PITZINOS IN SA GHERRA. La mitragliatrice canta – di Anna Fresu

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PITZINOS IN SA GHERRA:[1]

STORIE DI BAMBINI-SOLDATO E DI UN’AMNESIA COLLETTIVA

di Anna Fresu

 

 

 

Secondo stime dell’Unicef, sono circa 250.000 i bambini coinvolti in conflitti armati in tutto il mondo. Usati come combattenti, messaggeri, spie, facchini, cuochi, e le ragazze, in particolare, costrette a prestare servizi sessuali, privandole dei loro diritti e dell’infanzia. Ambientati in Nigeria, Congo, Costa d’Avorio, Sierra Leone, Mozambico, Sri Lanka, molti sono i libri che affrontano, con carattere diverso, questo argomento. Scritti con passione e sapienza, con un linguaggio ricco ed originale, capaci di suscitare empatia, scalfire il cuore e la mente, leggerli ci permette di entrare in questa realtà dolorosa, capirne i meccanismi che l’hanno determinata e che la regolano e soprattutto non dimenticare mai che le vittime principali dell’avidità, delle ingiustizie, delle guerre sono sempre i bambini e le bambine, qualunque sia il ruolo da loro giocato.

 

Trenta, quaranta, cinquanta,

mitragliatrice canta

a tenore.

Tutti seduti giù per terra.

 

Quaranta, cinquanta, cinquantuno

ferite di coltello

nel cuore.

Tutti seduti giù per terra,

pitzinnos in sa gherra.

 

Mene, Laokolé, Birahima, Penete, Severino, Ishmael, Pratheepa… nomi, bambini e bambine o poco più, in paesi confinanti o distanti miglia e miglia fra loro, lontani dal nostro placido occidente che ignora i loro nomi che sono tanti nomi, ignora i loro volti che sono tanti volti, ignora le loro storie che sono tante storie. Storie che apparentemente non ci riguardano o ci toccano solo quando varcano i nostri mari, le nostre frontiere e, ormai forse, è troppo tardi. Storie che sfiorano a volte le cronache, che ascoltiamo, guardiamo distrattamente mentre finiamo di cenare o beviamo un caffè, per poi dimenticarle. Storie che crediamo non ci appartengano, dimentichi che l’umanità è indivisibile. Storie di cui non ci sentiamo responsabili, su cui non ci facciamo domande. E intanto continuiamo a circondarci di telefonini e computer usa e getta, sempre attratti dall’ultimo modello, a preferire la macchina ai trasporti pubblici, a sognare, magari, un anello di diamanti. Pensiamo di aver diritto a tutto questo, ma preferiamo ignorare da dove provengano coltan, petrolio, diamanti, oro, gas… E quale sia il loro prezzo reale. E non è un prezzo in valuta, è un prezzo pagato con il sangue. Ci commuoviamo se un film hollywoodiano ne parla, o se vediamo qualche bella fotografia col volto e la luce giusta, e poi dimentichiamo. Sappiamo che ci sono guerre, conflitti che spesso ci spacciano per guerre di religione o di sopravvissute ideologie ma non ci chiediamo mai cosa ci sia dietro e soprattutto “cui prodest”, a chi giovino. Sappiamo che per combatterle si usano le armi ma non ci chiediamo chi le fabbrichi, chi le venda. Sappiamo che come ogni guerra ci sono vittime e carnefici ma volutamente ignoriamo che spesso si confondono.

I nomi che ho citato appartengono a persone vere, a personaggi di romanzi, non per questo meno veri. Romanzi che ci aiutano a conoscere, a capire. Storie di bambini, bambine e adolescenti che la guerra ha strappato bruscamente all’infanzia, alla crescita, al futuro.

