QUESTIONI DI SANGUE, racconto di Lucia Cupertino

migrazione Cile

QUESTIONI DI SANGUE

di Lucia Cupertino

Liliana aveva le lacrime agli occhi, finalmente aveva potuto abbracciare con lo sguardo lo stesso orizzonte che il suo bisnonno si era messo alle spalle più di un secolo prima. Diversa la reazione di Carolina, sua sorella, alla guida di una Peugeot 208 e con il Google Maps entrato in panne. Liliana aveva la spensieratezza della copilota disattenta. Giunte alla piazzetta del paesino parcheggiarono l’auto in una stradina laterale e si avviarono a piedi verso il palazzo del Comune.

– Il Sindaco non c’è, ma non avete bisogno di lui per questo… Rivolgetevi all’ufficio Anagrafe.

Una signora corpulenta, dai capelli crespi come le burrasche d’inverno e i denti macchiati, fumava una sigaretta in barba al cartello di divieto di fumo appeso accanto al suo sportello. Era la funzionaria dell’ufficio interessato. I suoi occhi lanciarono saette quando si rese conto che la richiesta delle due donne la obbligava a schiodare le sue chiappe dalla sedia e andare a cercare negli archivi. Cercò di dissuaderle:

– Questa ricerca richiede molto tempo, si tratta di archivi storici, richiedono un lavoro meticoloso e lungo. Compilate questo modulo e tornate tra una settimana.

Quasi gridava in automatico: Il prossimo! Quando le due sbalordite e in difficoltà per via della lingua, le mostrarono una frase tradotta in fretta e furia su Google Traduttore.

Scusa signora, il nostro è un viaggio in aereo molto lungo, domani lasceremo la Calabria e non potremo tornare in una settimana. Per favore, dacci una mano…

La funzionaria era sul punto di cucire un’altra scusa, ma si sentì ridicola: non aveva davvero nulla di urgente da sbrigare, non c’era neanche una persona in coda allo sportello e…ormai gli archivi dell’Ottocento erano stati digitalizzati quasi per completo, per cui se il nominativo fosse apparso lì non avrebbe neppure dovuto abbandonare il tepore della sua nuova sedia Ikea con sedile reclinabile.

– Va bene, va bene, ragazze, tornate tra un paio d’ore, spero di avere buone notizie per voi.

Sfoggiò un sorriso che lasciò lei stessa esterrefatta: quelle due giovinotte la intenerivano o forse le ricordavano una vecchia storia che sua madre le raccontava quando vivevano nei rioni del centro, la partenza del fratello minore verso una destinazione incerta nel continente americano, con quattro stracci e tanta voglia di fare.

Antonio Vallebona, nato a San Ferdinando alle ore 11 del 22 giugno 1870.

Liliana e Carolina stringevano tra le mani l’atto di nascita del bisnonno. Straripavano di felicità.

– Ho una danza di coleotteri sulle guance, Carolina.

Una volta, da bambina e di ritorno da una passeggiata nei boschi, Liliana disse a sua madre: Sono tanto contenta, i coleotteri danzano sulla mia faccia. Da quel momento quando era felice sentiva coleotteri danzarle a fior di pelle.

– Andiamo a pranzo, bisogna brindare! rispose la sorella. Carolina era sempre stata la più contenuta, era meno effusiva, ma non meno dolce. – Adesso è questione di tempo e siamo tecnicamente italiane. Ti rendi conto?

Pensarono di prendere l’auto e mangiare in una trattoria che avevano adocchiato all’andata. Camminarono lungo la stradina che si diramava dalla piazzetta e in cui avevano parcheggiato, ma del veicolo che avevano affittato in aeroporto neppure l’ombra. Si aggirava invece un ragazzo sulla ventina d’anni. A Liliana e Carolina parve esserci una connessione losca tra la sua presenza e l’assenza dell’auto. Non sapevano cosa fare, si guardavano attorno, mentre il ragazzo si avvicinava sempre di più a Carolina fino ad essere ad un palmo.

– Posso esservi d’aiuto? Cercate qualcosa?

Si tranquillizzarono un po’. Le due parlavano a malapena italiano, il giovane nigeriano comprese comunque che non era quella la viuzza dove avevano lasciato la macchina. Il panificio con l’insegna rossa che ricordavano aver visto di fronte era quello della signora Angelina, una parallela più giù.

– Vi accompagno io.

Mancava poco per il rientro in Cile. Una sera a Valparaíso, mentre spizzicavano una empanadita, un piattino di machas con parmiggiano e del buon pisco sour, s’erano sentite frustrate per non aver ricevuto risposta alle varie mail mandate al paesino calabrese da cui il bisnonno Antonio ero andato via a diciassette anni per riempirsi lo stomaco lavorando come pompiere in terra cilena. Liliana sentiva millepiedi camminarle sulle braccia. Quando era nervosa da bambina diceva così e la madre le rispondeva di stare attenta a non schiacciarli per evitare di cascare nell’ansia senza fondo. Fu tra un sorso e l’altro che sorse l’idea di prendersi un paio di settimane di ferie tra fine settembre e ottobre e raggiungere lo Stivale.

