Presentazione e poesie dall’antologia “America, We Call Your Name” a cura di Murray Silverstein

America

 

[…] E’ stato un lungo viaggio: l’antologia è stata concepita nei giorni che seguirono la disastrosa elezione di Trump a presidente degli Stati Uniti nel novembre del 2016 e la prima spedizione dei libri mi è arrivata dalla tipografia solo ieri, 13 settembre 2018. (E proprio oggi, non a caso, il consigliere di Trump, Paul Manafort è andato fuori di testa!  Dunque è vero che la poesia non fa succedere niente?) Allora questo è  il viaggio inaugurale, il varo del libro e vorrei approfittarne un attimo per ringraziare le persone che hanno contribuito a crearlo, alcune elle quali si trovano qui. Poi direi quattro parole di introduzione sull’antologia.

[Ringraziamenti vari alla libreria che ospita l’evento, ai redattori, collaboratori e partecipanti all’antologia presenti is sala]

America, We call your Name, questo titolo è frutto del mio ricordo fallace (effetto della compressione in un cervello poco mattiniero) del titolo della poesia di Dean Rader contenuta nel libro, titolo chiaramente più complesso “America, I Do Not Call Your Name Without Hope.”  La scorsa primavera, dopo aver trascorso delle settimane in uno stato di agitazione alla ricerca del titolo, un bel mattino mi sono svegliato dicendomi, “E se usassimo il titolo della poesia di Dean come titolo dell’antologia?” dopo qualche giorno parlando con Judy Halebsky (una poeta di Oakland  compresa nell’antologia) mi sono reso conto di aver alterato il titolo della poesia di Dean, e questo mi ricordo erroneo era dovuto proprio al fatto che ero entrato in dialogo  con la poesia di Dean… poesia che è a sua volta una rivisitazione di una lirica scritta in spagnolo negli anni 50 da Pablo Neruda a un’America, un’America Latina in crisi, poesia che era stata a sua volta tradotta in inglese da tutto un gruppo di poeti statunitensi, compreso Robert Bly, durante gli anni da incubo che furono quelli della guerra in Vietnam. Il poeta che come cittadino si rivolgeva all’America; la poesia, con la sua forza lirica irrefrenabile, che si rivolgeva  allo Stato e ai/alle concittadini/e direttamente esprimendo la verità con linguaggio egalitario, creato nelle strade.

Il tipo di poesia che Neruda aveva trovato in Whitman, leggendo tra le righe, per così dire di Foglie d’Erba, una raccolta di cui Neruda stesso aveva tradotto in spagnolo ampi brani; Whitman che l’aveva strappata all’aria che lo circondava negli Stati Uniti degli anni 50 dell’Ottocento, un paese che si trovava alla vigilia di quella che sarebbe stata una terribile guerra civile.

 

Ed eccoci qua, 170 anni dopo, a ritrovarci ancora una volta lì.

America, We Call Your Name… alla vigilia di che cosa stavolta? Non è affatto chiaro.  C’è terrore (pensate che Trump sia cattivo”  Pensate un po’ ai versi i Yeats “E quale bestia orrenda…. Striscia verso Betlemme per venire al mondo?”  e c’è speranza, come emerge dai versi di Larry Levis “Fate una legge / per cu la schiena si ricordi delle ali“)

Centoventi poesie…. Che parlano a questa nazione, in questo momento precario, che dialogano tra di loro, rivelano, amplificano, costruiscono l’un sull’altra… Credo che sia stata Anna Ahkmatova, la grande poeta russa, a dire, da qualche parte che la poesia “è una grande conversazione.”

Ed è vero, credo, perché nel nucleo della poesia c’è la necessità della parola, un “parliamone”.  Quel “di” è, rimane sempre un qualcosa da definire. Ma l’azione fondamentale di una poesia è il dire, il rompere il silenzio e parlare; pronunciarsi  in risposta al mondo, “parliamo”. Mi viene in mente la grande attrice comica Joan Rivers, che frammezzava le sue battute con la domanda “Possiamo parlare?” sottintendo qualcosa di intimo, parole mai dette prima che stavano per essere pronunciate.

