PIOGGIA DORATA / Un racconto di Paolo Polvani

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Via Nazareno Della Rocca è lunga e trafficata. Sono pochi quelli che percorrendola alzano gli occhi verso gli anonimi palazzi, a scrutare chi si nasconda dietro quelle finestre chiuse, ad ammirare la cascata di verde che qualche balcone lascia penzolare verso la strada, e in quella giornata di fine estate, domenica, chi avrà visto ad un secondo piano una finestra spalancarsi e una figurina esile salire in piedi sul parapetto, guardare di sotto, verso l’asfalto, e chiudersi il naso con le dita della mano destra, manifestazione della decisa volontà di saltare giù?

Nella primavera precedente i condomini di via Nazareno Della Rocca 9 avevano assistito con curiosità all’inizio dei lavori nei locali ubicati ai numeri 11, 13, 15,17.

La vedova Losappio un po’ china con la borsa della spesa si era chiesta: Una banca ? e il geometra Casale portando a spasso un cagnolino dal buffissimo muso si era posta analoga domanda: un supermercato ? una ridda di ipotesi, in considerazione della vastità degli spazi, e del dispendio di materiali, fino a quando un inquilino coraggioso, un pensionato delle ferrovie, il signor Bruno sempre indaffarato, trovò l’ardire di chiedere a uno dei muratori che fumava durante una breve pausa: una sala scommesse fu la risposta.

E l’insegna, collocata non senza difficoltà e spargimento di improperi uno degli ultimi giorni dei lavori, non dava adito a dubbi: Bet1 Scommesse.

Iniziati nella primavera del 2016, erano proseguiti per sei settimane, fino al giorno dell’inaugurazione, celebrata il giorno 11 maggio con ballerine brasiliane dai grossi culi generosamente offerti alla vista degli abitanti del quartiere convenuti numerosi in seguito alla lettura degli sgargianti manifesti in cui si prometteva aperitivo gratis e spettacolo esotico.

Nei giorni seguenti furono collocati due maxischermi all’esterno del locale, e una generosa manciata di tavolini contornati da poltroncine rosse in resina, per gli scommettitori e gli avventori che intendessero seguire in diretta le partite.

Una nutrita schiera intrecciava chiacchiere e caffè fin dai primi giorni, fumando all’ombra.

Ma era durante le partite di calcio che il pubblico subiva una moltiplicazione pari a quella dei pani e dei pesci.

Ragazzini assicuravano le loro bici ai pali della segnaletica con robuste catene, giovanotti col casco e le braccia tatuate parcheggiavano vesponi e moto lungo il marciapiede, qualcuno cercava parcheggio girando all’infinito lungo le strade del quartiere.

Appena iniziata la partita gli schiamazzi si rincorrevano vivaci, le urla di approvazione in seguito a un bel passaggio, a uno smarcamento fantasioso, a un tiro in porta, a una parata, la disapprovazione per una falla improvvisa nella difesa, per una svista arbitrale, si sostanziavano in gridi, bestemmie, oscenità, minacce.

Tutti lì a tifare per le squadre forti, le squadre che vincono, che regalano sicurezza al popolo incerto dei tifosi, desideroso di essere confortato nelle aspettative, specchio delle mie brame, chi è la squadra più forte del reame? e lo specchio puntuale snocciolava la classifica del campionato, delle eliminatorie della Europa League, dei quarti dei tornei.

E un popolo rumoroso si accalcava all’esterno della sala scommesse Bet1 in occasione delle partite di campionato e ogni volta s’inauguravano due ore di tumulti, cui seguivano strascichi di discussioni, litigi a volte, dispute sulla giustezza di un rigore, sulla veridicità di un fallo in area, su un errore dell’arbitro o di un difensore.

Non è dato stilare un grafico delle oscillazioni in decibel di quelle voci rudi, sconnesse, ma è certo che gli abitanti del palazzo non ne traessero beneficio, costretti ad alzare il volume della televisione per seguire un telegiornale o un film, a chiudere una finestra nonostante la bella stagione ingiungesse di spalancare tutto, far circolare l’aria, favorire le correnti.

I più infastiditi provarono con le telefonate ai vigili, i più temerari invocarono l’intervento dei carabinieri, ma le brevi incursioni che ne seguivano non sortivano effetti concludenti né definitivi, regnando la calma per alcuni minuti e poi, una volta sparita la volante, o ripartita la veloce moto della guardia municipale, la gazzarra si riaccendeva più feroce di prima, e senza intermittenze, un flusso continuo di improperi, commenti, urla, manate sui tavolini, accenni espliciti alla moralità della mamma o moglie o figlia o sorella, o comunque a consanguinee e /o affini di sesso femminile dell’arbitro.