Come Mene, il ragazzo che sogna di fare l’autista e di vivere felice con sua madre e Agnes, la ragazza dalle splendide tette. Siamo in Nigeria, in un villaggio sul Delta del Niger, negli anni che vanno dal 1967 al ’70 durante la cosiddetta guerra del Biafra, anche se questo nel libro non viene esplicitato, momento in cui il paese fu devastato in nome dello sfruttamento del petrolio, che avrebbe trasformato territori e villaggi una volta abitati da agricoltori e pescatori in acquitrini di  fango e petrolio, con l’aria impregnata di fumi tossici che ricadono sulla terra come piogge acide e le gigantesche piattaforme petrolifere a pochi chilometri dalle coste. Quel petrolio che costerà la vita a Ken Saro-Wiwa[2], l’autore di Sozaboy[3], romanziere e drammaturgo, fondatore del Mosop (Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni) condannato e  impiccato in seguito a un processo-farsa nel 1995.

Dal titolo in italiano sparisce “A novel in rotten English”, difficilmente traducibile in italiano ma che corrisponde al linguaggio in cui l’io narrante (Sozaboy) si esprime, mescolando parole in pidgin (la lingua originariamente usata per le transazioni commerciali fra cinesi ed europei), nigeriano, inglese grammaticamente scorretto e inglese formale. La scelta di questo linguaggio, quasi una lingua franca che attinge essenzialmente all’oralità, permette all’autore di dar voce a chi non ce l’ha e di farsi ascoltare al di fuori dei  confini del suo paese.

L’illusione di attingere ad uno status privilegiato agli occhi del suo villaggio e soprattutto a quelli di sua moglie, spinge Mene a diventare soldato anche a costo di mazzette da offrire ai recrutatori seguendo un abito frequente nella vita quotidiana dei nigeriani. Diviene così, per tutti, Sozaboy, il ragazzo soldato. Soza è infatti una contrazione e deformazione del termine inglese soldier. E soza d’ora in poi sarà tutto: sozaboy, sozacapitano, sozaguerra, sozamondo. Un mondo stravolto da una guerra che nessuno capisce, dove capita di combattere a volte per i governativi, a volte per i ribelli; dove la corruzione regna ovunque, non fa distinzioni; dove si gioca e si perde tutto.

Dove la guerra non è la causa primigenia di miseria e violenza, bensì ulteriore  strumento  di sottomissione, di distruzione della ragione, della capacità di intendere e di opporsi, di costruire una società diversa e più giusta.

Come un novello Ulisse africano, Sozaboy attraverserà varie vicissitudini cercando di tornare a casa, da sua madre e da sua moglie. Meno fortunato di Ulisse, però, non ritroverà più niente ad attenderlo, perché la guerra ha distrutto tutto: ricordi, affetti ma soprattutto la possibilità, l’idea di un futuro. Quanto alla guerra, poi, Mene dirà:

Ma ora, se qualcuno viene a dirmi qualcosa della guerra, o anche del combattimento, io mi metterò soltanto a correre e a correre e correre e correre e correre. Credetemi, sinceramente vostro”.

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Anche Birahima, il protagonista di Allah non è mica obbligato[4], di Ahmadou Kourouma[5], racconta la sua storia con un linguaggio speciale che mischia parole malinké, un francese sgrammaticato da p’tit nègre e parole con tanto di definizioni tratte dai dizionari Larousse o Petit Robert, l’Harrap’s o l’Inventario delle particolarità lessicali del francese in Africa nera:

… perché il mio blablà sarà letto da vari tipi di persone: dai tubab (tubab significa bianco) coloni, dai neri indigeni selvaggi d’Africa e dai francofoni di ogni calibro (calibro significa genere)”.

In cammino per raggiungere la zia, cui è stato affidato dopo la morte della madre, Birahima attraverserà l’Africa occidentale, dalla Guinea alla Costa d’Avorio, dalla Liberia alla Sierra Leone accompagnato da Yacuba, faccendiere e imbroglione. Per sopravvivere Yacuba si improvviserà stregone, grigriman, colui che prepara gli amuleti che proteggono dalle pallottole e rendono immortali; mentre Birahima diventerà uno small-soldier, un bambino soldato, riempito di droga e costretto ad uccidere. Coinvolto in una guerra di cui niente si capisce, i cui capi mascherano malamente dietro rivendicazioni politiche la loro avidità di denaro e di potere, dove su tutto regnano crudeltà e corruzione, dove l’oscurantismo mascherato da tradizione favorisce la sottomissione e il dominio di deboli e sprovveduti, Birahima riesce a destreggiarsi con ingenuità ed ironia e la ferma convinzione che Allah non è mica obbligato ad essere buono e misericordioso.