America, possiamo parlare…  di questa orrenda presidenza Trump? (“Stiamo impastando insieme ciò che è credibile e ciò che è inconcepibile” scrive Tom Centolella, nella sua “Ballad of the Indivisible”) ciò che rivela del nostro paese (Stiamo piangendo quel che credevamo di essere,” scrive Frank Bidart).  Possiamo parlare, America, della resistenza a quella nuova “normalizzazione” autoritaria che si insinua nella vita quotidiana, secondo  la quale la stampa libera è ora “il nemico”? (“E’ tuo compito”, dice Tony Hoagland nella poesia “Gorgone “non lasciarti trasformare in pietra“). Come essere resilienti davanti a questi tempi, possiamo parlare di questo, America? “Vieni,” dice Lucille Clifton ” a celebrare / con me quel quotidiano / qualcosa  che ha cercato di uccidermi / e ha fallito.” Ascoltate Robert Hayden che dice allo spirito di Frederick Douglas che sarà ricordato “con le  vite…. che danno carne al suo sogno,” se volete conoscere  la resilienza. Ascoltate  Forrest Hamer che ascolta (nella sua poesia “Repetition Compulsion”) che ascolta  e che analizza il tutto.

E come forma di dialogo aperto, la poesia contiene la speranza di essere, in un certo qual modo, un”metodo catartico”, una “cura parlata” continuativa, adattabile. La sua intrinseca speranza: che la lingua ci possa indicare una via d’uscita, che la poesia stessa sia dimostrazione di un luogo tranquillo, uno spazio in cui il trauma possa essere ricordato, discusso, gli si possa dare forma—– ed eccomi  a dialogare con Wordsworth che, subito dopo aver visitato ed essere stato profondamente colpito dalla Francia rivoluzionaria, definisce il componimento poetico ” un’intensa emozione ricordata in tranquillità”.  La poesia stessa come spazio libero ed aperto  all’interno del quale si possa parlare di traumi, in cui si possano condividere, di passaggio, le gioie- il riso e il dolore, questo è il tipo di speranza che la poesia sarà sempre in grado di raccogliere.

Prestarsi ad essere tale spazio, in questi tempi, e di indicare la possibilità  di questo spazio in futuro, nel nostro paese spezzato, questa è la nostra speranza  per questa antologia

 

*

 

Le poesie che compongono l’antologia le abbiamo raccolte con due metodi diversi.  Prima abbiamo lanciato un appello a livello nazionale, una chiamata aperta, dalla quale abbiamo ricevuto, entro la primavera del 2017 oltre 2000 poesie provenienti da ogni angolo degli Stati Uniti: da licei, case di riposo, da stati a maggioranza repubblicana, da stati a maggioranza democratica.  In un secondo momento, abbiamo chiesto a tutti i poeti membri del collettivo  della casa editrice Sixteen Rivers Press, basata nella California settentrionale, di proporre poesie per il progetto – qualsiasi poesia di qualsiasi periodo storico  che fosse pertinente al momento che attraversiamo.  A caldo, nei primi 100 giorni della presidenza Trump  ci sono arrivate altre 300 poesie.  Queste due fonti di approvvigionamento costituiscono la base per la conversazione che trovate nel libro. Facendo la cernita delle poesie durante i tormentati giorni di stomachevole turbolenza  di questa amministrazione, sono emerse nove sezioni:  come fossero frutto di selvagge assemblee civiche di cittadini poeti su argomenti quali armi, violenza, razzismo, sessismo, ineguaglianze sociali, ecocidio, disperazione. C’è di tutto, impastato insieme a speranza, possibilità, cambiamento, la visione di uno spazio più aperto e più tranquillo nel futuro.

 

Nelle antologie, alcuni dei dialoghi più potenti vengono avviati tra le pagine a fronte, mentre le poesie si parlano attraverso il margine di rilegatura. Quindi ad esempio, troverete la liceale  Grace McNally che si immagina la potenza di un’Antigone in marcia su Washington mentre dall’altra parte del margine la poesia di John Milton  si rifa ad Ovidio per spiegare la crudeltà e la stupidità che si trovava ad affrontare, mentre “resisteva”, ai giorni suoi. Troverete  Shakespeare, in una scena de “La tempesta”  che  descrive un momento di amarezza all’alba della tratta degli schiavi  proprio nella pagina a fronte della poesia di Robin Coste Lewis, la brillante poeta laureata di Los Angeles, nata a Compton, che gli “risponde”  con un brano dalla sua eccezionale, pluripremiata raccolta d’esordio Voyage of the Sable Venus; Evie Shockley  scrive “Ode to My Blackness” e Sharon Olds replica, davvero letteralmente, in questo caso, con “Ode to My Whiteness”. Sentirete Dante descrivere il destino dei rifugiati, “Tu lascerai ogne cosa diletta / più caramente”  nella pagina a fronte la poesia di Emma Lazarus, il cui sonetto consolatorio, scritto nel 188, che nonostante gli esecrabili sforzi del senatore repubblicano Stephen Miller, rimangono scolpiti alla base della Statua della Libertà.