Così qualcuno più esasperato e in vena di riscatti aveva preso l’abitudine di rovesciare secchiate d’acqua su quel popolo rumoreggiante come un mare in tempesta.

Le prime secchiate furono accolte con urla particolarmente intense, poi qualcuno decise che era prudente portare al seguito un ombrello, infine, idea geniale, qualcuno comprò una tela cerata verde di almeno tot metri quadri che riusciva a riparare le prime file, quelle più esposte ai getti. Il capo cerata era tale Lobascio G., un tipaccio tutto tifo, tatuaggi e poco cervello. La cerata era tenuta a ridosso delle sedie e nei momenti di massima intemperanza, a guisa di vedetta, il Lobascio s’incaricava di allertare quelli che ne tenevano i bordi, e il grido codificato era: pioggia dorata!

Il mondo del tifo risulta abbastanza impermeabile alla passione per la lettura e tuttavia incline a cibarsi di metafore sessuali, così pioggia dorata era mediata dal linguaggio del porno, cui spesso la tifoseria indulge, come anche ugualmente incline risulta alle metafore del giornalismo calcistico, così fluidificare sulla fascia risulta tra le più gettonate, e il terzino percussionista non è un difensore che a tempo perso suona la batteria in un gruppo musicale ma un giocatore che effettua ripetute incursioni nell’area avversaria seminando scompiglio.

Così al grido: pioggia dorata! la secchiata d’acqua si frangeva sulla tela cerata, infuocando la rumorosa ilarità della platea di ragazzini in jeans dal cavallo rasoterra.

Questa sera c’è Genoa Juventus, aria di rivincita, discussioni infinite sul tradimento presunto di Bonucci, quel mercenario, sulle falle che si aprono in difesa, sulla necessità di acquisti stratosferici, lo scorso anno il Genoa ne rifilò tre alla Juve mortificandola, e anche questa volta dopo appena sette minuti dall’inizio uno svarione difensivo regala la prima rete ai liguri, cori di disappunto, mestizia, e poi quel rigore che consente il raddoppio! le urla assediano i condomini, dal terzo piano una finestra si spalanca, Lobascio G. il tipaccio tutto tifo e zero cervello non si lascia sorprendere, pioggia dorata!! urla e dagli estremi delle poltroncine viene issata la tela cerata sulla quale si frange la secchiata. I tifosi al riparo strepitano con la vivacità delle oche del campidoglio, i condomini si tappano le orecchie, l’acqua scivola oltre la fila di sedie, con schizzettini innocui.

Ma ecco che la Juve risorge, Higuain avanza sulla sinistra, cavalca vincente, evita, dribbla, crossa, il popolo esulta, snocciola le più ardite metafore, l’attaccante illumina con un passaggio il tiro di Dybala, è goal!!! ma ci vorrebbe una fanfara per eguagliare i decibel dello strepito, forse una batteria da festa patronale, un’artiglieria pesante campale con il sussulto degli obici e un’ efficace azione di rinculo, il popolo salta sulle sedie, esulta perché la squadra amata è una fede, una religione che non ammette eretici o apostati, non tollera l’ignominia della sconfitta; le urla, e anche gli abbracci, e i salti sulle sedie con le braccia alte, levate al cielo. Il tipaccio tutto tifo e zero cervello Lobascio G. scruta i movimenti delle finestre, i rapidi affacciarsi sui balconi, questo è un momento propizio ai lanci, al facciamogliela pagare, ma stavolta la sentinella può proseguire nella liturgia dell’esultanza, nel rito sacro della gioia, rapide occhiate in su e subito si salta sulle sedie, si abbraccia il compagno di fede, ci si stringe nella cerimonia della felicità calcistica.

Al secondo piano, interno sette, Napolitano Sabatina detta Tina è in preda allo sconforto. Del resto la domenica è il più crudele dei giorni, tale e quale aprile, ma anche tale e quale lunedì e tutto il rosario dei giorni della settimana, la depressione è una brutta scimmia, ti si inchioda sulla schiena, guarda, proprio qui sulle costole, sui fianchi, e ti sfianca ogni giorno della settimana, e la domenica di più, a natale e a pasqua di più, perché tutti lì in giro a divertirsi e quella brutta scimmia che ti lavora ai fianchi, ti smorza ogni sorriso, ogni barlume di pallido entusiasmo, e non c’è nessuno che ti dia una mano, che butti fuori quella brutta bestia, che ti rivolga un sorriso, un gesto di comprensione, che ti chiami per nome con voce partecipe, che si interessi a te, ai tuoi desideri, a quelle passioni che non hai ma che vorresti, che ti offra un amore o almeno un briciolo di attenzione.