Durante la guerra scoppiata in Congo nel 1997, si svolge la storia di Johnny Mad Dog[6] di Emmanuel Dongala[7]. La guerra è raccontata attraverso gli occhi di Laokolé, una ragazza di sedici anni che crede nel futuro e di Johnny, detto Mad Dog, cane pazzo, suo coetaneo che però crede solo nel presente e che usa la violenza per allontanare il passato e non pensare all’impossibilità del futuro.

In questo mondo senza più speranza si inserisce la tragedia dei bambini-soldato strappati ai loro villaggi, ai loro familiari  che spesso vengono costretti ad uccidere, obbligati con la forza ad unirsi ai gruppi armati, ad ubbidire ciecamente ai loro capi che ricorrono alle superstizioni e alle droghe per controllarli, privati di ogni umanità o residuo di infanzia, spinti alla razzia e armati di un fucile:

Per il senso di potere che può darti un fucile. Per essere padroni del mondo. Per tutte queste cose, sì. Ma i nostri capi e il nostro presidente ci hanno vietato di dirlo. Ci hanno ordinato di dire a chiunque ci ponga delle domande  che combattiamo per la libertà e la democrazia, e questo per attirarci le simpatie del mondo esterno”.

Johnny non può accettare che Laokolé lo ritenga un assassino perché, dice:

Non sono un assassino. Faccio la guerra. Si uccide, si incendia e si violentano le donne. È normale. La guerra è così, dare la morte è naturale, ma non vuol dire che sono un assassino”.

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Ed è questa convinzione, questo orrore, che ci accompagna per tutta la lettura del libro, questo senso terribile della normalità dell’uccidere e anche del morire, la percezione dell’ineluttabilità della guerra. Dell’eterna banalità del male.

Per scrivere La gabbia vuota – l’oscura notte dei bambini soldato[8] in Mozambico, Ungulani Ba Ka Khosa[9] si chiuse per mesi in una casa isolata, in una solitudine quasi totale, perché:

Ripercorrere la lunga notte del conflitto fra mozambicani fu un’esperienza dolorosa e traumatica. Non mangiava, non dormiva e vomitava, quasi rivivendo sul suo stesso corpo gli orrori che descriveva[10].

Gli orrori di una guerra che oppose mozambicani a mozambicani, una lunga guerra iniziata alla fine degli anni ’70 e durata fino al 1992, quando finalmente si firmarono a Roma gli accordi di pace fra il FRELIMO e la RENAMO, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio.

Dopo aver condotto il paese all’indipendenza, il FRELIMO (Fronte di Liberazione del Mozambico) si era costituito partito unico, e aveva imposto la linea marxista leninista di centralizzazione del governo e nazionalizzazione delle risorse in un tentativo, non sempre corrisposto, di superamento dell’organizzazione sociale e della cultura tradizionale per favorire il processo di modernizzazione della nazione. Il suo appoggio, inoltre, ai movimenti antiapartheid in Sudafrica e Rodesia portò alla creazione della RENAMO (Resistenza Nazionale Mozambicana), sostenuta dal Sudafrica e dalla Rodesia con l’apporto degli Stati Uniti d’America e frange disperse dei movimenti coloniali portoghesi  che incontrò anche il favore di contadini che resistevano ai nuovi progetti di sviluppo.  Agli inizi degli anni ’80 la RENAMO mise in atto una serie di attacchi contro le strutture del paese come ferrovie, scuole, ospedali dando il via a una guerra civile che provocò circa un milione di morti, di cui il 95% vittime civili. Conflitto che, purtroppo, malgrado gli accordi di pace e le successive elezioni, continua ad avere i suoi strascichi anche nel presente.

I minori rapiti dalla RENAMO e istigati a combattere a forze di droghe e parole d’ordine di cui sfuggiva loro il senso furono circa 3000.

