Pina Piccolo: That’s Mimmo Lucano for you!

soldi Riace

di Pina Piccolo, Lisbona 4 ottobre 2018

L’ultima immagine che ho di Mimmo Lucano è del nove agosto di quest’anno, seduto sui gradini della sede di “Città futura” a Riace circondato da uomini e donne, di tutti i colori, che con lui a staffetta fanno lo sciopero della fame cercando di far valere le proprie ragioni con uno Stato che da otto mesi non rilascia i fondi destinati ai progetti SPRAR. Questo significa che da 8 mesi a Riace vi è un gran numero di persone che non viene pagato per il lavoro che continuava a svolgere. Ma non era la prima volta che questo avveniva, erano sicuri che prima o poi i fondi sarebbero arrivati, si sarebbe trovata una soluzione. Un pragmatismo speranzoso, come la soluzione di “battere moneta” riacese, cioè di stampare note con le facce di Che Guevara, Antonio Gramsci, Ho Chi Min, Nelson Mandela e vari altri eroi degli oppressi, una specie di buono, con cui chi aveva lo status di richiedente asilo poteva pagare gli esercenti del paesino o usufruire di servizi fino a quando non sarebbero arrivati i fondi dello SPRAR, e chi aveva ‘venduto un prodotto o erogato un servizio avrebbe potuto essere pagato ‘davvero’ riscattando i buoni di cui era in possesso. Un sistema chiaramente basato sulla fiducia, quasi sulla parola, concetto che sembrava provenire da un mondo arcaico, ben lontano da quello dei decantati lupi di Wall Street.

Ma se il sistema finanziario globalizzato poteva non gradire questa soluzione alternativa di circolazione di beni e denaro, oltre agli abitanti del paesino vi erano anche altri che l’apprezzavano e ne gioivano. La vista delle coloratissime e insolite banconote aveva acceso di curiosità (e di bramosia) il cuore di chi ha fatto le traversate del mediterraneo sui barconi: infatti quei quattro esemplari di rappresentanza che miracolosamente ero riuscita a farmi dare dal sindaco quattro anni fa durante una visita frettolosa accompagnata da un conoscente di Serrata che conosceva il sindaco personalmente mi sono stati ‘sottratti’ da un rifugiato eritreo che aveva sentito favoleggiare di questa utopica valuta e non poteva credere ai suoi occhi quando vedendoli nelle mie mani ha capito che non si trattava di un mito.

Il modello, la sua creatività nel risolvere i problemi contingenti, sono stati considerati soluzioni che hanno dell’eversivo in un mondo in cui impera il neo-liberismo, figurarsi se potevano venire tollerati dai governanti, che nella loro successione in salse e retoriche diverse hanno come obiettivo quello di mettere il paese nei binari, non turbare l’ordine mondiale costituito. Quindi questa avversione istituzionale al modello Riace non è cosa nuova, anche se lo stile del governo attuale, che si è affrettato sin dai suoi albori a dichiarare Mimmo Lucano una nullità, si distingue per ferocia. Figurarsi se Lucano e il modello che rappresenta (seguito da ben 194 comuni solidali in Calabria soggetti a spopolamento che hanno attivato progetti SPRAR) poteva essere ben visto da chi amministra la ‘giustizia’ istituzionale (e notare che quella istanza sfociata nell’arresto di Mimmo Lucano riporta una data precedente al 4 marzo 2018). È una nozione di ‘equità’ che porta impressa i segni del potere, quella che, per intenderci, nella letteratura condannò Jean Valejan a 20 anni di lavori forzati per il furto di un tozzo di pane (e di furti tozzi di pane, Mimmo Lucano manco l’ombra, cosa che rende difficile la sua persecuzione). Ma allora il vero motivo di tanto astio contro di lui è davvero la proposta di un matrimonio di convenienza che per legge non s’ha da fare e che poi nella realtà dei fatti non si fece? Sembra poco probabile, visto che non è che viviamo nel più puritano degli stati e di queste situazioni ce ne sono a bizzeffe (per non parlare dei matrimoni di convenienza degli italiani all’estero).