Niente, la domenica è un brutto giorno, e queste urla di sotto la spingono ancora più nelle braccia della disperazione, senza una via d’uscita, senza uno zero virgola di speranza, con niente che vada nel verso giusto, una solitudine enorme, grande come un transatlantico, e prospettive di lavoro meno di zero, e amicizie che sono un abisso di delusioni e un vuoto dentro, un buio che non si può più sopportare, e allora la finestra è una promessa di risoluzione, diventa l’unica strada da seguire, ci vuole soltanto un poco di coraggio e farla finita è l’unico spiraglio che si lascia intravvedere, così Napolitano Sabatina detta Tina si avvicina alla finestra, poggia una sedia contro il muro, piega la gamba sinistra, spinge, issa anche l’altra gamba, sempre con quell’espressione di madonna addoloratissima dipinta sulla faccia, adesso è in piedi, basta non pensarci, è solo faccenda di un attimo, pochi secondi ed è finito tutto. Spalanca la finestra.

Intanto la Juve di sotto è passata in vantaggio grazie a un rigore segnato da Dybala, siamo sul tre a due ma il Genoa non si arrende e continua ad attaccare, a premere per un pareggio, il popolo del tifo freme, ha urlato e urla ma l’attanaglia ancora la paura.

E’ il sessantaduesimo del secondo tempo quando Cuadrado sulla fascia destra riceve una buona palla, stoppa col petto, mette a terra e si smarca, avanza e tira, un goal meraviglioso, una finezza, un lampo di perfezione esecutiva, la gente super tifosa balza sulle sedie in piedi, si abbraccia, urla scomposta, sul quattro a due a pochi minuti dalla fine quella specie di macigno che è l’ansia del pareggio si dissolve per incanto, la felicità della vittoria è lì, a un passo, si può già toccare, la cerimonia sta per avere inizio, i condomini continuano a tapparsi le orecchie, si chiedono quando avrà fine questa tortura, questa invasione acustica e vandalica.

Dicevamo di Napolitano Sabatina detta Tina in piedi sulla sedia. Ci ha pensato meno di un attimo, finalmente spalanca la finestra. Di sotto il guru delle vedette, tale Lobascio G., tifoso integerrimo a corto sempre e ancora di cervello, scruta coi suoi occhietti vispi le mosse dei condomini, in vista di tanti urlacci si temono rappresaglie acquatiche, e si, ecco al secondo piano spalancarsi una finestra, pioggia dorata! urla con la sua vociaccia da tipaccio tutto tifo e zero cervello, e il popolo si rintana sotto la tela cerata dispiegata da robuste e villose braccia, tirata e tesa che diventa un materasso, un atterraggio comodo al volo di Napolitano Sabatina che d’ora in avanti chiameremo soltanto Tina. Dunque Tina ha scavalcato la finestra e si è lasciata cadere nel vuoto dopo un breve saltello, e per inveterata abitudine nei tuffi si è chiusa il naso tra il medio e il pollice, come se dovesse accoglierla un mare ondoso. Nel volo la camicia da notte bianca le arriva fin sulla faccia, scoprendo le gambe, scoprendo un paio di ridotte mutandine verdi smeraldo. Non è un mare ondoso che l’accoglie, ma una tela cerata verde tenuta tesa dalle mani robuste del popolo tifoso.

Così Tina rimbalza, cade ancora sulla cerata, illesa, miracolata. Il popolo sobbalza, Lobascio G. ha un sussulto. Finora l’avvenimento più erotico della sua vita erano i guizzi di Buffon, i voli a mezz’aria, la presa del pallone, i rapidi passaggi dalla perfetta geometria, non si era mai emozionato davanti a una figurina eterea piovuta dal cielo in una fine estate, con la camicia da notte trasparente e un paio di mutandine verdi, promessa di nuove felicità che forse manco la Juve.

Tina al secondo rimbalzo ha un moto di stizza, ma poi forse dentro di sé si riprende, le torna un barlume di consapevolezza, il popolo dei tifosi è ammutolito, con un occhio scruta quella finta pioggia dorata piovuta dalle cupe nubi del secondo piano, con l’altro continua a seguire la partita sul maxischermo. Tina plana delicatamente al suolo, si ricompone la camicia da notte, si dà una sistemata ai capelli, poi scalza, ancora frastornata, si avvia verso il portone.

Quel tipaccio di Lobascio G. è in vena di folgorazioni, quanto ha visto ha mutato le prospettive, una rivelazione per quegli occhi tutti votati alle prodezze di Buffon e alle imprese di Dybala.