Di questo parla La gabbia vuota, di questi bambini strappati alle famiglie, costretti spesso ad uccidere la madre o il padre e a dare continue prove di efferatezza; parla di quest’infanzia perduta perché “Gli hanno dato armi e non sogni. E le armi non sognano. Le armi creano necessità”.  Bambini cresciuti nel sangue e che non potranno più ricreare il mondo, l’infanzia, che hanno perduto. Bambini, ragazzi senza passato e senza futuro. Come Penete che si porta dietro una gabbia vuota come fosse una cartella da scolaro e che cerca di riempire invano di sogni, di usarla per custodire immagini di quella storia da cui è stato strappato. Penete che:

Vive con la sua gabbia di sogni ma prima o poi la distruggerà, la brucerà. E se questo non avverrà, sarà la gabbia a marcire per conto suo. Il cuore del ragazzo cambierà. Diventerà come quello degli altri. Qui nessuno si salva. La morte ci è sempre vicina… È come l’ombra”.

E quella gabbia Penete sarà costretto ad abbandonarla in una fuga che Severino, l’amico che la guerra ha trasformato in crudele assassino, intraprenderà per preservare l’innocenza di quel bambino più piccolo di lui che quel fucile che porta in spalla non l’ha mai usato, e alle sue proteste per tornare indietro e riprendere la sua gabbia dirà:

Dimenticala!… Cerca di dimenticare la gabbia, Penete. Un giorno capirai. Ora non abbiamo tempo per sognare”.

Storie di bambini condannati, dove non c’è posto per la speranza, per un’idea di futuro. Dove anche la fine della guerra (che poi sembra non avere mai fine) porterà a una pace imperfetta. Dove non sarà facile per questi bambini a cui l’infanzia è stata rubata, tornare “a casa” anche le rare volte in cui la casa c’è ancora. Il loro passato di violenza non sarà facilmente accettato dalla comunità e solo a volte, dopo “rituali di purificazione”, potranno continuare a vivere nei villaggi d’origine. La maggior parte di loro finirà con l’accrescere il numero dei bambini di strada nelle grandi città dove continueranno a vivere, a sopravvivere, rubando, prostituendosi, o cercando resti di cibo nelle discariche, sotto l’occhio indifferente di chi passa.

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Eppure, a volte, il miracolo succede.

Nel 2015, per esempio, l’UNICEF ha ottenuto il rilascio di oltre 10.000 bambini da parte di forze e gruppi armati e ha contribuito a reintegrare in famiglia e nella società 8.000 di essi[11].

Il miracolo è accaduto a Ishmael Beah[12] che racconta la sua storia in Memorie di un soldato bambino[13].  A Mogbwemo, un villaggio in Sierra Leone, Ishmael trascorre la sua infanzia aiutando i genitori e condividendo con il fratello e gli amici la passione per la musica rap. La guerra è qualcosa di lontano e di cui si sente a volte parlare:

Le uniche guerre che conoscevo erano quelle dei libri, dei film di Rambo, oppure quella nella confinante Liberia, di cui avevo sentito parlare al radiogiornale della BBC.

Ha dodici anni quando nel 1993 la guerra irrompe nella sua vita. I ribelli assaltano il suo villaggio mentre lui, suo fratello e i suoi amici sono lontani ad esibirsi col gruppo musicale che hanno creato. Non riuscirà a tornare a casa, perderà il fratello, sarà catturato dall’esercito governativo, imbottito di droga, addestrato militarmente, costretto a combattere per quelle ricchezze da cui la sua gente non ha mai tratto nessun beneficio ma solo schiavitù, miseria e dolore. L’unica musica che gli farà compagnia sarà quella dell’ AK47:

I villaggi conquistati e trasformati in basi e le foreste in cui dormivamo, diventarono la mia casa. La squadra era una famiglia, il fucile il mio custode e protettore, l’unica regola era uccidere o restare uccisi. I miei pensieri non andavano oltre. Combattevamo da più di due anni, ammazzare era ormai diventato un gesto quotidiano. Non provavo pietà per nessuno.”