Nel suo insieme, l’antologia va da Adrienne Rich, che scrive nell’infausto periodo  della prima presidenza Bush “Il nostro paese si avvicina  alla sua verità e al suo terrore” a Jane Hirshfield, nel nel giorno dell’inaugurazione di Trump nel 2017 come testimone proclama ” Non lasciate dire loro: non l’abbiamo visto. / Lo abbiamo visto.”

Traduzione di Pina Piccolo

 

Segue una selezione a cura di Pina Piccolo di poesie dalla raccolta già tradotte in italiano, reperibili in rete. Nel numero 14 di aprile de La Macchina Sognante metteremo a disposizione traduzioni dall’antologia di poesie non ancora tradotte. Inizio con la poesia di Adrienne Rich che è in dialogo con la poesia di Bertolt Brecht del 1939  “A Coloro che verranno”, le cui prime due strofe leggono:

Davvero, vivo in tempi bui!
La parola innocente è stolta. Una fronte distesa
vuol dire insensibilità. Chi ride,
la notizia atroce
non l’ha saputa ancora.

Quali tempi sono questi, quando
discorrere d’alberi è quasi un delitto,
perché su troppe stragi comporta silenzio!
E l’uomo che ora traversa tranquillo la via
mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici
che sono nell’affanno? […]

trad. di R. Leiser e F. Fortini, Einaudi, Torino, 1959.

 

 

ADRIENNE RICH

Che tipo di tempi sono questi?

C’è un luogo tra due file di alberi dove l’ erba cresce a stento
e la vecchia strada della Rivoluzione Americana finisce tra ombre
vicino ad una chiesa abbandonata dai perseguitati
che scomparvero tra quelle ombre.

Ho camminato fin là per cogliere funghi  sul ciglio del terrore, ma non siate stupidi
questa non è una poesia russa, questo non è da qualche altra parte ma qui,
è il nostro paese che si avvicina alla sua verità  e al suo terrore,
sono i suoi modi di  di far scomparire la gente.

Io non voglio dirvi dove si trova quel luogo, l’ oscuro intrico della foresta
che incontra  l’ incorrotta striscia di luce –
i crocicchi  infestati di fantasmi,  paradiso delle foglie intrise di fango:
Io già conosco chi vorrebbe comprarlo, venderlo, farlo scomparire.

Ed io non voglio dirvi dove si trova, e allora perché ve ne
sto parlando? Perché voi ancora state ascoltando, perché in tempi come questi
per farsi sentire da tutti, è necessario
parlare degli alberi.

Traduzione da  Cartografie del silenzio, a cura di Maria Luisa Vezzali, (Crocetti 2006). 

 

 

WILLIAM BUTLER YEATS

La seconda venuta

Turbinando nel cerchio che si allarga
Il falcone non può sentire il falconiere
Le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere.
Pura anarchia dilaga nel mondo
La marea insanguinata s’innalza e dovunque
La cerimonia dell’innocenza è annegata.
I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori
Sono pieni di intensità appassionata.
Certo è imminente una rivelazione
Certo è imminente la seconda venuta
La seconda venuta! Difficile pronunciare queste parole
Un ampio squarcio fuor dallo Spiritus Mundi
Tormenta la mia visione;
Da qualche parte nelle sabbie del deserto
Una forma con il corpo di leone e la testa di uomo
Bianco lo sguardo e senza pietà come il sole
Muove le sue cosce lente. Tutto intorno
Spirali fosche di uccelli del deserto.
La tenebra discende: adesso intendo
Che venti secoli di granitico sonno
Erano condannati all’incubo da una culla ondeggiante
E quale bestia orrenda, ora che alfine è venuta la sua ora
Striscia verso Betlemme per venire al mondo?