Intanto al secondo piano la mamma di Tina è rimasta colpita dal silenzio improvviso di quegli scalmanati di sotto, decide di dare un’occhiata, va di là e vede la finestra spalancata e la sedia messa sotto, davanti al radiatore del termosifone, un colpo al cuore, corre e grida Tina!!! Tina!!! si affaccia e la vede di sotto, in mezzo a quei manigoldi, che cammina tranquilla verso il portone, in camicia da notte trasparente, scalza.

Dicevamo di quel tipaccio: appreso per miracolose vie il nome di quell’esserino diafano, efebico, le si avvicina da dietro: Tina! la chiama con la gentilezza massima che a un tipaccio tutto dedito al tifo e a corto di cervello è consentita. E’ strano sentire un certo tremito in quella voce usa a gridare pioggia dorata! davvero inconsueta questa forma di nuova e sincera emozione.

Anche per Tina è una rivelazione ascoltare una voce che pronuncia il suo nome con tanta devozione, con dentro un’attesa, un’aspettativa. Si tratta di una specie di alba, del barlume di un giorno nuovo. Alza gli occhi e vede il viso allarmato della mamma, al secondo piano, poi sente una mano che le sfiora una spalla, e tutta tremante si volta.

images_FOTO_POETI_FOTO_POETI_3_POLVANI_02-499x499Paolo Polvani è nato il 1 giugno 1951 a Barletta, dove vive. Poeta, fa incursioni anche nella narrativa. Ha conseguito la Laurea in Giurisprudenza all’Università di Bari. È socio fondatore dell’associazione culturale autorieditori.com. È fondatore e co-direttore della fanzine online Versante Ripido (https://www.versanteripido.it/). Si è classificato primo a numerosi, prestigiosi premi letterari nazionali fra i quali: Spiaggia di velluto, Senigallia, 1999; Liberalia città dei sassi, Matera, 2006; Altri segni, Perugia, 2009; Thesaurus, 2012. Ha pubblicato: Nuvole balene, ed. Antico mercato saraceno, Treviso 1989; La via del pane, ed. Oceano, Sanremo 1998; Giulia, ed. Oceano, Sanremo 1999: queste pubblicazioni sono state il riconoscimento per concorsi letterari della città di Andria. Alfabeto delle pietre, ed. La fenice, Senigallia 1999: questa pubblicazione è stato il riconoscimento del primo premio al concorso Spiaggia di velluto. Trasporti Urbani, ed. Altrimedia, Matera 2006: questa pubblicazione è stato il riconoscimento del primo premio al concorso La città. Compagni di viaggio, ed. Fonema, Perugia 2009: Questa pubblicazione è stato il riconoscimento del primo premio al concorso Altri segni. Gli anni delle donne, ed. del Calatino, 2012: questa pubblicazione è stato il riconoscimento del primo premio al concorso Il retroverso. Un inventario della luce, ed. Helicon, 2013: questa pubblicazione è stato il riconoscimento del primo premio al concorso Thesaurus. Cucine abitabili, Mreditori 2014; Una fame chiara ediz. Terra d’Ulivi 2015; Il mondo come un clamoroso errore, edizioni Pietrevive 2017.

Immagine di copertina: Opera di Carl Heyward, dalla serie “I soldi non puzzano”, per gentile concessione di GAP (Global Art Project).

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Scrittrice, antropologa culturale e traduttrice. Laureata in Antropologia culturale ed etnologia (Università di Bologna), ha conseguito un Master in Antropologia delle Americhe (Università Complutense di Madrid) con tesi sulla traduzione di fonti letterarie nahuatl. Vive da tempo tra America latina e Italia, con soggiorni più brevi in Australia, Germania e Spagna, legati a progetti di ricerca, educativi e di agroecologia. Scrive in italiano e spagnolo e ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014); Non ha tetto la mia casa - No tiene techo mi casa (Casa de poesía, San José, 2016, in italiano e spagnolo, Premio comunitarismo di Versante Ripido); il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Suoi lavori poetici e di narrativa sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali. Parte della sua opera è stata tradotta in inglese, cinese, spagnolo, bengali e albanese. È curatrice di 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016, menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec – Università di Bologna); Muovimenti. Segnali da un mondo viandante (Terre d’Ulivi, Lecce, 2016) e Canodromo di Bárbara Belloc (Fili d’Aquilone, Roma, 2018). Membro della giuria del Premio Trilce 2018, Sydney, in collaborazione con l’Instituto Cervantes. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative letterarie e culturali in Italia e all’estero.

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