Ishmael  ha ormai quindici anni quando nel villaggio in cui si trova arriva un camion con quattro uomini che indossano una maglietta su cui è scritto Unicef. Assieme ad altri ragazzi viene “congedato” e portato in un centro di riabilitazione, dove dovrà combattere contro l’astinenza dalle droghe, le crisi, gli incubi e i ricordi degli orrori subiti e inflitti. Riabituarsi alla vita normale sarà lungo e faticoso. La famiglia di uno zio è pronta ad accoglierlo. Viene selezionato per presentare alle Nazioni Unite la situazione dei bambini nella Sierra Leone, si reca a New York ed entra così in contatto con un mondo totalmente diverso da quello in cui era cresciuto. Il suo ritorno a casa sarà però rattristato dalle notizie di un nuovo colpo di Stato e dall’arrivo di ribelli e soldati nel villaggio. La morte improvvisa dello zio e la nuova guerra lo porteranno a decidere di trasferirsi, nel 1996,  a New York, dove c’è qualcuno disposto ad accoglierlo e ad aiutarlo ad iniziare una nuova vita. A New York, Ishmael Beah ha portato a termine gli studi superiori alla United Nations International School e si è laureato in Scienze Politiche. È membro dell’Human Rights Watch Children’s Rights Division Advisory Commitee e ha parlato numerose volte alle Nazioni Unite.

L’ex bambino-soldato Ishmael ha avuto la “fortuna” di incontrare all’ospedale Esther, capace di ascoltarlo, di aiutarlo a riportare a galla il passato, i traumi e le ferite, di accompagnarlo nel difficile cammino della riabilitazione.

Quando finii di raccontare la mia storia, Esther aveva le lacrime agli occhi e sembrava indecisa se farmi una carezza o abbracciarmi. Alla fine non fece né una cosa né l’altra, ma disse: “Niente di ciò che ti è successo è colpa tua. Eri soltanto un ragazzino. Ogni volta che vorrai parlare sarò qui ad ascoltarti”. Mi fissò cercando il mio sguardo per dare conferma alle sue parole. Ero arrabbiato, pentito di aver descritto a qualcuno, a un civile, la mia esperienza. Odiavo quel “Non è colpa tua” che tutti i membri dello staff pronunciavano ogni volta che qualcuno parlava della guerra”.

Anche Pratheepa ha vissuto il miracolo di un incontro, quello con Massimiliano Fanni Canelles e Lidia Boy, presidente e vice-presidente dell’associazione  @uxilia Onlus; quello con Susanna De Ciechi[14] che ha raccolto la sua storia e ce l’ha raccontata ne La bambina con il fucile[15]. Così Susanna De Ciechi descrive il suo lavoro da ghost writer:

In un certo modo nel libro costruito a quattro mani, narratore e ghost writer divengono un unico soggetto, a conferma del fatto che ciò che viene realizzato è una autobiografia romanzata. Il risultato di questo lavoro va sempre oltre il libro per incidere in modo significativo sia su chi è protagonista della storia sia su chi la scrive, reinventandola in modo fedele alla realtà. Il risultato è un testo che ambisce alla letteratura e racconta una verità conosciuta e interpretata in modo nuovo”.