Forse il vero motivo dell’accanimento poco terapeutico va ricercato nella ‘pericolosità’ per il Potere di questa bizzarra controtendenza, che ha generato un buon numero di ammiratori e sostenitori in Italia ma di cui ormai si parlava più all’estero che in Italia, con famosi registi tedeschi che ti girano film basati sull’esperienza del borgo ameno, con Fortune magazine che ti nomina tra le 50 persone più influenti del mondo il sindaco del ridente paesino cosparso di arcobaleni dipinti sulle case e nelle piazze, nella provincia che più provincia non si può, in quella che poi manco a dirlo è ritenuta forse la più sgangherata regione del Belpaese.

Ritorniamo allora a quest’ultima immagine di Mimmo Lucano del 9 agosto scolpita ormai nella memoria: eccolo sui gradini in veste di tribuno del popolo, a volte un po’ timido ed impacciato, senza fascia tricolore, figura ben lontana dai boriosi sindaci assessori a cui nella penisola siamo avvezzi ormai da anni. Da quella postazione lanciava un continuo fiume di eloquio, a getto, volto a trovare alleanze, a difendere quel modello di ‘cittadinanza’ globale cieco ai confini, a dare il benvenuto a questa versione odierna dell’arrivo dei ‘popoli del mare’. E questa attenzione a chi viene dal mare (e qui bisogna ricordare che l’arrivo dal mare di rifugiati curdi nel lontano 1998 è all’origine dell’utopico esperimento) mi fa venire in mente che Mimmo Lucano è provvisto di una sorta di bussola etica interiore che può fare paura a chi ha disegni diversi. Quasi dieci anni fa, in una mia amara poesia, riproposta quest’anno a Placanica a pochi km da Riace con il gruppo Mangiasciumi, prendevo spunto dall’affondamento della Jolly Rosso piena di sostanze tossiche smaltite da organizzazioni criminose lungo la costa della Calabria, e proponevo Riace come alternativa possibile:

Sia lode alla bussola che dentro
La bottiglia vuota
Sui flutti galleggia
Sfuggendo a radar
Satelliti e motovedette
E forse approda in un antico
Borgo spopolato

Nella punta estrema della nostra terra
Non lontano dal capo dove si spartiscono i venti
Un tempo geloso custode di bronzi
Dove accolte in vecchie case
Sbrindellate
Ora donne
Dai capelli neri e crespi
Sbarcate da lidi lontani
Intrecciando la ginestra
Assieme alle nostre nonne
E alle loro nipoti dalle mani
Color dell’ulivo creano il cesto

Zattera galleggiante che
Dal Faraone
Forse ci salva

Forse questa bussola etica, che in Mimmo Lucano si manifesta in maniera tanto eclatante nel 1998 portando agli albori del modello va rintracciata in una lunga tradizione di proposte utopiche che hanno origine in Calabria, basti pensare a pensatori come Gioacchino da Fiore, San Francesco da Paola, Tommaso Campanella (La “Città del sole”), e più recentemente uno scrittore: Corrado Alvaro. A questa tendenza utopica si unisce però in Mimmo Lucano anche la determinazione del fare, intrisa a sua volta, da uno spirito anarchico, un mix decisamente pericoloso dal punto di vista dello status quo ma che in Calabria ha anch’essa una lunga tradizione: basti pensare, ai carbonari, alle resistenze dei ‘briganti’, alle rivolte contadine, alle occupazioni delle terre, alle rivolte delle gelsominaie, a personaggi come Rocco Palamara.

