravvissuto e ora saresti un ragazzo così serio, perché lo sei, no? O forse solo quando vieni a trovarmi?

Tutto quello che lei dice funge da grimaldello e la fa accedere proprio fino al centro delle mie ossa. Siamo verso la fine della prima bottiglia di vino, lei si alza, batte le mani e ogni tanto alza le braccia. Resto in allerta, malauguratamente dovesse inciampare o perdere l’equilibrio, ad ogni modo glielo lascio fare, mi piace vederla così, perché ricordo ciò che mi aveva detto una volta, “le mie migliori preghiere, giovanotto, le faccio quando ballo”.

Impossibile evitarlo, dalla sua stessa frana i ricordi emergono, ecco perché la conversazione ci trascina verso lo stesso punto di sempre:

-Sai, ti conosco come se ti avessi partorito. Quello di cui resto convinta è che tu pensi troppo. Lo facevi anche da bambino, tra una diavoleria e l’altra ti fermavi a guardare lontano, a volte avevi un luccichio negli occhi che nessuno sapeva spiegarsi. Ricordo che un giorno tagliai un limone in quattro, con il succo ti bagnai la pianta dei piedi, implorando che in nome di Dio e di san Gregorio Hernández guarissi da qualsiasi cosa potessi avere. Un altro giorno ti tagliai le unghie di mani e piedi, cercando di non farle cadere a terra e poi le seppellii ai piedi di un albero felice, un albero dai frutti abbondanti.

Mentre parla, sento che le sue parole stanno formando una specie di corda che non mi farà sprofondare nelle sabbie mobili dei miei pensieri.

Ricordo tua madre – continua a dire zia Cenelia – era una donna allegra, ragion per cui non è da lei che hai preso la timidezza, tuo padre era di poche parole ma non introverso. Forse hai passato troppo tempo in quel cortile, i fantasmi sepolti lì ti si sono ficcati in testa e non sei riuscito a liberartene. Qualcuno mi ha detto che prima che tuo fratello fosse stato interrato sotto quell’arancio c’era anche un cimitero indigeno. Ne sai qualcosa?

-Molto poco, zia, credo che abbiano fatto degli scavi e trovato qualcosa, anche se in realtà erano alla ricerca del petrolio, non ne sono certo.

– Abbiamo venduto tutto quanto per una miseria. Abbiamo venduto perfino i ricordi. – Sento un cedimento nella sua voce.

-No zia, i ricordi sono l’unica cosa che ci è rimasta, ad esempio, ricordo che per un sacco di anni prendevi e partivi a dicembre e pochi giorni dopo tornavi carica di regali e tutti eravamo molto felici, scorrazzavamo per casa come cani senza collare. Quella casa, ti ricordi, in cui dopo aver chiuso le porte perfino il pavimento diventava letto.

-Non darmela a bere, giovanotto, è vero che un paio di giorni fa ho perso la finta dentiera da qualche parte in casa e ancora non riesco a trovarla, so anche di avere problemi alla schiena e una caviglia atrofizzata, ma ho visto molti giorni diventare notte, e in settant’anni è ovvio che ho visto più telenovelas di te. Non uscirtene con frasi sentimentali. Non dimenticare che dai terreni bruciati viene il grano migliore. Devi solo imparare a cadere in piedi come i gatti e continuare a ballare.

Da quando ne ho memoria, zia Cenelia ha sempre dormito su una sedia a dondolo, a causa di una certa fobia per il letto che ha sviluppato, dice sempre: “Il letto è più sicuro, ma è dove muore la maggior parte delle persone”. Sostiene inoltre che ci dorma il fantasma di un suo innamorato e lei, che spera ancora di peccare con i vivi, non lo farà mica con un morto. Cerco di non svegliarla, mi alzo con cautela e la saluto con un bacio sulla fronte. All’orecchio le dico che spero di tornare a trovarla molto presto e a quel punto lei mi risponde biascicando qualcosa che non capisco, in una lingua che non conosco, perché le sue parole vengono dai sogni.

Sento che quando si saluta qualcuno, quell’arrivederci potrebbe essere definitivo, siamo persone e viviamo congedandoci senza saperlo. La saggezza risiede nell’imparare a dimenticare quell’angoscia, imitare un po’ gli animali, il loro abbandonarsi alla sapiente natura e continuare a vivere come se non ci fosse un domani, perché in realtà nessun momento si ripete ed è per questo che bisogna goderseli tutti.

Prima di andar via, avverto la badante di stare attenta, se per caso zia Cenelia dovesse svegliarsi durante la notte e alzarsi dalla sua sedia a dondolo. È quasi mezzanotte quando apro la porta, accendo una sigaretta e mi avvio verso la strada, camminando controvento. Mi volto e osservo le finestre della casa di zia Cenelia, con le loro luci che si accendono e spengono, ballando come lucciole, vibrando come piccole galassie sotto l’oscurità del cielo.

Foto John J. Junieles

JOHN JAIRO JUNIELES (Colombia)

Nato a San Luis de Sincé – Sucre (1970), cresciuto a Cartagena de Indias, attualmente vive a Bogotá. Tra le sue pubblicazioni, in poesia: Temeré por mí al final de estas líneas (1996), Canciones de un barrio en la frontera (2002) e Barrio Blues (2015);  i libri di racconti: Con la luz que me queda basta (2007), Todos los locos hablan solos (2011) e altri. È stato professore di giornalismo presso l’Università di Cartagena, nel Master in Scrittura Creativa presso l’Università Nazionale, di Sceneggiatura presso l’Università Javeriana di Bogotá. Fra i suoi riconoscimenti spicca nel 2002 il Premio Nazionale per la Letteratura Città di Bogotà – Poesia. È stato tradotto in inglese, italiano, tedesco e svedese. Di recente uscita il romanzo El hombre que hablaba de Marlon Brando (Editorial Planeta, 2020).

Foto di copertina a cura di Salim Martínez Garrido / Foto di Junieles, a cura di Guillaume Amat (www.guillaumeamat.com)

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Scrittrice, antropologa culturale e traduttrice. Laureata in Antropologia culturale ed etnologia (Università di Bologna), ha conseguito un Master in Antropologia delle Americhe (Università Complutense di Madrid) con tesi sulla traduzione di fonti letterarie nahuatl. Vive da tempo tra America latina e Italia, con soggiorni più brevi in Australia, Germania e Spagna, legati a progetti di ricerca, educativi e di agroecologia. Scrive in italiano e spagnolo e ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014); Non ha tetto la mia casa - No tiene techo mi casa (Casa de poesía, San José, 2016, in italiano e spagnolo, Premio comunitarismo di Versante Ripido); il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Suoi lavori poetici e di narrativa sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali. Parte della sua opera è stata tradotta in inglese, cinese, spagnolo, bengali e albanese. È curatrice di 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016, menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec – Università di Bologna); Muovimenti. Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi, Lecce, 2016) e Canodromo di Bárbara Belloc (Fili d’Aquilone, Roma, 2018). Membro della giuria del Premio Trilce 2018, Sydney, in collaborazione con l’Instituto Cervantes. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative letterarie e culturali in Italia e all’estero.

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