San Ferdinando era diversa dal paesino che s’erano immaginate e di cui avevano ricostruito una cartina mentale attraverso ritagli di racconti familiari e pennellate aggiuntive del tutto personali. La loro San Ferdinando pullulava di volti della civiltà contadina, mulattiere e fazzoletti al capo, donne vestite di nero in un lutto permanente, la campagna ruggente e a tratti in una ragnatela del tempo. Prima di rimettersi sulla strada, s’erano imbattute però con una megatendopoli. Tende precarie, talvolta bucherellate e con catini per raccogliere l’acqua piovana, montagne di rifiuti, donne e bambini con vestiti rammendati, una porta di calcio improvvissata e logora. Nessun sorriso spandeva quel pezzo di mondo. I volti erano di stranieri, moltissimi africani. Le due sorelle sentivano rigetto e costernazione, rimasero perplesse per qualche secondo, allo stesso tempo non riuscivano a capire perchè tanti migranti fossero stipati lì. Sapevano ben poco della situazione locale, tanto da pensare che qualche giusto motivo doveva pur esserci a giustificare quel vivere disumano. Sicuramente tutta quella gente s’era meritata quella reclusione. Proseguirono e giunsero allo svincolo della trattoria. Distratte già da un altro dettaglio che scompaginava la San Ferdinando immaginata.

Carolina scattava frenetivamente foto. Liliana pure, alternando quelle col suo cellulare a quelle con la macchina fotografica che l’aveva accompagnata fin dai suoi 5 anni, bastava unire la punta del pollice di una mano con la punta dell’indice dell’altra e scattare! Passeggiavano al riparo della galleria Vittorio Emanuele II, gettando uno sguardo alle vetrine. Era una perfetta giornata di fine estate a Milano. Il programma del giorno era visitare furtivamente i luoghi nevralgici della capitale della moda italiana, fare shopping e rilassarsi prima del volo.

Ormai si districavano bene tra le viuzze del centro, Carolina aveva tante buste alle mani da sembrare un albero di Natale e mentre assieme a Liliana stavano calcolando se vi erano chili aggiuntivi per la valigia, cominciarono a sentire il rimbombo di tamburi africani avvicinarsi irreparabilmente. Alcuni minuti dopo apparvero i manifestanti, sembrava una festa di colori e suoni, una grande vibrazione occupava i marciapiedi e i cuori dei partecipanti, volti come quelli che le due sorelle avevano visto nella tendopoli di San Ferdinando mescolati a quelli di giovani studenti locali intonando all’unisono: La solidarietà non si arresta: Mimmo Lucano libero subito!

Carolina e Liliana non capivano molto e, pur non essendo tipe da manifestazione, la curiosità le divorava. Con il loro italiano rudimentale chiesero delucidazioni ad una ragazza che aveva un fischietto tra le labbra e una magliettina con su scritto: Riace è anche il mio sogno!

– Ragazze, forse a voi non è giunta la voce in Cile, ma qui stanno arrestando un sindaco che mette la giustizia, la vita, il sangue, il sudore e i sentimenti degli esseri umani al primo posto, senza badare alle frontiere. Lo accusano di favoreggiamento all’immigrazione clandestina, mentre tutta la Calabria è zeppa di favoreggiamento alla mafia!

Un ragazzo si immise nel corteo e abbracciò la giovane:

– Chiara, che bello vederti!

– Folami, bello beccarci qui. Ho una magliettina per te. E cominciò a tirar fuori una t-shirt dedicata a Riace per farla indossare al suo amico.

Liliana volle immergersi un poco e scattare foto con la sua fotocamera immaginaria dell’infanzia. Carolina le stava accanto, si era già annoiata ma era una buona accompagnatrice e le piaceva far sentire bene sua sorella. Scatto dopo scatto, Liliana aggiornava l’archivio dell’arcaica Calabria del suo bisnonno e prendeva ad accostarvici altre immagini della cangievole realtà, quella che stava sperimentando coi suoi occhi, colma di amarezza, ingiustizia, resistenza, dolcezza e pacatezza. Ad un tratto le vertigini. Si fermò e s’appoggiò ad un palo della luce, Carolina era rimasta qualche metro indietro. Quasi svenne, ma riuscì a riprendersi. Riaprendo gli occhi gli apparve il lucore del mare dopo una burrasca e su di una barca di fortuna il suo bisnonno assieme ad una ventina di migranti d’oggi toccare terra.

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

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