Poesie da “I custodi di Fortini”, di Alessandro Boccia (Argalia Editore, Urbino 2020)

Scriveva Caproni: “Una poesia dove non si nota nemmeno un bicchiere o una stringa, m’ha sempre messo in sospetto. Non mi è mai piaciuta: non l’ho mai usata, nemmeno come lettore”. A seguire queste tracce può darsi che vengano fuori, nel verde della primavera, o nel tiepido inverno, brusii di api, un pugile, o un ferro da stiro. E magari, esplorando ogni corridoio, un piccolo fuoco d’alloro, con tenue avvampare  [rumore di passi sulla neve, silenzio nel vuoto, poi un ramo spezzato].

 

 

 

Inverni

 

Ennesimo languore

 

È inverno. Ingrassiamo.

Anche l’ultimo biscotto

è mangiato. Il cielo

è una coltre grigia,

tra spume di nebbia.

Batillo? Rimane

solo qualche nome.

 

 

Logica del Capitale

 

Con le camicie che stiro stasera

ci arrivo fino a Natale.

Infilo nelle asole i bottoni

come diafani “ooh” di madreperla

nel vuoto delle ore. Fiorami

d’azzurro e nevi, e voglia

di perderla, l’occasione buona;

di starsene in disparte al fioco

ruminare della lanterna.

 

 

Andando a Cagli

 

E se ti capita d’andare un giorno a Cagli,

girando un vicolo puoi incontrare

Cristina Cecchini dai capelli rossi

(è un soffio di vento luccicante nella sera).

Non ti preoccupare se all’angolo scompare:

la ritroverai quando arriva primavera.

 

 

De amicitia

 

Di Barbara è memorabile il saluto,

tra folate d’affollata tramontana

quel suo dirti, accennando con la mano,

che non c’è, non c’è più, ch’è già lontana

(è, il suo, tutto un discorso muto).

Così la sciarpa sui refoli s’innalza

come la chiglia d’una antica barca,

s’arruffano i capelli, ed è scomparsa:

i volti tutt’intorno si confondono in ramaglie

tra di loro, diventano le luci di Natale, i neon,

le pozze che riflettono le voci

– e la nebbia di Cagli, nel tiepido dicembre,

ma già non più reale – ed è tutto l’insieme

che ti sfugge dalle mani,

(un po’ come la vita in generale)

e muta come ninfa in pallido ricordo,

in tenue linea d’argento del domani

e quel che resta

di tanti cari pensieri

e gocce d’oro

non è che questa

foglia d’alloro.

 

 

A Fabietto Duri

 

Non ti scorderò, Fabietto Duri,

e i difensori scivolanti in area

alle tue finte uno dopo l’altro

sulla viscida pozzolana messi a terra

dalla tua levità d’atleta illuminista.

Rimandasti il tiro finché solo

non rimanesti davanti a quel portiere

cui non restava altro che aspettare.

A te, solo di toccare

la palla nella rete,

leggero, senza prepotenze.

 

Dubbi(o)

 

Ma gli inizi, le pulcerrime ambagi,

le lucciole, i prati e i pirati,

dove hanno portato, fin qui?

Qual piombo è giuntato

col tempo passato?

 

 

Chiamata e chimere a Marsiglia

 

E un giorno tu sarai

solo un tenue bagliore nel buio,

il sorriso sospeso dietro il telefono,

un discorso che s’intreccia di nuovo,

fragile come lana nel tintinnio

dei bicchieri. È così grande

il mondo che ora sembra

una pallina da ping pong

nel palmo della mano, questo

me lo ricorda la tua voce.

E di nuovo sono quieto,

sereno.

 

 

Lontano, qui accanto

 

Ho trovato un piccolo seme.

L’ho tenuto nel cavo

della mia piccola mano.

Era un mondo piccolo,

che andava osservato,

tutto pieno

di piccoli uomini,

di città in miniatura,

di minuscoli aeroplani,

leggeri come bruscoli,

soffici come pani.

Orbitanti satelliti cadevano

tra nuvole di polline,

inviavano immagini

e messaggi

a più di cento saggi,

incatenati alle loro scrivanie

di metallo, che scrivevano

cenere su grandi registri rilegati

e voluminosi fasci di fragorose carte.

Ho piantato il piccolo seme

in un piccolo vaso,

mentre il sole tramontava,

in confronto il mio naso

era grande come le più grandi

costellazioni. “Nasceranno grandi

attività e meraviglie

dal mio piccolo vaso,

fabbriche di profumi

per edificare sontuosi

palazzi nel deserto,

mercanti astuti e solitari

nell’azzurro,

ardente giovinezza nella febbre

della pagina,

ozi e negozi di vertigine,

e pungolo d’api

nella quiete del meriggio”, pensai,

e m’addormentavo,

come un cane chiuso

nel cuore dell’inverno,

piccolo demiurgo,

nella mia piccola, piccola

casa.

 

(da) I custodi di Fortini, editrice Argalia di Urbino, 2020.

 

Alessandro Boccia - foto 5

Alessandro Boccia è nato a Roma nel 1969, è sposato, ha due figli e vive a Urbino. Insegna al liceo. Ha pubblicato saggi su Dante, la poesia delle Origini e la letteratura mediolatina (in quest’ambito ha collaborato all’edizione dell’Epistolario di Pier della Vigna, Rubbettino 2014). Suoi testi poetici sono comparsi su Italian Poetry Review (IX, 2014). Nel 2020 esce il suo primo libro di poesia, I custodi di Fortini, presso la casa editrice Argalia di Urbino.

 

 

 

 

 

 

Immagine di copertina: Foto di Gin Angri.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Riguardo il macchinista

Walter Valeri

Walter Valeri poeta, scrittore e drammaturgo è stato assistente del premio Nobel Dario Fo e Franca Rame dal 1980 al 1995. Ha fondato il Cantiere Internazionale Teatro Giovani di Forlì nel 1999. Successivamente ha diretto il festival internazionale di poesia Il Porto dei Poeti a Cesenatico nel 2008 e L’Orecchio di Dioniso a Forli' nel 2016. Ha tradotto vari testi di poesia, prosa e teatro. Opere recenti Ora settima (terza edizione, Il Ponte Vecchio, 2014) Biting The Sun ( Boston Haiku Society, 2014), Haiku: Il mio nome/My name (qudu edizioni, 2015) Parodie del buio (Il Ponte Vecchio, 2017) Arlecchino e il profumo dei soldi (Il Ponte Vecchio, 2018) Il Dario Furioso (Il Ponte Vecchio, 2020). Collabora alle riviste internazionali Teatri delle diversità, Sipario, lamacchinasognante.com Dal 2020 dirige i progetti speciali del Museo Internazionale della Maschera “Amleto e Donato Sartori”. È membro della direzione del prestigioso Poets’ Theatre di Cambridge (USA).

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