Prima edizione italiana di Our Nig di Harriet E. Wilson, nota introduttiva di Pasqualino Bongiovanni

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our nigIn seguito a un attento e scrupoloso lavoro di traduzione a cura di Mariacristina Cesa e Giuseppe Villella, nel giugno 2020 è stata data alle stampe, per la collana “I venti” di Lebeg Edizioni e con il titolo La nostra Nig, la prima edizione italiana del romanzo Our Nig di Harriet E. Wilson.

Pubblicato per la prima volta nel 1859, Our Nig ebbe una diffusione molto limitata per poi scomparire rapidamente dall’orizzonte editoriale. Riscoperto soltanto alla fine del secolo scorso da Henry Louis Gates Jr., vanta oggi numerose edizioni ed è considerato una pietra miliare della letteratura americana nonché il primo romanzo di una donna afroamericana edito negli Stati Uniti.

In questa sua opera chiaramente autobiografica, Harriet E. Wilson narra la straziante storia di Frado, una bambina sveglia e determinata che, all’età di sei anni, dopo la morte del padre, viene abbandonata dalla madre presso i Bellmont, proprietari terrieri del New Hampshire. Nella casa di questi ricchi signori vivrà un’infanzia di privazioni e atroci sofferenze, subendo violenze fisiche e psicologiche, soprattutto ad opera di alcune donne della stessa famiglia.

Grazie alle ricerche di importanti studiosi tra cui il già citato Henry Louis Gates Jr., Richard J. Ellis, Gabrielle Foreman, Reginald Pitts e altri, è stato possibile ricostruire diversi aspetti biografici dell’autrice rimasti per lungo tempo alquanto incerti.

La prima pubblicazione di questo romanzo avvenne infatti in forma anonima. Sul frontespizio della prima edizione il nome di Harriet Wilson non compare e “Our Nig” viene posto come se fosse anche il nome stesso dell’autrice/autore dell’opera. Il lungo sottotitolo (Sketches from the Life of a Free Black, in a Two-Story White House, North. Showing that slavery’s shadows fall even there) aveva invece un intento quasi didascalico, ossia mostrare quanto si fossero allungate le ombre della schiavitù e del razzismo raggiungendo anche gli Stati del Nord.

Per molto tempo, dietro tale anonimato si è anche pensato che potesse celarsi un autore maschile, magari bianco e perfino degli Stati del Sud, il cui intento era screditare le idee abolizioniste del Nord.

Il romanzo venne pubblicato poche settimane prima dell’impresa fallimentare di John Brown che, nella dura opposizione tra abolizionisti e schiavisti, infervorò ulteriormente gli animi della popolazione americana. Da lì a pochi mesi si arrivò alla secessione degli Stati del Sud e alla guerra civile. Pubblicato in poche copie, Our Nig venne presto dimenticato. Probabilmente, le ragioni di questa sua breve vita editoriale possono essere rintracciate nell’imbarazzo che lo stesso romanzo poteva suscitare alla causa degli abolizionisti. In realtà la stessa autrice, come afferma anche nella prefazione, non era una letterata di professione e più semplicemente intendeva perseguire scopi ben più pratici e materiali. Trovandosi senza marito e in una situazione di grave indigenza, aveva infatti deciso di dare alle stampe il suo romanzo per raggranellare un po’ di denaro e sostenere sé e un figlio con gravi problemi di salute che, purtroppo, morì l’anno successivo a soli sette anni.

Oltre a una traduzione fluida e scorrevole, questa prima edizione italiana di Our Nig curata da Lebeg Edizioni può vantare la prestigiosa introduzione di Jaki Shelton Green, Poet Laureate dello Stato del Nord Carolina. Da sempre impegnata nella difesa dei diritti civili e delle minoranze, la poetessa americana accompagna questa pubblicazione con un testo che contiene molti elementi autobiografici e nel quale riprende le narrazioni tramandatele dalle sue antenate. Il risultato è un vibrante racconto nel racconto, una testimonianza profonda e autentica contraddistinta dal fervore civile e dalla potenza lirica che caratterizzano la sua vita e la sua poetica.

«Essendo cresciuta nel Sud degli Stati Uniti», scrive Jaki Shelton Green nella sua introduzione a La nostra Nig, «mi è stato insegnato che le mani invisibili dei miei antenati schiavi mi guidano continuamente; che le loro schiene e le loro spalle, come montagne che donano ombra, infondono ampiezza e profondità a ogni versione della storia della mia vita degna di essere raccontata. Già all’età di sei o sette anni ho conosciuto direttamente e in prima persona il razzismo endemico. Mia nonna mi forniva il background storico, una base di conoscenze per il mio io ancora giovane che poteva risalire alle origini di quel male perpetrato e ritenuto necessario da qualcun altro. Era fermamente convinta che questa dilagante bruttura non mi avrebbe segnata per sempre. Non poteva proteggermi da tutto, ma aveva il potere di armarmi delle verità della storia americana e della mia (sua) storia.

Mi parlava sempre di sua nonna e della sua bisnonna, entrambe schiave. Quest’ultima aveva segretamente imparato a leggere e scrivere grazie ai suoi fratellastri, i figli bianchi di suo padre bianco. Aveva nove anni ed era proprietà di una sorellastra di soli tre anni. Con quella bambina condivideva la camera da letto e se ne prendeva cura notte e giorno. Leggere e scrivere era il gioco segreto e rischioso intavolato con la progenie bianca di suo padre. Quando si scoprì che aveva commesso un atto tanto illegale, quella piccola schiava venne severamente picchiata dalla moglie di suo padre, che la odiava e voleva venderla da sempre. Poco tempo dopo, infatti, la bambina fu venduta e mandata in una piantagione vicina. Soltanto quando fu più grande riuscì a riunirsi a sua madre. Io sono colei che ha ereditato le sue storie e il vecchio chiodo arrugginito caduto dal carrozzone che se la portò via quel fatidico giorno. Sua madre raccolse il chiodo e lo legò all’orlo del suo grembiule. Quel chiodo è stato tramandato (fino a oggi) e ora esige che io ricordi di ricordare, e mi ordina di raccontare la sua, nonché nostra, storia.»