Traduzione di Alfredo Rienzi.

 

LUCILLE CLIFTON

Verresti a festeggiare con me 

Non festeggeresti con me

ciò a cui ho dato forma

in un certo tipo di vita?

Non avevo modelli.

Nata in Babilonia

nata non bianca e donna

cosa potevo vedere di essere se non me stessa?

Ho costruito

qui su questo ponte

tra la luce delle stelle e la creta

la mia propria mano;

vieni, celebra con me che ogni giorno

qualcosa ha tentato di uccidermi

ed ha fallito.

Traduzione di Maria G. Di Rienzo

 

CZESLAW MILOSZ

Sortilegio

Bello e invincibile è l’intelletto umano.
Né inferriata, né filo spinato, né libri al macero,
Né verdetto di bando possono niente contro di lui.
Egli stabilisce nella lingua le idee generali
E ci guida la mano, scriviamo quindi con la maiuscola
Verità e Giustizia, e con la minuscola menzogna e offesa.
Egli sopra ciò che è innalza ciò che dovrebbe essere.
Nemico della disperazione, amico della speranza.
Non conosce Ebreo né Greco, schiavo né signore,
Affidandoci in gestione il comune patrimonio del mondo
Dall’immondo strepito di parole slabbrate
Salva frasi austere e chiare.
Egli ci dice che tutto è sempre nuovo sotto il sole.
Apre la mano rappresa di ciò che è già stato.
Bella e giovane assai è Filo-Sofìa
E la poesia sua alleata al servizio del Bene.
Appena ieri la natura ha festeggiato la loro nascita.
Ai monti ne hanno dato notizia l’unicorno e l’eco.
Famosa sarà la loro amicizia, il tempo loro senza confini.
I loro nemici si sono condannati alla distruzione.

Berkeley, 1968

Da “Czesław Miłosz, Poesie”, a cura di P. Marchesani, Adelphi, 2013

 

DANEZ SMITH

Cara America Bianca

con versi da Amiri Baraka & James Baldwin

Ho lasciato la Terra alla ricerca di pianeti più scuri, un sistema solare che ruoti troppo vicino a un buco nero.Al mio posto ho lasciato qualche zolla di terra & molti di voi non si accorgeranno neppure della differenza: infatti siamo dello stesso colore, alla fine è proprio in quello che ci trasformiamo. Potete anche dargli il mio nome se vi farà star meglio mentre gli passate la mano sulla testa sporca. Ho lasciato la Terra alla ricerca di un nuovo dio. Non mi fido del dio che ci avete dato. Gli Alleluia di mia nonna sono superati solo dalla paura che essa nutre ogni volta che l’estate ingrassata di sangue si inghiotte un altro bambino che una volta cantava nel coro. Riprendetevi il vostro dio. Sebbene le sue canzoni siano belle i suoi miracoli sono incongruenti. Voglio la sorte di Lazzaro anche per Renisha. Voglio che Chucky, Bo, Meech, Trayvon, Sean e Jonylah risorgano tre giorni dopo essere stati seppelliti, che ai loro spettri siano restituiti carne e sangue, che la loro carne e il loro sangue siano ridati in dono ai loro figli. Ho lasciato la Terra, sono egualmente disgustato dal vostro “ritornatevene in Africa” come dal vostro “non vedo proprio differenze di colore” (non la vedeva neppure il pioppo dal quale ci avete appesi). Non siamo stati noi a costruire le vostre imbarcazioni (sebbene abbiamo lasciato una scia di parenti per guidarci verso casa). Non siamo stati noi a costruire le vostre prigioni (anche se possiamo averlo fatto & le abbiamo anche riempite). Non siamo stati noi a chiedere di far parte della vostra America (anche se non siamo America anche noi? Con le sue fragili articolazioni mentre trascina il suo abito da sera strappato per le vie di Oakland?) Non resisto più la vostra terra. Sono stanco di chiamare legge la vostra avventatezza. Ogni sera, conto i miei fratelli neri & la mattina quando alcuni di essi non sopravvivono tanto da essere contati conto i buchi che lasciano. Allungo le braccia per toccare un fratello nero e mi ritrovo solo l’aria. Un magistrale trucco magico, oh America. Ora respira ora no. Abra-cadavere. Il voodoo del pane bianco. Questa sistemica stregoneria che sostenete di non praticare ma dei cui benefici non avete problemi a godere. Ho tentato, gente bianca, di volervi bene, ma durante il funerale di mio fratello non avete fatto altro che parlare di cosa avreste mangiato a pranzo, parlavate a voce alta accanto alle sue ossa. Avete interrotto il mio lutto velato di nero con qualche fesseria che avete letto su Buzzfeed. Avete lanciato un’occhiata al fiume, ingrassato con corpo dopo corpo di ragazzi neri & avete chiesto “ma perché si deve sempre parlare di razza?” ma perché siete stati voi a creare la situazione! Perché avete messo un asterisco sul volto stupendo di mia sorella. Perché la chiamate carina (per una ragazza nera!) Perché le ragazze nere spariscono e non si bisbiglia neppure “Dove?” non esistono Amber Alerts* per le Ragazze dalla Pelle Ambrata?  Perché i nostri eroi finiscono sempre o per farsi sparare o per sparare agli altri! E non siamo stati noi ad inventare la pallottola! La ricetta del crack non l’abbiamo inventata noi! Perché l’autoradio di Jordan suonava  a volume troppo alto, Emmitt aveva fischiato, Huey P. Newton aveva parlato. Perché Martin aveva predicato. Perché i ragazzi neri fanno sempre troppo chiasso quando sono in vita. Perché questa terra ha paura della Mente nera. Perché hanno venduto il Corpo nero & si sono appropriati dell’Anima e della musica Soul. Perché se avete già preso il tempo di mio padre, il tempo di mia madre, il tempo di mio zio, il tempo di mio fratello e di mia sorella… quanto tempo vi serve per il vostro progresso?