La storia di Pratheepa si svolge in Sri Lanka durante quella guerra iniziata nel 2000 e non ancora finita. Ha quindici anni quando viene sequestrata a scuola assieme ad altri studenti dai guerrieri tamil, caricata con gli altri su un  camion coperto da un telone come “agnelli da avviare al macello”, con i più piccoli che recitano come un lamento, come un mantra, la parola “mamma”. Giunti a  un campo militare viene rinchiusa in una capanna che sembra una topaia con il tanfo di mucchi di corpi morti. Sottoposta a torture e privazioni varie, Pratheepa si indurisce costruendo intorno a sé una corazza che possa proteggerla. Addestrata ad uccidere diventerà un bravo cecchino, una macchina da guerra e imparerà presto che bisogna “sempre obbedire a qualsiasi ordine”, anche a quello di uccidere un compagno, se si vuol salva la propria vita. E la prima volta che uccise (una scimmia) “Non provò niente. Uccidere era niente”. L’unica cosa che contava era non morire. Aveva imparato la lezione. E per farsi coraggio c’era la “medicina”, la droga che veniva somministrata a tutti prima dei combattimenti. Naturalmente oltre all’addestramento le bambine dovevano anche soddisfare le voglie di sesso dei guerriglieri. Ferita ad un braccio, continuerà a combattere lanciando granate. Con la disfatta della guerriglia tamil, Pratheeepa finisce in carcere. Qui incontrerà un medico italiano, Massimiliano Fanni Canelles, in Sri Lanka  per verificare la situazione dei bambini resi orfani dallo tsunami e dove scoprirà una realtà perfino peggiore: l’abuso di bambini da parte dei familiari, secondo un  uso ancestrale ormai fuori legge ma che continua ad essere perpetrato.  Dall’incontro col dottor Max e la sua associazione inizierà il percorso di riabilitazione della ragazza che oggi è donna e madre, è tornata nel suo villaggio al nord del paese e collabora con l’associazione che le ha restituito la vita.

Scrive il giornalista Davide Giacalone nella prefazione al libro:

Queste pagine si ficcano nella testa come una scheggia. La vita poi scorre, si può superarle e dimenticarle, ma non dura: tornano a farsi sentire….Pagina dopo pagina, questo libro spinge a sperare che sia solo una storia di fantasia, per quanto truce….. Se un solo bambino si trova in quella condizione, anche uno solo, ci riguarda o no? E se ci riguarda, che facciamo?

Forse l’aiuto che si può dare è ben poco, non risolve i problemi politici, non mette fine alle guerre, però non è poi così irrilevante se:

Una bambina è passata dall’essere una feroce assassina al divenire madre, generatrice di vita. È poco, forse, per il mondo. È tutto, non solo per lei, ma per tutti quelli che hanno preso parte a quel lavoro”.

Perché è vero i miracoli possono accadere e a volte accadono; ma questo non sarebbe possibile senza l’esistenza di qualcuno che ci crede, che crede che sia possibile alleviare la sofferenza, cambiare la vita di chi è vittima delle guerre o delle ingiustizie. E soprattutto di qualcuno che non chiude gli occhi, non si lascia vincere dallo sconforto e dall’indifferenza. E di qualcuno che queste storie, questi miracoli ce li racconta.

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[1] “Pitzinos in sa gherra” (Bambini in guerra) di L. Marielli, dei Tazenda contenuto nell’album “Limba”, 1992

[2] Ken Saro-Wiwa, (Bori City, Nigeria, 10 ottobre, 1941 – Port Harcourt, Nigeria,  10 novembre, 1995)

[3] SARO-WIWA, Ken. Sozaboy. Roma: Baldini&Castoldi, 2014, a cura di I.Vivan, trad. R. Piangatelli

[4] KOUROUMA, Ahmadou. Allah non è mica obbligato. Roma: Edizioni E/O, 2004, Traduzione a cura degli allievi della Scuola Europea di Traduzione Letteraria. Direzione e coordinamento di Egi Volterrani.

[5] Ahmadou Kourouma (Boundiali, Costa d’Avorio, 24 novembre 1927 – Lyon, Francia, 11 dicembre 2003)

[6]  DONGALA, Emmanuel. Johnny Mad Dog. Roma: Epoché, 2006, trad. M. Martignoni

[7]  Emmanuel Dongala (Brazaville, Repubblica del Congo, 14 luglio 1941)

[8] BA KA KHOSA, Ungulani. La gabbia vuota – l’oscura notte dei bambini soldato, Roma: Edizioni Lavoro, 2007, a cura di Vincenzo Barca

[9] Ungulani Ba Ka Khosa (Inhaminga, Mozambico, 1 agosto 1957)