Questa insistenza sull’agire in prima persona e a non delegare mi riporta al fatto che è stato proprio a Riace che abbiamo trovato il nome per il gruppo di performance, musica e poesia che abbiamo lanciato quest’anno con Irene de Matteis e Marco Papa. La Musa ha colpito in un luogo piuttosto prosaico: dalla confezione dei pacchettini di zucchero in quello che sembrava essere il tipico bar da paesino, in cui sedevano degli anziani del posto insieme a giovani utopici provenienti da tutta Italia e da altre parti del mondo che erano venuti a dare sostegno al modello originato in quel paese e a Badolato. Irene, cerca di interpretare con accento di Prato, il detto calabrese, ”Cu non si raspa a testa chi sò mani non ci passa mai a mangiasciumi(cioè: “Chi ha il prurito alla testa, non gli passerà mai se aspetta la mano di un’altra persona per grattarsela”). Quindi anche noi, come tante persone di questi tempi, presi dalla mangiasciumi dell’ingiustizia, ispirati a quanto è successo a Riace ci stiamo dando da fare, ci stiamo grattando con le nostre mani. Ed è in quello spirito che stiamo con Mimmo Lucano e il modello Riace.

Dunque, siamo nel 1998 l’anno in cui lo scrittore José Saramago, che aveva appena vinto il premio Nobel per la letteratura riflettendo sulla ubiquità del pensiero unico, lancia l’avvertimento che è pessimista per il futuro che vede muoversi su tre vettori: l’indifferenza, la paura e la rassegnazione. Pensando a Mimmo Lucano come antidoto a queste tendenze, mi verrebbe da collegarlo ai versi di Tommaso Campanella nella poesia

Delle radici de’ gran mali del mondo.

Io nacqui a debellar tre mali estremi:  

tirannide, sofismi, ipocrisia;  

ond’or m’accorgo con quanta armonia  

Possanza, Senno, Amor m’insegnò Temi.  

Questi princìpi son veri e sopremi  

della scoverta gran filosofia,  

rimedio contra la trina bugia,  

sotto cui tu, piangendo, o mondo, fremi.  

Carestie, guerre, pesti, invidia, inganno,  

ingiustizia, lussuria, accidia, sdegno,  

tutti a que’ tre gran mali sottostanno,  

che nel cieco amor proprio, figlio degno  

d’ignoranza, radice e fomento hanno.  

Dunque a diveller l’ignoranza io vegno.

Mi auguro quindi che questa linea di demarcazione segnata dal governo e dalla magistratura nei confronti di un mondo diverso possibile richiami il più possibile resistenze, iniziative e proposte alternative, nel segno dell’agire guidato dalla bussola etica del Modello Riace, e in questo spirito ad esse mi unisco.

 

Riguardo il macchinista

Lucia Cupertino

LUCIA CUPERTINO (1986, Polignano a Mare). Antropologa culturale, poetessa e traduttrice. Ama anche mettere le mani nella terra e sta cercando di apprendere agricoltura naturale e strumenti della transizione culturale. Vive piacevolmente nel Sud del Mondo, attualmente tra Colombia e Italia. Scrive in italiano e spagnolo e suoi lavori sono apparsi in riviste e antologie italiane e internazionali, specialmente dell’America latina e una selezione tradotta in albanese sulla rivista Poeteka. Ha pubblicato: Mar di Tasman (Isola, Bologna, 2014), Non ha tetto la mia casa (Casa de poesía, San José, 2016), sua antologia poetica in versione bilingue italiano-spagnolo, il libro-origami Cinco poemas de Lucia Cupertino (Los ablucionistas, Città del Messico, 2017). Ha tradotto e curato 43 poeti per Ayotzinapa. Voci per il Messico e i suoi desaparecidos (Arcoiris, Salerno, 2016) che ha ricevuto una menzione critica nel Premio di traduzione letteraria Lilec dell’Unibo. Cofondatrice della web di scritture dal mondo www.lamacchinasognante.com, con la quale promuove iniziative culturali e letterarie in Italia e all’estero.

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