Ho lasciato la Terra per trovare una terra dove la mia gente possa stare al sicuro. Non riposerò fino a quando la gente nera non sarà che gente dallo stesso colore della buona terra bagnata, fino a quando questo non significherà qualcosa, fino a quando sulla nostra esistenza non si discuterà, fin quando non sarà onorata & benedetta & amata & lasciata in pace, fino a quel momento vi saluto, vi auguro guerra, vi prometto che con le nostre vite non ci giocherete. Ho lasciato la Terra e tocco tutto quel che voi supplicate ai vostri telescopi di mostrarvi. Sto dando alle stelle i loro nomi giusti & questa vita, questa nuova narrazione, questa nuova storia non la potete possedere né rovinare.

Questa, anche se solo questa, è nostra.

 

Traduzione di Pina Piccolo, www.lamacchinasognante.com n. 6, aprile 2017.

 

 

WISLAWA SZYMBORSKA

La fine e l’inizio

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.

Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.

C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.

C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Traduzione di Pietro Marchesani.

XVI

i,

WALT WHITMAN

Sezione 16.

Io sono dei giovani e dei vecchi, degli stolti e dei saggi
incurante degli altri, eppure pieno di attenzione per gli altri,

materno non meno che paterno, bambino non meno che uomo,

pieno di ciò che è volgare e di ciò che è fine,

uno della Nazione di molte nazioni, delle più piccole

e delle più grandi,

[…]

di ogni colore e di ogni casta io sono, di ogni rango e di ogni religione,

non solo del Nuovo Mondo ma di Africa, Europa e Asia…

un selvaggio errante,

agricoltore, meccanico, o artista…  gentiluomo, marinaio, medico o prete.

A tutto resisto meglio che alla mia diversità,

respiro ma lascio tanta aria per chi viene dopo,

e non sto tronfio, sto al mio posto.

(La tarma e le uova di pesce sono al loro posto,

il sole splendente che io vedo e i soli oscuri che io non posso vedere sono alloro posto,

il palpabile è al suo posto, e l’impalpabile è al suo posto.

 

Traduzione di Enzo Giachino.

 

La presentazione dell’antolgia in lingua originale si può trovare nel numero 3 di www.thedreamingmachine.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Pina Piccolo

Pina Piccolo, la macchinista-madre, è una scrittrice e promotrice culturale calabro-californiana. Si imbarca in questa nuova avventura legata alla letteratura spinta dall'urgenza dei tempi, dalla necessità di affrontare la complessità del mondo, cose in cui la letteratura può dare una mano. Per farsi un'idea dei suoi interessi e della sua scrittura vedere il suo blog personale http://www.pinapiccolosblog.com

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