[10] BARCA, Vincenzo. Introduzione a La Gabbia vuota

[11] Dal 2002 è entrato in vigore il il Protocollo Opzionale alla Convenzione ONU e il 12 febbraio si celebra, ogni anno, la Giornata Internazionale contro l’uso dei bambini soldato. 153  Stati  hanno ratificato il Protocollo sul coinvolgimento di minori nei conflitti armati.  Vengono attualmente utilizzati in conflitti armati circa 300.000 bambini, bambine e adolescenti, principalmente in Siria, Sud Sudan, Repubblica Centroafricana, Myanmar, Filippine, Yemen, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Costa d’Avorio, Libia e in passato anche in Liberia, Costa d’Avorio, Mali, Mozambico, ecc… Recrutati quasi sempre con la forza, rapiti, i bambini vengono utilizzati principalmente come combattenti e le bambine a scopi sessuali, per cucinare o trasportare vettovaglie…

[12] Ishmael Beah (Sierra Leone, 23 dicembre 1980)

[13] BEAH, Ishmael. Memorie di un soldato bambino. Milano: Neri Pozza editore, 2007. Trad. L. Fusari

[14] Susanna De Ciechi, giornalista e ghost writer

[15] DE CIECHI, Susanna. La bambina con il fucile. @uxilia Onlus. I diritti della vendita di questo libro saranno interamente devoluti a sostegno delle attività di @uxilia Onlus  (www.auxiliaitalia.it)

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ANNA FRESU

Nata a la Maddalena, in Sardegna, si è laureata in Lettere e Filosofia presso l’Università La Sapienza a Roma. Ha seguito numerosi corsi di teatro, tra cui il Teatro Studio, partecipando alla creazione del teatro Spaziozero. È regista, autrice, attrice di teatro, traduttrice e studiosa di letterature africane. Ha condotto numerosi laboratori teatrali nelle scuole di È presidente delle associazioni culturali “Il Cerchio dell’Incontro” e, fino al 2016, di “Scritti d’Africa”. Nel 1975 ha lavorato in Portogallo come mediatrice culturale nella cooperativa agricola Torrebela. Dal 1977 al 1988 ha vissuto in Mozambico dove ha insegnato e diretto la Scuola Nazionale di Teatro e creato e diretto, col regista e giornalista Mendes de Oliveira, il “Dipartimento di Cinema per l’infanzia e la gioventù” realizzando diversi film che hanno ottenuto riconoscimenti internazionali. Il suo lavoro in Mozambico è stato premiato al Festival del Cinema per lo Sviluppo a Genazzano nel 1991. Nel 1996 è tornata in Mozambico come collaboratrice RAI per una serie di servizi televisivi e ha realizzato un laboratorio teatrale con i “meninos da rua”, bambini-soldato e vittime della guerra. Nel 2013, ha pubblicato il suo libro di racconti “Sguardi altrove” Vertigo Edizioni. Sue poesie e racconti sono presenti in diverse antologie. Collabora con alcune riviste on line e blog. In Argentina è stata docente di Lingua e Cultura Italiana presso la Società Dante Alighieri e l’Università di Mendoza e ha partecipato a congressi sulla letteratura italiana e  realizzato diversi spettacoli teatrali.

Dipinti dell’immagine in evidenza e nell’articolo: Malangatana Ngwenya
Foto di Anna Fresu, a cura dell’autrice

 

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Italia). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste italiane e internazionali quali Nuovi Argomenti, Fili d'aquilone, Irisnews, Versante ripido, Sagarana, La otra, Círculo de poesía, Bitácora pública, Vallejo and company, La Jornada. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Collana Isole, Bologna, 2014) "Non ha tetto la mia casa", sua antologia poetica in versione bilingue (italiano-spagnolo) per il Festival Internazionale di poesia del Costa Rica (2016). Ha tradotto e curato "43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos" (Arcoiris, 2016). Cofondatrice della rivista La macchina sognante, con la quale prende parte a eventi culturali in Italia e all’estero. Ha curato l'edizione italiana del documentario brasiliano Fiore brillante e le cicatrici della pietra sugli indigeni Guarani-Kaiowà. Ha svolto ricerche universitarie e antropologiche incentrate su mondo indigeno, educazione e transizione sociale in vari Paesi, toccando quasi tutti i Continenti.

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