Leggendo La nostra Nig si avverte subito l’attualità dei temi affrontati, ma questa edizione italiana non vuole assolutamente essere un “instant book”, un’operazione commerciale tesa a cavalcare i problemi e le situazioni portati alla ribalta dai media. Traduttori ed editore hanno lavorato a questo progetto a lungo e con la profonda convinzione che il romanzo di Harriet Wilson fosse una storia dolorosa e senza tempo, meritevole di essere divulgata a un pubblico più ampio possibile proprio perché narra uno spaccato della storia americana che, fino a pochi decenni fa, è rimasto pressoché sconosciuto. La nostra Nig è ancora oggi una voce femminile che dichiara ripetutamente la sua volontà di sopravvivere ed emanciparsi interiormente e socialmente in una collettività che la vuole invece sottomessa e annientata fin nella sua identità più intima e personale.

Così, in un passo del romanzo assai efficace, Harriet Wilson riesce a far sì che la dignità della piccola Frado/Nig, grazie a un’azione di resistenza silenziosa e alla fedele collaborazione del suo cagnolino, possa trionfare di fronte alla meschinità cieca e violenta di Mrs Bellmont: «[…] Frado sedette al posto della sua padrona e stava quasi per afferrare un piatto da dessert pulito sul tavolo, quando questa entrò.

“Metti giù quel piatto; non puoi averne uno pulito, mangia dal mio”, le disse. Nig esitò. Mangiare in quello di James, di sua moglie o di Jack, sarebbe stato piacevole; ma era difficile fare qualcosa di sgradevole comandatole dalla padrona e quello lo era davvero.

Si guardò in giro velocemente, prese il piatto e chiamò Fido perché lo ripulisse, cosa che questi fece al meglio delle sue capacità; poi strofinò il coltello e la forchetta sulla tovaglia e iniziò a cenare.»

Harriet_WilsonHarriet (Hattie) E. Adams Wilson nacque nel 1825 a Milford, nel New Hampshire. Il padre, Joshua Green, era afroamericano, mentre Margaret, la madre, era bianca. Dopo la morte del padre, venne abbandonata dalla madre presso la famiglia di Nehemiah Hayward Jr. dove rimase fino ai diciotto anni. Nel 1850 si trasferì nel Massachusetts, probabilmente a Ware, e incontrò Thomas Wilson. Nel 1851 i due si sposarono e l’anno successivo nacque George Mason Wilson, il loro unico figlio. Abbandonata dal marito, Harriet andò incontro a diversi periodi di indigenza, anche a causa di una salute cagionevole. Nella seconda metà degli anni Cinquanta si mantenne vendendo un prodotto per la cura dei capelli. Nel 1859 venne pubblicata Our Nig, sua unica opera a noi conosciuta, che avrà breve e limitata circolazione. Dalla fine degli anni Sessanta, si trasferì a Boston dove lavorò come medium ed entrò a far parte dell’Associazione degli Spiritualisti del Massachusetts. Nel 1870 sposò John Gallatin Robinson, uno speziale di diciotto anni più giovane dal quale si separerà intorno al 1877. Morì il 28 giugno 1900 a Quincy, nel Massachusetts, presso la famiglia Cobb.

Pasqualino Bongiovanni è nato nel 1971. Ha pubblicato la sua opera prima dal titolo “A sud delle bongiovannicose” (Roma, 2006), una raccolta che vanta la presentazione di Mario Rigoni Stern, uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento (scomparso nel 2008).  L’opera è stata poi tradotta prima in spagnolo da José M. Carcione e pubblicata in Argentina in edizione bilingue con il titolo “Al sur de las cosas” (Buenos Aires, 2012), e successivamente in inglese da Giuseppe Villella e pubblicata in Canada in edizione bilingue con il titolo “To The South of Things” (Thunder Bay – Ontario, 2013). Attualmente Marie Marazita, giovane intellettuale francese di origini italiane, si sta occupando della traduzione in francese della stessa raccolta, mentre è in corso di pubblicazione una nuova edizione in italiano dell’opera insieme ad un audiolibro interpretato dall’attrice Aurora Cancian.

 

Immagine di copertina pubblicata su gentile concessione della casa editrice.

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Riguardo il macchinista

Maria Rossi

Sono dottore di ricerca in Culture dei Paesi di Lingue Iberiche e Iberoamericane, ho conseguito il titolo nel 2009 presso L’Università degli Studi di Napoli l’Orientale. Le migrazioni internazionali latinoamericane sono state, per lungo tempo, l’asse centrale della mia ricerca. Sul tema ho scritto vari articoli comparsi in riviste nazionali e internazionali e il libro Napoli barrio latino del 2011. Al taglio sociologico della ricerca ho affiancato quello culturale e letterario, approfondendo gli studi sulla produzione di autori latinoamericani che vivono “altrove”, ovvero gli Sconfinanti, come noi macchinisti li definiamo. Studio l’America latina, le sue culture, le sue identità e i suoi scrittori, con particolare interesse per l’Ecuador, il paese della metà del mondo.

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